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lavoro pubblicato sabato 24 agosto 2013
ultima lettura mercoledì 18 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Capitolo I - Lezioni di Storia (Ilyrea)

di AcronimoM. Letto 805 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Gli Yughoroth badavano ai Figli prima che il primo Occhio si aprisse, forgiavano i loro corpi e le loro anime sulla via della perfezione, com’erano stati creati per fare, ma nel modo più abietto e crudele che le loro menti concepiss...

“Gli Yughoroth badavano ai Figli prima che il primo Occhio si aprisse, forgiavano i loro corpi e le loro anime sulla via della perfezione, com’erano stati creati per fare, ma nel modo più abietto e crudele che le loro menti concepissero poiché non erano mai stati toccati da quella luce che schiarisce il confine tra il bene ed il male.”

-dagli appunti di Ilyrea, l’Apprendista-

<<Vi prego non potete farlo..>> Supplicava flebilmente la giovane studentessa. Era confusa e dolorante, gli occhioni verdi grondavano lacrime nere d’inchiostro disciogliendo ciò che restava del suo trucco ed impedendole di vedere bene. Le ombre di quattro persone la sovrastavano facendola sentire piccola ed indifesa al punto che tutto il suo corpicino invidiabile era scosso da brividi violenti, a stento trattenuti dalle quattro forti mani che la tenevano fermamente per le caviglie sollevandole dal suolo e costringendola a tenere le gambe spalancate ai suoi torturatori.
<<No..no! Non ho fatto niente..noo!>> Piagnucolava disperata contraendo tutti i muscoli, nel vano tentativo di divincolarsi, ma la stretta dei due che la tenevano era ferrea e si stava scorticando i polsi nel tentativo di liberare la mani legate strettamente, con ruvida corda di canapa, ai piedi della cattedra su cui era stata fatta sdraiare supina. Un terzo uomo sedeva rigidamente sulla sedia li accanto e fissava freddamente un cronometro ticchettante, appeso ad una catenina legata al polso sinistro, che faceva ciondolare davanti alla faccia della ragazza tenendo il braccio sollevato. Ogni cinque ticchettii di quel malefico arnese infernale (si dopo un po’ era arrivata a contarli) i colpi si susseguivano con precisione matematica provocandole fitte di dolore tremendo tra le gambe e facendole contrare violentemente l’addome mentre annaspava per respirare tra le risa dei presenti. Si perché c’erano MOLTE persone presenti ad assistere alla sua punizione, così prevedeva il “Regolamento Ufficiale dell’Istituto” anche se lei era certa di non aver letto quel cavillo da nessuna parte. Beh in realtà, arrivati a quel punto, poteva dire di non essere più certa di nulla ma da qualche parte doveva esserci stato un terribile errore. Lei si chiamava Paola Ellin, di origine canadese, ed era una studentessa di lingue all’Ateneo di Bologna. Aveva 22 anni ed era certa che quella che le stava accadendo fosse la cosa più terribile che potesse capitare a qualcuno, ovviamente non poteva prevedere il futuro.
Quella mattina si era alzata per andare in facoltà, come faceva regolarmente quattro volte alla settimana, ma aveva fatto tardi (come faceva tre volte la settimana..) si era quindi decisa a temporeggiare un po’ giù al bar e rientrare con gli altri per la pausa delle 10:00 così da distogliere l’attenzione della prof dal suo ritardo. Al suo arrivo in aula tuttavia era stata accolta da uno strano silenzio poiché tutti, anche i suoi numerosi colleghi che rientravano rumorosamente chiacchierando tra loro, si erano immobilizzati a fissarla non appena aveva messo piede oltre la porta d’ingresso: era strano, come se tutto ruotasse intorno a lei e quella non sarebbe stata l’ultima volta in cui avrebbe avvertito una sensazione simile nell’arco della sua prima lunga mattinata ne in futuro.
C’era stato un lungo momento di imbarazzo. <<Beh, che avete da guardare..?>> Aveva poi esordito timidamente. Nonostante fosse bella come poche infatti lei era molto timida, gli sguardi la mettevano a disagio e la facevano continuamente pensare di avere qualcosa che non andasse. Quando qualcuno parlava e lei non riusciva a sentire le parole credeva sempre che la stessero prendendo in giro e talmente queste paranoie danneggiavano la sua possibilità di intrattenere rapporti sociali che da piccola i suoi genitori l’avevano mandata in cura da una psicologa per un periodo di oltre un anno. La sua proverbiale timidezza era anche il motivo per cui ella era “quasi vergine”: come amava definirsi con le pochissime persone con cui riusciva ad aprirsi abbastanza da raccontare della sua sfera privata.
<<Bene.. bene! Che cosa abbiamo qui.. la signorina Ellin giusto?>> La ragazza sobbalzò nell’udire la voce della professoressa Schioppi alle sue spalle. Voltandosi la vide nell’atto di richiudere la porta dell’aula mentre entrava con aria altera. Sospirò. La Schioppi era una bella donna, sui trentacinque anni coi capelli corti d’un biondo sporco ed il fisico atletico di chi ha fatto sport tutta la vita. Aveva almeno una terza e le piaceva “sfoggiare le sue doti” andando in giro con scollature profonde quanto il suo ego da cui si intravedeva l’assenza del reggiseno, che nei mesi primaverili smetteva d’indossare fino al nuovo inverno. Paola la odiava e non aveva certo difficoltà a credere alle voci, messe in giro dagli studenti più grandi, secondo cui più di un collega avrebbe approfittato della “generosità” di quella donna nei vecchi laboratori inutilizzati al piano di sopra. Che le avrebbe detto adesso? Si affannò mentalmente per costruire una scusa decente..
<<Ehm..si prof, oggi purtroppo ho avuto un imprevisto e non..>>
<<Silenzio.>>
Il tono di voce la fece desistere dal ribattere e infuriare anche. Ok lei aveva torto ma come si permetteva quella strega di intimarle il silenzio senza neppure ascoltare le sue ragioni?!
Abbassò lo sguardo nonostante tutto, la cosa migliore era prendersi il rimprovero in silenzio: il suo orgoglio ne avrebbe sofferto ma almeno sperava non la sua media ed era questo l’importante se voleva sbrigarsi ad uscirsene da quell’inferno di università.
<<Fanno due ore di ritardo.. ed è solo il tuo primo giorno di lezione!>>
Primo giorno? Aveva sentito bene? Ma se siamo a giugno..e poi lei era già al secondo anno la prof doveva certamente averla scambiata per un'altra. Strano però, non credeva ci fossero altre Ellin in città. Scuotendo la testa sollevò i suoi occhi verdi a fissare quelli nocciola della prof e disse tutto d’un fiato:
<<Professoressa mi scuso se le è sembrato che le abbia mancato di rispetto ma deve esserci un errore, io mi chiamo Paola!>>
La ragazza aveva una voce particolare, il tono era marcato ma mancava di quella scioltezza che hanno solo le persone veramente estroverse e questo contribuiva a renderla piacevole da ascoltare nel complesso: sembrava quella di una bambina insicura che giocava a fare l’adulta.
La Schioppi la guardò dall’alto in basso, sembrò per un attimo stesse per infuriarsi ma poi se ne uscì con un sorriso smagliante, cattivo. Paola iniziava a pensare che avesse seriamente dei problemi e prese a cercare il sostegno dei suoi colleghi con lo sguardo ma nessuno parlava e tutti la fissavano duramente come se si fosse macchiata di dio solo sa quale crimine. Iniziò a sentirsi seriamente a disagio.
<<Prendetela.>>
A quel comando perentorio Steve e Ben, due dei ragazzi arrivati con l’Erasmus quell’inverno che conosceva di vista, la afferrarono per le braccia e la trascinarono violentemente verso il centro dell’aula. Lei urlò e scalciò come una forsennata, non capiva cosa stesse accadendo e cominciò a minacciare di chiamare la polizia se non l’avessero lasciata immediatamente. Nessuno le prestò minimamente ascolto, la professoressa fece cenno al suo assistente Karra di avvicinarsi e gli diede istruzioni all’orecchio porgendogli poi una specie di orologio da taschino vecchio stile bagnato nell’argento.
<<La punizione per il ritardo occasionale, indicata dal Regolamento, prevede che ti venga schiaffeggiata la fighetta, a mano aperta e ad opera della professoressa dell’ora corrente, per un tempo pari a quello che hai impiegato ad arrivare in aula..>>
Paola sentiva la voce della prof rimbombarle intorno, non credeva alle sue orecchie. L’avevano legata alla cattedra e le tenevano fermamente le caviglie. La gonna corta di jeans che indossava non era fatta per stare in quella posizione, sentiva gli sguardi di tutti sul suo sesso coperto solamente dalle mutandine leggere: un triangolino di stoffa rossa tra lei e la vergogna più assoluta che avesse mai provato. Non che così le cose andassero tanto meglio, si sentiva morire al punto che non urlava neanche più..per ora.
<<Tuttavia, visto che è il primo giorno e visto che oggi mi sento particolarmente in vena, riceverai un trattamento di favore: sacrificherò TUTTA la mia lezione per te, per insegnarti le buone maniere. Così potrò anche dare una prima dimostrazione pratica ai tuoi colleghi e colleghe, ehm Cali mia cara puoi andare per favore alla lavagna? Ecco bene ora scrivi: Prima lezione di.. ehm nono non così! Più grande per favore..ecco. Allora: Prima Lezione di Educazione Sociale.>>
Mara Schioppi camminava avanti e indietro e delirava ma nessuno tranne Paola sembrava rendersene conto. La signorina Cali, una biondina tutto pepe che si sarebbe laureata a febbraio e si diceva avesse le labbra più belle della facoltà, si era alzata senza esitare alla sua richiesta ed aveva offerto beatitudine agli occhi dei presenti, che nel mentre stavano prendendo posto nelle lunghe file di banchi dirimpetto alla cattedra, chinandosi nello scrivere sulla lavagna. Era il momento di giocare il tutto per tutto.
<<Professoressa Schioppi io non so che diavolo ha lei in mente ma questa storia mia ha stancata! Dica subito a questi due extracomunitari del cazzo di lasciarmi andare o le giuro che le farò perdere il lavoro! La vita cazzo! Io la farò arrestare!>>
La Schioppi si avvicinò e la prese a schiaffi: una, due, tre, quattro volte.. le fece sentire il sapore del sangue dentro la bocca e poi le sollevò violentemente la testa artigliandone i lunghi capelli biondi e mossi, che ora erano scompigliati ed arruffati come quelli di uno spaventapasseri ma normalmente le ricadevano in morbidi boccoli, lunghi fin poco sopra il culetto da pallavolista.
<<Ascoltami bene bambinetta, oggi io ti darò una lezione che ricorderai per tutta la vita. TI farò male, tanto male che piangerai e mi supplicherai di smettere ma sappi già da ora che non smetterò. Sappi che quello che tu vuoi, dici o senti conta meno del mio sputo ed io adoro sentire gridare le troiette viziate come te!>>
Detto questo le sputò in faccia.
<<Ora abbiamo parlato abbastanza, scegli..>> Con un sorriso diabolico al donna costrinse Paola a girare la testa di lato. Accanto a lei, sulla cattedra, uno spaventoso arsenale di fruste, scudisci, spazzole, cinghie, battipanni, canne di bambù e diversi altri oggetti di cui non avrebbe saputo dire il nome stavano allineati ordinatamente..cazzo nella foga di sfuggire ai due che la tenevano non li aveva ancora visti. Le sembrava di trovarsi dentro ad un horror scadente, di quelli privi di suspance ma pieni di sangue e dolore. Era terrorizzata.
<<Scegli!>> Altro schiaffo violento ma stavolta era girata e la sua guancia sbatté violentemente contro il legno. Dio che male, nessuno l’aveva mai schiaffeggiata prima in tutta la sua vita neanche suo padre.
Silenzio.
<<Bene, visto che sei indecisa inizierò a batterti con il dorso della spazzola mentre ci pensi su, ovviamente questo è solo un mio personale passatempo e non conterà ai fini della tua punizione..>> Le mani della donna dalle dita sottili si strinsero sul manico di una spazzola larga, di plastica dura, dal colore rosa acceso.
<<Nooo! Nooo! Per favore.. per favoree!!>>
SCIAFF!
<<AAAAAAAAAHHHH..>>
SCIAFF! SCIAFF! SCIAFF..
<<Quando lo scopo da raggiungere è quello di punire una cagnetta l’importante è arrivare alle lacrime..vedete il modo in cui tengo il manico della spazzola? La presa deve essere delicata ma ferma e il movimento è fondamentale! Bisogna che sia ampio, in modo che i colpi arrivino con forza grazie all’aiuto della gravità, così non vi stancate subito le braccia e la punizione può durare di più, miei cari. Inoltre è molto importante colpire ad intervalli sempre nello stesso punto in modo da imprimere una lezione più duratura e lasciare la fighetta della cagna rossa e dolorante per un paio di giorni almeno quando avrete finito con lei.. ehm siete pregati di prendere appunti ragazzi..>>
SCIAFF! SCIAFF! SCIAFF! SCIAFF!
Le grida di Paola si sentivano dal cortile, ad un certo punto la Schioppi dovette quasi urlare a sua volta per farsi sentire al di sopra del pianto e dei singhiozzi mentre spiegava la sua lezione all’uditorio assorto. C’erano circa una quarantina di persone nell’aula: i più ascoltavano seriamente e prendevano appunti mentre altri sghignazzavano piano tra loro e filmavano coi cellulari la scena del sesso di Paola che diventava in breve abbastanza rosso e gonfio da vedersi attraverso le mutandine. Impiegò quasi dieci minuti solo per ricordare di dover scegliere lo strumento con cui la sua tortura sarebbe stata messa in atto. Oddio perché non era ancora iniziata! Doveva riprendere in fretta il controllo di se, avrebbe fatto tutto ciò che le chiedevano e poi sarebbe finita. Implorò se stessa di essere forte, presto l’avrebbero lasciata andare.
<<La canna! Voglio la canna di bambù.. vi prego.. BASTA! ..vi prego!>>
SCIAFF!
Un ultimo colpo di spazzola così forte che per un attimo vide le stelline.. poi riuscì a respirare di nuovo.
<<Iniziavo a divertirmi..>> La donna crudele aveva il volto arrossato dal piacere e si toccava maliziosamente le gambe nel posare a malincuore la spazzola.
<<Menomale che sono solo le 10:13 e le mie lezioni proseguono fino alle 14:30!>> Paola vide, tra le lacrime, che le tornava il sorriso. Sembrava davvero felice del suo lavoro e come se volesse dimostrarglielo si lanciò in una lunga e appassionata disquisizione (un monologo più che altro) sulle proprietà della disciplina corporale e sul bene che poteva fare nell’educazione delle troiette da due soldi come quella che oggi le era capitata tra le mani.
<<Ora non capisce, piange e si dispera ma un giorno..>>
FSHH!
Altre lacrime disperate, a differenza della spazzola, che le procurava un dolore sordo e diffuso, la canna le dava la sensazione che una linea di fuoco le stesse spaccando il sesso passando proprio sopra al clitoride. Era ancora più orribile.
<<..un giorno si ricorderà con devozione della Professoressa Schioppi ed ogni volta che troverà un lato positivo nel suo carattere da adulta non potrà fare a meno di pensare a me che l’ho attentamente educata e seguita nella crescita.>>
FSHH! FSHH! FSHH! FSHH! FSHH..
Quando suonò la pausa pranzo Paola credeva di trovarsi in un sogno. Aveva provato sulla sua pelle nuda, perché le mutandine le erano state tolte a forza dopo la prima mezzora quando Cali aveva giustamente osservato che ai suoi tempi le punizioni si ricevevano senza la protezione dei vestiti, la maggior parte degli strumenti presenti su quel tavolo ma non avrebbe saputo distinguere quale le avesse fatto più male. Sentiva un fuoco tra le gambe che talvolta la scaldava solamente ed altre le bruciava fino a farle credere di impazzire. Molti dei ragazzi e ragazze presenti nell’aula si erano dati il cambio nel tenerle spalancate le cosce per tutto il tempo necessario ed oramai aveva perfino smesso di provare vergogna. Il suo corpo abbronzato e tonico era scosso da brividi incontrollati ed il trucco le era colato fin dentro alla scollatura lasciando macchioline nere sul suo seno piccolo e rotondo fasciato dalla maglia dei Pink Floyd che indossava.
Tutti si alzarono per uscire a rilassarsi un po’ e lentamente l’aula prese a svuotarsi, perfino quelli che le tenevano le gambe la lasciarono andare ed infine Paola, ancora legata e indifesa, e la professoressa rimasero sole.
La prima piangeva a dirotto e si ostinava a guardare fisso il muro, l’altra sorrideva.
<<Ti piace la tua nuova vita?>> La prof si fece una vocetta insinuante e cantilenate come una bambina che voglia prendere in giro.
<<Perché mi fate questo..? Io non ho fatto niente..>>
<<Non è che tu debba aver fatto per forza qualcosa, vedi il fatto è che io ti torturo perché posso farlo! Per tutto il tempo in cui avrò voglia di farti soffrire nessuno potrà mai venire a privarmi di questo mio sacrosanto diritto e devo dirti che la cosa mi fa bagnare da morire. Vuoi vedere?>> La Schioppi alzò una delle sue lunghe gambe, coperte da autoreggenti nere, ed appoggio il suo tacco altissimo sulla cattedra, a pochi centimetri dal viso della giovane succube, scoprendo così le sue mutandine di pizzo su cui si intravedeva chiaramente una grossa macchia di umido.
Paola era inorridita da ciò che sentiva ancor più di quanto non lo fosse a causa del dolore e dell’umiliazione che provava.
<<Ora baciami le scarpe..>>
Timidamente lei prese a farlo più e più volte, la paura la rendeva schiava del volere di quella donna e la confusione che aveva in mente le impediva di formulare un qualunque pensiero di protesta.
La professoressa Schioppi si godeva il trattamento osservandola e quando si fu stancata si chinò, facendo andar su il vestito al punto da rivelare i suoi fianchi sinuosi, le diede un morbido bacio sul sesso che la fece tremare tutta e poi si girò e si allontanò sculettando.
Quando la porta sbatté Paola rimase sola.
Fu così che il mio folletto la trovò. L’avevo mandato ad esplorare quelle zone crudeli dell’universo in cerca di alcuni cristalli che si formano solo in presenza del dolore più puro e gratuito. Lo avevo istruito circa le vie per accedere a Zarat e gli avevo intimato di nascondersi e non parlare con nessuno poiché gli esseri che vivono li sono sadici e alieni e difficilmente si lasciano sfuggire una preda dopo averla stretta tra le grinfie. Quella volta mi disobbedì e rivolse la parola a quella ragazza che ancora non avevo conosciuto, normalmente la disobbedienza è punita con la morte ma in quel caso specifico lo perdonai. I folletti sono molto astuti e questo aveva visto qualcosa che avrebbe sorpreso anche me.. se non erro lo chiamavo Zu.
<<Da quanto tempo sei qui ragazza??>>
Paola deve avere avuto un sobbalzo tremendo quando lo ha visto uscire fuori dal muro che stava fissando, come una macchia d’umidità che si allarghi tanto da schizzare via dalla parete assumendo la forma di un esserino deforme e nodoso con la schiena curva e dita sottili come rametti. Gli occhi grandi e sporgenti di lui avevano il colore del bosco e la fissavano con vispa curiosità, lei sentiva di non avere neppure più la forza di sorprendersi: il mondo era impazzito, o forse era lei ad essere andata completamente fuori di senno.
<<Cosa..cosa sei?>>
<<Uhm..Ilyrea..bel nome piccola! Sono stato io il primo a farti una domanda però sarebbe buona educazione rispondere..>>
<<Ilycosa?? ..senti io non so cosa sta succedendo! Ti prego! Vi prego..tutti voi io non lo sooo!>> E scoppiò in un pianto dirotto e liberatorio più di quanto non avesse potuto fare davanti alla platea dei suoi torturatori nelle mattinate.
Zu si grattò la testa con un dito producendo un suono simile allo strusciare della corteccia.
<<Tu non sai di essere andata oltre..>> Concluse infine dopo una piccola pausa di riflessione. La ragazza piangeva e lo ascoltava sconsolata, era il primo che avesse incontrato da quando si era svegliata ad avere un tono di voce che pareva quasi gentile.
<<Andata oltre? Beh perdono allora! So di aver sbagliato molte cose nella mia vita ma mai avrei creduto di meritare questo..io non cred..>>
<<SHHHH! Non capisci ed ora non c’è tempo di spiegare..loro torneranno qui a breve. Ascoltami bene: ciò che vedi somiglia alla tua vecchia vita ma non c’è niente di più diverso da essa . Non fidarti di nessuno ma fa tutto quello che ti diranno se ci tieni a mantenere qualche barlume di sanità mentale. Ricordi quando sei andata a letto ieri sera?>>
La ragazza ci pensò un attimo poi scosse la testa.
<<Come immaginavo, forse per i tuoi limitati sensi umani tra questo posto e quello da cui provieni non c’è differenza alcuna ma posso assicurarti che non è così. Non sei mai stata tanto lontana da casa mia piccola kalisari.>> Nel parlare la creaturina nodosa le accarezzava i capelli con le dita ma nei suoi occhi non c’era compassione, solo curiosità: la stava studiando come se lei fosse una strana bestia.
Improvvisamente si udirono delle voci nel corridoio ed entrambi sobbalzarono poi il folletto corse verso il suo muro.
<<Se dici a qualcuno che mi hai visto ti strozzo con le mie mani nel sonno, promesso..>>
E prese a dilatarsi come una macchia che veniva pian piano riassorbita .
<<Aspetta ti prego! Io non capisco!>>
Nella macchia ormai indistinta sulla parete qualcosa che aveva la forma d un occhio si mosse come per fissarla.
<<Neanch’io..>> Disse il folletto e sparì nell’istante in cui la porta si spalancava..


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