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lavoro pubblicato martedì 13 agosto 2013
ultima lettura martedì 14 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Il tuo sorriso migliore

di Abercrombie. Letto 763 volte. Dallo scaffale Pulp

Sapevi sarebbe andata a finire così.Il freddo ti penetra, ogni passo per strada è una scarica che ti sembra di finire in schegge. Non c'è anima viva in giro. Allacci il cappotto con le dita rigide, sbuffi di fumo si condensano ad o...

Sapevi sarebbe andata a finire così.
Il freddo ti penetra, ogni passo per strada è una scarica che ti sembra di finire in schegge. Non c'è anima viva in giro. Allacci il cappotto con le dita rigide, sbuffi di fumo si condensano ad ogni respiro, gli occhi guizzano tra le lingue di sampietrini che fuoriescono dal buio dei vicoli.
Ti è sempre piaciuta la notte di Roma.
Il problema con quelle come lei è che pensano di poter ignorare quelli come te. Trattarti come uno zero senza nemmeno capire il mondo dove vivono, con tutte le anime desolate che si sbracciano per un pelo d'attenzione. Hai provato, ma era focalizzata sulla sua porzione di mondo. Adesso è lì, con i muscoli contratti, gli occhi gialli appannati a cercare le stelle sopra i palazzi, sotto l'addome la pozza di sangue scuro si sta allargando fino a raggiungere il tombino. Deve sentirsi sola.
Ti ha snobbato, respinto, imbrogliato, ha rovinato tutto fra te e il tuo desiderio. E' durato poco, l'hai vista nel locale, aggraziata, vaporosa, ben vestita, ti ha fatto un cenno con lo sguardo, forse.
Eri contento allora e sei contento adesso.
Frughi nelle tasche, estrai il coltello. Abbassi due colpi sull'addome, trafiggi il cuore lentamente, estrai la lama cremisi guardandola sgocciolare sulla camicetta color perla e la gonna beige e le calze color carne, ricorda una tela puntinista. Senti di perdere l'equilibrio, ti raddrizzi, ti volti e ti incammini per la solita strada. Non c'è paura, non pentimento, non esaltazione.
Sapevi sarebbe andata a finire così, alla terza non ti fai più illusioni.

* * *

Hai passato la notte in bianco. Da quando Nora t'ha lasciato il weekend è un girone infernale. Dovresti assumere calcio, meno grassi saturi e qualche carezza in più. E invece ti imbottisci d'acqua, diet coca, birra, minestrine, vino, frullati, masticare ti annoia. Ti sei abbonato con nonchalance a DiPiùTv, e sei al corrente di ogni film di serie Z che trasmettono alle due del mattino, il tuo mezzogiorno.
Sotto questa luce azzurrina non ti riconosci più. Sei snaturato come una medusa in una sala da ballo. Strisci. Ti sciogli. Agonizzi. Schiacci la tua immaginazione spontanea sotto 20 Kg di plastica artificiale e cristalli liquidi. Sei a tuo agio nel rimanere fermo, t'è sempre riuscito. E' cosa rara di questi tempi, e tu sei uno che sa godere delle piccole cose, che tradotto significa che sei più vicino alla morte che all'adolescenza.
Per un'interminabile ora fissi oggetti vari in ordine casuale, gli utensili sottovalutati: il battiscopa, le viti che tengono su il lampadario, lo zampirone insettifugo, i tasti del telecomando, chiedendoti di volta in volta se chi l'ha costruiti sia ancora in vita e cosa stia facendo mentre tu ‘rifletti'. Ti rassicura pensare che c'è una traccia di vite sconosciute nel tuo appartamento. Assorbi il silenzio poi esci, arrivi, baci, stringi, bevi, parli, torni, ti lanci sul divano, schiacci on, strisci una mano sul pavimento: patatine. Tutto ciò di cui hai bisogno si trova vicino al divano, non ci sono eccezioni. Così te ne stai lì, a distrarti, a pensare alle cose più importanti della tua vita sorprendendoti a scoprire che sono cose. La tua vita viaggia su questi binari.
La letargia l'hai vista approssimarsi pian piano. Inizialmente era uno svago come tanti. Tornavi a casa dopo una giornata dura e ti concedevi un'ora di televisione, una canna, un po di vino. Ti sembrava meritato, lo facevi per rilassarti. Poi hai dimenticato che serviva a rilassarsi e ti sei lasciato divorare per rimanere normale. Ora uscire è una cupa ouverture: indossi la camicia buona, frequenti locali, mangi in ristoranti dalla lista di prenotazione lunga come il Vangelo, discuti, balli, ti ubriachi, ma alle spalle hai sempre il monotono ticchettare delle lancette che ti supplicano di ripensarci. Così le tue serate sono sempre più corte, i tuoi amici sempre più diffidenti, la tua capacità di interessarti agli eventi s'è fatta mezza vuota come il bicchiere di whisky in cui li sciogli. E ti chiedi se non sarebbe meglio smettere di funzionare, la voglia di non guardare più in là della prossima paga o della prossima bevuta. Darci un taglio con i ragionamenti, mettersi nell'ordine di idee di andare avanti, perché da quella mattina quando ti sei svegliato tutto quello che avevi è scomparso.
Ma non ti lamenti, ti poteva andare peggio. Potevi essere un giocatore agonista di schedine, un rastrellatore di giardini zen, un mozzo di Capitan Findus, un pilota automatico, un nano da giardino, una stretta di mano non ricambiata.
Così per te stare a casa è solo uno svago, un modo per evadere. Evadere dallo studio, dal lavoro, dal dolore, evadere da casa stando a casa, evadere.
Eri un bambino, adoravi Biancaneve, chiedevi ogni cosa e quando ti dicevano che crescendo avresti capito eri elettrizzato all'idea di diventare uno che capisce cose, uno che cresce. Ora, consapevole del fatto che Biancaneve si stia probabilmente dannando l'anima sotto la scrivania di qualche produttore per i diritti di uno spin-off, preferisci berci su, e la vita comincia ad assomigliare ad una pellicola piena di bruciature di sigaretta.
Un messaggio subliminale tiene insieme i tuoi sogni: è tutta una questione di soldi. L'università per uscire dal bozzolo, il lavoro per accumulare, il mutuo per soddisfare la tua donna, il SUV per ostentare, lo smart phone per essere preso in considerazione. E alla fine viene fuori che non è solo una questione di soldi. Le cose vanno e vengono, ma soprattutto vengono dimenticate.
Sei l'unico a cui devi rendere conto e ti sei messo in testa di mantenere un fisico atletico. Hai comprato un tapis roulant, due pesi da 4Kg, bustine di integratori e magliette traspiranti. Una sfortuna che l'unico sforzo che fai è sfregare la tua mano destra contro il bastone della felicità sotto l'ombelico. Non hai la tartaruga? Pazienza, è stato un bel momento.
Ancora non lo sai, la tua vita finisce con me. Le parole di Nora non ti escono più dalla testa. In compenso hai del tutto rimosso il suo volto e per questo scriveresti una letterina di ringraziamento a Mr. Walker, ma ci rimarresti male a sapere che l'amico Johnnie è solo un marchio. In più ricordi dove Nora teneva le foto.
Lo ricordi bene, durante la convivenza c'era dolcezza, sensualità, talvolta diffidenza. Non ti credeva. Era convinta avessi un'avventura. Ti annusava i vestiti, l'alito, alla ricerca di un odore estraneo. Tu venivi da fuori, portavi con te l'aria, la vitalità del mondo esterno dentro quella casa sonnolenta e serena come un convento. Non è che fosse colpa tua l'assenza di lavoro, ma lei ti osservava distante posare la valigetta sul tavolo alla sera, ti faceva quella faccia e capivi chi aveva scelto come capro espiatorio.
Ora quando l'immagine di Nora ti assale la schiacci sotto macigni lavorativi, mondani, alcoolici, televisivi, qualunque cosa pur di ostentare il sorriso di chi non s'è fatto male. Solo quando ti accorgi di riconoscere ogni collega dalle scarpe che indossa capisci di essere nei guai. E allora ti fai una gita tra le colline dei ricordi più sofferti. Per tutta la vita hai provato a comportarti nella maniera corretta, quando infine hai capito l'impalpabilità del concetto hai tentato solo di assecondare il tuo carattere. Troppo tardi ti sei accorto di odiare il tuo carattere, solo quando alla fine l'hai trovata, quella che non ti ha accettato. Troppo costruito, oscilli tra picchi di sincerità non richiesta e vigliaccate colossali, nel frattempo offri shot di tequila e candeggina brindando alle manifestazioni pacifiche. Ora sai come sei fatto. Lei non ti ha perdonato, tu non hai perdonato il mondo.
Qualunque sia stato l'ultimo errore non è stato quello a fare la differenza, tanto valeva dimenticarlo. E' il resto che non riesci a digerire.
Hai un'immagine scolpita tra le pieghe del tuo cervello di quando eravate a Capri. All'orizzonte campeggiavano alcune nuvole estive, gigantesche e silenziose, immergendo in acqua le loro code strappavano nel cuore dei bagnanti immagini profetiche. Quel giorno alzasti lo sguardo dal giornale e la conoscesti, avvolta in quel pareo etnico da quattro soldi, notasti per la prima volta il piccolo neo sotto l'occhio destro, facesti amicizia con la sua testolina bagnata di capelli. Eri così rapito da quella creatura da annusare l'odore della luna e pensare di poterla imbottigliare e vendere alla Nestlé.
Non è così fantastico essere felici, parevi rimbecillito.
La invitasti fuori a cena. Ti alzavi troppo spesso dal tavolo, volevi il meglio per lei. Lo champagne che dicevi tu, la bottarga fresca, il profitterol ben farcito di crema pasticcera. Ti stavi perdendo il meglio. Ma la verità è che ti innervosiva. Bella. Un sogno, e quello meritava. Te ne stavi lì ad annuire con la testa, a dispensare sorrisi per situazioni mai vissute, a raccontarti con pacata modestia, quando tutto ciò che avresti voluto fare era chiudere gli occhi, tirare un bel respiro e pronunciare quelle due semplici parole: mi servi.
Lei avrebbe risposto "anche tu, caro", avreste riso del vostro distacco e vi sareste goduti la compagnia. Purtroppo la cosa viene spesso fraintesa e più di un ‘vaffanculo' non ci si becca. Quindi hai taciuto e continuato la tua sceneggiata, per anni. Ma, in assenza di telecamere, l'unica immagine che ne è venuta fuori è stata quella dell'incoerenza. Sentivi che avresti potuto amarla, più avanti. Rimandavi quel momento come si trattasse di portare fuori il cane, finché alla fine non hai dimenticato il perché.
Le volevi bene, ma forse perché lei ne voleva a te. E' odioso non saper amare, ma deludere...
Così anni dopo avete ripetuto il viaggio a Capri. Pagando il doppio avete avuto lo stesso tavolo, lo stesso hotel, la stessa stanza, solo l'intenzione era cambiata, stavolta si procedeva nel senso di marcia inverso.
E' un giochino perverso quello di voler lasciare una traccia di noi nella memoria delle altre persone. Non con le statue, i nomi delle strade, più con l'ultima frase, l'ultima notte, l'ultima occhiata. Monumenti di stile. Perdendo l'ultima occasione di aprire quella morbida sofisticata cazzo di bocca e dargli fiato, per una volta col cervello collegato, lucido, reattivo. Quell'occasione che avrebbe potuto fare la differenza.
La notte colava inchiostro sulle insenature dell'isola, sdraiati su quella sabbia umida e compatta hai notato gli sguardi furtivi che ti lanciava, quell'umiliante disagio. Sotto certi chiari di luna l'amore s'affaccia e scompare senza troppe cerimonie dietro le nuvole. La mattina seguente lei era andata via insieme al tuo amore, ma te ne sei reso conto troppo tardi, da manuale.
Non hai lottato. L'hai lasciata andare perché tu lasci andare tutti. Non ci metti il cuore, ma soprattutto non ci metti la faccia. Hai scelto la dignità e ora pedali, lontano, veloce, a rotta di collo giù per la collina, col vento nelle orecchie e gli occhi gonfi, percorrendo la strada che ti separa dal cancello di Nora in un baleno. Lei che si affaccia è composta, dalle labbra cangianti e le iridi di legno. Ti osserva in silenzio aspettando che ti sbilanci, che mostri un fianco molle. E te ne stai lì, col sorriso di un automa perfetto ad inarcare il sopracciglio mentre racconti del tuo viaggio in Africa e lo sai, ti basterebbe allungarti per sfiorarle la mano. Ma esiti, sei sarcastico, ti aggiusti il colletto, aspetti, l'aria si fa frizzante e con lei gli uccellini. Quando il primo raggio di sole colpirà le tue guance lei se ne sarà andata da un pezzo. Porti le mani al viso e lì le lasci, come quando eri piccolo e ti facevano bubu settete. Allora non sapevi quanto ti sarebbe tornato utile quel giochino stronzo, ridacchiavi ignaro, ora lo sai e la chiami ‘mimetizzazione'.
Comunque ti serviva solo il bubu.
Ti alzi dal letto, continui a stupirti dello spazio libero inutilizzato. In bagno il tappetino della doccia è ridotto ad una spugna di muschio nerastro, lo spazzolino sembra la testa di una Barbie Punk, ma anche lo specchio è una vittima.
Così, sveglio e irritato, te la prendi col televisore che non funziona come dovrebbe, con la candeggina che non smacchia abbastanza, con i ritardi, con l'aumento di stipendio che non arriva, con la pioggia che batte sul vestito, con i boia travestiti da tassisti. Piccoli episodi di dolore quotidiano che ti permettono di aggirare il dolore vero, quello che fatichi a nominare.
Fastidio. Disagio. Angoscia. Desolazione. Nervosismo. Mal di stomaco. S'è fatto tardi. Insonnia. Lacrime di gioia.
Superato un certo punto si capisce di essere delicati e ci si difende come si può, qualunque cosa pur di non essere mai più ridicolo o infelice. Messo piede nel medioevo della tua vita, in cui ad ogni brivido consegue una piccolo cerotto, vorresti qualcuno accanto per potergli dire che vuoi stare solo. E ti ritrovi troppo spesso ad accarezzare il coltello in tasca, assecondando gli intarsi con l'indice, accarezzandone gli spigoli acuminati, saggiandone la potenza.
Qualcosa deve cambiare.
Muovi qualche passo per strada. Guardi Roma e le sue mura, tirate su per dividere persone diverse secondo il principio che è più probabile che queste differenze siano più minacce che stimoli, il riflesso di una grande, inconfessabile paura di esporsi. Intravedi, sotto i portici di Piazza Vittorio, nascosta tra uno sciame di teste corvine, l'insegna al neon rosa del Bar Collo. Squallido, lugubre, appiccicoso, ti attrae per un solo motivo: Luana. Finché continuerà a battere con quella foga i tasti della cassa, il Bar Collo avrà il suo cliente. Ma c'è Giorgio, una deprimente primadonna che, dall'alto del suo bancone, gorgheggia plausi sul caffè appena tostato, premiando i clienti assidui, offendendosi se ti limiti a sorridere all'ultima freddura sul Presidente. Certi questa la considerano famiglia, altri solo un incentivo per emigrare in Costarica.
- eccola qui la mia pecorella smarrita...
- ...buona solo per lo stufato.
- allora? il caffè, ti piace? nuova macinatura...sai Mirko, quello che mi porta il latte la mattina? beh, ha un affaruccio tra le mani...
- ma Luana?
- è andata via prima con Mirko.
- quello con un affaruccio tra le gambe?
- le mani...ma, non dirmi che non ne sai nulla! ogni mattina Mirko entra, posa le casse di latte sul pavimento, si avvicina alla cassa e le chiede di uscire. ogni mattina, da mesi ormai...
- ma lei non...
- il tempo l'ha lusingata e alla fine ha ceduto.
- ha ceduto!
- ha ceduto.
- uno cede quando deve andare dal dentista!
- non saprei, è allegra ultimamente.
- forse vuole solo essere salvata.
- sembra felice.
- non esageriamo. al massimo, può avere la colazione gratis ogni mattina.
- cos'hai contro i lattai?
Intorno abominevoli uomini dirigibile in pausa pranzo stanno attaccando il tavolo degli antipasti. Una montagna di dita tozze che scartano merendine, intingono wurstel in barattoli di senape, si tuffano in ciotole di patatine al formaggio. Li vedi cingere la vita alle loro colleghe, lasciargli addosso una patina di unto sui tailleurs, una scia di polverina alla paprika sulle cosce, poi stringere la mano ad altri dirigenti, affaristi, portaborse. Il cerchio della vita dei germi si chiude con lo starnuto più rumoroso registrato dall'Era Mesozoica.
- piuttosto, tu come te la passi?
- libero come una foglia secca.
- e la tua ex...come si chiamava?
- non mi va di parlarne. Nora.
- ma...
- si faceva chiamare col suo secondo nome, Luana.
- anche lei Luana? strano forte!
- se anche lei mi dimenticasse sarebbe strano.
- rimarrei qui a farmi violentare dal tuo ottimismo, ma...
- non voglio frenare la tua giornata.
- caffettino?
Gambe molli, occhi gonfi, testa pesante, respiro affannoso, riconosci i sintomi come un neo-medico sudaticcio: ti manca il tuo fedele compagno a quattro zampe, imbottito di piume e gommapiuma, con le cuciture in rilievo e i cuscini in broccato. Non puoi fare a meno di ripensare a DiPiùTv e alla programmazione notturna del primo canale.
Davanti l'uscita si crea una fila di persone ansiose di riprendere la propria giornata. Ingestione ed evacuazione. Si ammassano davanti la porta cercando di guadagnare quei trenta secondi che perderanno a spiegare il loro anticipo. I tacchi e le suole dei mocassini rullano contro il marmo dei pavimenti, risuonando con la cadenza di una samba da ultimo dell'anno a Tijuana. Piano di evacuazione. Un'azione degna di un'esercitazione dei vigili del fuoco, ma che ricorda troppo una marcia funebre per poter essere anche solo lontanamente godibile.
Potresti concentrarti sulle freddure di Giorgio, ma alle tue spalle lo speaker televisivo parla di un efferato omicidio avvenuto ieri notte in zona Monteverde, una nota di dolore in un quartiere tranquillo, aggiunge. E' il terzo negli ultimi mesi, si parla di un testimone oculare. Un brivido attraversa il tuo corpo e, quando supera il collo, le pupille sbocciano come fuochi d'artificio.
L'odore di vapore e disinfettante ti stringe lo stomaco mentre il gruppo di etiopi al bancone biascica discorsi come fossero troppo stanchi per sillabare. Alle loro spalle un vecchio pensa ad alta voce ragionamenti prebellici sull'abbattimento del debito del terzo mondo tramite testate nucleari. E' un turbinio di occhiate ferine. Ad ogni modo nessuno sembra abbastanza motivato e finché non vengono scomodate le madri non c'è motivo d'allarmarsi.
- la sai quella del prete e il bambino?
- non ora, Giorgio. dici che torna Luana?
- è che tutta la gente qui è solo di passaggio, devi impegnarti per trovare un modo per arrivare a loro senza fargli perdere tempo.
- prova con gli stranieri, se li confondi ti sorridono.
- non è un pic-nic essere un barista.
- si ma...
- di solito ripassa per le 7.
Esci dal bar frastornato, confuso, pigro. I due caffè non sono bastati, non bastano mai. Ordineresti una tazza di latte caldo e coca colombiana, senza troppe cerimonie e senza latte.
Fai il tuo ingresso tra i sampietrini pensando che in fondo Nora non avesse tutti i torti, la tua vita si morde la coda da quando se n'è andata. Incideresti il tuo disagio su un pezzo d'asfalto aspettando che arrivi il sole a scioglierlo, cosicché si confonda col resto dei marciapiedi e la gente possa ricominciare a calpestarlo. Ma la verità è che il peggior regalo che la scatola luminosa ti abbia mai fatto è stato il vittimismo, nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti.
Stringi in tasca il manico intarsiato che solo qualche ora prima ha sputato fuori la sua lama per compiacerti. Il sole sta scomparendo dietro i corpi di mille nuvoloni che si stracciano in cielo, un'attempata mamma sta spingendo con forza una carrozzina lungo le strisce pedonali, accanto una coppia parla fitto e ride. Se la tua vita somigliasse appena di più a un film di serie Z sapresti che manca poco al confortante epilogo di sangue e cervelli spappolati.
Quando torni al bar la situazione è mutata. Aghi trasparenti agganciano il cielo livido all'asfalto. Un odore penetrante di muschio e aghi di pino bagnati balla e si dimena nelle tue narici. La notte ha starnutito sulle strade, tutto intorno una scintillante nebbiolina dorata vibra sopra i sampietrini e i nasoni e i binari e le mura secolari e le gallerie e i palazzi coperti d'edera e le pompe di benzina.
L'anima di Roma è gialla.
Il bar è affollato. Sono tutti divertiti e stanchi. Ubriachi e spossati. Cominci a riconoscere dei volti. Guardando con attenzione noti almeno tre uomini che osservano, sconclusionati. Si lanciano delle rapide occhiate, da dietro le montature nere sussurrano qualcosa agli orologi da polso. Stanno agli angoli del locale, basso profilo e le tasche gonfie di cavi.
Volti la testa e la cerchi. Luana, senza il lattaio. Alza lo sguardo dalle ricevute, ti vede. Ti avvicini con lo sguardo risoluto. Sul suo volto si disegna un'ombra di sorriso. Rallenti. I vostri sguardi sono allacciati, sei ad un metro dal fotofinish, distogli lo sguardo, ficchi le mani in tasca e tiri avanti.
Esci, condensi un paio di respiri in nuvole, impugni il telefono, digiti il numero di Nora senza nemmeno pensarci: è rimasto un post-it attaccato alle fibre del tuo DNA con il suo numero e sotto la scritta "chiamami, scemo ". Primo di una lunga serie, gli altri ti sei permesso di dimenticarli.
Squilla. Pensi al suo telefono rosa metallizzato che vibra. Riattacchi. Serri le palpebre, inspiri. Ricomponi il numero. Stringi il pugno. Schiarisci la gola. Squilla. Ad interrompere l'ipnotico tempo sincopato c'è una voce maschile.
- pronto?
- ...e tu chi cazzo sei?
- Nora è sotto la doccia. tu devi essere...
Attacchi. Chiudi gli occhi. Massaggi la mascella. La richiamerai più in là, e risponderà un uomo. Starà sotto la doccia per sempre.
Un buco nero sta tentando d'inghiottirti dallo stomaco. Le mani tremano sotto gli incessanti tonfi del cuore contro il costato. Sulla palpebra un diavolo d'un tic che non sapevi di avere. Un sottofondo blues scalda il vicolo di un caseggiato, il cielo sopra di te è una spugna grigiastra che trasuda chiodi di ghiaccio. Come in un abisso di cemento, i palazzi intorno si macchiano di lampeggianti blu, dietro di te le sirene accompagnate dallo stridio di copertoni. Gli omini in divisa nascosti dietro le portiere urlano qualcosa a distanza di sicurezza, stringono la cintura, raddrizzano i berretti, slacciano la fondina, gonfiano il petto, puntano le pistole, ce l'hanno con te.
Cominci a contare le cose che sono andate male, la pianti di respirare e inizi ad aspettare.
Allacci il tuo sorriso migliore, raddrizzi la schiena, incastri una sigaretta tra le labbra e ti sforzi di ricordare a che ora davano quel film indipendente sul primo canale. La critica gli dava cinque stelline.



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