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lavoro pubblicato mercoledì 10 luglio 2013
ultima lettura martedì 13 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Voler bene.

di amensa. Letto 888 volte. Dallo scaffale Pensieri

Quante volte ci siamo soffermati sul significato di queste due semplici parole ? quante volte le abbiamo pronunciate, senza renderci bene conto del loro significato ?

Nel mio instancabile peregrinare nei meandri della mia mente, mi sono accorto di quanto a volte, il mio pensiero si discosti dalla “morale comune” o dal “pensiero dominante”, come se , queste due entità fossero chiaramente definite come il significato delle parole è espresso su un dizionario.

E me ne sono accorto, perché, succede, che quando esprimo certi miei pensieri, l’interlocutore resta un po’ interdetto, quasi allibito, ed io cominci a sentirmi un alieno.

Poi, immediatamente, mi domando se l’alieno sia io oppure lui, ma qui cominciamo l’analisi vera e propria.

L’argomento che vorrei trattare ora, esprimendo una mia convinzione e cercando di condividerla, affrontando anche eventuali discussioni, è cosa significhi per me “voler bene” a qualcuno.

È un concetto che si discosta dall’essere “affezionati” perché quest’ultimo può essere affetto da moltissime deviazioni, e concause, inoltre può essere applicato anche a cose, mentre il “voler bene” può essere diretto solo a persone o animali dai quali si riscontri analoga capacità.

L’analisi inizia con la definizione di soggetto e oggetto.

Solo nel caso di “voler bene a se stessi” soggetto e oggetto si identificano, ma attenzione, in ruoli e a livelli diversi, pur trattandosi sempre dello stesso individuo.

Il soggetto è colui che compie l’azione, che la promuove, e che la definisce, e qui la prima domanda.

Sulla base di cosa la definisce su quanto è propedeutico a se stesso o quanto è propedeutico all’oggetto ?

Già qui compare il paradosso del “fai agli altri quanto vorresti fosse fatto a te” ….. lo immaginate questo comandamento dettato ad un masochista ? Ecco che allora questo comandamento andrebbe modificato in “fai agli altri quello che LORO desiderano gli venga fatto”, che sottintende una analisi del destinatario, sicuramente meno imperativa, e che considera il valore dell’opinione altrui almeno alla stregua del proprio, ma accetta anche che il proprio sentire non sia assoluto, non abbia un valore imprescindibilmente oggettivo, ma tenga conto della soggettività, della relatività di ogni sentire.

Mi raccomando che qui sto facendo considerazioni filosofiche, non legali. Quelle legali devono per forza di cose essere definite,magari sulla base di un “comune sentire” assunto come oggettivo e quindi preso a riferimento.

L’oggetto, il destinatario di questa azione, dovrebbe essere l’entità che definisce la bontà dell’azione stessa, la sua rispondenza al prerequisito, che era quello di fare cosa positiva, diciamo pro-sopravvivenza, del destinatario.

Ma qui si sviluppa il ragionamento.

Siamo sicuri di conoscere quanto il destinatario reputi positivo ? quanto desideri ?

Ecco allora che il tutto ha ancora come prerequisito la conoscenza del destinatario stesso, raggiungibile solo con il confronto, il colloquio, la comunicazione.

Solo allora avremo la possibilità almeno di sapere, non ancora aver definito se a noi è possibile realizzare, cosa per l’altro sia il “bene”.

E quindi, dopo averlo compreso, sapere se siamo disposti a volerlo, e a offrirlo.

Non è una banalità questa, se solo pensate a quante volte il “voler bene” è inteso in senso proprietario, nel senso di privilegiare innanzitutto le proprie esigenze e desideri, ed attribuirle per comodità , all’altro.

Se io voglio bene alla persona con cui condivido il mio tempo, e questa si prende una cotta, una sbandata, per un altro, sarò contento della SUA raggiunta felicità, del suo ritrovato appagamento, o mi sentirò defraudato da un mio diritto di prelazione su di lui ?

Sembra paradossale, ma un autentico “voler bene” dovrebbe essere innanzitutto rivolto al SUO bene, e non al proprio.

Ecco perché apprendere a “voler bene a se stessi” implica, senza coinvolgere altri esseri viventi, l’apprendimento di quanto queste due semplici parole, vogliano dire.

E “voler bene” nel vero senso di tali parole, non è un atto di generosità verso l’altro, ma di egoistica realizzazione del proprio ambiente ottimale.

Avere vicino una persona che, con ricatti morali, o peggio, sensi di colpa, si senta “costretta” a negare le proprie spinte, i propri sentimenti, la propria libertà di esprimersi, lo ritenete positivo o negativo ?

Io lo trovo assolutamente negativo ….. io voglio attorno a me solo persone o esseri viventi, che scelgano liberamente di starmi vicino, che riscoprano ogni santo giorno il piacere di scambiare con me affetto, pensieri, e ogni aspetto della vita.

E questa è la ragione per cui detesto ogni costrizione esterna che limiti tale scelta, promesse ( a tempo indeterminato), matrimonio, ecc…..

Escludo solo quei rapporti che, frutto di mia decisione, comportino per loro natura, una dipendenza, un confronto dispari , come quello tra padre e figlio, nel quale il primo ha una responsabilità oggettiva nei confronti del secondo.

In tutti gli altri rapporti, quelli paritetici, io do come significato al “voler bene” quanto sopra descritto, e cioè desiderare e perseguire il “bene” dell’altro, a prescindere dal proprio interesse.



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