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lavoro pubblicato venerdì 21 giugno 2013
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il Sublime Vagabondo

di Eremes. Letto 506 volte. Dallo scaffale Viaggi

La storia del dottor Lefevbre   Ci sono posti in cui si beve, altri in cui ci si rifugia. Altri ancora in cui si capita come sugheri spinti dalla risacca senza potersene allontanare. Battigie che sembrano essere state create apposta per accogliere...

La storia del dottor Lefevbre

Ci sono posti in cui si beve, altri in cui ci si rifugia. Altri ancora in cui si capita come sugheri spinti dalla risacca senza potersene allontanare. Battigie che sembrano essere state create apposta per accogliere al meglio ogni turacciolo vago. Ce ne sono per assassini, per ricchi, per vagabondi, per esistenzialisti e per filosofi. Ce n’è sempre una più buia, povera, polverosa, unta, calda, accogliente. Perché nessuno si senta a disagio, per quanto in basso la vita lo stia trascinando.

Il mondo è come una tavola da biliardo dove noi percorriamo, biglie impazzite, le nostre traiettorie. Nella penombra crescente, su un tavolo di legno, fra le mosche e l’odore vecchio di fumo e birra, quella biglia dal naso gonfio e rosso e gli occhi bellissimi, raccontò ad André la sua traiettoria.

Si erano incontrati da poco, ma avevano sviluppato un legame immediato. André, piccolo fallito, piccolo ladro senza refurtiva, piccolo e solo, osservava rapito quell’uomo imponente e vi vedeva lo specchio della propria nullità. Il dottor Lefebvre ispirava la fiducia di un coltello, sembrava aver visto e vissuto abbastanza da non temere nulla. Eppure lo aveva gratificato di un’attenzione premurosa e genuina. Gli aveva offerto da bere e l’aveva aspettato il giorno dopo per offrirgliene dell’altro. Gli aveva raccontato di un viaggio dal quale era a stento tornato.

Adagiato contro lo schienale di una sedia troppo piccola che gemeva ad ogni suo movimento, gli occhi socchiusi, il bicchiere di Pastis in equilibrio tra le dita, il dottor Lefebvre aveva iniziato:

"Fu molti anni fa... ricordo il giorno in cui Marcine, primario dell’ospedale d’Arcy, venne da me:

'Dottor Lefebvre, dovrei parlarle un istante. Domenica prossima il reverendo Orazio Krassen parteciperà alla funzione in chiesa su invito del sindaco...'

'Krassen? Il famoso esploratore? Lo interruppi 'Il sublime vagabondo, come lui stesso ama definirsi.'

'Si, è di passaggio nella nostra comunità per perorare una grande causa di cui si fatto paladino. Sta organizzando una spedizione per liberare due ufficiali francesi ingiustamente imprigionati dall’Emiro Nasrullah a Bukhara. Krassen conta di utilizzare la fama di cui gode per impressionare l’Emiro e ottenere quanto la diplomazia finora non è riuscita ad ottenere.'

'Ho letto delle imprese del reverendo, ma in tutta onestà non ne ho tratto una favorevole impressione: un ciarlatano, a mio avviso, con l’indiscutibile merito di sapere abbindolare la stampa, i mecenati e il popolino.'

'Il vostro sfogo mi imbarazza, dottor Lefebvre, poiché in realtà ero qui per chiedervi di accompagnarlo.'

Risi di cuore, 'Accompagnare Krassen a Bukhara? Ma siete pazzo? E che ne sarà del mio lavoro qui all’ospedale, perché io, perché...?'

'Per tre motivi dottore. Il primo è che Krassen in persona ci ha chiesto di voi. Sembra che abbia letto un vostro scritto con occhio assai benevolo, reputa le vostre conoscenze sull’ipotermia utili alla spedizione. Secondo, perché l’ospedale trarrà un certo beneficio dall’eco di quest’avventura e terzo perché...' qui la voce si fece gelida 'La vostra partenza sarebbe quanto mai opportuna per mettere a tacere certe voci insistenti sulla morte di alcuni pazienti del vostro reparto.'

Una sporca calunnia, caro André, certo voi mi crederete nevvero?" e all’uomo che annuiva vigorosamente, il dottor Lefebvre versava premurosamente da bere.

Orazio Krassen

Il mormorio percorse la folla in chiesa come una folata di vento sulle spighe. Un darsi di gomito, un ciuciottare, uno strabuzzare gli occhi per vedere senza voltarsi.

Anche la chiesa ha i suoi ospiti. Oggi, in occasione della benedizione dei restauri appena terminati che, come ogni opera umana, vanno benedetti, assieme alle navi, alle scuole, ai morti e ai cannoni, avrebbe parlato il pastore Krassen, invitato scomodo, ma d’onore.

E il reverendo Krassen, su cui aleggiava più fama che santità, parlò. Non della cappella, non di opere e peccati, ma di terre lontane che lui solo aveva visto, che lui solo conosceva.

"Popolo di fedeli e infedeli, che il Signore ha usato per compiere la sua opera. Popolo di queste e di tutte le terre, la mia scricchiolante carcassa potrebbe ben cedere il passo all’arroganza della gioventù e godersi il meritato riposo.

Ho viaggiato dove nessuno aveva osato addentrarsi, nessuno aveva osato immaginare di addentrarsi. Ho portato la parola di Dio là dove Dio, forse occupato o forse distratto," un mormorio e un brivido lungo le pie spine dorsali, "Non si era ancora avventurato.

Oggi, silenzioso ospite di questa vostra chiesa, potrei accontentarmi di pecorelle più domestiche da condurre al Suo gregge. Potrei lasciare che i ricordi riempiano le mie stanze come un profumo d’oriente, passare il resto dei miei giorni a ringraziare il Signore per quanto mi ha concesso. Ma no!" soprassalto multiplo dei fedeli "Questo paese di inetti si lascia offendere e sopraffare dagli atei e dagli eretici. Supino parlotta, discute, convoca e rinuncia. Ed io, Matteo Orazio Krassen, ancora una volta, inevitabilmente, metto la mia umile esperienza al servizio della croce, del paese, che dico! della vita stessa!"

La congregazione ammutolita si sentiva partecipe di un grande evento.

"Voi avete certo udito di quei due nostri compatrioti, scomparsi in un lontano paese, non si sa se vivi o se morti. Le nostre autorità non osano intervenire, mani e piedi legati dai mille lacci della politica. Ho offerto allora di andarci di persona. Parlerò con l’Emiro e dovessi rimetterci la vita riporterò in patria quei giovani valorosi. Un nobile personaggio di cui leggerete domani sul giornale l’inclito nome, finanzierà la spedizione. Finché io sarò vivo essi non saranno dimenticati.

Perché vi racconto tutto questo? Perché tra voi siede un eroe. Il dottor Marcel Lefebvre ha accettato di accompagnarmi in questo periglioso viaggio. Le sue conoscenze mediche ci saranno preziose. Voglia Dio che egli sia restituito al vostro affetto carico d’onore per questa gloriosa impresa.'

Io sedevo di fatto tra i banchi. Distratto, sfogliavo un messale. La gente si volse verso di me con lo sguardo carico di gratitudine e pietà.

Partii con Orazio Krassen per Bukhara.

Orazio Krassen, un uomo straordinario lo si sarebbe detto. Di volta in volta quacchero, metodista, protestante ed ebreo. Allo stesso tempo un devoto cristiano. Aveva abbracciato il Papa invece di inchinarsi, contraddetto il Patriarca di Antioco, celebrato in una chiesa sconsacrata, dormito sopra un altare. Aveva sposato una pia nobildonna, cui insegnò a cavalcare un dromedario - ma con le staffe, almeno - pregò lei. Fu amico di copti, giacobiti, caldei e armeni. Prigioniero di Beduini, Curdi, Turcomanni e Azeri. Fu trascinato per il deserto del Khorassan legato alla coda di un cavallo e abbandonato nudo su una roccia tra le nevi dell’Hindu Kush. Fece naufragio nel Mar Nero, si ammalò di colera a Iderabad, scampò per miracolo al terremoto di Aleppo. Un rozzo che non offendeva i prìncipi, un lussurioso che poteva rinunciare al cibo e dormire sui sassi. Mancino, grasso, gli occhi azzurri, lo sguardo allucinato, la voce stentorea che nei momenti di eccitazione saliva in falsetto. Le mani pesanti e sgraziate dalle dita stoppe, con cui sapeva sfogliare libri delicati come forme di cenere.

E tutto: il cavallo che l’aveva trascinato e il colera e il dolore e l’ansia, erano già parte del suo passato. Per lui erano ricordi, per gli altri memorie buttate per far posto a nuovi fatti. La gente sapeva che quell’uomo era stato per il mondo, se ne parlava sui bicchieri di anice e qualche volta a tavole più raffinate per intrattenere gli ospiti venuti da Parigi.

Come tante altre vite immense che ne contengono cento delle nostre, anche questa avrebbe potuto risolversi così, lentamente, se non fosse stato per due ufficiali, una lettera e alcuni altri fatti, come colpi di coda di un destino addormentato.

Krassen scrisse una lettera alla Gazzetta dichiarando che solo lui avrebbe potuto liberarli, che gli dessero i mezzi e Orazio Krassen avrebbe fatto quanto nessun altro avrebbe osato: seimila miglia attraverso la barbarie e il deserto. Per riportarli in patria.

Partì sull’Iberia da Cherbourg, senza lacrime e abbracci. La moglie Georgiana e suo figlio erano statue di sale immobili tra la folla. Nobili volti, scrigni che racchiudevano il segreto di ogni sentimento ed emozione. Krassen portava dodici bibbie ebree e il libro delle preghiere per gli Ebrei di Bukhara, Khiva, Samarcanda, Balk e Kholand, offerte dalla Società per il promovimento della cristianità presso gli Ebrei. Trentasei orologi d’argento per il grande Mullah di Bukhara, i Kan di Khiva, Shar Sabz e Koland.

Trentasei copie del Robinson Crusoe, tradotto in arabo dal Signor Schlienz di Algeri.

Passando il Capo Finisterre, predicò ai passeggeri di prima classe e agli ufficiali, perché questo era il suo compito. Nel beccheggio parlava ad occhi chiusi per vedere meglio la verità. Sfilavano innanzi ai suoi occhi i volti degli abitanti di ogni terra che aveva visitata. Volti spenti e barbari, su cui aleggiava l’ombra dell’ignoranza. Cristo si farà uomo per la seconda venuta, poiché i pagani non hanno ancora raccolto la sua meravigliosa eredità ed Egli non possiede gli angoli remoti della terra.

Iniziò il suo sermone passando Capo Finisterre e lo concluse ai piedi delle rocce di Gibilterra. Iniziò il secondo sermone sotto le rocce di Gibilterra e lo concluse a Tunisi. Iniziò il terzo sermone a Tunisi e lo terminò al Pireo.

Partii anch’io sull’Iberia da Cherbourg, io, dottor Marcel Lefebvre. Krassen si sbracciava in una pantomima tra l’eroico partente e il messia conquistatore. Mi accasciai ben presto in cabina in preda alla peggiore nausea. Krassen percorreva la coperta a grandi passi a capo scoperto, proclamando la salvezza degli ebrei ed altre facezie del genere. Si faceva gettare addosso ogni mattina secchi di acqua gelida e dormiva sul ponte legato ad una sedia.

La sua voce sovrastava ogni fragore di onde. La sua voce era la compagna costante di ogni nostra attività. Pranzavamo alla luce della sua predica ispirata, ci addormentavamo sulle note dei salmi cantati al vento, ci svegliavamo con il borbottio delle sue letture. Gli ufficiali giocavano a carte, nascondendosi come ragazzi, le donne con il capo velato di nero, si facevano il segno della croce e davano di gomito ai mariti perché si togliessero il cappello.

Alcune penitenti più anziane, infervorate dai suoi occhi e dall’energia animale che emanava, si intrattenevano con lui per ore nel salone di prima classe in dotte disquisizioni teologiche.

Strano viaggio. Vedevo con gli occhi della mente la nostra nave come una fiaccola luccicante di fede che attraversava sconfinati mari di pece. Strano viaggio. Passavo le giornate in cabina, bevendo qualsiasi cosa contenesse una percentuale ragionevole di alcool.

Il 19 ottobre passammo Cadice, il 20 Gibilterra, il 24 Tunisi, il 26 Malta. Il 29 giungemmo al Pireo. Accompagnai Krassen che proclamò dall’Acropoli il capitolo XVII degli Atti degli Apostoli. Fui presentato al re e alla sua splendida moglie. Mi inchinai a baciare l’anello del vescovo Atanasio, presidente del Sinodo.

Salpammo per Costantinopoli dove restammo per tre settimane. Lasciai Krassen e il resto della compagnia, fuggii dalla sua voce stentorea e dai suoi occhi inquisitori per rifugiarmi nel ventre di quella porta dell’Asia. Le case di legno abbarbicate sulle colline, i sukh odoranti di spezie, il vociare incomprensibile di una moltitudine di visi barbuti e tuniche bianche. Un mondo di storpi, ammalati, lebbrosi, deformi, piagati, passava dinnanzi ai miei occhi di medico. L’odore dello sterco animale si mischiava con quello umano, una città putrefatta, tanfo di ogni vizio, eppure brulicante di energia. Vita, assetata di vita. Vita animale, selvaggia, pagana, ai piedi di mosaici sgargianti, marmi traforati come se li avessero tessuti filo su filo di pietra, colonne di porfido, minareti esili come cipressi.

Non ho vissuto, mi ripetevo inebetito, in tutti questi anni, non ho vissuto. I mie sensi sopraffatti, mi negavano ogni piacere. Volevo fuggire eppure volevo restarvi per sempre. Mi lasciavo scivolare con le spalle contro un muro, intabarrato in un kaftano, mi accucciavo come un mendicante mentre quella fiumana di stimoli impossibili mi scorreva dinnanzi. Alla sera raggiungevo gli altri, gettandomi in un sonno agitato di incubi.

Lasciammo Costantinopoli con un vapore della marina inglese e giungemmo il 1. dicembre a Trebisonda. Iniziava il nostro cammino attraverso l’ignoto. Partimmo a cavallo per Erzurum attraverso le montagne dell’Anatolia. Krassen, un servo, il tataro del Pasha di Trebisonda e una guida turca. La strada si inerpicava sui monti per sentieri a precipizio, larghi quanto la schiena del cavallo. Marciavamo tenendo le bestie per il morso, scardinando pietre ad ogni passo. Nevicava, il freddo era pungente, in certi punti si sprofondava fino al collo nella neve accumulata dal vento. Per lunghi tratti il servo e il turco dovevano reggere Krassen o caricarselo in spalla. L’undicesimo giorno perdemmo un cavallo, assieme a buona parte delle bibbie e agli altri strumenti di Krassen. Il ventesimo giorno il turco si ruppe una gamba cadendo in un canalone. Lo legammo ad un cavallo, sentimmo per tutto il giorno il suo rantolo sommesso come una nenia sul rumore cadenzato dei nostri passi. Morì il giorno dopo, ma ce ne accorgemmo solo a sera. Nessuno aveva la forza di pensare ad altro che a sé stesso. Non c’era in noi alcuna pietà umana, solo una disperata, terrorizzata stanchezza. Persino Krassen taceva da giorni. Si volse a guardare il cadavere incrostato di ghiaccio, mormorò qualcosa a fil di bocca e proseguì.

'Io, Orazio Krassen ho attraversato questi passi innevati in dicembre. Una forza sovrumana mi spinge innanzi. Non i miei muscoli, ma il fuoco della mano divina. Arde in me l’energia di chi fa cosa giusta. Mi sorregge la mano di Chi solo sa premiare i giusti. I miei compagni arrancano, sorretti dal mio esempio. Anime imbelli, cedono, nonostante, di scoramento ad ogni passo. Di notte mentre loro dormono scrivo nella mia mente il resoconto di questa nobile avventura. Prego e penso a Giorgiana e a mio figlio, al giorno in cui li rivedrò, commossi, e regalerò loro il mio successo.

Porto cucita addosso, cucita dalle mani delicate di lady Canning, la lettera di introduzione vergata personalmente dallo Shah per tutti i Kans, Emiri e Mullahs dell’Asia centrale. Ah, le mani di Lady Canning, le dita vibranti come antenne di farfalla, la pelle, l’inesprimibile morbidezza di quella pelle, sulla mia guancia per imprimervi parole di raccomandazione, per accompagnare l’anelito di un cuore troppo puro per rivelarsi. Se questo deserto di neve fosse il suo corpo, io mi farei vento per accarezzarlo, montagna per ferirlo, urlo primordiale per possederlo.

In fondo alla gola bianca giacciono sparse dalla caduta dodici bibbie, sbattono le pagine al vento come uccelli feriti. Lui ha permesso la loro perdita. Per quale disegno, per quale indifferenza? Se Dio mi abbandonasse, morirei senza saperlo, continuando ad invocarlo. Se fossi già condannato, dovrei continuare a lottare invano contro la peggiore illusione. Questo è il comportamento recidivo che ci condanna: ogni atto di fede è al contempo un atto di presunzione: pensare che Dio ci assiste, vuole dire sentirsi degni di tale assistenza. Io non so più ora cosa mi sorregge, forse solo il ricordo di una carezza, magari una carezza distratta, involontaria.'

Lawrence Mannnig, ufficiale britannico in Persia, aveva cercato di avvisarmi:

'Signor Lefebvre, voglio essere franco. I due ufficiali sono senz’altro morti da tempo. Questo viaggio del Signor Krassen è una follia. Non mi preoccupa solo la vita del reverendo. Ci sono in gioco poste più alte. Equilibri politici, capisce?"

"No."

"Lo sceicco Nesrullah è un sanguinario imprevedibile. Krassen ha avuto l’appoggio dello Scià qui a Teheran. Se dovesse succedere qualcosa a Krassen, potrebbero esserci gravi complicazioni tra i due paesi, in cui noi saremmo comunque coinvolti. La situazione è tesa ai confini. Il pretesto sarebbe fatale."

"Il governo inglese ha dato il massimo appoggio alla spedizione."

- Appunto, signor Lefebvre appunto. Ma non voglio tediarla oltre. So che Krassen è irremovibile. Il vostro arrivo a Teheran è già un’impresa notevole."

"Avete notizie dei due ufficiali?"

"Siamo certi che siano stati uccisi."

"Ne avete parlato con Krassen?"

"A che serve? Lui ormai deve continuare. Ne va del suo onore. Se rinunciasse adesso, i suoi critici lo farebbero a pezzi. Io credo che Krassen conosca benissimo l’inutilità di questo viaggio, ma non sarà questo a fermarlo. Vi aspetta ancora un lungo tratto di deserto, attraverso l’Oxus, due settimane a dorso di cammello, poco cibo e poca acqua. E’ mai stato nel deserto? Non c’è ombra nel deserto, neanche sotto la pancia del cammello. E’ mai stato su un cammello, signor Lefebvre?'

Risposi di sì, risposi che non avrei lasciato Il reverendo, che avevo un compito da portare a termine, qualcosa sul mio impegno di medico, qualcosa...

Risposi di sì a quell’ufficialetto arrogante, mentre le mie mani tremavano.

Risposi di sì e attraversai il deserto, abbarbicato su quell’immonda bestia puzzolente, a cavalcioni di quella groppa come sopra un sacco pieno di vipere.

Il deserto. Onde di un mare immobile su cui navigare ondeggiando, croste di terra riarsa mutate di ora in ora dal vento. Ci avevano dato coperte di pelli mal conciate dall’odore dolciastro di montone contro il freddo pungente della notte e cassoc di lana per il giorno.

Viaggio senza coscienza, senza ricordi, solo il movimento uguale, atavico di quel dorso. Orecchie intorpidite dal sibilo del vento e dallo sferragliare dei campanacci, occhi accecati, bocca asciutta, mente inebetita da quel moto interminabile. Nulla su cui appoggiare lo sguardo, nulla da sognare come meta, come tappa, come pausa. Sonno abbrutito, senza sogni, raggomitolati come feti per difendersi dalla sola idea di doversi svegliare. Io non esisto, non ho più braccia e gambe, collo e reni, non ho occhi e sensi, io sono un tessuto immenso, drappeggiato sulla schiena selvaggia di queste dune. Sto cavalcando il deserto stesso.

Morti. I due ufficiali sono morti. Morti, i due ufficiali sono morti. Morti. Morti. Morte, strana parola, senza eco. Tutto così lontano, vago, indecifrabile. Perché sono partito? Chi è partito quel giorno da Cherbourg, mille anni fa? Quale pupa di orrendo insetto ora si schiude lentamente, ad ogni colpo del destino, ad ogni sferzata di dolore? Le ali, signor Lefebvre, hai messo le ali. Qui solo, dove la natura non ha perso ancora una battaglia contro l’appiattimento, la banalità che l’uomo impone ai propri territori conquistati, qui solo io posso volare. Qui sento il mio sangue pulsare all’unisono con l’energia selvaggia. Qui devo essere. Per essere.

Pure, un così debole corpo cerca di sbattere queste ali. Quale fragilità mi viene ad ogni passo rinfacciata. Sono stanco. Vivo e stanco. Mi è indifferente il destino di qualsiasi ufficiale trucidato. Chi abita questi luoghi li possiede. Cosa andiamo cercando tra questi visi fatti di sabbia, tra queste menti che sentono il vibrare del mondo e lo comprendono. Tra popoli nati per osservare questi orizzonti senza temerli.

Ho viaggiato molto, sempre con il rimpianto di non avere mai veramente capito quello che vedevo. Mille vite, mille vite dovevano concedermi, ognuna per comprendere un frammento infimo di una realtà ineffabile. Domani entreremo a Bukhara, portando il retaggio della nostra civiltà lontana. Eppure entreremo a Bukhara a dorso di cammello avvolti nei loro tessuti di lana, non su un agile calesse francese, in redingote. Bukhara ci ha già vinto.'

Bukhara stringe come un nodo le grandi vie dell’Asia. L’Emiro Nasrullah stringe Bukara, con dita di terrore e catene d’oro. La barba fluente sul ventre immenso, gli anelli alle dita, gli occhi fermi come il silenzio.

Arriviamo infine. Ventimila persone ci accolgono. Krassen entra da re in città, il libro nero alto nella mano destra, la sciarpa rossa a tracolla, il suo cappello di seta da grande Derviscio dell’Europa e delle Americhe. Ventimila Uzbeki, Kazaki, Afgani, Kirghizi fanno ala al suo passaggio. Tatari scesi dalle steppe russe, Sindi giunti dall’India, Tungani dalla Cina lo acclamano lungo la via delle carovane attraverso la grande porta di Bukhara. Entra protetto dal libro di Mosè, la spada del Califfo di Merv, la parola dello Scià di Persia.

Arriviamo alle oasi, Krassen davanti, parato a festa, benedice la folla inneggiante. Io, il tataro e il servo dietro a rispettosa distanza. La notizia del nostro arrivo ci ha preceduto. L’Emiro ci accoglie con diffidenza e insofferenza. Krassen lo saluta lisciandosi la barba. Tre volte come è d’uso. Trenta altre volte per non dispiacergli.

È stato tutto inutile. Gli ufficiali sono stati uccisi.

Lo sceicco ha fatto entrare il boia che li ha decapitati affinché ne guardassimo bene le mani, ne reggessimo lo sguardo. Ci interroga a più riprese, in momenti inaspettati. Vuole sapere di quali appoggi godiamo. Vuole sapere perché in Francia non ci sono cammelli. Perché i nomi dei ministri non sono gli stessi citati dai due ufficiali. Bisogna spiegargli cosa è un treno, quanti farsek all’ora può percorrere una nave, come funziona un governo. E il tutto senza sembrare troppo stupidi o troppo utili.

'Straordinario!' esclamava 'Ho duecentomila schiavi persiani che nessuno reclama, e per due ufficiali un uomo percorre mezza terra a piedi! o è stolto o troppo furbo.'

Krassen è in preda alla disperazione. Si aggira - per quanto lo lascino aggirarsi - depresso e taciturno. Siamo sempre accompagnati da ufficiali armati che ridono, ammiccando tra di loro, al nostro sgomento. Il tataro è scomparso e anche il servo. Stanno stringendo lentamente il cappio.

'Signo Lefebvre," mi dice Krassen di sbieco, "Come è strano questo cancro verdastro in mezzo al deserto. Acqua! e la stessa sabbia sterile che quasi ci ha ucciso, qui germoglia!"

"Signor Krassen, domani uscirò dal palazzo. Mi hanno chiesto di curare della gente, in città, si è sparsa la voce che sono medico..."

"Spero che lo leggano il Robinson Crusoe che ho portato."

"Dobbiamo andarcene."

"Lei è fortunato, vedrà da vicino le donne di Bukhara, dicono che sono bellissime. Non vorrà più andarsene."

"Gli ufficiali sono morti, se decidesse di partire non oseranno fermarla. Con l’appoggio che Teheran le ha promesso..."

"Perché non ci sono cammelli in Francia, Signor Lefebvre? Non è una domanda stupida in fondo? Perchè? Abbiamo dunque inventato la locomotiva e la luce elettrica per il fatto che non c’è il deserto e la natura ci è benevola? se ne deduce che per creare una civiltà bisogna avere la pancia piena. Bisogna essere molli, deboli, oziosi."

"Da domani non la vedrò più Signor Krassen, non conoscerò la sua sorte, come non immagino la mia.. Cercherò di restare in contatto..."

"Domani uscirò anch’io a predicare. Ha visto quel podio al mercato, quando siamo arrivati? inizierò in quel luogo la mia opera. Quando sarà compiuta torneremo in patria, e lei potrà raccontare ai suoi meravigliati pazienti di aver visto Orazio Krassen parlare di Dio a 150’000 Turcomanni. Lei c’era, signor Lefebvre. Lei c’era! L’Emiro è partito per le frontiere del nord con mezzo esercito, dovremo aspettare che ritorni. Poi torneremo in patria.

Signor Lefebvre, non maledica la sorte, io l’ho raccolta in uno acquitrino e le ho dato il mare. Lei ha vissuto. Ha sentito per la prima volta il sangue scorrere nelle sue vene, ha sentito l’odore della paura e la felice spossatezza della salvezza. Si può vivere di ricordi a patto che siano ricordi di eccitamento, tensione, frenesia. Può godere un pasto solo dopo il digiuno, un letto se ha dormito sui sassi, la pioggia se ha attraversato il deserto. Lei mi maledirà fino al giorno del suo ritorno, poi mi chiederà in ginocchio di partire ancora. Lo so, io ho patito l’inverosimile altre volte, ho sentito l’alito della morte vicina, ho maledetto la mia carne per le sofferenze che ha inflitto alla mia anima, pure... Abbiamo una sola vita, peraltro breve, qualunque premio o castigo ci aspetti, la vita è questa. Come può viverla in giorni sgranati come un rosario, indistinguibili nella memoria?"

Non vidi più Krassen dopo quel giorno. L’Emiro tornò sconfitto dalla sua campagna militare. Teheran inviò un ultimatum. L’Emiro non poteva permettersi un'ulteriore tensione ai confini. Ma Krassen era già morto. Uno spiacevole incidente. Un mussulmano che non aveva apprezzato il suo fervore cristiano, sembra.

Da par mio, avevo dato fondo a tutte le mie conoscenze mediche e a tutta la mia riserva di buona sorte guarendo alcuni casi impossibili. Ma non fu questo a salvarmi, piuttosto la convenienza politica. Fui rimandato sotto scorta a Teheran. La Francia, il mondo che avevano trepidato per il sublime vagabondo, scrollarono il capo per la fine inevitabile e annunciata. Dimenticarono.

Non sono più ritornato da quel viaggio. Si è rotto qualcosa dentro. Devo cercare i pezzi, mi sono detto, e solo dopo potrò tornare. Avrei potuto tornare a Parigi da eroe, beandomi di gloria, ma c’era in me il senso di colpa del sopravvissuto. Ritornai quindi in incognito. brancolando nel buio e nella confusione. Si era impadronita di me un’ansia, un desiderio di fermare la gente per strada e urlare: non potete capire! non potete capire quello che ho visto, quello che ho provato, strappatemeli questi ricordi, cancellate queste immagini vivide che vedo appena abbasso le palpebre. Ridatemi la mia tiepida ignoranza, la mia serena, spenta ignoranza.

Passavo le mie giornate a un tavolo in fondo ad una bettola, ruttando anice, guardando nel vuoto. Infine vi ho incontrato, André, e per la prima volta ho raccontato la mia storia."

"Invidio la vostra vita, signor Lefebvre. Quello che siete riuscito ad infilarci dentro." disse André Merrimer in un modo sensibile che non gli era usuale. Il Pastis sembrava avere sbucciato la ruggine e messo a nudo un nucleo antico ancora umano.

"Invidio la vostra, André. Senza l’angoscia, l’ansia di doverlo riempire questo otre, per poi trovarlo sempre vuoto."

André aveva quasi voglia di piangere, ma non ricordava come farlo, per cui parlava dentro la gola come se gli si stringesse.

"Mio padre faceva oggetti bellissimi. Era ebanista. Aveva lavorato per ricchi e nobili. Gioielli, veri gioielli d'ebano e palissandro. Un giorno è morto. Non mi ha lasciato niente. Neanche un mestiere. E’ morto come uno che scappa. Davvero. Non è semplicemente morto: che ne so, uno si ammala o invecchia, saluta e scivola via, lasciandoti i ricordi, un po’ di soldi, una casa. Mio padre era lì che lavorava, tutti che dicevano come è bravo, e M. Guillame, il proprietario delle fabbriche Guillame, che ci viene a trovare a Natale e porta dei regali per il piccolo André, che sono io, mio padre che sorride e mi costruisce il più bel cavallo a dondolo che abbiate mai visto,e un giorno mi torna a casa e muore. Così.

Vacca, vacca, neanche un mestiere avevo. Mi sono detto, se a fare l’ebanista si crepa così, meglio cambiare.

Volete sapere cosa mi ha riservato il destino? lo volete sapere? Che mi sono ammazzato per cinquant’anni, ho fatto di tutto e mai qualcosa che funzionasse. Mai. E adesso, adesso che sono alla fine, che dio sa quanto vivrò ancora, adesso scopro che qualcosa mio padre me l’aveva lasciata. Una fornitissima cartelletta tutta rotta con dei disegni e una lettera. Una lettera di M. Guillame.

Grazie, un altro goccio. Beva, beva caro Lefebvre che la vita è un barzelletta. Ci sarebbe da ridere. Grazie, alla salute."

André parlava, perché voleva avercela anche lui una storia da raccontare. Per non sentirsi ancora una volta qualcuno che la vita l'aveva guardata passare senza chiamarla.

"Lei non lo sa, forse, ma Guillame era ricchissimo ma quando è morto mancavano all'appello migliaia di franchi. Gli eredi sono impazziti, ma niente!

Ora Guillame era cliente di mio padre, gli ha fatto costruire quasi tutti i mobili della villa di Montmartre. E vede, io non sono scemo. Sfortunato, ma non scemo. Mi ritrovo questi disegni, e inizio a pensare. Ci penso per delle settimane. Leggo e rileggo la lettera. Penso e penso. D’un tratto mi è tutto chiaro. Quei disegni sono la chiave. I disegni che ha fatto mio padre per un grande scrittoio. Glielo ho detto, non sono scemo e poi me ne intendo di legno. Più guardo quei disegni, più mi accorgo che c’è qualcosa di strano. Certi pezzi inutili, il modo come era messo insieme. Dettagli, piccoli, insignificanti dettagli. Lei sa com’è quando uno ha queste intuizioni improvvise. D’un tratto riaffiorano cose che ci si è portati dentro per anni. Parole dette chissà quando, fatti mai messi in relazione prima. Mi è balenata un’idea."

"Un'anta o un cassetto segreto?" Chiese Lefebvre, e l'altro lo guardò corrucciato che avesse indovinato così in fretta.

"Impossibile da scoprire e da aprire senza conoscere il trucco..."

"Ma dov'è ora lo scrittoio?" chiese il dottore sporgendosi ad occhi socchiusi.

André si gonfiò, lo sguardo annebbiato, la lingua impastata. "Io lo so, l'ho rintracciato, intatto!"

Lefebvre si accarezzò il mento: era tutto possibile, maledettamente possibile, salvo che quel marinaio ubriaco avesse scoperto tutto da solo.

"Voi siete ricco, signor Lefebvre?"

"No." rispose il viaggiatore, guardando in alto verso il soffitto annerito dal fumo "No, perché sono stato onesto, forse." E mentre lo diceva gli si allargava nello stomaco una sensazione calda come un liquore. Un’idea che era una vampata. Mentre le sue labbra dicevano no, in quell’eternità fra la n e la o, il suo cervello aveva accarezzato l’ultima avventura.

Disse soltanto, al compagno che lo osservava un po’ annebbiato: "C’è un confine che non ho mai attraversato: quello tra l’onestà e il delitto."

Poi sorridendo appoggiò la mano sulla spalla di André, come se afferrasse un cavallo per il morso.

"Venite vi offro da bere in un posto migliore" e lo guidò fuori quasi di peso.

André, si lasciò sospingere. Pensava di aver trovato un amico strano, un uomo importante che aveva visto mezzo mondo, pensava che forse la propria fortuna stava cambiando. Pensò anche che il suo nuovo amico aveva un viso piatto, slavato, come un sasso consumato dalla risacca.



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