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lavoro pubblicato lunedì 10 giugno 2013
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

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Uno strano periodo

di needleinthehay. Letto 685 volte. Dallo scaffale Fantasia

Ho sempre ammirato gli anarchici, i rivoluzionari, gli ambientalisti, gli attivisti, le rockstar, i vagabondi. Amavo chi lottava contro il sistema, chi diceva no al consumismo e al materialismo. Mi spacciavo addirittura per una di loro, ma concretament...

Ho sempre ammirato gli anarchici, i rivoluzionari, gli ambientalisti, gli attivisti, le rockstar, i vagabondi. Amavo chi lottava contro il sistema, chi diceva no al consumismo e al materialismo. Mi spacciavo addirittura per una di loro, ma concretamente contraddicevo quello che predicavo. Non avevo il lettore mp3: avevo l'i-pod; non mi facevo scrupoli nell'accendere il condizionatore quando sentivo caldo; non davo monetine ai barboni.

Ciò che salvaguardava la mia dignità era la consapevolezza di quanto marciume ci fosse nel mondo; giustificavo la mia incoerenza appellandomi al male che geneticamente appartiene all'essere umano: chi ero io per potermi ritenere immune dalla corruzione che corrode questo pianeta?

Poi qualcosa cambiò.

Cominciai a diventare sbadata: persi il cellulare, un ombrello, una sciarpa, una giacca. Mi proposi di stare più attenta, ma continuavo a smarrire le cose. Mi convinsi di avere una malattia, un disturbo. Mi feci analizzare il cervello, consultai degli psichiatri. Niente.

Un giorno, improvvisamente, capii. Me ne stavo seduta alla scivania cercando di studiare, quando la penna che tenevo in mano scomparve davanti ai miei occhi. Incredula, riferii l'accaduto a un'amica che, ragionevolmente, mi rise in faccia. Compresi che certe cose dovevo tenermele per me se non volevo essere considerata completamente pazza. Una sera, rincasando, scoprii che il frigorifero non c'era più: non mangiai e rimasi per quarantacinque minuti affacciata al balcone del monolocale che avevo preso in affitto pochi mesi prima. Si fece spazio dentro di me l'idea che una forza superiore mi stesse mandando un messaggio. Forse dovevo dimagrire.

Un mercoledì, aspettando l'autobus per andare in università, incontrai un ragazzo che mi si avvicinò e iniziò a parlarmi. Si chiamava Fabrizio e mi conquistò immediatamente. Presto cominciammo a uscire insieme e grazie a lui non mi irritavo più quando realizzavo che qualcosa si era volatilizzato nelle mie tasche o nella mia abitazione. Stavo fuori casa il più possibile per non vedere il mio misero mondo scomparirmi davanti agli occhi: frequentavo centri sociali, stavo in università a chiacchierare con chiunque ne avesse voglia, regalavo le mie cose prima che svanissero nel nulla.

Ben presto la mia vita cambiò completamente. Nel mio appartamento non era rimasto quasi nulla ed era diventata ormai più di un'abitudine quella di dormire a casa di Fabrizio o di chiunque mi ospitasse. Fabrizio fortunatamente aveva uno spirito avventuriero e furono molti i viaggi “on the road” che intraprendemmo senza premeditazione e soldi. Capitava do dormire all'aperto, di bussare alle porte in cerca di cibo. Conoscemmo tipi improbabili quali vagabondi, prostitute, nomadi, alcolizzati cronici. Per un po' di tempo durante un nostro viaggio ci accompagnò un tale che si faceva chiamare Jack, Jack aveva trentasette anni e faceva il vagabondo da quando la moglie lo aveva cacciato di casa dopo che aveva speso i risparmi di una vita giocando alle macchinette. Era sempre ubriaco, o almeno quando riusciva ad elemosinare i soldi per bere. La strada, diceva, lo aveva reso un filosofo.

-Ragazzi miei, la strada insegna a vivere! Il vagabondaggio è l'essenza della vita. È ciò che ti mette in contatto con il tuo vero Io. Non ci sono mediazioni, mi seguite? È tutto diretto; non ci sono pellicole protetttive; non c'è la sicurezza di un guscio pronto a scaldarti. Vivendo in questo modo mi sono reso conto di una cosa. Sapete di cosa mi sono reso conto? Di quanto la società evolvendosi ci abbia imprigionato in strutture in cui si è costantemente controllati: sanno quanto consumi per il riscaldamento e l'elettricità, sanno quanti rifiuti produci, sanno cosa compri, sanno quanto lavori, sanno tutto! Sarebbe ora di ricostruire il rapporto uomo-natura. Oggi è tutto artificiale, ve ne rendete conto? Perfino le emozioni che proviamo sono manipolate dal sistema. Siamo, anzi sono, una massa di alienati convinti di essere liberi. Non ho scelto io di essere un barbone, ma non tornerei indietro.-

Io mi convincevo di pensarla allo stesso modo, ma a volte provavo nostalgia per la stabilità. Passarono i mesi e diventai quasi a tutti gli effetti una senzatetto. Confessai a Fabrizio quello che mi stava succedendo e per rendermi credibile lo portai nel mio appartamento vuoto. Era un ragazzo abituato alle cose più strane e non ci volle molto per convincerlo del fatto che quella maledizione (o incantesimo?) fosse reale. Anzi, mi confessò che quando andavo a dormire a casa sua scompariva sempre qualcosa e che sospettava fossi io a rubare le sue cose per poi rivenderle. Ciò mi fece capire che non potevo più nemmeno approfittare dell'ospitalità altrui se non volevo passare per ladra e svaligiare inconsapevolmente le case dei miei amici. Fabrizio si sentiva a disagio nel sapere il tipo di vita che conducevo, ma gli proibii di invitarmi da lui dato che questo comportava inevitabili danni. Qualche volta veniva a dormire da me ed entrambi ci distendevamo col sacco a pelo in mezzo al monolocale vuoto dove ogni suono produceva un'eco terrificante. Una mattina ci svegliammo nudi e infreddoliti constatando che la maledizione aveva colpito ancora. Eravamo talmente irritati che cominciammo a ridere istericamente come in preda al delirio.

Solo l'università e Fabrizio rimasero dei punti fussi nella mia vita. La routine nelle mie giornate non esisteva più. Quando non dovevo frequentare i corsi presso l'ateneo, gironzolavo dentro gli autobus pieni in cerca di qualche vecchietta sbadata a cui fosse facile rubare il portafogli, oppure andavo nei supermercati per nascondermi sotto la giacca pane, frutta, biscotti, dentrificio, sapone. Una volta mi beccarono, ma dopo un battibecco in cui il gestore di un negozio costatò che non avevo documenti, riuscii a scappare. Passeggiavo molto. Conobbi lati della città che in altre circostanze non avrei mai conosciuto. Mi fermavo a fare compagnia ai barboni e mi facevo raccontare le loro storie: uno mi confessò di essere un eroinomane, uno che non riusciva a trovare lavoro perché non aveva un occhio; un altro mi disse che tanto tempo prima aveva un'azienda che poi era fallita e lo aveva lasciato pieno di debiti.

Mi abituai alla nuova vita, quando un venerdì, svegliandomi nella desolazione della mia abitazione, notai che in un angolo si era materializzato un tavolino scomparso mesi prima. In pochi mesi ricomparvero tutti i mobili, i vestiti, i libri, gli elettrodomestici che pensavo persi per sempre. Ricominciò la routine quotidiana e, malgrado non mi fossi mai sentita viva come nei giorni in cui non avevo niente, il mio periodo da semiemarginata restò soltanto una parentesi. Mi rinchiusi di nuovo nella solitudine e nell'infelicità, mi allontanai da tutti. Eppure sorridevo quando mi ingozzavo davanti alla ritrovata tv. In fondo chi ero io per andare contro a un sistema che seppur malato, mi coccola col suo veleno?



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