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lavoro pubblicato domenica 2 giugno 2013
ultima lettura sabato 9 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lyke Wake

di Imane. Letto 496 volte. Dallo scaffale Fantasia

Un venticello primaverile gli attraversava il suo corpo. Le erbacce contornanti la sua figura, prendevano diverse posizioni a seconda di come il vento tendeva a muoversi. Erano uguali ma con storie diverse, vie intraprese diversamente.


I
PRIMA PARTE


Noi umani siamo diventati schiavi di noi stessi, dei nostri pari e della società che abbiamo creato con le nostre mani. Siamo divenuti ciò che abbiamo. Il denaro e i beni che possiamo acquistare sono ciò che definisce la nostra persona. Abbiamo cessato di essere ciò che realmente siamo durante li arbori del Capitalismo, fondato sulla moneta che deve obbligatoriamente crearne altra. Siamo diventati parte del processo produttivo di un bene. Abbiamo perso la tradizionale manifattura ma conserviamo un immagine mentale del bene finale con l'unico compenso di ritrovarlo in una delle reti di distribuzione all'ingrosso o al dettaglio ed affermare fieri di averne, per esempio, supervisionato la macchina che creava la confezione plastificata. La sopravvivenza, il benessere ed il progresso di noi uomini, è una cosa del tutto secondaria e tardiva. Le guerre sono solo un'altra mera scusa per aumentare il fatturato delle aziende con lo scopo di creare armi di ultima generazione. Niente potrà darci un freno o un limite. Solo noi, schiavi, possiamo aprire lo sguardo che ci è stato donato, togliendo i paraocchi sociali. Ci appelliamo alle nostre emozioni più remote, cercando di trovarci un luogo solitario, fuori dai disagi che creano le relazioni umane. Questo, miei cari, è il lavoro dei vigliacchi e dei pagliacci, capitalisti o reali, ricchi o lontani contrabbandieri, tosti solo nel parlare. Vediamo sorrisi da copertina mensile in visi vicini ma se solo alzassimo il nostro di qualche centimetro verso il loro, osservando i movimenti scaltri e meri degli occhi, allora un neurone inutilizzato si attiverebbe creandoci milioni di domande che non avrebbero ricevuto risposta immediata.
Un suono, diventato oramai fastidioso all'udito umano iniziò a penetrare quello della sognatrice pessimista. La peggior parte dello svegliarsi la mattina era proprio ricordare ciò che si era provato o fatto per dimenticare qualcosa. «Contegno, contegno!» ripeteva sotto le calde e avvinghianti coperte mentre il primo si faceva sempre più alto, accompagnato dalla vibrazione che si prospettava ancor più dannosa, a contatto con la superficie legnosa del comodino. Si decise a far uscire prima le dita poi tutta la mano sinistra sino ad allungarla sul mobilio, tastandone più volte la superficie, cercando di toccare l'ingegnoso cellulare che sembrò si fosse nascosto altrettanto argutamente. Dopo noiose ricerche e sibili lamenti incomprensibili, raggiunse l'ambito schermo di quell'aggeggio elettronico e con un dito della stessa mano precedente, riuscì a dare fine a quel suono preimpostato con disinteresse. La mano fece ritroso sotto le coperte, concedendosi col resto del corpo altri minuti preziosi di sonno che comunque furono di un inutilità spaventosa. Si mosse più volte nella sua piazza del letto cercando di trovare la posizione più comoda, nonostante sembrava impossibile. Allungò il braccio destro verso la piazza opposta alla sua ma nessuno l'avrebbe ospitata in un caldo abbraccio, molto più vantaggioso delle coperte, né in un altro momento del dì o della notte, qualcuno ci sarebbe stato. Eppure aveva comprato un letto matrimoniale non perché si sarebbe sposata né per relazioni occasionali o meglio, durature; lo fece per il puro gusto di avere più spazio per sé e ora non si sarebbe di certo rattristata perché un uomo o anche una donna, non le confessava i più celati sentimenti durante una burrascosa e solitaria mattinata. Decisa ad alzarsi ed eliminare li ultimi monologhi, prese forza e munita di pantofole ai piedi, si diresse in bagno, emettendo durante il suo breve tragitto, sbadigli maleducati e scricchiolii di ossa, fin troppo tese. Vedendo la sua costituzione riflessa nello specchio, si chiese mentalmente con scherno se mai l'avrebbero ingaggiata come attrice in una produzione cinematografica di natura paranormale e paurosa. Si lavò il viso con acqua fredda per svegliarsi più velocemente e successivamente, si diresse in un agevolazione chiamata gabinetto, dove avrebbe fatto cose degne di necessità umana. Mentre queste azioni si susseguivano l'un l'altra, essa iniziò a canticchiare suoni più diversi tra loro, ricordando momenti decentemente felici e usando la e na, alternandoli spesso. Sguardi che non avrebbe mai scordato, voci nella sua mente che si sarebbero ripetute come un tormentone musicale, fino al suo ultimo respiro in un ambita ed anziana età. Respiri che avrebbe saputo imitare, tocchi che avrebbe saputo riprodurre da sola. Solitudine che avrebbe saputo descrivere in ogni minimo dettaglio, muri che conosceva a memoria. Una mente giovane, piena di idee, che le veniva negata di esporre e che quindi preferisce consumare con un buon bicchiere di birra alcolica. «Esistono anche quelle analcoliche come la birra della zucca! - concluse con voce i suoi pensieri con tanto di un affermazione piuttosto stupida ed insensata - Che schifo!» affermò infine, pensando a quale sarebbe stato il gusto della prima. Si pulì; successivamente si rivestì degli indumenti che le contornavano le caviglie e dopodiché, tirò lo sciacquone, accecata e più tosto inorridita dalla puzza che si era andata a creare. Lasciò velocemente la stanza e si diresse nella precedente, prendendo dal vestiario, lo stretto necessario: un tailleur severo, una canottiera attillata da abbinare ad esso ed un intimo che non avrebbe visto la luce sino a che la stessa non sarebbe tornata a casa e avrebbe dovuto cambiarsi. Gli prese goffamente tra le sue braccia e si diresse di nuovo in bagno ove dopo aver acceso la caldaia e privata sé stessa dei propri indumenti quali il pigiama e l'intimo notturno, entrò nella doccia. L'acqua, inizialmente fu fredda tanto da metterla nell'angolo più remoto della doccia poi, quando sentì che la prima si era gradualmente riscaldata, andò sotto di essa. L'acqua iniziò a bagnarle i capelli sciolti ed arruffati scendendo prima alle spalle e dopodiché nel resto del corpo, creandole brividi iniziali. Sin da piccola, l'acqua le era sembrata meglio di un contatto umano poiché quest'ultimo sarebbe potuto mutare in un temuto disprezzo. Una volta del tutto bagnata prese il proprio usuale balsamo e versata una piccola quantità sul palmo della mano sinistra, la unì all'altra ed infine la distribuì su ogni singola parte del suo corpo. Respirava rilassata sotto l'acqua e dalle sue stesse mani mentre veniva risciacquata. Dopo aver spremuto il dentifricio, lavò i propri denti e risciacquò codesta apertura. Chiuse il getto d'acqua e successivamente uscì dalla doccia, avvolgendosi subito nell'accappatoio ed asciugandosi velocemente. Si vestì degli indumenti che precedentemente aveva scelto e si truccò, coprendo i segni di un buon passato. Il segno di un graffio oramai intravedibile se non dalla persona stessa, passate ore ed altre davanti ad un riflesso. Canticchiò di nuovo il suono che le sue mura conoscevano da tanto. Tra ogni suono, un respiro nasceva e moriva dopo lo stesso istante. Era così, che come ogni respiro, anche un ricordo si creava col suono e si chiudeva con un freddo o caloroso applauso. Il suono che si creava al contatto tra la spazzola e i capelli della nostra prole, era estremamente orecchiabile e le ricordava le lunghe mattinate passate con la madre prima di andare a scuola per cercare di dar calma a quei capelli ribelli che non rispecchiavano con fedeltà il carattere timido e precoce della bambina stessa. Sorrise compiaciuta osservando i ricci capelli che nonostante la breve spazzolata che portò con sé poca pazienza, rimasero intricati. Decise d'istinto di legarli in uno chignon malmesso con la presunzione che durante la durata lavorativa si sarebbero ancor più arruffati e gonfiati. «Perché questi capelli a me? - mugugnò mentre li legava a stento - Non ho fatto niente di male per meritarmeli... Almeno credo!» si pentì delle sue stesse parole. Infine si mise di profilo davanti allo specchio e trattenne il respiro, diminuendo gravemente il diametro della sua pancia ma quando non riuscì più a contenerlo se ne liberò, ritornando alla sua forma naturale. Pur pensando di essere di un obesità allucinante, il suo corpo era nella norma e le sue manie, erano solo inutili paranoie umane. Ritornò nella propria camera da letto e presa la borsa, contenente oggetti degni della rinomata Mary Poppins, si diresse vicino alla porta dove si aggiunsero un modesto paio di scarpe al suo stile odierno. Infine, lasciò la propria dimora. Durante il percorso nelle scale si accorse ben presto di aver dimenticato qualcosa all'interno della propria casa ma più ci pensava, più ne perdeva la capacità di ricordare.
Davanti al palazzo dove essa abitava, vi era un altro che al piano terra aveva una caffetteria frequentata un po' da tutti i cittadini, in quanto era sempre aperta. «Buongiorno!» disegnò la sua entrata anche stamane con una voce canterina, maschera dei suoi più profondi giochi di sguardi. «Buongiorno!» la accolse con un tono felice la figlia del proprietario della caffetteria, vedendola dirigersi verso di lei a passo costante e tipico. «Lasciami indovinare, - ammiccò quest'ultima - il solito cappuccino?» domandò poggiando i gomiti al bancone disinvolta ma attratta dal viso della sua usuale cliente. «Sì, Cassandra!» le diede una risposta affermativa, facendola sentire una brava osservatrice. «Siediti pure, te lo porto subito!» suggerì e la nostra prole, si sedette nel tavolo più remoto della caffetteria dove sola, poteva gustarsi il suo solito, in pace. Cassandra mentre preparava il cappuccino, ebbe la calorosa voglia di conoscere di più della sua usuale cliente. Accecata da questo pensiero prese il tovagliolo che sarebbe servito come sottobicchiere e vi scrisse:

Mi chiami? ♥
3703059086

Pensò fosse stato meglio se non avesse aggiunto un cuore che magari poteva rappresentare un mero abbordo poiché essa voleva solamente una nuova amicizia. Preparato il cappuccino, ne mise il bicchiere sul piattino vestito del sottobicchiere e lo portò personalmente alla nostra protagonista che tra la nuvole godeva con disprezzo la visione di tutte quelle autovetture scorrere veloci. Ognuno aveva un punto di partenza, triste, felice o neutro, contrapposto al luogo della destinazione. Ogni autovettura conosceva percorsi che nemmeno lo stesso guidatore avrebbe ricordato, era piena di momenti e voci memoriali. La figlia del proprietario, conosceva i gusti e l'orario mattiniero con cui la propria cliente frequentava la caffetteria ma nient'altro e più, ogni giorno passava, più le sembrava che ogni giorno fosse il primo in cui la vide. Qual più secondo, minuto, ora o addirittura giorno che passava le sembrava irreversibile e come una sigaretta si consumava velocemente, anche la sua durata di vita procedeva nello stesso modo. Vivere la propria vita come se fosse l'ultimo giorno non era la sua filosofia di comportamento; preferiva pensare di dover agire al momento, poiché nel prossimo sarebbe potuta morire o qualcos'altro sarebbe successo, impedendole la precedente e decisa azione. Ogni giorno, noi schietti e convinti invincibili umani, evitiamo catastrofi o morti accertate di natura, milioni di germi insidiati da per tutto e incidenti su mezzi di trasporto. Era così, che presa dai suoi pensieri, quando dovette poggiare il richiesto sul tavolo, rovesciò parte del caffè sul piattino, bagnando il suo agire come le lettere e i numeri fatti d'inchiostro sul sottobicchiere. «Scusami! - affermò ancor presa dai suoi monologhi - Te ne porto un altro!» aggiunse mentre osservava il caffè rendere l'inchiostro delebile. «No, no... - sorrise compiaciuta l'altra che si accorse solo ora di ciò che era accaduto - Mi va bene così poco!» sorrise ancor più, evidenziando la precedente emozione. «Ah, okay! Scusami ancora!» aggiunse prima di dileguarsi di corsa e tornare al bancone, dove doveva servire altri clienti che erano piuttosto impazienti e frettolosi. «Nulla, tranquilla» sibilò guardandola indaffarata. Dopodiché rivolse lo sguardo verso la carreggiata di cui prima percorse le strisce pedonali a stento per raggiungere codesto luogo. L'indice e il medio si unirono al pollice della sua mano destra, alzando il bicchiere modestamente pieno di caffè dal madido piattino. Con un movimento delle labbra legato al respiro, iniziò a berne il contenuto, volta per volta. Lo sorseggiò pian piano, sapendo che la sua destinazione poteva aspettare qualche minuto dati gli orari prestabiliti dallo Stato attraverso il Ministro dell'Istruzione. Il marciapiede grigio e privo di natura dava a vedere come se non ci fosse una via alternativa ma invece, quelle piccole erbacce che uscivano dagli angoli remoti del primo, rappresentavano la resistenza di Madre Natura contro i nostri piaceri. Ci chiesero di fare un eccezione per i nostri comodi: come rinunciare al fruscio dell'acqua di torrente per quello conosciuto di un qualsiasi rubinetto, alla caccia, pesca e raccolta degli oggetti spontanei della Natura per lasciare che questo lavoro venisse dato come compito a circa l'80% della popolazione umana per sfamare noi altro 20% di obesi, bulimici o anoressici del Primo Mondo e lasciare che perdessimo tempo con aggeggi elettronici invece di godercelo; parlare con gli amici faccia a faccia e non dietro allo schermo di un computer, comprare i dischi e non i file musicali, spegnere la televisione, il nostro cellulare e scrivere storie legate alle nostre esperienze e magari, fare l'amore e non il sesso con la nostra anima gemella. Ma tutto ciò, come diceva un saggio sono solo parole. Nessuno, anche chi le ha dette, è in grado o meglio, ha il coraggio di sperimentare il passato. Chi ha proliferato codeste parole viene considerato un individuo legato troppo al passato e non conforme al presente. Praticamente, gli viene detto esplicitamente che non fa parte del movimento nuovo e che non ne potrà far parte, a meno che non cambi i suoi ideali. Non siamo i veri umani con una personalità, se si è disposti a rinunciare alla propria per piacere agli altri e guadagnare una retribuzione lavorativa, apparentemente più alta. Molti bambini di oggi non hanno mai visto un cielo notturno senza l'inquinamento delle luci artificiali o ha percorso i boschi mano nella mano del proprio genitore o di un parente qualsiasi. Il tempo scorreva e scorreva; non aspettava questi modesti monologhi, degni di una dichiarazione mondiale per eliminare gli omonimi paraocchi. Aprì la propria borsa e preso il portafoglio e il cellulare, la lasciò aperta per azioni successive. Si alzò dal tavolo e il movimento stridulo della sedia tra i chiacchierii del luogo, furono una percezione chiara all'udito attento di una persona dalla parte opposta. Il computer acceso sul tavolo e il rumore costante dei tasti delle lettere funzionanti, lasciava trasparire una storia piena di immaginazione in corso. Nelle lenti quadrate dei suoi occhiali venivano riflesse le tante parole, mischiate insieme per creare concetti e momenti attinenti. I suoi occhi si spostarono per un momento sul corpo della nostra protagonista e ritornarono a scrivere attenti, come se il tempo non avrebbe aspettato. Eppure, nessuna casa editrice le aveva dato una data di scadenza o doveva attenersi a qualche richiesta; scriveva per sé e per il bene culturale degli altri, senza alcuno scopo di lucro. Qualcun'altro di più lontano osservò la ragazza transitare dal proprio usuale tavolo al bancone, barcollando impacciata sui tacchi che senza pensare, scelse. Sotto al suo ombrello, l'odore e il suono costante della pioggia riecheggiavano come colonna sonora del suo movimento così unico. Non riusciva a sentire il suo respiro, né concepire i suoi pensieri ma poteva osservarla attraverso il vetro della caffetteria e ciò, ogni mattina, gli bastava. Infine, dopo aver sorriso compiaciuto di averla vista per l'ennesima volta ancor viva, con la mera speranza di poter conoscerla, rimandava il suo desiderio al dì successivo. «Non hai nulla da pagare! - affermò senza pensare al suo vero scopo - Offro io!» sorrise sorniona, ringraziandola con lo sguardo di non averla querelata col padre. «D'accordo!» ammiccò la nostra prole senza alcun battibecco inutile e dopo averla salutata decentemente, lasciò la caffetteria. Il Sole splendeva basso in cielo con qualche cenno leggero di nuvole. Eppure, il marciapiede grigio e privo di natura, era madido e pieno di pozzanghere con cui dovette superare una costante sfida per evitarle. Si limitò a pensare che nella precedente notte, ci fosse stato un terribile temporale che non ebbe occasione di udire poiché meditava su altri pensieri, a lei più importanti. Il rumore che le sue paia di scarpe facevano a contatto col suolo, era a dir poco assordante e più camminava, più si pentiva del fatto di non averci pensato a lungo. Pensò bene di tornare nella propria dimora ma ormai lontana, dopo aver proceduto dritta, e priva di tempo, decise di optare per la via della pazienza. Arrivata davanti alla sua destinazione, sospirò profondamente e vi entrò. Sapeva che in un nuovo e vicino dì, lei avrebbe avuto un'altrettanta nuova destinazione che sarebbe anch'essa variata nel corso del tempo. «Buongiorno maestra!» proferì uno dei bambini che giocavano a carte, incrociando lo sguardo di essa. «Buongiorno, Rocco!» rispose a sua volta mentre procedeva a passo costante verso la sua classe, graziata dall'educazione di esso. Un gradino, due gradini e più saliva le scale, più questi si sommavano tra essi e tra la pazienza di essa, riguardo il rumore delle sue paia di scarpe.

5° D

Era questa il numero della sezione, affisso sulla superficie della porta, della classe ove insegnava da ben cinque anni. Sorrise compiaciuta e sapeva bene, che sarebbe stata l'ultima volta che l'avrebbe visto come figura di insegnante. Poggiò la mano sulla maniglia della porta e tirandola verso sé, la aprì. Un odore indescrivibile le penetrò le narici. Non puzzava, né era un profumo; era un odore legato ai momenti vissuti in tale aula. L'indice della mano sinistra della precedente e presunta scrittrice, picchiettava sul tasto dello spazio, in attesa che la sua immaginazione legata alle sue esperienze, producesse qualcosa di speciale ma invece di udire ciò che le diceva la mente, ascoltava i rumori, frutto dei vari movimenti che venivano prodotti dalla ragazza dietro al bancone. L'odore di quei chicchi di caffè richiamavano le piantagioni dell'America Settentrionale e le mani di una donna sudata sotto i gradi cocenti del riferimento del Sistema Solare. Le mani sciolte e aperte della ragazza, invece, sembravano un luogo perfetto per abbracci pieni di speranza. Il suo sguardo veloce nascondeva i sogni, che in una caffetteria che la teneva indaffarata, non avevano avuto la possibilità di aver un risvolto. Cassandra, appena si accorse di essere osservata dalla presunta scrittrice, sospirò poggiando i gomiti sulla superficie del bancone e le sorrise. La scrittrice non capì, non per problemi di vista poiché i suoi occhiali mostravano e correggevano la sua miopia ma per la sua ulteriore sproporzionalità mentale. Quel sorriso poteva rappresentare mille modi di descrivere la vita, invece richiamava qualcuno che ora, purtroppo, era lontano. Non era troppo lontano ma neppur poco, impedendo così il suo agire. Più la osservava e più leggeva una storia nella sua pelle scoperta. Non era un tatuaggio o un segno rimasto indelebile ma semplicemente il colore candido della sua pelle. Sembrava non fosse mai venuta a contatto con l'acqua del mare, forse spaventata dai suoi stessi ricordi. Iniziò di nuovo a scrivere, di nuovo piena di idee da esporre attraverso lettere combinate fra loro e non più parole. «Zuccarello?» chiese leggendo l'ultimo cognome nel proprio sguardo mentre la cercava con lo sguardo. «Assente!» rispose per lei la sua compagna di banco con tanto di dispetto. «Presente...» sibilò la citata mentre tirava fuori dal pesante zaino, ciò che le serviva per la mattinata. «Bene, tutti presenti!» sorrise vedendoli tutti insieme. «Oggi doveva interrogare Elisa!» ricordò Rocco, creando una fossa dove la doppiamente citata poteva tranquillamente dissotterrarsi. «Giusto! - aggiunse la maestra, osservando l'unica casella del voto per geografia, vuota - Manchi solo tu, Elisa!» aggiunse, parlandole apertamente. «Quale regione dell'Italia, mi hai portato?» le facilitò l'inizio. «L'Emilia Romagna» rispose tenendo lo sguardo basso verso la sua originale ricerca, cosa che la nostra maestra ancora non intravedeva. La bambina ricordando le parole di sua madre, si alzò dalla propria sedia e portò alla propria maestra, ciò che con arguzia aveva creato. Lo poggiò sulla cattedra e attese che lo sguardo della più alta, elaborasse ciò che osservava. La forma della regione sopracitata con sopra ciò che più la rappresentava: pezzi di formaggio, ormai marcito ma accettabile, un frammento di una piastrella di ceramica e gocce di aceto balsamico. «È un bel lavoro ma... - iniziò rivolgendo lo sguardo agli occhi vigili dei suoi compagni di classe - Ma non è ciò che avevo chiesto!» affermò infine, cercando di non ferirla. «Tua madre mi ha detto che sei molto artistica e questo lo apprezzo ma sai dirmi qualcosa di pertinente alla geografia sull'Emilia Romagna?» aggiunse, cercando di aiutarla ad arrivare al vero fine dell'interrogazione. «Lei non sta apprezzando ciò che io ho fatto» affermò schietta senza veli, né coperte da futura vipera, eppure codesto parlare non era educato nei suoi confronti. Respirò profondamente, imitando quello che fece prima di entrare nell'edificio scolastico e ricordando i quattro anni e mezzo, passati a cercare di capire il vero fine di quella bambina che riteneva così speciale ma si rese conto che ancora, diveniva più indecifrabile. «Elisa, - iniziò sembrando di dover rimproverarla - vai al tuo posto!» finì con questa semplice richiesta. Questa ritornò al suo posto e ciò che ricevette non era un voto ma bensì le risatine fastidiose delle sue compagne mischiate ad allusioni poco educate dei compagni, di classe. «Silenzio!» richiamò l'attenzione di tutti i presenti sbattendo il registro, oramai chiuso, sulla superficie della sua cattedra. «Domani porta la ricerca alla nuova maestra. - continuò suggerendo il meglio da farsi - Te lo consiglio!» continuò, stropicciando malamente con le dita un angolo del registro. «Nuova maestra?» si chiesero in tanti a voce alta mischiando queste stesse parole con altri chiacchierii. «Ebbene sì, da domani non sarò più io la vostra insegnante di Italiano, Storia e Geografia» confessò cercando di sorridere ed infondere speranza nei bambini che la osservavano con perplessità. «È inutile che sorride, so che lei è triste!» intuì Elisa mantenendo lo sguardo basso sulla pagina bianca ed ancora inutilizzata del suo quaderno di Italiano. Contornava le pagine, il rivestimento rosso in plastificato che più di una volta le creò graffi nelle dita. Nella parte alta e sinistra della superficie del banco, invece, vi era l'astuccio con colori non del tutto completi, penne funzionanti e non, evidenziatori consumati e gomme nerastre. Nel suo banco, accanto al quaderno, vi era un temperino ed una matita. Erano li unici rimasti incolumi dato che la stessa, li riteneva i più importanti. Una matita non era come il tempo, un suo segno poteva sparire velocemente. Oltretutto quando si consumava, resuscitava dopo una averla temperata a lungo. La considerava l'unico modo per scrivere e non essere scoperta allo stesso tempo. «Già - sussurrò la sua maestra, non capendo da dove quell'intuito assieme a quella franchezza, potesse uscire - iniziamo ora il nuovo argomento in Storia» prese il libro della materia citata e andò nella pagina del nuovo capitolo, come quello che avrebbe dovuto sperimentare realmente nella sua vita. «Capitolo X, pagina 73!» annunciò osservando i suoi alunni mano nella mano, ancor più perplessi. Questi presero il libro e lo poggiarono sul banco, cercando frettolosi la pagina sopracitata, rendendosi conto che questa, sarebbe stata l'ultima volta che l'avrebbero udito dalla voce della loro maestra. I sogni furono creati dagli addetti alla costruzione iniziale del nostro cervello per renderli realtà ma non furono molto avanzati, né furbi e non calcolarono che avremmo potuto aver deformità e pensieri fuori dal comune. I sogni, così come le nostre deformità realistiche volevano consigliare, erano fatti per essere distrutti, usati, stropicciati, stralciati proprio come un pezzo di carta che riproduce un idea sbagliata, a volte, del nostro pensiero. Ci piace buttarli nel cestino vicino o lontano dal tavolo o su qualsiasi altra superficie su cui stiamo lavorando o semplicemente pasticciando un capolavoro. Pastrocchio o quello che sia, è comunque frutto della nostra ingegnosa e intricata mente. Funzioniamo molto meglio delle cartelle di un computer che possono salvare una miriade, un'infinità di documenti, nascondendo alcuni al nostro occhio; a noi basta ricordare. Siamo bravi a ricordare, è la cosa che più ci riesce poiché alcune persone sanno applicare solo questo verbo. Ci basta osservare qualcosa di passato e ci lasciamo trasportare da noi stessi, magari perdendo la connessione con la realtà. Questa, è la nostra macchina del tempo; l'unica esistente in circolazione e la più facile da costruire dato che non ne necessita. La nostra macchina del tempo era proprio il nostro stesso cervello. L'unico effetto collaterale era quello della perdita di tempo mentre si viaggiava. Questa perdita era ricompensata da ciò che questa macchina ci restituiva: potevamo risentire ogni minimo rumore se solo raggiungevamo la massima attenzione e i lunghi tocchi e sguardi o riascoltare quella canzone che riecheggiava tra le mura come se fosse l'unica via di transizione. Siamo nati originali dalla placenta unica della nostra madre e non necessitiamo di morire come una copia, impostataci dalla società. Ahimè, è così. Siamo costretti a perdere la nostra personalità pur di mantenerci in vita. Ritengo che insieme alla nostra personalità, perdiamo anche la nostra vita, diventando parte di un processo produttivo.
«Silenzio, - sussurrò - silenzio» continuò ripetendosi, in una sala vuota e priva di vita umana, godendosi il grande schermo che li forniva il Cinema della sua cittadina.


Ufficio di Collocamento
____Margherita Cioni

Era ciò che riusciva a leggere mentre era seduto nella sala d'attesa, nella porta che poco dopo avrebbe dovuto anch'esso varcare, nella speranza di trovare un posto di lavoro. Suoni continui di telefoni fissi o cellulari erano ciò che più gli dava fastidio, eppure credeva che una di quelle chiamate sarebbe stata per lui: un imprenditore o un simile che cercava un operaio ben disposto. Si accettava come operaio poiché era semplicemente interessato a guadagnare e al di là della sua preparazione scolastica ed universitaria, preferiva trovare modi più o meno accettabili di portare soldi nella propria residenza e cercare di arrivare alla fine del mese, senza dover chiedere ulteriori prestiti, alimentando i suoi debiti. «Il prossimo?» uscì dalla porta la sopracitata, Margherita Cioni, richiamando il nostro pensatore. «Sono io!» si fece sentire dalla precedente indicandosi da solo con l'indice della sua mano destra contro il petto. «Mi raggiunga» gli suggerì prima di tornare nel suo piccolo ma importante ufficio di collocamento. Questo si alzò dalla sua sedia oramai scaldata per qualcun'altro della sala d'attesa e raggiunse l'anziana donna, dentro il suo ufficio. «Allora, - lo vide varcare la soglia della porta, chiuderla ed infine sedersi davanti ad essa - il solito signor Malik!» aggiunse riguardando per l'ennesima volta il pieno e decorato curriculum vitae del citato. «Finché non troverò un lavoro, non perderò la speranza» sdrammatizzò il ragazzo mettendosi più comodo sulla sedia su cui, sperava di non doverci tornare nuovamente, come del resto sempre pensava. «Non trovate che andare in un altro paese sia migliore?» consigliò ad esso mentre rileggeva con disattenzione ciò che ne documentava le doti, rispettando le procedure. «Che senso avrebbe lasciare il mio paese? - ribatté francamente questo - So di non essere italiano ma ci sono nato e qua, morirò» aggiunse, pieno di patriottismo condizionato meramente al riproduzione di tipo cinematografico che ieri vide nella televisione: un uomo che in nome dei suoi ideali radicalmente repubblicani, che praticamente pregava la bandiera statunitense, fu disposto a dare la sua vita in cambiò alla libertà del suo paese. «Okay» ridacchiò, criticando mentalmente il suo ideale abbastanza incoerente con la crisi che dalla fine del 2007, metteva i piedi in testa ai meno fortunati. «Ti accontenti di un lavoro per questa sera?» aggiunse, trovando una fresca richiesta appena arrivate per posta elettronica. «Cosa intende?» gli si illuminarono li occhi, udendo quelle parole. «Sai guidare, vero?» lo confuse ancor più ma esso, si limitò ad annuire. «Bene! - affermò positiva - Sta sera consegnerai le diverse richieste per la pizzeria Pegaso, quella nel centro» aggiunse, confessandoli ciò che aveva trovato per esso. «Perfetto!» disse senza esitare, intrecciando la propria mano con quella sinistra della donna, acconsentendo. I mezzi di informazione come il giornale, il telegiornale o siti internet inerenti, consideravano i datori del lavoro, le persone giuridiche che fornivano posti di lavoro ma in realtà era l'esatto contrario: era il lavoratore che mostrando la sua integrità fisica, offriva lavoro e stava al datore, secondo le sue richieste, accettare la generosa offerta. Un esercito industriale di riserva di licenziati o di persone in cassa d'integrazione, se solo andava bene, si andava a creare e pian piano, come un vaso fin troppo riempito, sarebbero traboccati. Come una goccia d'acqua poteva piegare una foglia di bambù allora, solo una persona che invece di comprare un pantalone a venti, lo comprava a cinque euro, poteva far chiudere un impresa di grande qualità e far aprirne altre, delocalizzate nei paesi in cui i diritti ai lavoratori sono limitati ed i trasporti commerciali di una materia prima o del bene prodotto, sono poco costosi. Siamo noi la causa di questa crisi e ripetutamente, solo noi possiamo uscirne senza perdere tempo per dare la colpa a chi ne ha, anche perché tutti ne abbiamo, almeno un po'.
«Mamma, sono a casa!» chiuse la porta della propria residenza e poggiò le chiavi sul mobilio più vicino a sé. Si controllò la posizione dei propri capelli davanti allo specchio poi procedette più all'interno della casa, raggiungendo il salotto dove trovò sua madre stesa sul divano mentre cambiava canali copiosamente alquanto annoiata. «Ho letto i tuoi messaggi, sono fiera di te!» gli sorrise mentre lui le dava un bacio a schiocco lungo sulla guancia. «Già, - fu d'accordo - meglio di niente!» aggiunse, infine e comunque deluso del suo operato, sospirando profondamente. «So che hai studiato molto e mi spiace che non abbia seguito i tuoi amici all'estero ma so anche che sei rimasto qui per un motivo» iniziò a fare i discorsetti da tipica madre. «Elisa» sussurrò abbassando automaticamente lo sguardo sul pavimento in legno del salotto. Sua madre lo osservò cambiare umore da solare a nuvoloso, proprio come il detto riprendeva le condizioni meteo. «Mamma, - sussurrò quasi da un altra dimensione - vado a fumare» continuò creando prima scompiglio in ella poi tranquillità. Le sembrò una novità ed invece, secondariamente, divenne più qualcosa di abituale. Mentre suo figlio si alzava dal divano velocemente tirando un pacchetto di sigarette che prima non aveva dalla propria tasca, lei riprese il telecomando e distrattamente, non se ne accorse, troppo presa dalla nuova pubblicità del balsamo innovativo e anticrespo per i capelli ricci. Eppure lei gli aveva strettamente lisci e ciò non le doveva minimamente interessare. La porta della camera della sua prole si chiuse sbattendo sonoramente, ripercuotendosi così in tutte le stanze della casa. «Elisa, Elisa...» ripeteva in un sussurro togliendo foto dal muro che sembrava fossero state lì da sempre e che invece, in questa realtà, erano i ricordi a riportargli sulle pareti rettangolari della sua stanza. Più le toglieva, più queste tornavano ed iniziavano ad essere foto mai scattate. Sembrava che il passato tornasse con foto di momenti in cui la macchina fotografica o il cellulare troppo scarico non avevano permesso di salvargli. Oramai stanco si sedette sul letto e vide le pareti nude della sua stanza riempirsi mentre si accendeva la prima sigaretta. L'ennesima sigaretta aggiungeva un nuovo odore alla sua dimora. Ora si stese sul letto e assaporava dolcemente il gusto delle lacrime, mischiato all'odore calmante della sua sigaretta che man mano che il tempo passava, si consumava. «Elisa» continuava a ripetere tra un tiro micidiale e l'altro altrettanto. Vedeva l'unica parete rimasta vuota della sua camera poiché pure la porta era inaccessibile: il soffitto. Non vedeva una via d'uscita oltre a questa; nemmeno la finestra era stata risparmiata dal passato contrapposto al futuro che la facevano arrugginire. Girò il capo contro il muro e prima di finire la sigaretta, vide una sua foto con la donna della sua vita. Sorrise, schiacciando la lunghezza tra le sue dita. Lei, li dava un bacio sulla chioma ormai bianca del rugoso uomo e quest'ultimo che ogni giorno in più con lei imparava cosa significava il termine di amare che il dizionario non spiegava specificatamente, sorrideva. Chiuse gli occhi, muovendo di poco il capo sul cuscino per essere più comodo. Sembrava qualcosa di già scritto eppure, il caso gli fece incontrare anche se questo passato, non apparteneva all'accanito fumatore. L'accanito fumatore non apparteneva a questa dimensione ma ad un altra dove la notte, cantava davanti a cento, centomila urla uguali di ragazzine e non che alle mani tenevano il cellulare o un altro aggeggio elettronico, per poter salvare anch'esse un momento memorabile. Anche quella foto non apparteneva a quest'ultimo; quella donna anziana era Elisa ma non la sua. Era di un altro e come tale, lo rimaneva. Sembrava che il futuro e il passato lo avessero seguito dentro la sua stanza e litigando, vi creavano scompiglio. Foto dell'accanito fumatore a Londra anche se l'altro non aveva mai messo piede fuori dal suo stesso paese. Erano uguali ma con storie diverse, vie intraprese diversamente.



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