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lavoro pubblicato sabato 25 maggio 2013
ultima lettura domenica 19 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'Olocausto degli Angeli

di peppers. Letto 641 volte. Dallo scaffale Fantasia

  L’OLOCAUSTO DEGLI ANGELI     “Perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?” Apocalisse di S. Giovanni  (6,17)   1. Il sole giaceva immobile, ...

L’OLOCAUSTO DEGLI ANGELI

“Perché è venuto il gran giorno della loro ira,
e chi vi può resistere?”
Apocalisse di S. Giovanni (6,17)

1. Il sole giaceva immobile, striando l’orizzonte col proprio sangue. La luna esultava, pronta a usurpare il trono dei cieli, sotto gli occhi attoniti delle stelle. Erano poche, e brillavano di una tenue luce violetta, ma presto altre sarebbero accorse, mutando la volta celeste in un prezioso diadema.

Indifferente a quel rito, Divodurum si affannava a raccogliere le ultime briciole della giornata. Per le strade della città romana la gente brulicava, accalcandosi fianco a fianco come un fiume in piena. Persino l’incedere ordinato di una schiera di soldati o il passo cigolante del carro di un nobile stentava a fendere quell’ingarbugliata matassa di toghe. Serrato nella ressa di corpi, un prete cristiano salmodiava con voce stridula; la folla non gli prestava attenzione, preferendo gli odori invitanti delle fumose tabernae ammassate sotto i portici che bordavano la via. Una dopo l’altra, tutte le terme della città sembravano esalare l’ultimo respiro: le fornaci stavano per spegnersi e i pennacchi di vapore risalivano sempre più esigui al cielo.

Ondeggiando sulle spalle di quattro servi numidi, una portantina vagava per Divodurum. Ne scese un vecchio raggrinzito, col naso ricurvo come un predatore rapace. Non aveva artigli, ma un’arma ben più pericolosa stretta sottobraccio: un contratto d’affitto. Due schiavi lo precedettero, aprendogli la via fino a una casa ordinaria, che non vantava il lusso sfolgorante delle domus patrizie, né la fatiscenza giganteggiante delle insulae plebee. L’uomo si avvicinò, sbirciò oltre una finestrella minuta che si apriva nel muro, poi percosse la porta col pesante batacchio.

«Papà, stanno bussando».

Vatinio Erucio si recò alla porta preceduto dal figlio. Quando vide il vecchio Polibio serrò il volto, reprimendo la stizza per quella visita poco gradita.

«Spero non ti abbia disturbato» esordì l’affittuario, sfoggiando un sorriso affilato quanto un coltello.

«Per niente, anche se ti aspettavo fra qualche giorno»

«Davvero?».

Polibio finse stupore, scostò l’inquilino ed entrò nella casa.

«Stupidi schiavi numidi» continuò, guardandosi attorno con malcelata attenzione «non riescono proprio a tenere il conto dei giorni del nostro calendario».

«Dovresti provare con qualche servo greco, allora»

Vatinio si morse le labbra. Odiava quell’omuncolo avvolto in sete profumate, eppure non poteva rischiare di contrariarlo. Almeno finché volesse assicurare un tetto dignitoso sulla testa della propria famiglia.

«Greci? Costano troppo e non sanno fare altro che ciarlare. La filosofia non riempie il borsello, mio caro, dovresti saperlo»

Non gli piacque il tono con cui il vecchio aveva chiuso la frase, né il modo con cui sembrava stesse scegliendo il prossimo gingillo da portarsi via in cambio dell’affitto. Che guardasse pure. Non avrebbe trovato nulla che fosse più prezioso di un vaso di terracotta, almeno da quella volta che si era appropriato del vassoio d’oro con le offerte ai Penati. Gli spiriti protettori della famiglia si erano adirati molto perché Vatinio avesse permesso quel vile saccheggio. L’avevano punito, ne era sicuro, rendendo aridi gli affari della bottega. Da allora, il romano aveva fatta sua l’abitudine di nascondere alla vista i beni preziosi della casa. Il risultato era un’abitazione scarna e smunta, simile a un cadavere beccato da un corvo. Il pavimento legnoso crepitava ad ogni passo, e l’unico braciere con cui la famiglia si scaldava e cucinava aveva annerito i muri da lungo tempo. Ciò di cui andava fiero era il tavolo. Privo di qualsiasi decorazione, certo, ma massiccio quanto lo scudo di un sassone. Quella robustezza, messa soltanto al servizio di un vaso di fiori, portava alla casa più un tocco d’ilarità che di colore.

Ma in fondo andava bene anche così.

Vatinio non era un uomo da lasciarsi sopraffare dallo squallore dei propri problemi. Aveva abbandonato l’esercito per mettere su famiglia. Aveva sposato Lavinia, una graziosa ragazza cristiana, poco prima di stabilirsi a Divodurum. Anche se gli ultimi dieci inverni lo avevano visto fornaio, i suoi muscoli erano rimasti quelli di un guerriero. E di un soldato conservava anche lo spirito indomito con cui fronteggiava ogni avversità. Sarebbe venuto a capo del dissesto economico già da tempo, se Polibio non lo avesse tormentato con i suoi periodici salassi.

Eccolo lì invece, il vecchio uccellaccio, chino a profondere carezze al piccolo Cornelio Erucio.

«Quali nuove da Roma?» chiese all’affittuario, sottraendogli dalle grinfie il proprio bambino.

Polibio inarcò un sopracciglio, come a valutare la sincerità dell’interesse celato nella domanda, poi rizzò la schiena come faceva ogni volta che si vantava dell’elevato rango dei propri contatti.

«L’Imperatore Teodosio sta dibattendo col Senato la possibilità di un nuovo attacco contro gli elfi».

«Elfi».

Vatinio soppesò ogni sfumatura di quella parola esotica.

La situazione al fronte doveva essere cambiata parecchio, dai tempi in cui le tribù germaniche bramavano le fertili terre dell’Impero con la stessa insistenza con cui Polibio sbavava su tutto ciò che potesse riflettere la sua faccia grinzosa.

«Cosa sono gli elfi, papà?» chiese dubbioso Cornelio.

Vatinio aggrottò la fronte. Come poteva dare una spiegazione di quelle misteriose genti dalle orecchie a punta? Non li aveva mai incontrati, e nessuno fra coloro che ne parlavano asserivano di averne visto uno. Per un po’ aveva creduto che fosse solo una trovata dell’Imperatore, un trucco volto a giustificare l’ennesimo aumento delle tasse.

Le rughe sulla sua fronte si fecero ancora più profonde, la sua mente rifiutava quella spiegazione con la stessa velocità con cui l’aveva formulata. Non poteva essere una menzogna.

Le menzogne non uccidono. Gli elfi si.

Le città bruciavano, sotto il torchio di una guerra che stava insanguinando l’Europa. Per cosa? Il filo della matassa si era perso fra la Politica e la Religione. l’Imperatore raccontava di essere stato prigioniero di quella razza infima e spregevole. Vittima di una crudeltà raccapriccianti, una volta tornato libero aveva giurato sulla Croce stessa lo sterminio degli elfi.

La guerra era stata facile all’inizio.

Roma poteva contare su un gran numero di uomini, su una superiorità numerica schiacciante. Ma poi qualcuno aveva cambiato le carte in tavola. Una risposta, o forse un istinto di sopravivenza. Gli elfi erano sgusciati fuori dalla tane che li avevano nascosti da secoli, rispondendo con la violenza alla violenza. A sentire i racconti dei superstiti, fuggiti in tempo alla caduta di tante città di confine, i demoni si spostavano rapidi. Mordevano lì dove l’Impero era più scoperto: Le città di provincia. Vatinio aveva abbastanza esperienza sulle spalle per capire il loro gioco. Volevano logorare Roma, senza però tentare un attacco diretto alla Capitale. Se l’Impero era un gigante, quel Comandante uscito dall’Inferno puntava dritto ai piedi, facendo vacillare la base stessa del nemico.

«Allora, papà? Cosa sono?»

Per quanto il piccolo Cornelio lo incalzasse con le sue domande, Vatinio non si sentiva di parlargli degli orrori della guerra, né della paura verso quei nemici sconosciuti. Si sforzò in un sorriso e prese in braccio il figlio con fare protettivo.

«Sono dei mostri cattivi con cui i genitori spaventano i figli che non ubbidiscono. Un po’ come le arpie e le chimere»

«Ma Raulio, il figlio del falegname, dice di aver visto una chimera»

«Era solo un grosso cane, Cornelio, forse un lupo sceso dai monti a caccia di montoni»

«Dovresti insegnargli come gira il mondo, se vuoi che diventi un uomo» sussurrò Polibio, il cui timore degli elfi fece abbandonare per un attimo quella sua aria d’aguzzino.

«Non voglio che la notte non riesca a dormire»

Nella voce di Vatinio, una nota di preoccupazione. Stava ammettendo che egli stesso passava notti inquiete? Era così, e non badò a nasconderlo in presenza di quel vecchio avvoltoio. Gli bastò un’occhiata al fondo degli occhi castani di Polibio, solitamente così luminosi, per capire che non c’era uomo sotto la bandiera di Roma che non temesse i nemici dell’Aquila.

«Va a chiamare tua madre, Cornelio. Dille di portare i soldi»

Il bambino era appena sparito oltre l’arcata che dava nella stanza interna, che Vatinio tornò a fissare quel volto dai tipici tratti latini.

«Questo è l’ultimo mese, Polibio»

Il vecchio patrizio dilatò le narici in un’espressione di indignazione.

«Stai lasciando casa? Ma il contratto non è terminato»

«Voglio trasferirmi in Italia, la Germania non è più sicura»

«Mi pagherai fino all’ultimo asse, Vatinio, o giuro che ti farò inseguire dagli avvocati ovunque ...»

Il romano non riuscì a trattenere un moto d’ira. Quel suo pensare sempre ai soldi anche se c’era di mezzo qualcosa di più grande! Agì di impulso, col viso arrossato dalla collera. Avvinghiò il nobile per l’orlo della toga e lo batté al muro.

«Le città stanno cadendo una dopo l’altra! Sarà questione di tempo, Polibio, non capisci?»

Il vecchio aprì la bocca per parlare, ma non emise alcun suono. Scoccò un occhiata alle dita di Vatinio, ancora strette nella seta, poi si divincolò.

«Ho già parlato al Legato Imperiale» asserì con calma, mentre si sistemava la toga sgualcita. «Penso di riuscire ad assicurare un buona scorta di legionari alla città. Se quelle fiere pagane oseranno calcare le nostre mura, assaggeranno l’acciaio di Roma»

«I soldati su cui puoi contare sono sufficienti per proteggere l’intera città?»

Polibio guardò Vatinio come chi avesse fatto una domanda sciocca.

«Certo che no. Non sono mica un Senatore, sai»

Vatinio chiuse gli occhi. Una parte di sé non voleva abbassarsi a invocare l’aiuto di quel vecchio avido, ma l’altra parte sapeva che, se c’era qualcuno che poteva far qualcosa a Divodurum, era proprio lui. Rimuginò in silenzio. Pensò a Lavinia e Cornelio finché, vinto il proprio orgoglio, si decise a parlare.

«C’è qualche possibilità di ...»

«Mi dispiace, Vatinio».

La risposta arrivò, secca e imbarazzata, ancor prima che la domanda fosse completa.

«Capisco».

Sebbene non avesse mai contato sull’aiuto del vecchio, l’amarezza gli tolse le parole di bocca. L’evidenza di una città che ruotava soltanto attorno al potere e al denaro, una città fatta d’oro ma costruita sulla spiaggia di un oceano in tempesta, gli spense ogni moto di ribellione.

«È per questo che voglio andare in Italia. Non posso accettare che la mia famiglia sia ogni giorno a rischio».

Quando Lavinia tornò, recando con sé un sacchetto pieno di monete, fra i due uomini regnava un silenzio nervoso. Un’occhiata al marito e una a Polibio, e il volto della donna lasciò intendere di aver capito ciò che era successo. Non disse una parola, ma accennò solo un sorriso stanco, poi porse l’oro a Vatinio.

«Spero per voi che è quanto mi è dovuto» bofonchiò Polibio, versando il contenuto della sacca sul tavolo. I denari scintillavano all’ultimo sole della giornata quando giunse, sulle ali del vento, il suono di un corno.

Una nota profonda e tetra.

Vatinio rabbrividì, si avvicinò alla finestrella che dava sulla via della città e guardò fuori. Lavinia gli venne accanto e gli strinse il braccio.

Cornelio si mise in punta di piedi a osservare meglio le monete che Polibio stava contando.

«Sta fermo, ragazzino» sbraitò il vecchio, allontanandolo da sé.

Un secondo suono di corno.

Vatinio osservò la gente per strada che si dimenava come un gregge umano, cercando affannosamente di raggiungere i portici.

«Cosa sta succedendo?» proruppe Lavinia, con il respiro affannato.

«Sarà arrivato qualche senatore» le rispose Polibio, ancora chino sul denaro, liquidando l’intera faccenda con uno sbrigativo gesto della mano.

Poi una terza lugubre nota.

La gente ora per strada correva per ogni dove. I visi terrei si schiudevano in grida di panico, i corpi si spingevano per guadagnare un po’ di spazio. Tutto divenne frenetico come se, di colpo, la notte fosse scesa più velocemente a strappare via il tempo agli uomini. Chi aveva con sé un otre di vino, lo abbandonò sul ciglio della strada per correre più velocemente. I bambini furono presi in braccio. Molti bussavano ad ogni porta in cerca di rifugio. A far da cornice a quel fanfara caotica, l’abbaiare rabbioso e scomposto dei cani.

Lavinia, atterrita e con gli occhi sbarrati, scosse per il braccio il marito.

«Sta succedendo qualcosa!»

Vatinio non riusciva a credere ai suoi occhi. Le sue paure presero forma in una parola, udita a stento nel disordine della città.

«Elfi»

«Ma gli elfi non esistono, papà»

«Elfi?!» ribatté Lavinia, col cuore in gola.

Polibio spinse le monete nella propria sacca, senza curarsi di quelle che, nella fretta, erano cadute fra le assi del pavimento. Vatinio lo vide dileguarsi verso l’uscita in un batter d’occhio. Avrebbe voluto chiamarlo e dirgli di rimanere al sicuro lì in casa ma, prima che riprendesse il controllo di sé, il vecchio aveva già fatto ritorno alla propria portantina e intimava ordini agli schiavi numidi. Rimase attonito a fissare la folla sparire dalle strade, inghiottita da fiotti di panico e paura, poi si riscosse.

«Presto» intimò al resto della famiglia. «Giù nella botola!»

«Quale botola, papà?»

Cornelio. Non poteva certo sapere che, ormai da mesi, Vatinio lavorava ogni notte per costruire un piccolo antro sottoterra, un piccolo rifugio sicuro al riparo dai pericoli.

Non era tempo di spiegazioni.

Scostò il grande tavolo d’ebano e si chinò. I muscoli si tesero, nello sforzo di aprire quel portello grande appena a lasciar passare una persona. Lavinia trascinò con sé il bambino giù per le scale di legno scricchiolanti che sparivano nell’oscurità. Non aveva ancora fatto dieci passi che si volse verso il marito.

«Perché indugi ancora?»

«Voglio vedere gli elfi»

«Non essere sciocco, Vatinio. Vieni con noi»

«Solo un’occhiata, poi scendo anch’io»

Il desiderio che lo spingeva verso l’ignoto gli animava il petto con una forza prepotente. Sentiva l’istinto di sbirciare oltre quell’uscio spalancato, il bisogno di dare un volto a quelle creature, assicurarsi che fossero fatte di carne.

Fece un passo sulla strada.

Ormai non rimanevano che pochi vagabondi, gente che il terrore aveva ridotto a pallidi spettri. In fondo alla via, i soldati si allineavano in formazione: i gladi stretti nel pugno, i grandi scudi pronti a erigere un muro fra Divodurum e quei demoni venuti dall’Inferno. Nonostante le urla imperiose con cui i centurioni dispensavano gli ordini, avvertiva distinto i colpi inferti contro le porte della città. Tuoni, di una tempesta che si stava per abbattere sulla città nonostante il cielo terso.

Sordo ai richiami della moglie, attese, inerme di fronte alla sciagura, finché una breccia squarciò le mura. Possibile che tutto si stesse svolgendo così in fretta? Guardò in alto il mite luccichio delle stelle. Il tempo sembrava essersi alterato sulla soglia fra la vita e la morte. Le paure affrettavano il susseguirsi dei secondi, per poi rallentarlo, racchiudendo un respiro in un attimo infinito. Vatinio osservava l’inizio della battaglia per Divodurum avvolto in una cappa di silenzio. Né il frastuono dell’acciaio né gli urli di guerra riuscivano a raggiungerlo. Stava immobile, e non trattenne più le lacrime. Pianse sul ciglio di casa, per la fine del mondo che aveva conosciuto. Qualsiasi fosse stata l’esito di quella battaglia, il suo piccolo universo sarebbe mutato per sempre.

Adesso li aveva visti, gli elfi: figure snelle, coperte da armature metalliche. Brandivano spade, archi e lance dietro quei loro strani occhi luminosi. Luminosi? Si, luccicavano. Non capiva se per l’ebbrezza della battaglia o per la loro intima natura. Piegò la testa di lato. In fondo, con gli elmi a coprirne le proverbiali orecchie a punta, non sembravano poi così diversi dagli uomini. Riusciva a scorgere il loro vessillo. Sventolava oscuro e carico di sinistri presagi dall’alto di una lunga picca. Era un sole. Un sole sceso oltre il fondo di una valle, un’alba capovolta: il Crepuscolo.

Per un po’ seguì attento l’andamento della battaglia. Dalla breccia gli elfi si riversarono nella città, abbattendosi sulla testuggine romana come un pesante maglio brandito da una mano invisibile. Gli schieramenti ondeggiavano, guadagnavano terreno, ora lo perdevano, in un susseguirsi terribile di fendenti e affondi. Vatinio li spiava da lontano e non si mosse finché non vide ciò che lo spingeva a ignorare le urla di Lavinia e il pianto di Cornelio.

Gli elfi sanguinavano.

Morivano, come gli uomini. Chiuse gli occhi e ringraziò gli Dei. Non erano spiriti. Quella certezza sembrò rinvigorirlo. Un’ondata di rinnovata energia gli risalì lungo la schiena, provocandogli i brividi. Gli istinti di guerriero, mai assopiti nel suo animo, reclamavano la battaglia. Avrebbe voluto trovarsi lì, alle porte di Divodurum, fianco a fianco ai suoi fratelli di lama. Avrebbe voluto essere lì, a urlare con orgoglio il nome di Roma, ma bastò un’occhiata alle sue spalle per ricordargli che il suo posto era altrove.

Doveva difendere la sua famiglia, prima di ogni altra cosa. Tornò in un balzo a casa. Si recò nella stanza più interna, indossò un corazza di cuoio e si affibbiò il cinturone con la propria spada. Afferrò anche un pugnale e fece ritorno nell’atrio della casa. Si inchinò al cospetto dei Penati, rivolgendo loro delle preghiere affinché proteggessero il focolare domestico. Chiuse la porta, serrandola con un chiavistello, poi scese nella botola. Richiuse l’ingresso, celandolo alla vista di chiunque avesse fatto irruzione. Baciò la moglie e abbracciò il figlio.

«Ce la faremo» sussurrò. Il suo spirito non si rassegnava alla resa. Tutte le città di confine battevano adesso il vessillo degli Elfi. Forse anche Divodurum sarebbe caduta. Sotto l’ombra di quella minaccia Vatinio si sentiva come un animale ingabbiato, diviso fra paure e speranze.

Il giorno era fuggito via oltre le Colonne d’Ercole, impaurito al cospetto degli Elfi del Crepuscolo. La terra aveva accolto il cadavere del sole, primo caduto della battaglia. La notte era sorta, benedicendo con la sua pallida luce quell’orda affamata di distruzione.


“Se guardi nel buio a lungo, c'è sempre qualcosa”

William Butler Yeats

2. «Perché non accendiamo una lucerna, papà?»

Cornelio non riusciva più a tollerare quell’oscurità imperscrutabile. La risposta dei genitori era stata sempre la stessa da quando si erano ritirati in quell’antro buio e umido.

«Shhhhh»

La braccia di Lavinia lo abbracciavano forte. Stretto al suo grembo, riusciva a sentire il cuore della madre. Stranamente, quel suono sempre così familiare, non faceva altro che acuire la sua inquietudine. Batteva troppo forte e troppo veloce. Rannicchiato accanto, scorgeva appena la sagoma massiccia di Vatinio. Respirava in modo regolare, chiuso in un silenzio meditabondo, ma il modo in cui lasciava scorrere le dita sul coltello tradiva la sua impazienza.

Cosa stava succedendo? Cornelio non capiva. Cos’era quel chiasso che arrivava dalla strada? Sopra la sua testa giungevano, attutite dalle mura e dal pavimento legnoso, urla di uomini, clangore di armi. Sobbalzò, e la madre lo strinse ancor più forte. Non era forse il ruggito di una bestia? Deglutì e stropicciò gli occhi, che bruciavano a causa del buio e dell’umidità. Non era il normale abbaiare dei cani di strada, indispettiti dal passaggio delle processioni cristiane. Non era nemmeno il ringhiare cupo e sommesso dei lupi delle colline. La sua mente infantile volò a Raulio, il figlio del falegname. Una chimera? Gli elfi esistevano davvero, dunque? E calcavano le chimere. L’associazione giunse istintiva, propinata da quel buio afoso attraverso cui i rumori assumevano le sfumature di un incubo a occhi aperti.

Cornelio rabbrividì, poi tirò su col naso. Quasi sobbalzò quando Vatinio gli sfiorò la guancia in una carezza delicata. Aveva sempre amato immaginarsi un soldato in un futuro lontano, quando sarebbe stato alto quanto papà. Ma ora che la guerra infuriava a pochi metri dalla sua testa, stava ritrattando quella decisione. Forse era meglio la professione del fornaio. Cucinare il pane non fa morire la gente, pensò. Certo, ogni tanto una manovra incauta poteva fare bruciare l’intera bottega. E l’incendio poteva estendersi alle insulae vicine, ma erano dei casi rari. Cornelio non aveva mai sentito di fornai che erano morti. Chissà come appariva all’Imperatore Nerone Roma quando bruciava. Forse anche lui aveva avuto la stessa paura che Cornelio avvertiva strisciare sulla sua pelle. Non riuscì a immaginarsi un Imperatore che si nascondeva nella botola. La sua mente stentava ad accettare quel riparo stentato, scavato nella roccia su cui sorgeva la casa. C’era qualcosa di sbagliato in tutto ciò, una deviazione troppo brusca dalla mite routine della vita.

Strabuzzò gli occhi, sforzandosi di mettere a fuoco un piccola macchia scura poco distante dai suoi piedi. Allungò il braccio e raccolse l’oggetto. Un piccolo disco metallico, certamente una delle monete sfuggite a Polibio. Chissà dov’era il vecchio nobile adesso. Anche lui aveva una botola sotto casa? No, quell’uomo rugoso aveva tanti soldi. Cornelio era certo che la botola di Polibio era ben più ampia e illuminata, comoda e lussuosa quanto la domus dell’Imperatore Nerone.

La sua mente vagava inquieta. Inseguiva i pensieri uno dopo l’altro senza una meta precisa. Il suo corpo tremava, intirizzito. Quanto tempo era passato? Non riusciva a capirlo. Le urla, così uguali fra di loro, non gli permettevano di apprezzare l’evolversi della notte. Forse il sole era alto, o forse c’era ancora la luna. Ebbe l’impressione di addormentarsi. E il cuore martellante di Lavinia popolò i suoi sogni di elfi brutti e cattivi che mangiavano i bambini dall’alto di chimere feroci. Si svegliò di soprassalto e urlò.

«Va tutto bene, piccolo mio» gemette la madre.

Cornelio provò l’impulso di piangere. Perché se andava tutto bene, Lavinia stava singhiozzando? Qualcosa al suo fianco spezzò la monotona immobilità che lo aveva inghiottito. Vatinio si mosse, strisciando sulla roccia. Fece solo qualche passo e si levò in piedi, la spada in una mano, il coltello nell’altra. Tese l’orecchio verso il pavimento, a una spanna dalla sua testa.

Il tonfo della porta sfondata.

Cornelio sgranò gli occhi. Qualcuno era entrato in casa. Voleva urlare, ma Lavinia gli tappò la bocca. Sentì la madre che si rannicchiava ancor più a fondo nell’angolo buio. Per un attimo ebbe paura che, se si fosse stretta ancora un po’ alla parete, sarebbe riuscita a entrare nella pietra. Sarebbe stata una bella protezione, certo, ma poi come sarebbero usciti? Pensieri febbrili allucinavano i suoi occhi e annodavano la sua gola, mentre osservava il padre immobile nell’oscurità.

Rumore di passi.

Qualcosa stava passando sulle loro teste. Qualcosa, perché non poteva essere un uomo. Gli uomini bussano prima di entrare nelle case, non sfondano le porte. Solo una volta Cornelio aveva aperto la porta con un calcio, era stato un pomeriggio in cui aveva litigato con Raulio, e Vatinio lo aveva rimproverato duramente. Chissà se ora il padre avrebbe rimproverato anche gli elfi. Di certo era molto arrabbiato, perché tremava. Tremava anche la mamma, ma lei non era arrabbiata. Aveva solo paura, Cornelio lo sentiva in quella comunione di corpo e anima con cui era legato a Lavinia. Aveva tanta paura. Anche lui aveva tanta paura. Era per questo che continuava a pensare senza sosta. Perché se smetteva di inseguire i pensieri, sentiva lo stomaco annodarsi e la tunica bagnarsi.

L’elfo annusava l’aria, i suoi passi lenti incrinavano le assi.

Cornelio udì il rumore del vaso che si rompeva e si sentì triste. Mamma amava quei fiori. Ogni giorno, dopo le lodi del mattino, innaffiava quei germogli con la stessa cura amorevole con cui la sera lo infilava nella tinozza per il bagno. Qualcuno aveva rotto il vaso. Qualche briciola di terra cadde dalle assi del pavimento. I fiori sarebbero morti se qualcuno non li avesse messo in nuovo vaso. Cornelio dubitava che l’elfo si sarebbe preso la briga di salvare quelle piccole piantine. In fondo aveva rotto la porta, no? Quindi era una persona cattiva. No, un elfo non era un persona. Corresse il pensiero, poi udì Lavinia che strozzava il proprio pianto. La mamma era triste perché gli elfi avevano rotto il vaso con i fiori. Cornelio si strinse alla madre e pianse, affondando la testa nella sua tunica.

L’elfo si chinò e graffiò il pavimento con le unghie. Quando si rialzò, il legno scricchiolò ancora una volta.

Poi tutto piombò nel silenzio.

Se ne era forse andato? No, non poteva essersene andato via. Cornelio sapeva che avrebbe dovuto sentire rumori di passi verso la porta. Gli elfi sapevano volare? Quel pensiero gli mise ancora più paura. Se avessero preso la mamma e l’avrebbero portato via? Papà non sapeva volare, come avrebbe potuto inseguirli? Stava ancora cercando una soluzione a quell’annoso problema, quando le assi del pavimento cedettero, con un forte schianto. Dall’alto piombo una figura scura, a pochi passi da Vatinio.

Cornelio urlò.

Il riflesso dei fuochi nella strada si unì al turbinare della polvere, avvolgendo quel guerriero in un alone spettrale. La sua armatura di metallo era chiaramente distinguibile con contorni terrificanti. Teneva alta la lancia contro Vatinio.

«Aule ya rahmaa!»

Cornelio si sentì soffocare, come se il suo corpo si rifiutasse di respirare. La paura per quelle parole incomprensibili lo faceva tremare, pallido e sudato.

Quando l’elfo accennò un passo, Vatinio gli si avventò contro. Colpì con un affondo ma l’elfo si spostò lateralmente evitando il corpo. Si muoveva con un’agilità sorprendente. Aveva addosso una’armatura pesante abbastanza da impacciare il movimento di qualsiasi soldato romano, eppure schivava ogni colpo del guerriero romano.

«No, vi prego!» balbettò Lavinia, stringendo il figlio al petto. Ma nessuno dei due combattenti le prestò ascolto; né badavano alle urla che si mescolavano al crepitare delle fiamme per tutta Divodurum. L’elfo fece roteare la lancia, descrivendo un ampio cerchio, ma Vatinio si ritrasse, lasciando che l’arma avversaria scheggiasse la roccia. Il romano si chinò in avanti, ansimante. Lanciò il coltello, colpendo l’elfo alla spalla. Non appena il nemico si piegò, colto alla sprovvista da quella mossa avventata, si scagliò in avanti brandendo la spada con entrambe le mani. Si esibì in un fendente micidiale. L’elfo fece scattare il braccio destro verso l’esterno, deviando il colpo con la picca; lasciò andare l’arma e si avvinghiò alle braccia di Vatinio. Di certo non sospettava la forza che il romano aveva in corpo, perché il viso si contrasse in un ringhio feroce. Con malcelata difficoltà spostò verso il basso le mani del romano, ancora stretta alla spada.

Uno schiaffo, e Vatinio barcollò.

Un pugno allo stomaco, e Vatinio sputò un grumo di sangue.

Un calcio, e Vatinio stramazzò al suolo.

Le sue dita brancolavano nell’oscurità per recuperare l’arma, ma l’elfo si premurò di allontanarla con la punta dello stivale.

Quando il mostro alzò la lancia, Cornelio vide tutto farsi buio. Sentì che la madre gli coprì gli occhi, che urlava, straziata da orrori innominabili. Sentiva che la madre si accasciava sul suo piccolo corpo e piangeva. Sentiva l’aria ammorbarsi con il caldo odore di sangue. Sentì i passi dell’elfo rimbombargli nelle orecchie e nella mente. Sentì che afferrava Lavinia per un braccio, che la portava via. Cornelio strinse la mano della madre. Incespicò sui gradini di legno, incapace a reggere l’andatura della creatura. Poi si voltò e guardò in basso, in quel buco nel terreno.

«Papà!» urlò con tutte le forze che aveva in corpo. «Papà, ci stanno portando via!».

Urlava e piangeva, scosso da una paura primordiale.

Perché suo padre non stava fermando l’elfo? Perché si limitava a fissarlo con gli occhi spenti e le labbra tumefatte? Perché la sua corazza era striata di sangue?

Cornelio urlava e invocava il padre, ma, sordo ad ogni richiamo, Vatinio rimase immobile, riverso sulla roccia.


“Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno

e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.”

Matteo 5, 11

3. Lavinia si era lasciata condurre via senza opporre alcuna resistenza.

Teneva il figlio stretto a sé, ma non riusciva a ribellarsi. Negli occhi, gonfi di lacrime, aveva ancora l’immagine della morte di Vatinio. Non riusciva a capire il senso di tutto ciò che le stava accadendo intorno.

Divodurum brillava come una stella nella sua ultima notte, aizzata da roghi e combattimenti. I cadaveri riempivano le vie come se, stremati dalla battaglia, quei soldati avessero solo bisogno di riposare un po’. C’erano ancora sporadici focolai di resistenza, per lo più bande di disperati convinti di vendere cara la propria pelle, ma ormai la città era in mano ai nemici.

Lavinia stringeva il proprio bambino, mentre nel suo animo cupo si delineava l’ineluttabile certezza di orrori ignoti. Gli elfi uccidevano i soldati e ogni uomo che opponeva resistenza. Ammucchiavano i prigionieri in gruppi nelle piazze. Davano alle fiamme i simboli dell’Impero e piantavano vessilli malvagi. Il simbolo del Crepuscolo ora svettava lì dove poco prima l’Aquila strillava, indomita, la propria sfida al cielo. Cosa avrebbero fatto dei superstiti? Stringeva il piccolo Cornelio, angosciata da quel pensiero. Vatinio era caduto, e con lui ogni certezza. Era sempre stata una moglie amorevole, con poche pretese se non una mite tranquillità familiare. In vita sua aveva lottato solo una volta: affinché Vatinio abbandonasse la vita militare. Aveva vinto, con la sola arma di lacrime e parole.

Lacrime e parole.

Dubitava che sortissero lo stesso effetto con quei mostri. Quale sensibilità potevano avere creature selvagge come quelle? Erano passate solo poche ore da quando la sua famiglia era stata distrutta, ma aveva l’impressione che l’intero mondo in cui era vissuta fosse lontano mille miglia. Cornelio era in uno stato di atterrita indifferenza. Ciò che era successo aveva dilaniato il suo piccolo animo, lasciandolo in balia di chi gli stava attorno. Lavinia lo capiva semplicemente guardando sul fondo di quegli occhi bruni. Il bambino non parlava né si opponeva. Teneva il viso basso, lasciando che le lacrime increspassero la polvere delle strade. Lo strinse a sé, nell’ultima speranza che non separassero una madre dal proprio bambino. Lo strinse a sé piangendo, come se quel corpicino sporco e tremante potesse darle forza.

Forza.

Forza per far cosa?

Si guardò intorno. Gli uomini venivano condotti come bestie ai recinti. Lavinia si sentì asserragliare in mezzo a una folla di visi sconvolti e stremati. Il guerriero che aveva ucciso Vatinio non disse un parola. Le lasciò il braccio, la spinse insieme agli altri prigionieri, la scoccò un’occhiata truce e si dileguò, tetro aguzzino di innocenti, a compiere il suo sporco lavoro. Lavinia sembrava non riconoscere più la città in cui aveva vissuto in quegli ultimi anni. Le fontane agli angoli facevano gorgogliare acque rossastre ai piedi delle divinità romane. Di tanto in tanto qualche insula, consumata dalle fiamme, crollava, accasciandosi su se stessa. Alcuni si gettavano dai tetti di quei giganti di legno e pietra, preferendo la morte alla prigionia degli elfi. Altri, incapaci di trovare il coraggio di abbandonare la vita, imploravano un vicino affinché elargisse loro una fine rapida.

Lavinia stropicciò gli occhi mentre scrutava quei figli di Satana. Eccolo lì, ritto su una bestia alta quanto un uomo, l’elfo che i romani chiamavano l’Anticristo, il comandante di quei vili demoni. Indossava un elmo nero con un cimiero grigio che scendeva sulla spalla. Sul suo viso pallido brillavano due occhi di ghiaccio. Aveva uno sguardo determinato, da freddo conquistatore. Reggeva le redini del suo destriero, pericoloso almeno quanto il cavaliere che portava in groppa, avvolto in un manto nero che garriva al vento come le ali di un pipistrello. Lavinia provò un moto di disprezzo contro quel viso giovane e bello, che studiava la città con cinica indifferenza. Impartiva ordini nella lingua degli elfi e nessuno fra gli uomini osava avvicinarvisi. Quando il Cavaliere Nero scesa dalla belva che cavalcava, muovendosi a lenti passi verso la piazza, la folla indietreggiò come di fronte al Nemico di Dio.

«Non azzardate iniziative personali» esordì il Comandante degli Elfi in un perfetto latino. «E non vi verrà fatto alcun male».

Lavinia scosse il capo. Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Non vi verrà fatto alcun male. Uno dei uomini aveva fatto irruzione nella propria casa, scovato il loro nascondiglio e ucciso senza esitazione suo marito. Se questo non era considerato fare del male, cos’altro erano in grado di fare quelle creature?

L’Anticristo continuò a parlare alla folla, camminando avanti e indietro con l’elmo sottobraccio.

«La città è caduta nelle nostre mani, dunque non contate più sull’aiuto delle istituzioni romane. Certamente vi state chiedendo perché siamo qui e cosa vogliamo».

Fece una pausa, per dare maggior rilievo alle parole che seguirono.

«Ce lo siamo chiesti anche noi, il giorno in cui il vostro Imperatore ha dato inizio a una caccia la cui ferocia è pari a quello che vedete attorno a voi. Molti di voi erano soldati che hanno difeso fino alla fine la propria città. Molti di voi sono uomini indifesi, vittime inermi di un massacro di cui siete spettatori succubi».

Il suo volto era infiammato da un impeto feroce, di cui tutti ebbero terrore.

«Siamo in guerra con Roma. Ogni guerra ha le proprie vittime. I vostri soldati sono caduti, il vostro Signore si nasconde a Roma. E voi?»

Gli elfi presenti nella piazza scoppiarono in un fragoroso urlo di vittoria a quelle parole. Battevano le lance, percuotendo le pietre delle strade in un coro d’acclamazione.

«Se diserterete l’Impero, avrete salva la vita. Seguirete la nostra colonna, come prigionieri. Spingerete i carri e raccoglierete la legna. Luciderete le nostre spade e ci aiuterete nella nostra marcia verso il cuore dell’Impero».

Parlava con una sicurezza arrogante. Parlava come chi non ammettesse indugi o repliche. La sua voce echeggiava nella notte, strappando lacrime e singhiozzi. Davvero il suo destino e quello di Cornelio era quello di divenire schiavi di colui che aveva schiacciato la loro vita? Lavinia sentì il respiro farsi irregolare. Avrebbe voluto Vatinio al suo fianco. Lui le avrebbe fatto forza. Lui avrebbe trovato una soluzione. Invece era morto, per difendere una libertà che il Cavaliere Nero stava soffocando nel suo terribile pugno. Lavinia sentì le lacrime rigarle la guancia.

Nemmeno nella morte trovava una consolazione.

Vatinio non aveva mai voluto abbandonare il culto degli dei romani. La sua anima indugiava sulla barca di Caronte verso l’Ade, lontano dal Paradiso cristiano a cui lei era destinata.

Separati per l’Eternità.

Quel pensiero le dilaniò il petto, terrorizzandola più della prigionia e della morte. D’istinto strinse forte a sé Cornelio, che teneva fissi gli occhi verso l’Anticristo.

«Non guardarlo, piccolo mio» gli sussurrò, nel timore che anche solo uno sguardo al Cavaliere Nero portasse sventura.

«Che significa disertare, mamma?»

Lavinia non rispose. Spiegare ciò che li attendeva sarebbe servito solo a rendere più pesante il fardello che gravava sulle loro spalle.

«Se invece rimarrete fedeli a Roma» proseguì il Comandante «morirete per un città che ha ignorato le vostre vite. Dov’era Roma quando la prima città del confine era caduta? Dov’è adesso il vostro Imperatore?»

Ogni parola dell’elfo trasudava un odio più nero della notte, un feroce rancore determinato a lasciare dietro di sé solo morte e devastazione.

«Vi dico io dov’è Teodosio di Roma: uccidere i nostri guerrieri, picchia le nostre donne, tortura i nostri bambini, converte la mia gente al cristianesimo. Scegliete, romani. Scegliete, se vivere o morire. Scegliete, se ribellarvi a un Impero indifferente alla vostra sorte o morire per una bugia che hanno tramato contro di noi. E chiunque andrà in Paradiso non dimentichi di portare queste parole al Dio d’Israele: Edheldur Arhathel, il Cavaliere Nero, il Campione del Dio Mordhros, il Comandante degli Elfi del Crepuscolo di Nainiel, spezzerà la croce e soffocherà Roma nel suo stesso sangue».

Pronunciò il discorso con un impeto tale che dovette riprendere fiato. Persino gli elfi rimasero ammutoliti di fronte alla maledizione con cui Edheldur sfidò il Cielo e la Terra. Lavinia si segnò col gesto della croce, per difendersi dalle parole di quella bestia partorita da Satana in combutta con i peggiori demoni dell’Inferno.

Quando infine il Cavaliere Nero fece ritorno alla sua cavalcatura, vi risalì e dette aria al proprio corno, la notte attorno a lui sembrò farsi più fosca. Tre lunghe note lugubri e sinistre. Lavinia sentì i capelli rizzarsi sulla sua nuca e un brivido mutarle il sangue in acqua. Quando infine Edheldur Arhathel sparì fra le vie per incontrare il suo Stato Maggiore, tirò un sospiro di sollievo.

Il terrore lasciò posto a una scalpitante impazienza. Vivere o morire. Non riusciva ad accettare nessuna di quelle due alternative. Quell’elfo avrebbe retto il confronto col più abile oratore del Senato. Non c’era una vera scelta da compiere. Si trattava se scegliere di morire subito e più tardi. Lavinia non aveva dubbi sul futuro che attendeva i profughi, una volta terminata la guerra. Sul fondo di quei occhi di ghiaccio aveva visto sentimenti inumani, incapaci di provare pietà.

La gente attorno non era meno stordita di quanto fosse lei. Un lugubre silenzio, pregno di rassegnazione, gravava come una cappa immota sui dispersi del massacro di Divodurum.

Cornelio, soprafatto dagli eventi di quella notte, cedette ad un sonno irrequieto. Lavinia lo strinse fra le sue braccia, scaldandolo col suo manto. Sedette sulla piazza, insieme ad altre centinaia di prigionieri. Chiamò a raccolta le ultime forze del suo animo. Barcollava fra un’eccitata ricerca di una via di fuga e l’abbandono alla preghiera. La notte trascorse lentamente, come un carro sovraccarico per una strada impervia.

L’idea le arrivò proprio quando stava cedendo al sonno.

Edheldur Arhathel aveva vinto il suo braccio di ferro con la città e scorazzava ormai incontrastato per Divodurum, scegliendo il luogo più adatto dove stanziare il suo quartier generale. Le morsa degli elfi si era fatta meno stringente. In fondo, perché dubitare che ognuno sarebbe rimasto fermo nel proprio giaciglio? Se doveva agire, questo era il momento. Ora che il nemico era meno vigile, ora che Divodurum poteva ancora offrire qualche gramo rifugio.

Dove gli uomini avevano fallito, Dio poteva prevalere.

Se il Cavaliere Nero era più di un uomo, era certamente meno di una divinità. Lavinia si alzò, fra le braccia Cornelio ancora dormiente, e sgusciò, insignificante ombra nella notte, fino al limitare della piazza. Attese, finché la ronda degli elfi non le lasciò lo spazio di una fuga disperata. Corse a perdifiato, senza voltarsi indietro. Corse col cuore in gola, evitando le strade principali. Normalmente quelle strette viuzze fra le insulae erano il luogo preferito in cui banditi e tagliagole tendevano i loro agguati. Ma la Divodurum che conosceva era morta, e pericoli ben più oscuri che banditi vagavano a piede libero per la città.

Non impiegò molto tempo a raggiungere la chiesa.

Era una costruzione solida, priva delle effigi con cui i maggiori templi pagani erano riccamente decorati. Un edificio squadrato, dal tetto a punta sormontato da una grossa croce. Lavinia passò oltre il portone principale, dirigendosi verso una porticina secondaria che si apriva sul lato orientale dell’edificio. Bussò sul portone arrossato dai riverberi degli incendi. Bussò una seconda volta, ma nessuno venne ad aprire.

«Per l’amor del Cielo» implorò, bussando ancora una volta. Attendeva inquieta, guardandosi le spalle. Sapeva che da un momento all’altro poteva giungere un elfo. Appoggiò la fronte contro la porta e singhiozzava, quando da un piccolo spiraglio apparvero un paio d’occhi tremanti.

La porta s’aprì, rivelando un prete vecchio e curvo. Nello stato in cui si trovava, Lavinia non badò al saio largo e logoro, né ai pochi capelli unti che scendevano ai lati della testa dell’uomo. Cadde in ginocchio di fronte a quel santo salvatore.

«Vi prego, datemi un posto in cui possa nascondermi insieme a mio figlio»

L’uomo si inumidì le labbra, indugiando nel cedere il passo alla donna.

«Credi in Cristo, figliola?»

Lavinia annuì. Incapace a parlare, estrasse una collana da cui pendeva un piccolo crocifisso, testimone della sua fede. Quando la porta si richiuse alle sue spalle, tremava ancora. Sapeva che ci voleva ben più di un portone a fermare Edheldur Arhathel, ma confidava nella sacralità del luogo in cui aveva trovato rifugio.

Il prete condusse Lavinia per uno stretto corridoio che sboccava all’interno della chiesa. Le panche erano state rimosse e ammassate contro la porta principale per aumentare la resistenza di quella piccola fortezza. Centinaia di persone gremivano il vasto vuoto rimasto, sussurrando preghiere, sgranando rosari e piangendo silenziosamente in una sobria austerità. Cornelio si svegliò mentre la madre sedette fra i gradini che conducevano all’altare maggiore.

«Dove siamo, mamma?»

«In una chiesa, bambino mio»

«Mi sono addormentato, mamma»

Lavinia si sentì addolorata dal tono di speranza colpevole che permeava la voce del figlio. Capì che sperava fosse solo un brutto sogno, ma la miseria che li circondava fugò ogni dubbio sull’incubo che stavano vivendo.

«Voglio che tu mi prometta una cosa, Cornelio»

«Cosa?»

Lavinia si tolse dal collo la collana col monile sacro, facendola indossare al figlio.

«Non separarti mai da questa collana»

Cornelio fece un cenno d’assenso, ma non indagò oltre. Rimasero immersi in un cupo silenzio. Lo sguardo del bambino indugiava sulla gente che li circondava, pur senza soffermarsi su nessuno in particolare. Di tanto in tanto gli occhi umidi tradivano i sentimenti del piccolo romano, allora, per cacciare via l’ultima immagine di Vatinio, prendeva a giocare con il crocifisso che la madre gli aveva donato. Lavinia lo osservava con un nodo in gola. Accennava un sorriso e gli sistemava l’orlo della tunica. Come se fosse nato appena quella notte, lo ammirava in silenzio, cercando di imprimere nel cuore con ogni piccolo gesto del figlio.

Il tempo trascorreva pigramente, così lentamente che Lavinia cadde in un grigio torpore senza che ne fosse consapevole. Capì di essersi addormentata solo quando, svegliandosi di soprassalto, trovò Cornelio intento a profonderle delle carezze.

«Ti ho svegliato, mamma?» chiese il bambino.

«No, piccolo mio»

Lavinia rispose in un sussurro, ancora stordita per il sonno e la stanchezza. Strabuzzò gli occhi e studiò attorno a sé. Non era cambiato molto durante il suo riposo. La gente si raccoglieva su se stessa, cercando di fare il meno rumore possibile. I volti, segnati dalle occhiaie, rivelavano animi inquieti e bisognosi di ristoro. Il prete che l’aveva accolta nella chiesa girava fra i profughi con un ciotola fra le mani.

«Prendete, fratelli miei, è tutto ciò di cui al momento disponiamo».

Le mani s’affrettavano a rovistare fra i viveri, raccogliendo un tozzo di pane o un pezzo di formaggio. Quando il prete le offrì il cibo, Lavinia prese soltanto un frutto e lo porse a Cornelio. Di certo, pensò la donna, quel monaco aveva una solida fiducia nella protezione di Dio. Tutto ciò di cui, al momento, disponiamo. Avrebbe forse avuto modo di procurare altro cibo? Ne dubitava. Lasciare quel rifugio equivaleva a consegnarsi agli elfi. Ma la fame si sarebbe fatta sentire, presto o tardi. E allora che avrebbero fatto?

«Basta, Cornelio». Col cuore pesante, interruppe il pasto del figlio. «Basta così, o rimarremo senza cibo».

Il bambino guardò avidamente la metà di mela rimanente e senza protestare la consegnò alla madre. Lavinia si guardò con circospezione attorno e nascose il frutto, avvolgendolo nel proprio manto.

«Mamma, perché stai ...»

Cornelio si bloccò prima di completare la domanda.

Il silenzio luttuoso che aleggiava su Divodurum rese ancor più terribile lo schianto contro il portone della chiesa.

«Stanno arrivando» mormorò Lavinia, abbracciando a sé Cornelio.

Alla vista delle panche che sobbalzavano, la gente si ritrasse terrorizzata. Ogni colpo rimbalzava fra le pareti di pietra e, amplificato dal soffitto ligneo, sembrava possedere una forza smisurata. Quando infine lo porta cedette, una teoria di soldati fece irruzione nell’edificio. Alcuni circondarono gli uomini e misero ben in mostra le armi per scoraggiare ogni tentativo di fuga. Altri presero posto nella navata centrale, formando un corridoio per il passaggio del Cavaliere Nero.

Edheldur Arhathel entrò con passo imperioso e gli occhi sollevati ai dipinti che adornavano soffitto. L’eco dei suoi stivali fu l’unico suono che osò levarsi al disopra dei flebili respiri. Si fermò a poca distanza dai prigionieri e li studiò in un gelido silenzio.

Lavinia tremava. Teneva lo sguardo basso, fissando l’ombra del guerriero allungarsi sulle pietre.

«Ar reyn ne m’eh?» chiese uno degli uomini al seguito del Comandante.

Pur senza conoscere quella strana lingua, Lavinia comprese il senso della domanda. Sapeva che la propria sorte e quella del figlio sarebbe stata segnata da ogni singola parola che l’Anticristo avrebbe pronunciato.

E la risposta arrivò. In latino, affinché tutti comprendessero.

«Date la chiesa alle fiamme»

Un sentenza pronunciata con lenta ferocia. Una condanna che sembrò sorprendere persino l’ufficiale elfico.

«E i prigionieri, signore?» chiese, adeguandosi alla lingua che Edheldur aveva scelto.

Il Cavaliere Nero strizzò gli occhi, come a sfidare il crocifisso che dominava l’altare maggiore.

«Che brucino insieme al santuario» ordinò con fermezza.

Il soldato indugiò ancora un momento e nei suoi occhi Lavinia scorse un barlume di pietà.

«Arhami ti les derlun, Edheldur» bisbigliò in tono confidenziale.

A quelle parole il Comandante fece scattare la testa verso il compagno.

«Non mi importa se abbiamo bisogno prigionieri» lo ammonì con una punta d’ira. «Non voglio cristiani al mio seguito».

Il soldato chinò il volto composto in un tacito assenso, lasciando arenare ogni tentativo di protesta.

Soltanto allora Lavinia osò sollevare gli occhi, incrociando lo sguardo del Comandante degli elfi. Aveva scelto di ucciderli tutti, e in modo beffardo, trasformando quel rifugio sicuro nella loro tomba. Si chiese se la colpa per quei delitti avrebbe un giorno superato quell’espressione di freddo distacco, macchiando la coscienza di Edheldur. Davvero non c’era un briciolo di umanità in quell’elfo? Eppure il suo soldato ... Un’estrema speranza, di fronte alla rassegnazione dell’inevitabile, soverchiò ogni paura e spinse Lavinia ad agire.

Il Cavaliere Nero aveva appena mosso i primi passi per tornare all’uscita, che Lavinia urlò.

«No, Aspetta!»

Pregò con tutto il cuore che l’elfo si fermasse ma, non appena lo vide immobile, desiderò che non si fosse mai voltato. La sua sagoma si stagliava minacciosa, illuminata d’oro per i fuochi e d’argento per i riflessi della luna. Non vide traccia d’ira per quell’intervento inaspettato, ma solo sorpresa.

Ormai doveva andare fino in fondo. Afferrò per le spalle il piccolo Cornelio e lo spinse avanti, fino a portarlo di fronte all’Anticristo.

«Uccidimi pure, se ritieni sia necessario. Ma salva mio figlio».

Mise tutto il coraggio di cui disponeva in quell’unica frase, che non suonò come un’implorazione, ma che aveva tutte le sfumature della forza di una donna e di una madre. Ora che aveva finito di parlare, si sentì in balia di quegli occhi di ghiaccio in cui brillava un fuoco inumano. Cadde in ginocchio e non riuscì più a trattenere le lacrime.

Ma doveva andare fino in fondo, se voleva salvare la vita del figlio.

«Se da qualche parte hai un figlio, so che capirai ciò che ti chiedo».

Lavinia non capì quale delle parole pronunciate, riuscì a convincere quell’abile oratore. Fra le lacrime, lo vide alzare il braccio e afferrare Cornelio per la toga. Sui suoi occhi baluginò la pietà, ma fu solo un attimo, poi il suo viso tornò ad assumere quell’aria di sprezzante ferocia con cui aveva piegato Divodurum. Non le diede nemmeno il tempo per un addio, ma trascinò via il bambino che urlava e si dimenava.

«No, mamma! Non lasciarmi, non lasciarmi solo!»

Lavinia si piegò su se stessa e graffiò il pavimento, soprafatta dal dolore. Lo aveva forse abbandonato? Lo aveva forse privato di una madre, unica certezza che gli era rimasta?

Era forse un’idea migliore lasciarlo morire lì con lei?

Lasciarlo morire?

Morire.

No.

Cornelio non doveva morire.

Cornelio doveva vivere.

La vita, il bene più prezioso del mondo.

Lavinia aveva faticosamente guadagnato quella conclusione che si sentì morire ancor prima che i guerrieri elfici eseguissero gli ordini del Comandante.

Un urlo straziante.

Vide per l’ultima volta il figlio, e il suo cuore non riuscì a reggere una tale emozione. Si abbandonò sul pavimento, gli occhi vacui lì dove il figlio era sparito. Si portò la mano al petto, lì dove per anni aveva portato il piccolo crocifisso.

Un giorno Cornelio avrebbe capito. Un giorno, se fosse vissuto abbastanza, avrebbe capito che il sacrificio dei propri genitori gli aveva donato la vita, una seconda opportunità in quel mondo insanguinato dalla guerra.

Pregò, e chiuse gli occhi per non aprirli mai più.

Udiva solo urla e disperazione, poi arrivarono le fiamme.

E fu solo un lungo ed eterno silenzio.


“Perché la salvezza sta nella ricerca.

Anche se non si trova.

Anche se non si sa cosa si cerca”

Rosario Magrì

4. Cara Petunia,

Se stai leggendo questa lettera, vuol dire che sono già andato via. Non voglio mentirti, non sto piangendo mentre sono chino a scrivere su questa pergamena. Ti amo, Petunia. Per questo non piango. So che devo essere forte per entrambi.

Ho riflettuto a lungo. Mi dispiace per tutte le promesse fatte e che non manterrò. Mi dispiace per la vita che non divideremo mai. Ma il mio posto è lontano da qui. Sai bene, Petunia cara, che ogni notte continuo a vederli. Sono passati troppi anni, ma il dolore ha lo stesso sapore di quel giorno. Rivedo mio padre, che lotta contro un elfo quando fuori c’erano altre centinaia di quegli esseri. Rivedo mia madre, piccola donna che ha osato levar alta la voce contro colui di cui nessuno osa pronunciare il nome. Ci ho provato, Petunia. Ho provato a mettere una pietra sul mio passato, ma sarebbe come appiccare il fuoco che consumò la chiesa.

Devo partire.

So che verserai lacrime sufficienti per far straripare il Tevere. Se mi ami, lasciami andare. Non fare alcun tentativo di farmi seguire. Dimenticami. Celebra pure il mio funerale, se ti può essere d’aiuto. Mi sento un uomo strappato dalla propria terra. Mi sento un uomo strappato dalla propria razza. Ho tutto ciò che potrei desiderare, eppure mi sento lontano da tutto. Lontano dai visi rubicondi che frequentano la mia casa. Lontano da quella sicurezza osteggiata dai nobili patrizi.

Il suo tocco mi ha cambiato, Petunia. Quei suoi guanti freddi mi stringevano con forza. Mi trascinava come un sacco di grano. Era la creatura più insensibile che io abbia mai incontrato, eppure l’unico con la sensibilità sufficiente da prestare orecchio alle lacrime di una donna qualsiasi. Sotto l’odore del sangue che sporcava la sua corazza, sotto il lezzo di morte che emanava, riuscivo ad avvertire il suo profumo.

Faceva un buon odore, Petunia. O forse è solo il ricordo storpiato dalla mente di un bambino. Era il profumo della libertà, il profumo della vita. Come il canto di una sirena, mi sento attratto ancora una volta da quel profumo. Ancora una volta mi volto irrequieto sul mio comodo giaciglio e sento di dovermi mettere in viaggio. Non pensare che io non ti ami. Ho cercato di non prestare orecchio a quella voce che mi impone di lasciare casa. Ci ho provato, e ho avuto il terrore di divenire simile a lui. I giorni della mia vita mi sfilano davanti agli occhi, ma io mi sento precipitare in un baratro di indifferenza. Nemmeno il ricordo del vecchio Polibio riesce a increspare quel muro impassibile che si è alzato fra me e il resto del mondo.

Il vecchio Polibio.

Ricordo mio padre inveire senza sosta contro il suo nome. Lo accusava di un’avidità sfrenata eppure, quando il Cavaliere Nero mi abbandonò per le strade di Divodurum, è stato il vecchio avvoltoio a trovarmi.

La morte ci ha resi fratelli nella sciagura, mi disse prendendomi con sé. Per un po’ viaggiammo come prigionieri alle spalle dell’esercito. Che Dio possa avere in grazia quel vecchio spilorcio. Persino nella miseria riuscì a portare con sé borsa di aurei: i soldi gli risparmiarono la prigionia, ma non le sofferenze. Dopo aver corrotto alcuni soldati elfici, scappammo insieme fino ad Augusta Treverorum. Povero diavolo, morì di tubercolosi proprio quando giunse alla salvezza.

Come ben sai, ho ereditato ciò che rimaneva della sua fortuna. I suoi possedimenti mi aprirono la via verso l’Italia. Fu lì che ci conoscemmo, Petunia, ed è qui che le nostre strade si separeranno. Ti lascio ogni avere. Che la ricchezza di Polibio possa dispensare la stessa fortuna che riservò a me.

Non mi servirà che un pugno di denari, lì dove mi sto recando.

L’unica certezza è che il mio sentiero passerà per Divodurum. Non sono sicuro di voler riaffrontare i fantasmi del mio passato. Ho prestato orecchio a tutte le voci giunte dal nord: la città è stata ricostruita. Come un ferito si rialza dopo una lunga convalescenza, così anche Divodurum ha ripreso a vivere. Voglio recarmi nella mia casa d’infanzia nella speranza che, nella botola in cui mio padre morì, io possa trovare la spada di Vatinio.

Non so cosa farò dopo. Cosa rimane di un uomo a cui è stata tolto il sapore della vita?

Dovevo morire anch’io quella notte, Petunia.

Mi sento strappato e lacerato. Sulle mie spalle sento un peso troppo grande per un solo uomo. Ho visto troppo, ho sentito troppo, ricordo troppo.

Le sue parole avevano un fondo di verità.

Divodurum.

Un nome come tanti sulla lista dell’Imperatore Teodosio. La guerra continua la sua corsa, come uno spettro invisibile agli occhi degli uomini, Petunia. La Politica accende fuochi che perdurano negli anni, ma siamo noi, piccoli uomini insignificanti, a soffocare in mezzo alla polvere sollevata dagli incendi. La Religione è un marchio che divide la gente. Dio doveva salvare quei poveri disperati. E invece non ha ascoltato che una sola preghiera. Quella di mia madre. Mi piace pensare che il crocifisso che mi donò sia più di una semplice colata di ferro modellata nelle forme di un uomo morto. Questo monile è speciale, lo sento, per questo l’ho messo fra le pieghe di questa lettera. Voglio che tu possa conservarlo. Io non sono un buon cristiano. Dio vorrebbe forse che io nutra sentimenti così oscuri quanto l’odio? Eppure, non ne posso fare a meno. Li ha uccisi solo perché erano cristiani, Petunia. Sento il cuore creparsi a questo pensiero. Si sbriciola riversando lava incandescente nelle vene. Uccisi solo perché cristiani. Hai idea di quante vite si sono spente quella notte ad un suo ordine?

Cerco di calmarmi. Chiudo gli occhi e tento di riappropriarmi di me stesso. A volte mi chiedo il senso di tutto questo. Mi arrovello in una spirale senza fine per capire quale motivo può spingere un comandante a massacrare centinaia di innocenti eppure salvare la vita a un solo bambino.

Io devo mettermi in cammino. So che, se anche lo trovassi, non riuscirei a ucciderlo. Come potrei mai riuscire lì dove centinaia di legionari ogni giorno falliscono?

Non è la vendetta, ciò che cerco. Voglio vedere ancora una volta quel viso. Voglio scoprire se è ancora bello come lo ricordo nei miei incubi. Voglio scrutare sul fondo di quegli occhi di ghiaccio e leggere nella sua anima.

Voglio scoprire la verità, Petunia.

La verità su quell’elfo che, in una sola notte, gremì il Paradiso con centinaia di Angeli.

Cornelio Erucio, figlio di Vatinio.



Commenti

pubblicato il 26/05/2013 8.36.25
Ladeeflake, ha scritto: Trovo che scrivi veramente bene, complimenti! Ho solo una domanda, più che altro una curiosità: dal momento che sai di cosa stai parlando, perché inserire la figura dell'elfo? E' l'unica nota stonata a mio avviso. Procedendo nella lettura, la parola "elfo" mi crea un'immagine disomogenea rispetto al contento del racconto. Non hai pensato magari di usare un richiamo più classico e meno nordico? Comunque complimenti ancora. Un saluto.

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