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lavoro pubblicato mercoledì 15 maggio 2013
ultima lettura venerdì 22 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

PICCOLE STORIE DI FANTASMI

di Ladeeflake. Letto 947 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il vecchio signor Marino era intento a leggere l’articolo sulle dimissioni del signor Breda, sottosegretario della giunta comunale. Lo scandalo...

Il vecchio signor Marino era intento a leggere l’articolo sulle dimissioni del signor Breda, sottosegretario della giunta comunale. Lo scandalo aveva raggiunto proporzioni titaniche e, da giorni, nella piccola città di provincia non si parlava d’altro.

A quanto pareva l’uomo era stato pizzicato a sottrarre importanti documenti dall’ufficio anagrafe; al suo arresto non aveva rilasciato dichiarazioni né alla stampa né alle forze dell’ordine, si era limitato a destituirsi e tanti saluti.

Alla domanda che gli veniva rivolta da due settimane a quella parte “E’ vero che lei è implicato nel riciclaggio d’identità per favorire l’entrata di clandestini nel nostro paese?”, il signor Breda rispondeva con un secco “Nessun commento”, prima di sparire dietro ai finestrini scuri delle auto dei carabinieri.

Le indagini erano ad un punto morto; le scarse informazioni, raccolte durante i numerosi interrogatori ai quali era stato sottoposto il signor Breda, non facevano ben sperare gli inquirenti. Erano certi che avesse dei complici altolocati e che probabilmente fosse in contatto diretto con la società criminosa per la quale lavorava. Ma il signor Breda era muto come una tomba, freddo e distaccato come una lastra di marmo, un vero osso duro.

La stampa faceva pressione ormai da giorni sul maresciallo che sovrintendeva le indagini. Tutti erano affamati di notizie, di novità, di pettegolezzi che erano la linfa vitale di quella comunità.

«E’ vergognoso!» sputò lì il signor Marino «Quando ero giovane io, queste cose non succedevano!» rivolgendo lo sguardo ai quattro compari seduti al tavolino del bar, impegnati in una durissima partita a carte.

«Sentite qua: “Il signor Breda come di consueto non ha rilasciato dichiarazioni, tuttavia il suo avvocato …”» ma il signor Marino e i suoi amici non riuscirono a scoprire cosa dichiarasse l’avvocato, perché proprio in quel momento una raffica di vento strappò il giornale dalle mani del vecchio, lasciandolo con un’espressione d’allocco stampata sulla faccia.

«Ecco! Bravo! Lo sapevo che andava a finire così anche oggi!» gridò una voce.

«Come se tu sapessi fare di meglio» tossicchiò una vocina che doveva appartenere ad un fumatore incallito.

«Gioca il cinque! Gioca il cinque! Oh stupido pezzo d’imbranato, dovevi giocare il cinque!» inveì un terzo.

«Terenzio è inutile che gridi, tanto non ti può sentire! Sei morto! Quante volte te lo dobbiamo dire?» borbottò l’omino con la voce gracchiante.

«Grazie per la rivelazione Achille! Senza di te non mi sarei mai accorto che non posso più mangiare, bere e giocare a carte!» rispose acido Terenzio «Comunque non mi sembra che tu faccia progressi con quel giornale! Sono giorni che tu e Anselmo cercate di arrivare alla pagina sportiva».

«Guarda che non è mica facile sfogliare un giornale senza farlo volare via! Questo babbeo è tutto concentrato su quello stupido scandalo! Come se a noi potessero interessare quelle questioni da viventi!».

«Achille ha ragione, Terenzio. Non è mica facile sfogliare le pagine mentre legge la testata. Questo zuccone non sembra minimamente interessato alle corse dei cavalli. C’è da dire Achille, che tu metti troppa energia quando cerchi di spostare una pagina, magari potresti…»

«Vorresti forse accusarmi di non saper fare il mio mestiere di fantasma?» tossì Achille «Ah si? Ti ricordo che il mese scorso…»

«Il mese scorso. Il mese scorso. Tu sai tirare in ballo solo il mese scorso» s’intromise Terenzio «Compi una sola buona azione, una sola come si deve e devi vantarti per settimane»

«Taci tu, che non sai nemmeno far volare via una carta da gioco. Io almeno so spostare qualcosa di ben più pesante di un foglio di carta»

«Spostare accidentalmente non significa avere il controllo di quello che afferri. Comincio a credere che la tua impresa eroica non fosse tutta farina del tuo sacco. Secondo me ti trovavi nel posto giusto al momento giusto, quando uno di quei pestiferi ragazzini ha fatto una delle sue diavolerie…»

«Come osi? Vecchio barbagianni!». Achille prese a volteggiare intorno al sedere di Terenzio nel tentativo di prenderlo a calci.

«Vecchio rincitrullito, non puoi farmi niente!» lo schernì Terenzio.

«Basta!» tuonò Anselmo «Sta arrivando Gisella»

Una voce acuta e strillante echeggiò tra i portici della piazza e tutti i cani al guinzaglio iniziarono ad ululare.

«Uh-uh! Achilleeeee! Tesoruccio! Dove sei?»

«Porca miseria! Nemmeno da morto mi lascia in pace» disse Achille sconsolato, scuotendo la testa, mentre Terenzio sghignazzava e Anselmo lo guardava compassionevole.

In pochi secondi il fantasma di una donna, decisamente in sovrappeso, prese a volteggiare intorno ai tre compari, seguita dal piccolo spettro di uno yorkshire arrabbiato.

La donna grassa indossava un vestito di ciniglia viola scuro, con un cappellino striminzito posato sulla crocchia di capelli tinti dal quale pendeva una retina che le copriva parte del viso. Il suo polso tozzo e le dita delle mani erano interamente coperti di gioielli, dandole nell’insieme un aspetto pacchiano.

«Achille! Dovevo immaginarlo! Anche in vita buttavi il tuo tempo con questi due perdigiorno!»

«Buona morte del mattino Gisella» esclamarono in coro Terenzio e Anselmo.

«Buona morte del mattino zuccherino» disse Achille tra i colpi di tosse.

Entrambi gli amici di Achille avevano notato uno strano fenomeno: la bronchite di Achille aumentava in modo direttamente proporzionale alla vicinanza della sua defunta moglie.

Gisella stizzita si acciambellò su una sedia vuota accanto ai tre uomini, sistemandosi lo yorkshire (ancora intento ad abbaiare contro i cani di passaggio) in grembo.

«Uff…sono molto indispettita! La contessa Mirabella questo pomeriggio darà una festa e io non posso nemmeno cambiarmi d’abito»

Terenzio fece roteare le pupille perlescenti.

«Ma vuoi sapere la parte peggiore, tesoruccio?» continuò la donna.

«Sono tutto padiglioni auricolari zuccherino» rispose Achille in preda a una tosse convulsa.

«La signora Nobilis mi ha appena detto che la marchesa deBourgogne le ha confidato che il marito, della sorella, della moglie di quel tale…Breda…quello dello scandalo insomma, sta per trapassare» stringendo le labbra con un’espressione di disappunto «e che di conseguenza darà presto un ricevimento di benvenuto per il nuovo defunto. Sai cosa significa, Achille?»

«No zuccherino, cosa?» le chiese l’uomo ormai in preda agli spasmi.

«Mandala via Achille o trapasserai di nuovo, se mai è possibile» sussurrò Anselmo all’orecchio diafano dell’amico.

«Che non potrò andarci, ovvio! Non posso presentarmi a due feste consecutive con lo stesso abito!» concluse la donna.

«Ma zuccherino, sono quindici anni che indossi lo stesso vestito, quello con il quale ti abbiamo fatta seppellire, e questo non ti ha mai fermata dall’andare a un qualsivoglia ricevimento»

Gisella posò lo sguardo pietrificante sul fantasma di suo marito «Si – ma – tu - ora – sei – morto!» scandì lentamente «E mi aspetto che il mio caro marito provveda a me per l’eternità. Se tu fossi capace di spostare gli oggetti, come tutti i bravi fantasmi, potresti tentare di farmi avere un vestito nuovo!»

«Ma scusa» intervenne Terenzio «la formula non recitava “Finché morte non ci separi”?»

Il piede di Anselmo cercò di schiacciare quello di Terenzio, ma non fece altro che attraversare la gamba di ferro battuto del tavolino.

Gisella tuttavia finse di non aver sentito.

«Ma zuccherino, sono morto da sole tredici settimane! Ho ancora molto da imparare» tentò di giustificarsi l’ometto.

Gisella puntò un dito grassoccio sul tavolino, facendolo oscillare vivacemente, e gridando dettò gli ordini al marito «Non mi interessa da quanto sei morto! Sei un fantasma ora, comportati come tale! Tu imparerai a spostare e ad afferrare gli oggetti e mi procurerai un bel vestito, perché quando quel tizio trapasserà io dovrò essere al suo ricevimento. Alcuni dicono che sa molte più cose lui, di quel che ha combinato il cognato, degli stessi giornalisti…e io voglio sapere! Sono stata chiara?» concluse in tono perentorio.

«Farò del mio meglio zuccherino…»

«Bene! Allora vedi di darti una mossa, smettila di cincischiare con questi due sfaccendati».

Gisella si alzò, posò lo yorkshire a terra e senza degnare di uno sguardo nessuno dei tre, si voltò e lasciò il tavolino.

«King, amoruccio della mamma, andiamo a fare una passeggiatina».

Mentre l’enorme sedere di Gisella ondeggiava in lontananza, Terenzio voltò lo sguardo sconvolto verso Achille e con un filo di voce sussurrò «Caspita vecchio mio, ora ho capito perché hai cominciato a fumare».

Il signor Marino sgranò gli occhi attonito quando vide un tavolino traballare per qualche istante e poi fermarsi. Diede la colpa al vento e, con un’alzata di spalle, si risistemò sulla seggiolina di ferro, riprendendo a leggere il giornale che aveva riacchiappato faticosamente al centro della piazza.

Nelle stanze del castello, quel pomeriggio, tutti erano in fermento. La contessa Mirabella era stata obbligata a rimandare la festa, con suo enorme scorno, perché Filippo Ruggeri, il cognato del signor Breda aveva appena esalato l’ultimo respiro e ora si aggirava furtivo per la piazza, ponendo di tanto in tanto domande ai passati, che regolarmente lo ignoravano.

Ci volle del bello e del buono per spiegargli che era morto e che l’avvenimento sarebbe stato festeggiato dall’intera comunità di fantasmi, quella stessa notte.

Appresa la notizia della morte del signor Ruggeri, Achille smise di rantolare e riprese a chiacchierare, non senza battibecchi, con i suoi due amici. Dopotutto, se la festa della contessa era saltata, Gisella non avrebbe dovuto indossare due volte lo stesso vestito e lui sarebbe stato libero dall’obbligo impostogli dalla moglie.

Ogni fantasma era occupato a spostare candelabri, candele, decorazioni nella sala principale. Nessuno si preoccupò di portare del cibo. Secoli prima, gli abitanti spettrali del maniero, tentarono di creare un menù adatto alla loro inconsistenza corporea. Una volta il marchese Iguvino pensò che il modo migliore per magiare un’anatra arrosto, fosse quello di cuocerne allo spiedo lo spirito, non appena questa trapassava. Purtroppo per lui l’unico risultato che ottenne fu quello di ingombrare il parco del castello con i fantasmi starnazzanti di trecentocinquanta anatre che, contrariamente alle loro cugine ancora in vita, non migravano per i paesi caldi.

Dal momento che nessuno intendeva sentirsi affibbiare il soprannome di “anatra spennata senza cervello”, avevano rinunciato progressivamente al cibo, limitandosi a festeggiare con musiche e balli.

Gisella insieme alle sue amiche, la signora Nobilis e la signora Colombo, era tutta intenta ad aggiornarsi sui pettegolezzi.

«Mia cara, ma è ovvio che sia al corrente di tutto. Infondo ha sposato la sorella della moglie di Breda e figurati se due sorelle non si confidano» sentenziò la signora Nobilis.

«Non so» rispose Margherita Colombo «mi sembra così spaventato. Oggi il vecchio zio del panettiere all’angolo mi ha raccontato che, appena trapassato, cercava ancora le chiavi di casa nascoste nella buca della lettere, attraversandola da parte a parte e imprecando perché non riusciva a prenderle in mano. Hanno dovuto trafiggerlo con un’alabarda della sala delle armi per dimostrargli che era morto stecchito, e anche allora tentava di tornare a casa. A mio parere non ci dirà un bel niente»

«Magari preferisce la vita ritirata» disse stizzita Gisella «che scortese! Noi qui a organizzare la sua cerimonia di benvenuto e lui che sceglie di fare il fantasma domestico. Come se i fantasmi domestici fossero anche un minimo interessanti!». Gisella tirò su col naso.

«Non preoccuparti mia cara, sai che mio marito è un fantasma molto in vista, sarà certo in grado di entrare nelle grazie del signor Ruggeri e di invitarlo a confidarsi con lui» buttò lì la signora Nobilis.

«Oh che fortuna hai tu, ad avere accanto un marito del genere» piagnucolò Margherita.

«Si, devo ammetterlo carissima, sono molto fortunata. Certo, non tutte – e nel dirlo scoccò uno sguardo di superiorità a Gisella – hanno questa fortuna»

Gisella incassò il colpo stampandosi in faccia un sorriso finto e promettendosi di ripagare la signora Nobilis con la stessa moneta appena ne avesse avuta l’occasione. In un angolino del suo cervello evanescente però, non poté fare a meno di pensare che Gertrude avesse ragione: suo marito era proprio inutile.

«Dimmi Gisella, tuo marito ha imparato a spostare gli oggetti?» domandò curiosa Margherita.

«Sta lavorando molto duramente, credo che manchi poco»

«Ed è trascorrendo tutto il giorno con quei due sciagurati, ai tavolini della piazza, che imparerà a fare il suo lavoro?».

Ma Gisella non ebbe il tempo di rispondere a Gertrude, perché in quell’istante una figura longilinea e impacciata stava procedendo verso di loro, avvolto da un nugolo di fantasmi.

«Eccolo, eccolo!» squittì Margherita.

Filippo Ruggeri, che da quando era morto non aveva trovato ancora un attimo di pace, tentava di sfuggire ai suoi ammiratori insistendo sul fatto che con suo cognato Aurelio non parlava più da anni.

«Ve l’ho già detto, non so niente dei suoi affari, me ne sono guardato bene. E il tempo pare avermi dato ragione dopotutto, chissà cosa sarebbe successo alla mia famiglia se avessi continuato a frequentare quel criminale!»

«Ah-ah!» lo interruppe una voce trionfante, tra la folla «Allora lei ammette che suo cognato è colpevole!»

Lo spettro dell’ometto chinò il capo con rassegnazione e passò oltre Gisella e le sue amiche.

«Visto! Lo sapevo che prima o poi avrebbe ceduto! Tra poco vuoterà il sacco, ve lo dico io!» gongolò la signora Nobilis.

«Beh, Gertrude, non è che ha proprio ammesso di essere a conoscenza di traffici o reati, no?» azzardò Margherita.

Gli occhi di Gertrude diventarono due fessure e le sue narici si dilatarono. Certamente Gertrude Nobilis non era abituata ad essere contraddetta, né in morte né in vita.

«Margherita, come sta tua sorella? E’ ancora convinta di essere un aereo di linea della compagnia di bandiera?». Il tono maligno di Gertrude non passò inosservato e se Margherita avesse avuto ancora dei dotti lacrimali funzionanti, i suoi occhi sarebbero stati inondati.

La sorella della signora Colombo era trapassata in manicomio nel 1891, trentacinque anni prima di Margherita. Per lei, la perdita della sorella, fu un grandissimo dolore, ma fu niente paragonato all’umiliazione che seguì la morte di Margherita nel 1926 quando, una volta trapassata, la donna ritrovò il fantasma di Clotilde Colombo, intenta a trasportare i fantasmi di due piloti della RAF sulle spalle, impegnati nella simulazione di un bombardamento aereo.

Col tempo tutti i fantasmi del castello impararono a non fare accenno a Clotilde davanti alla sorella e i nervi di Margherita furono graziati.

«Questo è un vero colpo basso, Gertrude!» ruggì Gisella, abbracciando debolmente Margherita.

La signora Nobilis arricciò le labbra in un sorrisetto soddisfatto, si congedò «Scusatemi signore, ma ho visto in lontananza la contessa Mirabella e la marchesa deBourgogne. In quanto ospite di un certo rango al ricevimento di questa sera, sono certa che necessiteranno dei miei consigli. Buona morte del pomeriggio» e svolazzò via.

«Oh saccente e arrogante materia informe! Non è mica morta solo lei qui!» Gisella si lanciò in un’invettiva contro la signora Nobilis che durò parecchi minuti, poi guardò Margherita, che sembrava riprendere il suo solito pallore.

«Mia cara, non prestarle attenzione. E’ solo invidiosa! Sai cosa mi ha detto la moglie di mastro Tommaso?»

Margherita singhiozzò e debolmente chiese «No, cosa?»

Il volto di Gisella si allargò in un gran sorriso «Che il cugino di Gertrude, Druso il ferroviere, appena trapassato è stato visto correre sui binari, tutto sporco di carbone, mentre faceva uscire fumo dalle orecchie. Tua sorella almeno compie viaggi intercontinentali» concluse come se il fatto fosse oggetto di vanto.

Le due donne si scambiarono un’occhiata e poi scoppiarono entrambe a ridere, facendo abbaiare tutti i cani del quartiere.

Sulla piccola città era calata la notte e l’eccitazione dei fantasmi era schizzata alle stelle: niente li rendeva più euforici di un ricevimento di benvenuto.

Appena il custode ebbe chiuso il pesante portone di legno, lo spettacolo esplose più vivace che mai.

Fantasmi vestiti da camerieri giravano tra gli ospiti portando sul palmo della mano vassoi d’argento, sui quali poggiavano fragili bicchieri di cristallo vuoti.

File di candele costeggiavano la strada che andava dalla porta dei sotterranei fino alla sala principale, decorata con ghirlande di crisantemi colorati, drappi di velluto blu e candelabri in ottone, lucidati nel pomeriggio da mastro Tommaso.

Nel parco erano stati organizzati fuochi d’artificio che vedevano impiegati gli stessi fantasmi: una decina di loro era stata stipata in un contenitore di metallo, così piccolo e angusto che, non appena fosse stato tolto il coperchio, i fantasmi sarebbero schizzati fuori come razzi, lasciando dietro di loro scie colorate.

I fantasmi giocolieri facevano roteare in aria dozzine di foglie secche, mentre alcune delle anatre del marchese Iguvino erano state utilizzate per creare una stupefacente fontana volante - con grande delusione di Clotilde, che si era proposta come giardino pensile.

La marchesa deBourgogne era molto soddisfatta del lavoro svolto dai suoi servitori e a metà serata fece un annuncio agli invitati.

«Miei cari, siamo qui stasera per celebrare l’entrata nell’al-di-qua di un nuovo membro, il signor Filippo Ruggeri»

Applausi composti si elevarono qua e la, mentre Ruggeri svolazzava accanto alla marchesa.

«Come mio ospite sono certa che il signor Ruggeri sarà lusingato di compiacerci con alcuni aneddoti riguardanti i suoi parenti». La marchesa chinò il capo verso Filippo, in attesa di una piena confessione che, purtroppo per lei, non arrivò.

«Emh…marchesa, sono molto onorato di essere suo ospite e tutto il resto, ma come vado dicendo da questo pomeriggio, non ho alcunché da dire riguardo a mio cognato, o a sua moglie, o al suo capo. Vorrei solo essere lasciato tranquillo» borbottò Filippo.

Dalla folla si levarono commenti indignati.

«Rude!» gridò il fantasma di un moschettiere «Vous êtes l’invité d’honneur, comment osez-vous parler contre la marquise? Vous devriez faire preuve de respect !»

Un mormorio d’assenso serpeggiò tra gli invitati.

«Suvvia, signori, per piacere calmatevi» una voce profonda rimbombò per tutta la sala «di certo il signor Ruggeri non intendeva mancare di rispetto a voi, tanto meno alla marchesa. Io credo che il nostro giovane ospite abbia bisogno di un po’ di tempo per ambientarsi, per fare conoscenza» il fantasma panciuto svolazzò sotto i riflettori, occupando lo spazio tra la nobildonna e Filippo.

«Oh! Eccoci qua» un sorriso spuntò sul faccione rotondo «sono profondamente dispiaciuto per il comportamento dei nostri invitati. Io sono Arnolfo Enrico Carlo marchese deBourgogne e quella che ha appena fatto gli onori di casa, signore, è la mia incantevole moglie Livia Antoiniette deBourgogne». Il marchese afferrò la mano di Filippo e l’agitò su e giù – in modo piuttosto ridicolo secondo il giovane – in segno di saluto.

«Ritenetevi il benvenuto signore, non fate complimenti. Per qualsiasi vostra necessità, non esitate a richiamare al vostro cospetto i nostri servitori» concluse Arnolfo.

Il sorriso del marchese sembrava sincero, nei suoi occhi non c’era la bramosia che Filippo aveva riscontrato per tutto il pomeriggio negli occhi degli altri fantasmi. Forse davvero non gli importava di apprendere pettegolezzi sulla sua famiglia, così Filippo non poté che ringraziare sentitamente Arnolfo e ,dopo essersi inchinato in modo goffo, uscire di scena mescolandosi alla folla.

Subito dopo la presentazione di Filippo, il marchese e la marchesa avevano dato il via alle danze, che andavano ormai avanti da più di un’ora.

«Oh! Che mal di piedi» si lamentò Gisella.

«Zuccherino, tu non usi più i piedi» rimbeccò Achille.

«Ora forse non li userò, mio caro, ma in vita li usavo eccome! Piuttosto pensa al tuo cervello, che era già evanescente quando eri vivo!» rispose Gisella indignata.

Achille fece una smorfia e lasciò la moglie appollaiata su una panchina del parco.

«Allora vecchio mio, ti godi la festa?» Terenzio volteggiò accanto ad Achille, tenendo il fantasma della moglie minuta stretto a sé.

«Mi diverto come un’anatra davanti allo chef» borbottò Achille, passando davanti all’amico.

«Ecco che arriva Anselmo»

Dall’entrata ogivale del castello, un piccolo calessino con un traino a due si fece largo attraverso gli spettri.

«Il solito esibizionista…» mormorò Terenzio.

«Bonsoir mes amis!» esclamò Anselmo enfatico.

«Ma dacci un taglio barbagianni che non sei altro!»

«Barbagianni a chi? Stupido allocco!»

«Tanto lo sappiamo bene che quella è l’unica frase di francese che conosci»

«Il fratello di mio nonno ha fatto la guerra in…»

«E ti pareva che non tirava fuori qualche antenato. Dimmi un po’, Anselmo, hai ancora la prima ruota di pietra che il tuo tris-tris-tris-tris…avolo ha costruito quando s’indossavano pellicce di mammut?»

«Oh brutto farabutto ora ti faccio vedere io…»

«Silenzio!» li zittì Achille.

«Cosa c’è?»

«Cosa vuoi tu?»

«Quello non è il muovo trapassato? Con chi sta parlando là infondo?» chiese l’ometto, puntando il dito verso un angolo poco illuminato del parco.

«Non vedo da qui» rispose Terenzio. «Tesoruccio» disse poi rivolgendosi alla moglie, che gli stava ancora incollata «Perché non vai a chiacchierare con le tue amiche?»

Il piccolo fantasma longilineo chinò il capo e si volatilizzò verso la sala del ricevimento lasciando soli i tre amici.

«Non trovate che abbia un comportamento un po’ strano? E’ trapassato da mezza giornata ma sembra molto in confidenza con il suo interlocutore»

«Veramente molto strano, in effetti» aggiunse Anselmo passandosi una mano sotto il mento.

«Perché non ci avviciniamo un poco?»

«Perché non puoi farti gli affari tuoi?» chiese Terenzio.

Anselmo fece una linguaccia all’amico.

«Anselmo ha ragione» asserì Achille «Tutto quel confabulare non mi convince, secondo me c’è qualcosa sotto. Venite!»

Con un gesto del capo, Achille invitò gli amici a seguirlo su per le merlate, lungo tutta la muraglia di nord-est e poi giù attraverso le inferriate arrugginite.

«Ecco, qui non dovrebbe vederci. Cercate di non fare chiasso e aprite bene le orecchie!» intimò Achille.

«Orecchie? Ma scherzi? Il mio apparecchio acustico non funzionava nemmeno quando ero in vita, come puoi pretendere che senta fin lì adesso?» rispose Anselmo, guardandolo in tralice.

«Shhh!» Terenzio si portò un dito davanti alla bocca.

«…ti dico di no! Puoi starne certo! Ovviamente non immaginavo che esistesse tutto…beh tutto questo» disse l’uomo indicando l’ampia area alle sue spalle «Ma le prove sono schiaccianti, puoi fidarti di me!»

«Le foche sono pesanti?» chiese Anselmo.

«No, rincitrullito. “Le prove sono schiaccianti!”» lo corresse Terenzio.

«Ah! Certo, ora ha molto più senso!»

Achille si colpì la fronte con una mano e scosse appena il capo.

«Sta parlando di suo cognato…»

«Può darsi»

«Lui sospetta qualcosa?» chiese il fantasma misterioso.

«Non che io sappia. Comunque ora non ha più molta importanza, no? Voglio dire…sono morto!»

«Ha una grande importanza! Il lavoro non è ultimato, ci sono troppi affari in ballo e poi le nostre famiglie… Tocca a noi fare tutto il possibile per evitare il peggio»

Achille e Terenzio si guardarono in modo strano. Qualcosa puzzava e parecchio.

«Ma a noi il peggio è già capitato!» insistette Ruggeri.

«E se arrivassero a tua moglie?» chiese lo sconosciuto.

«Questo mai! Tuttavia anche Aurelio era mio parente…»

«Un pedone sacrificabile»

«Cosa dovremmo fare a questo punto?» chiese Ruggeri.

«Ultimiamo il piano e ci liberiamo di lui. Andrà bene!»

«Ma sono morto!». Filippo Ruggeri sembrava non contenere più l’agitazione.

Il fantasma, che fino ad allora si era tenuto in penombra, uscì esasperato dall’angolo e, rovesciando il cestino dell’immondizia lì vicino, mostrò a Filippo che la morte era solo un piccolo dettaglio.

«Visto come si fa?» sussurrò Anselmo in direzione di Achille.

Terenzio tentò di sferrargli una gomitata colpendo invece una foglia.

«Fatti trovare domani notte all’entrata del municipio. Chiuderemo una volta per tutte questa faccenda» concluse lo sconosciuto.

E come una voluta di fumo, si dissipò nell’aria, lasciando un Filippo Ruggeri fluttuante e pensieroso.

«Hai capito quello che ho capito io?» chiese Achille a Terenzio.

«Il fantasma misterioso è il socio di Filippo Ruggeri e insieme hanno incastrato Aurelio Breda. Sono morti entrambi, quindi…»

«Quindi significa che qualcuno li ha fatti fuori perché sapevano troppo»

«La società criminosa per la quale lavoravano deve averli messi a tacere»

«Ma loro prima di morire avevano girato tutte le prove contro Breda»

«Cosa pensi che vogliano fare domani notte al municipio?»

«Non lo so. Ma noi saremo lì» concluse Achille con cipiglio fiero, battendosi il pugno destro sul palmo sinistro.

Municipio, mezzanotte del giorno dopo.

«Mi stai pestando il callo»

«Non dire scemenze, come faccio a pestarti il callo se il mio piede fluttua a venti centimetri dal tuo»

«Se fossimo stati in piedi, mi avresti pestato il callo»

«Se Clotilde Colombo avesse le ali sarebbe un airone»

«Ma Clotilde Colombo ha le ali...»

«Ah già, me l’ero dimenticato»

«Non potete fare un po’ di silenzio voi due?»

«Ha parlato il Signor DiSoppiatto»

«Shhhh. Sento delle voci, forse sono loro»

«Anselmo, già è un miracolo che tu riesca a sentire qualcosa, ma soprattutto chi diamine vuoi che frequenti il municipio a quest’ora di notte se non noi e i due malfattori che si sono dati appuntamento?»

Anselmo guardò male Terenzio per un istante, poi si accucciò insieme ai due amici dietro all’obelisco del milite ignoto.

«Dobbiamo solo battere a macchina una piccola dichiarazione di colpevolezza. Domattina, quando faranno l’ennesima perquisizione, la troveranno incastrata tra i cassetti della scrivania e per Breda non ci sarà scampo»

«Pensi che arriveranno a noi?»

«Impossibile. I documenti compromettenti sono nascosti nella mia cantina. Nessuno sospetta di nulla. I soldi sono al sicuro»

«Ma noi non potremo goderceli» obiettò Filippo.

«Noi no, ma le nostre mogli sì. Pensa che pacchia quando trapasseranno: nessuna lamentela, nessuna rimostranza»

«Beati loro» sussurrò Achille.

Terenzio soffocò un risolino.

«Forza, andiamo nel suo ufficio»

I tre amici si guardarono, annuirono e balzarono fuori contemporaneamente.

«Dove pensate di andare? Criminali!» li accusò Terenzio.

«Prima di arrivare all’ufficio, dovrete passare sui nostri cadaveri» proseguì Anselmo.

«Sei già morto» suggerì Terenzio all’amico.

«Ah già! Beh non ha importanza, non vi permetteremo di portare a termine il vostro piano diabolico»

«Ben detto» disse Achille.

«E come pensate di fermarci?» chiese minaccioso lo straniero.

«Noi…noi abbiamo i nostri metodi»

Terenzio stava bluffando. Avevano organizzato l’imboscata armati delle migliori intenzioni, ma non avevano pensato a come fare per fermare i due farabutti.

«Ci penso io» disse Achille, mostrando una sicurezza che spiazzò Terenzio e Anselmo «Voi aspettatemi qui»

Achille volò via lasciando gli amici che, impotenti, guardarono i due fantasmi dirigersi all’interno dell’edificio.

«Siamo fregati» disse Terenzio.

Anselmo annuì mesto.

Dopo alcuni minuti, però, accadde qualcosa di inaspettato.

Decine di pattuglie dei carabinieri si riversarono per le strade e alcune giunsero persino al municipio.

«Cosa sta succedendo?» domandò Anselmo frastornato.

«Non lo so» gli rispose Terenzio, anche lui incapace di comprendere quel quarantotto.

«Eh-eh. Lo vedrete presto» disse trionfante Achille che, nel frattempo, era tornato e si godeva lo spettacolo seduto in cima all’obelisco.

Epilogo

Il signor Marino era immerso nel quotidiano, incapace di staccare lo sguardo, avido di indiscrezioni riguardo la succosa vicenda che, per giorni, aveva tenuto il paese col fiato sospeso.

«…un biglietto anonimo è stato recapitato alla caserma dei carabinieri nella notte tra mercoledì e giovedì. Le pattuglie si sono dirette immediatamente a villa Pignoni e a casa di Ruggeri. Le prove indicano che i due complici ex-dipendenti comunali, recentemente scomparsi, trafugavano identità da diversi anni. Gli investigatori hanno inoltre trovato documenti atti a incastrare Aurelio Breda, cognato di Ruggeri, incensurato…»

«Che farabutti!» disse Marino sconcertato «Ai miei tempi queste cose non succedevano!»

«Gioca il quattro. Il quattro! Non puoi giocare il cavallo, ne hai tre in mano! NO! Ha giocato il cavallo…» disse Terenzio guardando sconsolato Anselmo, che gli rispose con una pacca virtuale sulla spalla.

«Buona morte del pomeriggio, amici». Achille svolazzò accanto ad Anselmo e si sistemò sulla sedia vuota alla sua destra.

«Buona morte del pomeriggio a te. Dove sei stato questa mattina?»

«Gisella voleva un paio di scarpe nuove. E’ fissata con le macchie del leopardo»

«Ora che sposti gli oggetti non ti darà più tregua»

«E’ vero, ma vi dirò: non mi interessa. Da quando hanno perquisito villa Pignoni, la mia tosse è sparita!»

I tre scoppiarono a ridere.

Gisella

«Gisella cara, raccontaci la storia da capo. E’ così avvincente!» cinguettò Margherita Colombo.

Gisella, compiaciuta, ripeté nuovamente la storia per il suo pubblico che ascoltava la vicenda rapito.

«Praticamente Achille, Terenzio e Anselmo avevano scoperto che quel Filippo Ruggeri era in combutta con un mascalzone e che insieme avevano incastrato il povero Aurelio Breda. I due farabutti si erano dati appuntamento al municipio. Mio marito e i suoi due amici li hanno seguiti e fermati mentre i due cercavo di disseminare altre prove contro Breda. Ma il Pignoni li ha minacciati» disse Gisella solenne, facendo un cenno d’assenso col capo.

«Oddio, questa è la parte che mi fa più paura» squittì Margherita «continua!»

Gisella si raddrizzò sulla sedia, piena di boria e proseguì.

«A quel punto il mio Achille non aveva scelta! E’ volato fino alla caserma, ha afferrato una matita e ha scritto tutto su un foglio. Poi per attirare l’attenzione dei carabinieri ha persino fatto scattare l’allarme…tutto da solo!» disse orgogliosa.

Il pubblico di Gisella si sprecò di «Ohhh» e «Ahhhh» d’ammirazione.

Tutti pendevano dalle labbra della donna che ormai era diventata più popolare della deBourgogne e della Mirabella messe insieme.

L’unica che non dava cenno di ammirazione era la signora Nobilis, il cui marito aveva speso il giorno del ricevimento alle calcagna di Ruggeri.

Gisella la guardò dall’alto in basso.

«Vedete, alcuni mariti diventano eroi; altri mariti frequentano dei fuorilegge. Grazie al cielo non tutte le mogli –scoccò un’occhiata di trionfo verso la Nobilis – hanno questa sfortuna. Vieni Margherita, andiamo a vedere se tua sorella ha finito di arruolare paracadutisti. Arrivederci signori»

E così dicendo Gisella e Margherita si presero a braccetto e svolazzarono da qualche altra parte.



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