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lavoro pubblicato sabato 11 maggio 2013
ultima lettura mercoledì 22 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Vita, sesso e maschere.

di vincenzoalbyni. Letto 1246 volte. Dallo scaffale Fantasia

Questo racconto è frutto di pura fantasia. I personaggi sono inventati, le loro storie sono inventate. Sono presenti alcune, inevitabili contaminazioni autobiografiche dell'autore.....

V I N C E N Z O A L B Y N I

V I T A , S E S SO E M A S C H E R E

Racconto

Capitolo 1° - Maschere.

“ Vieni a fare merenda ! “.

La colf lo chiamò mentre lui stava per stanare la bellissima Sonja, una femmina di pastore belga dal pelo nero lungo e lucente.

“ Per questa volta ti è andata bene “ disse lui rivolto al cane. Poi si avviò verso la cucina della villa dove lo attendevano diverse leccornie. Lui le apprezzava molto perché normalmente era invece costretto a pasti ben più frugali. Però d’estate, in casa della zia, poteva rifarsi e lasciarsi andare a qualche peccatuccio di gola.

La casa della zia era una villa in stile “ Liberty “ composta di due piani più scantinato ed era immersa nel verde di un parco circostante con tanto di prati, siepi, alberi secolari ( per lo più pini ed abeti ). Che fortuna la sua, ritrovarsi con uno zio industriale e con la zia, sorella di suo padre, che, essendo senza figli, lo avevano praticamente adottato per tutto il periodo delle vacanze estive.

Si rendeva anche conto che, con l’autunno, avrebbe dovuto tornare a casa da padre e madre ed iniziare un nuovo anno scolastico.

Fece onore alla merenda, poi si introdusse in una stanza- ripostiglio al piano terra della villa. Quella stanza era piena di cianfrusaglie, polverosa ed in semi penombra. La colf lo esortò a non sporcarsi poi lo lasciò alle sue fantasticherie.

Era soprattutto attratto da un grosso baule che conteneva vecchie attrezzature sceniche da teatro.

Parrucche, barbe finte, mantelli, costumi vari. C’era nella stanza una vecchia specchiera ; a lui piaceva truccarsi da vecchio deforme. Lo aveva impressionato la vista dell’illustrazione di un libro in cui era effigiato Quasimodo, il gobbo di Notre Dame. Così cercava di riprodurre su se stesso la capigliatura scomposta, la lunga barba incolta ed in particolare la vistosa gobba sul lato sinistro della schiena.

Sentì abbaiare la Sonja e sentì la colf che imprecava all’indirizzo del cane. Senza far caso alla camuffatura, uscì dalla stanza per vedere cosa stesse succedendo. L’urlo della colf ed i guaiti del cane lo accolsero. Anche lui si spaventò, poi si ricordò del camuffamento e se lo tolse velocemente. Tutto tornò normale. Il trambusto precedente era stato originato da un “ furtarello “ messo a segno in cucina dal cane.

Ritornò nello sgabuzzino e ripose il tutto nel baule. Constatò come, con pochi tocchi, fosse riuscito a “nascondersi “ nei panni di uno sgradevole personaggio, riuscendo anche molto credibile.

La colf gli disse : “ Tutto storto così non ti avevo riconosciuto. Non farmi spaventare mai più, lascia perdere quel baule….”.

Negli anni successivi, durante le vacanze estive, tornò a soggiornare nella villa e si affinò nell’uso dei trucchi e dei costumi. Era diventato più prudente. Evitava di farsi vedere in sembianze mostruose, sia per non spaventare le persone della “ villa “, sia per non farsi interdire l’accesso al ripostiglio.

Oltre a mille cianfrusaglie rotte e polverose, c’erano in quell’ambiente anche chicchi di riso e di mais, oltre a semi vari di piante, molto differenti tra loro per forma colore e grandezza. Il ripostiglio infatti era stato usato per anni come deposito di granaglie per il pollaio e di sementi per l’orto e per il parco.

Aveva quasi sedici anni quando, in occasione del Carnevale, riuscì a convincere la zia a regalargli una maschera grottesca di gomma anallergica, perfettamente adattabile alla sue fattezze. Quella maschera era perfetta. Seguiva la mimica facciale e, sebbene un po’ opprimente, specie in estate, era un nascondiglio perfetto per apparire veramente mostruoso pur senza esserlo.

Era ormai grandicello. La zia lo aveva iniziato a seguire la contabilità di famiglia e lui, pur continuando a seguire gli studi tecnici, se la cavava piuttosto bene anche tra “ entrate “ e “ uscite “.

Uno dei suoi cavalli di battaglia a scuola era la matematica, perciò si trovava a suo agio con fatture e bollette varie.

Durante il periodo scolastico la calma regnava sovrana nel polveroso ripostiglio. Aveva trovato un posto abbastanza sicuro dove riporre le maschere e le altre attrezzature per il trucco : un vecchio baule ricolmo, un tempo, di sacchi e sacchetti di sementi varie.

Si era fatto un bel ragazzo, il ciclo di studi tecnici che aveva scelto stava per terminare.

L’attività di amministratore, seppur per conto e sotto alla supervisione degli zii, ( lui era forse il più giovane in quell’ambiente ) lo impegnava e coinvolgeva sempre di più.

Guadagnava piuttosto bene per la sua età ed aveva aperto un conto presso la banca di cui erano clienti i suoi zii. Presto questo conto superò i sei zeri di cifre.

A diciotto anni conseguì la patente di guida. Durante le vacanze di quell’anno confabulò a lungo con lo zio imprenditore. Questi gli suggerì di acquistare una vecchia giardinetta utilitaria come auto di inizio e di “ fatica “. Gliene procurò una usata, orribile a vedersi, ma con la parte meccanica in perfette condizioni.

Lui se ne affezionò subito. Era l’auto giusta, in linea con la sua voglia di mimetismo, di attore greco recitante dietro al rassicurante schermo di una grande e mostruosa maschera.

Lo zio gli procurò pure una comoda rimessa per il “ catorcio “, rimessa che poteva accogliere, all’occorrenza, una eventuale seconda macchina. Questa rimessa era situata in uno stabile prossimo alla villa degli zii. Come amministratore, lui sapeva che quello stabile era di proprietà dello zio.

A lui pertanto tornavano un po’ dei soldini che guadagnava amministrando le sostanze di famiglia.

Era brillante negli studi, brillante sul piano professionale, era un ragazzo bello ed aitante, ma non aveva mai avuto relazioni con ragazze o donne. Tutto quello che faceva lo assorbiva a tal punto che non gli restava tempo per l’altro sesso.

La madre commentava : “ Va bene così figlio mio, quando troverai la “ tua “ vedrai che il tempo lo troverai. Non avere fretta! “ .

Capitolo 2° - Gli ultimi anni di scuola.

Nell’estate, che precedette il suo ultimo anno di studi, perfezionò la maschera ed il trucco che pensava di utilizzare qualora fosse stato contattato da qualche industria locale. Cercò di rendere più facili e rapide le fasi di trucco e di strucco. In breve fu in grado di eseguire quelle operazioni in meno di cinque minuti. Al termine dei suoi “ esperimenti “ riponeva tutto con cura dentro al baule.

Nella villa degli zii il vento dell’innovazione spirava di rado. Perciò era sicuro che, dovunque avesse riposto qualsiasi cosa, lì l’avrebbe ritrovata.

La polverosa stanza ripostiglio custodiva quindi in sicurezza i suoi segreti più intimi.

La zia aveva altre due sorelle. Una di esse era una religiosa salesiana e svolgeva la sua opera in Versilia. In estate le due sorelle laiche di solito andavano a trascorrere una decina di giorni di vacanza nella struttura in cui viveva la parente monaca.

In tal modo anche lui poté usufruire diverse volte di vacanze al mare al seguito delle sue ziette.

Questa ulteriore famigliarità lo aveva portato ad essere il “cocco” delle zie e per questo motivo veniva guardato un po’ in tralice da sorella e cugini vari.

Tuttavia nell’ultimo anno non gli era stato più possibile seguirle al mare, assorto com’era dalle crescenti responsabilità che gli derivavano dal suo incarico di amministratore.

Contò di rifarsi appena possibile. Appena terminati gli studi.

L’ultimo anno di Istituto Tecnico fu caratterizzato non dagli eventi scolastici, ma da quelli extra-scolastici. A scuola era sempre andato bene e tale positività si confermò pure nell’ultimo anno.Gli eventi più importanti avvennero nell’ambito della vita normale.

Prese a seguire il padre nelle strutture sportive di un dopolavoro. Fece ginnastica e si costruì un fisico piuttosto prestante. Non era alto, ma ben proporzionato e di bei lineamenti.

Riuscì ad intrufolarsi in una squadra giovanile di calcio curata dall’Azienda in cui lavorava il padre. Imparò a calciare ed acquisì rapidamente diversi “trucchi” del mestiere. Era agile e veloce, se la cavava bene in tutti i ruoli compreso quello del portiere. Disputò una decina di partitelle dove dette ottima prova delle sue capacità atletiche e sportive. Ma non puntò più di tanto su quel settore. Sentiva in cuor suo che non era quella la sua strada.

Ogni tanto andava a trovare la zia e soprattutto lo zio. Fu questi che lo persuase a trovarsi un’occupazione a studi ultimati, sia per dare una mano alla sua famiglia, sia per essere il più “super partes” possibile nel suo ruolo di amministratore, incarico che, per altro, svolgeva sotto alla supervisione dello zio e per conto di quest’ultimo.

Superò gli esami di stato e fu convocato da alcune industrie locali per dei colloqui preliminari.

Con la scusa di dover usare la “villa” degli zii come “ritiro spirituale” , fece in modo di partire sempre da quella casa per andare ad incontrare i selezionatori delle varie aziende.

Tramite lo zio aveva conosciuto un medico aziendale a cui chiese alcuni consigli. Per evitare di essere adibito a mansioni eccessivamente stancanti si fece redigere un certificato medico di “malsana costituzione (!)” per problemi valvolari cardiaci.

Agli incontri si presentò sempre nei panni del deforme e mostruoso essere che si era divertito tante volte ad impersonare.

L’allenamento all’uso della maschera lo aveva portato ad eseguire le operazioni di trucco e strucco in meno di un minuto. Così lui partiva dal garage con l’abbigliamento “mostruoso” e completava l’opera nei pressi della sua destinazione. Non poteva infatti guidare con la maschera perché riduceva la visuale e perché non corrispondeva alla fotografia che campeggiava sulla sua patente. Così la maschera trovò collocazione stabile sul sedile posteriore della sua scassata giardinetta.

Furono la sua prontezza e maturità intellettuale che fecero passare in sottordine il suo spregevole aspetto fisico. Così fu infine assunto da una industria locale che lo destinò all’ufficio che gestiva la misurazione dei tempi di lavorazione.

Il camuffamento gli pesava un po’ specie quando doveva operare in ambienti molto caldi ( che in quella fabbrica non mancavano! ). Ma l’assoluto distacco dalla realtà che gli garantiva il travestimento lo ripagava da qualsiasi sacrificio.

La sera rientrava prima dagli zii, si liberava dal trucco da abbigliamento, poi, con l’aspetto normale, tornava a casa sua. Al mattino la manovra era l’esatto contrario : si alzava per tempo, andava a vestirsi e quindi in ufficio.

Gli operai si erano abituati ad avere quel “mostro” che circolava per i reparti e che, di tanto in tanto, misurava il loro lavoro ed intrattenevano con lui rapporti collaborativi e cordiali.

Con i colleghi d’ufficio lui era molto cauto e “sulle sue”. Lo stesso facevano loro. Lo rispettavano però lo tenevano un po’ in disparte. Lo ritenevano altresì una persona non “pericolosa” perché, brutto com’era, non avrebbe mai potuto intralciare eventuali loro “tresche” con le colleghe più giovani e carine.

I capi erano soddisfatti del suo operato. Riusciva a svolgere il suo lavoro senza provocare tensioni sindacali. Questo fatto dalla direzione dell’azienda era molto apprezzato.

Per qualche mese tutto filò liscio. Nessuno lo aveva mai incontrato fuori dal lavoro. Lui parcheggiava sempre in vie seminascoste e fuori mano. Nessuno sapeva della sua doppia identità. Il suo grembiule grigio ardesia, anziché bianco, era consono al suo deforme personaggio. Quel grembiule era diventato il suo distintivo, il suo biglietto da visita.

Capitolo 3° - La partita di pallone.

Negli uffici, compreso quello in cui lui operava, ci fu un certo fermento quando si cominciò a parlare di un incontro “amichevole” di calcio tra gli operai e gli impiegati.

Sentì su di se, in modo imbarazzante, gli occhi puntati delle sue colleghe femmine e gli capitò di cogliere qualche loro pettegolezzo.

“ Quello potrebbe andare in campo per seminare il panico nella squadra avversa!”

“ Con quella gobba avrà una fortuna sfacciata! Speriamo che giochi! “

“ Tutto storto com’è avrà buon gioco nel disorientare gli avversari! “

La più giovane e carina delle colleghe ( una graziosa brunetta dall’aspetto e dal fisico molto gradevoli ) fu l’unica a non infierire su di lui. “ Poverino, è giovane e sicuramente gli piacerebbe giocare con i suoi compagni. Certamente nessuno lo inviterà in squadra e probabilmente lui ne soffrirà…”

Non fu buona profeta. Infatti chiesero anche a lui se desiderasse giocare. Lui rispose affermativamente e li pregò di destinarlo ad un ruolo di riserva.

Il giorno della partita si avvicinava.

Lui evitò gli allenamenti ufficiali. “ Tanto devo solo fare la riserva…” I compagni accettarono questo suo scarso interesse.

Invece lui la sera correva al “ dopolavoro” e si allenava a fondo. Per la data dell’incontro fu in forma smagliante.

Intanto nell’azienda non si parlava d’altro. Un dirigente, appassionato di calcio, promise la sua presenza tra il pubblico e fece capire che avrebbe segnalato eventuali “fenomeni” ad una squadra importante di cui era tifoso e consigliere.

L’incontro era stato organizzato in un campo di periferia, munito di illuminazione artificiale, e sito nella borgata in cui si trovava l’azienda. Molti residenti in quel quartiere assicurarono la loro presenza per esprimere un tifo appassionato.

Finalmente giunse il venerdì che avrebbe visto, in serata, svolgersi l’incontro tanto atteso.

Nel pomeriggio vi fu una svolta inattesa. Un assistente di reparto, che doveva ricoprire il ruolo di ala destra ( il numero 7 ) diede ”forfait” a causa di una improvvisa febbre influenzale.

I responsabili della squadra impiegati si recarono subito dal “mostro”: “Guarda che devi giocare tu perché lui ha l’influenza! Pensi di farcela? “. Lui li rassicurò : “ Tranquilli, ci sarò e vedrò cosa potrò fare… Del resto posso sempre limitarmi a lanciare palloni in avanti, ammesso che me ne arrivino e che i miei compagni seguano l’azione…”.

La sirena suonò. Lui sgattaiolò via per evitare di essere assillato da colleghi e colleghe…

Salì sul suo “catorcio”, si levò la maschera, poi andò in garage a togliersi l’abbigliamento “truccato”. Quindi andò a casa. Fece una doccia, si rilassò, mangiò qualcosa ma senza eccedere. Sua madre si sperticò in raccomandazioni che lui ritenne superflue e pertanto non le diede ascolto.

Sapeva, per esperienza diretta, che ogni partita di calcio è un caso a se. Non si può mai prevedere quale sarà lo sviluppo dell’incontro.

Lo preoccupava un po’ il fatto di non conoscere gli avversari. Lavorava in quella fabbrica da pochi mesi e le sue conoscenze erano piuttosto “pellicolari”.

Sapeva che gli operai di solito ponevano la contesa sul piano muscolare. Erano senz’altro più forti e dotati fisicamente. “Ma noi potremo sopravanzarli sul piano tecnico..” disse tra se. Rassicurò la madre ed il padre poi si vestì con blue-jeans e maglietta polo. Indossò scarpe da tennis bianche, mise in una sacca l’attrezzatura da calciatore e si recò al campetto di periferia dove sarebbe avvenuto l’incontro.

Quando vi giunse, vide che il campetto brulicava di spettatori. Erano lì già da un’ora prima dell’inizio della partita. Gli spalti erano di dimensioni certamente inadatte a contenere tutti gli accorsi, perciò parecchi spettatori si assieparono anche lungo i bordi del campo.

Il campo era, in larga misura, costituito di terra battuta. L’erba era quasi inesistente, era un “optional”, una raffinatezza sibaritica. Guai a cadere a terra su un campo simile, bozzi ed escoriazioni sarebbero stati inevitabili.

Negli spogliatoi c’era un gran farragine. Disse all’allenatore: “Se non vado contro il regolamento, giocherei io al posto di mio cugino. Lui stasera si è sentito male e mi ha chiesto di sostituirlo…”

L’allenatore non obiettò. Per lui era già quasi un miracolo poter schierare in campo 11 giocatori. Non fece domande. Era tutto OK.

Gli diedero la maglia gialla con il numero 7 di colore rosso ed un paio di pantaloncini neri. Il resto dell’abbigliamento fu affar suo. Prudentemente indossò le ginocchiere ( non si sa mai…).

Alle 20 e 50 le squadre fecero il loro ingresso in campo. Soliti convenevoli, scambio di gagliardetti.

Gli operai sfoggiavano una divisa blu con numeri di colore bianco, pantaloncini azzurri. Lui ed i suoi compagni impiegati maglia gialla ( come detto ) con numeri rossi e pantaloncini neri.

I due portieri ( i numeri 1 ) esibivano rispettivamente una casacca rossa ed una casacca verde acqua.

Gli operai erano veramente tosti. Bicipiti poderosi, cosce e polpacci da paura….Lui disse tra se:.”Staremo a vedere. Ogni partita finisce sempre al triplice fischio dell’arbitro e fino ad allora non è mai detta l’ultima parola…”.

La terna arbitrale, in tenuta nera, controllò che tutto fosse in ordine. Fu sorteggiata la scelta del campo e gli impiegati si accinsero a dare il calcio d’inizio. Lui si posizionò al limite destro della sua metà campo, senza superare, come da regolamento, la linea mediana del campo.

Alle 21 esatte l’arbitro fischiò l’inizio della partita.

Gli impiegati si rovesciarono subito nell’area avversaria. Lui seguì l’azione dalla sua fascia destra di competenza. Gli sembrò opportuno stringere al centro, ma un difensore lo contrastò e, senza troppi complimenti, lo scaraventò a terra. “ Carica di spalla “, l’arbitro mimò l’azione e non fischiò il fallo. Mentre il gioco proseguiva e gli operai, su un capovolgimento di fronte, si portavano in attacco, lui si rialzò e, un po’ stordito, tornò sulla sua fascia destra.

Pensò: “Devo evitare i contrasti, l’uno contro uno. Sono troppo “leggero” per il corpo a corpo. Meglio che rimanga al mio posto” .

Nella prima mezzora di gioco gli operai andarono in rete 2 volte ed il portiere degli impiegati salvò la sua rete almeno altre tre volte. Com’era prevedibile la partita stava diventando a senso unico: gli operai in attacco e gli impiegati barricati entro la loro metà campo.

Ma al 36° del primo tempo accadde l’auspicato imprevisto. Un batti e ribatti a centro campo fece schizzare il pallone verso di lui. Era un paio di metri indietro rispetto alla linea di mezzeria.

Arpionò la sfera e si scaraventò verso il fondo campo. Come detto, lui era agile e veloce. Nessuno riuscì a raggiungerlo. Ad un metro dal fallo di fondo lasciò partire un traversone dalla traiettoria impeccabile a rientrare ed a scendere verso il centro dell’area avversa, area quasi del tutto sguarnita.

Avevano seguito l’azione due suoi compagni, il numero 11 (l’ala sinistra) ed il numero 9 (il centravanti).

La parabola del suo traversone si smorzò proprio sulla testa del numero 9. Capocciata e rete! Nulla da fare per il portiere avversario. Era il 2 a 1 che riapriva l’incontro.

Nell’intervallo l’allenatore degli impiegati spronò i suoi compagni a “crederci” ed a servire di più la loro ala destra (cioè lui!) per sfruttarne appieno le potenzialità.

Gli operai rientrarono in campo per il secondo tempo più guardinghi. Il gol incassato aveva scalfito un po’ la loro disinvolta baldanza. Al 14° della ripresa gli impiegati pareggiarono. L’azione questa volta giunse da sinistra e si concluse con una mischia nell’area degli operai. Risolse la cosa un “maligno” passaggio in porta non avvistato dal portiere la cui visuale risultò coperta da un nugolo di compagni ed avversari. 2 a 2 e tutto da rifare per gli operai.

La partita si fece spigolosa, quasi “cattiva”. Lui, pur essendo molto bravo, era anche, come detto, poco avvezzo e propenso agli scontri fisici. Vivacchiò per oltre un quarto d’ora cercando di disfarsi immediatamente dei palloni che gli pervenivano e cercando di disimpegnarsi velocemente da accenni di marcatura. L’allenatore “friggeva”, lo avrebbe voluto più partecipe, ma non c’era verso di fargli cambiare atteggiamento.

Ma il destino volle, a tutti i costi, dargli una mano.

Era da poco scoccato il 34° della ripresa quando, su azione di contropiede, il suo numero 8 gli passò un pallone a metà campo. Lui scattò, ma anziché involarsi sulla fascia, vide che gli era possibile convergere verso il centro dell’area. Giunto ai 25 metri e vista la porta avversaria difesa solo da un preoccupato portiere, fece partire, in piena corsa, una “missilata” impressionante che andò ad insaccarsi nel “sette” alla destra del portiere, rimasto pressoché immobile.

Il boato che gli giunse dagli spalti gli confermò la segnatura. Era il 3 a 2 e mancavano appena 10 minuti al termine dell’incontro. In quei 10 minuti accadde di tutto.

Al 39° il portiere degli impiegati si infortunò e dovette uscire dal terreno di gioco.

A quel tempo non erano ancora ammesse sostituzioni ed era consuetudine che un altro compagno, già in campo, sostituisse il portiere in caso di necessità. Così avvenne e lui si offrì di ricoprire il ruolo di portiere. Smise la maglia numero 7 ed indossò la casacca numero 1.

Era tra i pali. Sbrogliò alcune situazioni di ordinaria amministrazione per un portiere.

Gli operai affrontarono gli ultimi minuti come furie, alla ricerca del pareggio. Gli impiegati, rimasti in 10 e senza la loro ala destra, si chiusero in difesa. Una difesa strenua, “all’ultimo sangue”.

Al 44° accadde l’episodio che caratterizzò la partita.

Il centravanti degli operai riuscì a presentarsi ai 30 metri con una corsia tutta vuota davanti a se.

Mentre i difensori cercavano di contrastarlo, lasciò partire una cannonata micidiale. Lui, tra i pali, vide la palla avvicinarglisi ad una velocità incredibile diretta ad un palmo appena sotto alla sua traversa. Istintivamente balzò in alto distendendo al massimo il braccio destro.

Una bastonata sulle dita, inutilmente protette dai guanti, lo sincerò che era riuscito a “toccare” il pallone. Mentre cercava di non infortunarsi ricadendo al suolo, si stupì di non udire clamori.

Era riuscito a deviare la palla oltre la traversa, in calcio d’angolo! Non c’era tempo di pensare ad alcunché. Con le dita della mano destra ancora indolenzite, si sistemò sul secondo palo, quello opposto all’angolo di battuta del “corner”.

Calcio d’angolo. Respinsero i suoi compagni della difesa. Ancora qualche secondo di apprensione, poi l’arbitro fischiò 3 volte. Era finita! Avevano vinto la partita!

La squadra degli impiegati andò a centro campo per salutare il pubblico. Il quale pubblico applaudiva e gridava “ bravi!!! “ e specialmente “ bravo!” a quel bel ragazzo che, prima con la maglia n° 7 e quindi con la maglia n° 1, aveva praticamente volto le sorti della partita in favore degli impiegati. Era lui il vero eroe della serata!

Lui vide tra la folla diverse colleghe in delirio e le salutò mandando baci ed agitando le braccia. Non vide però la collega giovane. “ Chissà se stasera c’era anche lei…” pensò. Qualcosa di indistinto cominciava a fargli battere forte il cuore quando pensava a quella ragazza. Lui aveva ormai vent’anni e forse era tempo che desse spazio anche alle donne…

Fece rapidamente la doccia, si rivestì, si schermì da quanti avrebbero voluto trattenerlo, promise che avrebbe salutato il “mostruoso“ cugino (!) e si infilò lesto nel suo catorcetto dipinto in due tonalità di grigio chiaro.

Era andato tutto benissimo. Aveva salvato il suo bel fisico, perciò rassicurò padre e madre e quindi si lasciò trasportare in un profondo sonno ristoratore.

La partita si era giocata il venerdì sera perché il giorno di sabato era festivo. Il lavoro sarebbe ripreso soltanto il lunedì seguente.

Capitolo 4° - Nuova casa, nuova auto.

Quando, il lunedì successivo, ritornò in ufficio, sempre camuffato da “mostro”, constatò che tutti i colleghi e le colleghe non parlavano d’altro che dell’evento agonistico e del bel ragazzo che aveva favorito l’insperata vittoria degli impiegati. Tra le colleghe, non più giovanissime, ma ancora abbastanza “ porcelle “, carpì dei discorsi del tipo:

“ Ah, io me lo farei anche subito…..” oppure

“ Certo che è proprio un bel bocconcino e a letto dev’essere stupendo….”

L’unica che rimase fuori dal coro fu la collega giovane. Non era stata presente alla partita, ma era rimasta colpita dai racconti delle colleghe.

Lei non aveva un ragazzo fisso e, stando alle altrui descrizioni, quello poteva essere forse quello giusto. Ma come incontrarlo? Prima di un altro evento del genere chissà quanti anni sarebbero trascorsi! Si dica inoltre che l’alto numero degli infortunati, specie tra gli impiegati e con conseguenti assenze per malattia, aveva suggerito alla Direzione di Stabilimento che per un po’ fosse meglio non parlare più di partite di calcio aziendali.

Che fare? Forse, pensò, se faccio amicizia col cugino, chissà, magari prima o poi potrei incontrarlo… Chiuse questo sogno nel suo bel cuore ed attese gli eventi.

Intanto lui incontrò lo zio e parlarono fittamente del suo futuro. Lo zio gli consigliò di iscriversi all’Università per rimandare di qualche anno l’incombente servizio militare ( la famigerata naja ).

Lo zio gli suggerì altresì di andare a vivere da “ single “ in un alloggio di sua proprietà che gli avrebbe affittato. Inoltre lo incoraggiò ad acquistare una nuova auto che facesse “status symbol “.

Gli assicurò tutto l’appoggio ed il sostegno possibile.

Così lui nella primavera di quell’anno si attivò per ottemperare ai suggerimenti dello zio.

Si iscrisse ad “ Economia e Commercio” anche se non aveva più voglia di studiare e non glie ne fregava nulla di conseguire una laurea.

In effetti la “cartolina precetto” non tardò ad arrivare ma, come aveva previsto lo zio, l’ostacolo almeno temporaneamente fu aggirato.

Poi, nonostante le resistenze della madre, volle iniziare il cammino di “single”. L’alloggio dello zio era effettivamente adatto allo scopo. Posto al terzo piano di un moderno edificio era composto di tinello, cucinino, bagno con doccia, camera da letto ed una vasta entrata. Il costo dell’affitto era sempre coperto dal suo compenso di amministratore, però in tal modo il suo conto in banca non lievitò più a vista d’occhio, ma si stabilizzò. Le uscite infatti stavano per raggiungere le entrate.

Con lo stipendio della fabbrica aiutava i genitori e la sorella ( ne cedeva loro almeno la metà ). Cercò di organizzare al meglio la sua vita da scapolo. Appena l’alloggio fu agibile vi trasferì il vecchio baule dei trucchi ed ogni eventuale cosa che potesse servirgli di quel che custodiva nel polveroso stanzino degli zii.

Nel “quant’altro” vi era l’utilissima attrezzatura per costruire falsi documenti di scena. Con questa aveva potuto farsi assumere esibendo una carta d’identità fasulla con la fotografia del “mostro”. Ai documenti di identità doveva prestare sempre la massima attenzione perché questi dovevano essere intonati, in ogni circostanza, al personaggio che identificavano. Sino ad allora era riuscito a “farla franca” e a non destare sospetti in quanti avevano avuto a che fare con i suoi documenti “taroccati”. Sentiva però che era tempo di porre fine ai mascheramenti e rivelare la sua vera identità. Quando? ”Verrà il momento più opportuno “ pensò. Intanto si accontentava e si compiaceva di essere riuscito ad organizzare la sua vita nel modo più razionale possibile.

Il nuovo alloggio costituiva una semplificazione notevole. Si truccava e struccava in casa sua velocemente ( maschera a parte ) e comodamente. Cercava di evitare i vicini quand’era travestito, mentre amava mostrarsi affabile e cordiale quando non lo era.

Eravamo nei primi anni sessanta del secolo scorso e venne il tempo di pensare pure alla nuova auto, come suggeritogli dallo zio. Optò per un coupè sportivo di una nota marca nazionale contraddistinto dalla lettere “ s s “ ( sprint special ). Quest’auto aveva due posti secchi e forse soltanto due nani avrebbero potuto stivarsi su una scomoda, stretta ed inadeguata seduta posteriore… Il motore bialbero erogava la bellezza di 100 CV, consentendo alla vettura di raggiungere, in quarta marcia, una velocità di punta di 200 km/ora (la quinta era adatta solo per l’autostrada).

Volle l’auto di colore rosso, colore che ben si addiceva al blasone sportivo del marchio ed alle linee aggressive e morbidamente slanciate della carrozzeria.

Per strade di campagna, tra colline e montagne, cercò di imparare a guidare quel “bolide” e continuò finché non riscontrò una confidenza accettabile con la sua nuova compagna di avventure… I punti che curò maggiormente furono la tenuta di strada in curva ed i tempi di frenata e di arresto. Si rendeva conto che qualunque imbecille poteva lanciare l’auto alla massima velocità,

pochi però sarebbero stati in grado di “tenerla” in curva e (cosa assai importante per la propria e l’altrui incolumità ) a fermarla in sicurezza in tutte le situazioni. Ad ogni modo quell’automobile era bellissima, però anche molto impegnativa da condurre….

Era prossimo, come già detto, il tempo di archiviare per sempre maschera e travestimenti. Dalla orribile crisalide stava per prendere il volo una splendida farfalla.

In quei giorni, in ufficio, cercò di depistare al massimo ogni possibile avvicinamento alla sua vera identità.

Un mattino la collega giovane gli si rivolse:

“ Possiamo andare a prendere un caffè?” Lui annuì e la seguì. Avvertì che la ragazza era notevolmente in imbarazzo e quasi non riusciva a proferire parola. Lui cercò di andarle incontro affinché lei si lasciasse un po’ “andare”. Ci riuscì.

Lei gli chiese qualche notizia sul suo bel cugino, l’eroe della partita di pallone. Lui le rispose con dovizia di particolari, descrivendo se stesso. Metteva in tal modo fieno in cascina, caso mai fosse nato qualcosa di tenero tra loro. Man mano che discorrevano, l’atmosfera tra loro cambiò radicalmente. Si era stabilito un “feeling” notevole e, quasi senza accorgersene, cominciarono a darsi del “tu”. Cominciarono così a rincontrarsi ogni giorno verso metà mattinata per prendere il caffè insieme. Per un po’ di tempo pagarono a turno le consumazioni, poi lui prese decisamente il sopravvento e si accollò tutte le spese.

I pettegolezzi su di loro si sprecavano. Erano invidiosi, in particolare, i colleghi maschi perché non accettavano che quella ragazza così carina avesse “legato” con quel mostriciattolo.

Trascorse circa un mese e l’estate era ormai alle porte.

Una sera, tornando in garage, sentì qualche rumore più strano del solito provenire dal cofano motore della sua “utilitaria”. Così, appena rimessata l’auto, apri il cofano e si infilò dentro il vano motore smoccolando contro il progettista di quella macchina che aveva posizionato il radiatore dell’acqua tra il motore e l’abitacolo. Una vera follia. Controllò che non ci fossero anomalie, poi, indispettito, richiuse quel cofano. La lamiera tagliente del bordo lo ferì tra il collo e la spalla sinistra. Un piccolo taglietto che però prese subito a sanguinare.

Tamponò alla meglio la ferita. Entrò in casa e si disinfettò. Chiuse l’incidente con l’applicazione di un cerotto sul taglietto e non ci pensò più.

Pensò invece, e molto, alla collega, alla ragazza. Come avrebbe potuto svelarsi a lei in modo plausibile e non traumatico?

Fortunatamente il destino remava in suo favore.

Uno dei colleghi “maschi” aveva da poco affittato un alloggio in una casa di montagna. Era sito in una valle lunga ed ariosa, percorsa da un torrente limpido e ricco di fauna ittica.

Questi invitò tutti i colleghi e le colleghe d’ufficio e di fabbrica a partecipare all’inaugurazione del suo nuovo recapito montano. Li allettò dicendo di aver organizzato un lauto “barbecue” in uno spiazzo presso casa, in riva al torrente.

Cominciò a formarsi una specie di coordinamento logistico. I possessori di automobili si misero a disposizione di coloro che erano a piedi. In tanti si affrettarono ad offrire “passaggi” alla collega giovane, ma questa non si lasciò lusingare (li conosceva troppo bene….). Lui la rassicurò: “Non temere, la mia auto è un po’ vecchiotta e spartana, ma funziona benissimo. Vieni con me e nessuno oserà infastidirti ”.

“ Credi forse che non sappia tenere a bada un uomo? Da almeno cinque o sei anni mi sto perfezionando in questo campo. Stai pure tranquillo che se una persona non mi va, con me non c’è niente da fare! “.

“ Va bene, scusami, io cercherò soltanto di renderti la scampagnata il più piacevole possibile senza darti alcun assillo. Te lo prometto! “ .

Il campo dei partecipanti si rivelò, fin da subito, assai numeroso ed il fine settimana si avvicinò rapidamente.

Lui decise che era giunto il momento di por fine ai travestimenti e di mettersi in gioco per quel che realmente era con tutti i suoi pregi ed anche con i suoi inevitabili difetti.

Il “bolide rosso” era in perfetto ordine, lucente ed aggressivo. Lui aveva riposto maschera e camuffamenti.

La partita si riapriva.

Ma questa volta era la partita della vita.

Capitolo 5° - La partita della vita.

Il punto di ritrovo per quella specie di “gita sociale” fu fissato in una vasta piazza, nei pressi della fabbrica, alle ore 9 di quella domenica mattina.

Verso le 8 e 30 c’era già un nutrito numero di partecipanti assiepati sulla piazza.

C’era la ragazza che invano scrutava ogni nuovo arrivo, cercando “lui” con gli occhi. Intanto pensava: “ Non provarci nemmeno a darmi “buca”, brutto mostriciattolo, sennò con me hai chiuso per sempre!”.

Le 9 stavano per scoccare ed il dileggio dilagava tra i colleghi maschi di ogni età.

“Quello storto si starà ancora lucidando la gobba!”

“Con quel ghigno e quei cappellacci stopposi, potrebbe fare egregiamente lo spaventapasseri!”

“Io ho visto una volta in lontananza la sua “limousine”. E’ una specie di residuato bellico, buona solo per trasportare cassette di verdura…!”

Risate omeriche sottolineavano ogni battuta più o meno furba. In questo clima ridanciano, pochi fecero caso all’approssimarsi di una fiammante auto sportiva.

Questa parcheggiò discretamente tra le loro vetture e si vide subito che era di una classe ben superiore alle normali utilitarie e berline da famiglia.

Mentre, cessati i dileggi, l’attenzione di tutti si spostava sulla nuova arrivata ( l’auto sportiva appunto ) da questa scese un giovane ragazzo in abiti sportivi seppur con qualche tocco di eleganza raffinata.

Il giovane salutò tutti, non risalutato perché, col suo vero aspetto, quasi nessuno lo conosceva.

Si avvicinò alla collega giovane ma, prima che potesse proferire parola, fu subissato dalle urla delle colleghe “anziane”.

“E’ lui, è il cugino di…, quello che ci ha fatto vincere la partita…!”.

Lo abbracciarono, gli strinsero la mano, lo tappezzarono di casti “baciotti” sulla guance, insomma una festa incredibile.

La collega giovane, con fare incerto, gli si avvicinò e gli chiese : “ Sarà lei il mio accompagnatore per questa giornata?”. Lui annuì e, senza parlare, la invitò a salire sul “bolide rosso”.

Tutti salirono sulle rispettive vetture e si apprestarono a partire. Si allinearono dietro l’auto del collega che aveva promosso quel “raduno” e diressero verso l’esterno città. Lui segui il gruppo guidando il più morbidamente possibile per evitare sballottamenti fastidiosi. Finalmente aveva a bordo un passeggero “importante” e voleva che si sentisse perfettamente a suo agio.

Per qualche minuto non si udì volare una mosca. Poi lui disse alla ragazza: “ Vedi che ho mantenuto la promessa? Oggi tu sarai la mia “dama” e nessuno oserà infastidirti!” Lei impallidì: “ Mah….., come fai a sapere quel che ci eravamo detti io e tuo cugino? “.

“ Perché sono io “mio cugino” e d’ora in poi non vedrai mai più il “mostro”, ma soltanto me!”.

“ Non è possibile…,io non sapevo, non credevo che…”.

“ Non temere, il mio rispetto e la mia ammirazione per te sono gli stessi che avevo quando vestivo i panni del “mostro”. Perciò, ti prego, rilassati e prepariamoci a trascorrere una bella giornata in compagnia!”.

Istintivamente lei si spostò sulla sua sinistra e gli scoccò un bacio sulla guancia. Lui la redarguì con dolcezza: “ Non lo fare più, per favore, perché la guida di quest’auto richiede da parte mia tutta l’attenzione e la concentrazione di cui sono capace. Non temere ci sarà tempo, spero, se tu me lo consentirai, perché io abbia modo di dimostrarti tutto il mio affetto…”.

Lei, raggiante, si risistemò sul suo sedile. Poi, mentre lui era assorbito dalla guida, pianse sommessamente di gioia. Era proprio quello il giovane che il suo bel cuore aveva lungamente atteso, agognato, sospirato. “ Ancora non credo che una simile fortuna sia capitata proprio a me…”

pensò, mentre l’auto correva veloce e le montagne si avvicinavano rapidamente.

Erano entrambi al colmo della felicità e, per fortuna, nemmeno immaginavano lontanamente quanto dolore e quanto strazio è in grado di dispensare la vita a noi, ignari esseri umani.

La strada divenne più stretta e si inoltrò in una valle montana. Lasciarono sulla loro sinistra un imponente complesso di vasche per l’allevamento delle trote, oltrepassarono un paesino in fondo al quale, sulla destra, c’era la rotonda coperta di un ballo pubblico. Salirono ancora per qualche kilometro fin quando il corteo piegò a sinistra e le varie auto parcheggiarono tutt’attorno ad un vasto prato. Il torrente scorreva, scrosciando, a pochi metri di distanza.

Scesero dalle auto e lei si affrettò a prendere il braccio di lui. Lui ormai era avvezzo a sentire la sua voce, ma quel giorno ebbe la sensazione che lei non stesse parlando, ma cinguettando, tanta era la gioia che sprizzava da ognuno dei suoi pori. Che altro poteva fare lui se non stringerla a se con dolce fermezza?

Gli altri componenti del gruppo “somatizzarono” subito la nuova coppia. Tutti ritennero che non si potesse immaginare coppia meglio assortita. Come se quei due giovani stessero insieme da sempre…

Si organizzarono per allestire il campo nel quale poi avrebbero cucinato i cibi sulle braci.

Il collega “ promotore “ distribuì i compiti. Lui seguì i maschi nel fare legna e nell’accendere i fuochi; lei andò con le colleghe femmine a preparare i cibi da cuocere.

Lo scenario circostante era magnifico. Montagne che si elevavano a picco lungo i due lati della valle. Qualche cima più elevata di altre che mostrava ancora chiazze di terreno innevato. La valle era immersa in un color verde smeraldo e, nelle zone erbose, si potevano vedere fiori di montagna gialli, azzurri e rossi dalle tonalità molto vivaci ( anche per attrarre gli insetti impollinatori tra i quali la facevano da padrone numerose ed operose api da miele ).

Quando i cibi furono cucinati si sistemarono su panche e tavoli di legno. Il sole era splendente e caldo, ma non fastidioso.

Le maldicenze del mattino, spazzate via dal formarsi di quella nuova coppia, non erano che un lontano ricordo.

Si parlò molto invece della partita di pallone. Lui fornì qualche dettaglio tecnico e raccontò come avesse imparato a calciare nel “dopolavoro” della ditta del padre.

Ogni volta che l’onda dei complimenti saliva, la ragazza gli si avvicinava cingendogli il braccio e posava i suoi occhi in quelli di lui con uno sguardo tenero ed appassionato.

Fu durante uno di questi abbracci che lui avvertì un fastidio nel punto in cui si era graffiato con il cofano dell’utilitaria. Ma fu un dolorino passeggero che dopo pochi minuti già si era attenuato e fu presto dimenticato.

Terminato il pranzo,rigovernarono, riempirono alcuni sacchi di plastica con tutti gli avanzi ed i rifiuti; sacchi che avrebbero poi portato ai punti di raccolta delle immondizie. Lasciarono l’area pulita, poi stesero a terra i plaid, immancabili nelle gite fuori porta, e si disposero a fruire del bel sole primaverile. Iniziarono a farsi un po’ di tintarella in previsione delle ferie che, fra tre o quattro

mesi, sarebbero finalmente arrivate.

In questo festival del relax si formarono, più o meno inconsciamente, diverse coppie. Una di queste era ovviamente composta dai nostri due giovani protagonisti.

Si aiutarono vicendevolmente a spalmarsi le creme protettive sulle parti di epidermide scoperte.

Lui era in preda ad una strana eccitazione, mai provata in vita sua, e cercava in tutti i modi di controllarsi. Lei lo guardava ammirata ed intimidita, ma sentiva dentro se che quello era il ragazzo lungamente atteso e sognato.

Da ogni loro sguardo traspariva una tenerezza dolcissima e vicendevole che si rifletteva anche nei loro gesti, nel loro modo di toccarsi. Ogni sguardo era un bacio, ogni tocco una carezza.

Rimasero per un po’ stesi al sole, poi si abbracciarono e le loro labbra si cercarono.

“ O dolci baci, o languide carezze…” ( ricordando il personaggio di Cavaradossi nel “ Lucevan le stelle “ della Tosca di Puccini) .

L’incanto si sciolse a poco a poco, man mano che il sole volgeva al tramonto.

Quando furono tutti di nuovo in piedi e ricomposti, lui si rivolse alla compagnia e li informò che non avrebbero visto mai più la “sinistra” e mostruosa creatura, perché questa era irreale e frutto soltanto della sua guardinga timidezza. Riuscì a catturare talmente bene l’attenzione del gruppo che trascorsero diversi minuti tra racconto, domande e risposte. Poi si salutarono e lui li pregò di aiutarlo, il lunedì successivo, a diffondere la notizia al resto della fabbrica. Le colleghe salutarono la collega giovane con varie congratulazioni e qualche mal celata punta di invidia.

Tutti risalirono sulle rispettive vetture e, ognuno per la propria strada, tornarono in città; tranne il collega “ promotore “ che, visto che lì aveva casa, rimase in loco con la famiglia per trascorrervi la serata.

Saliti in macchina, lui le disse: “Se a casa tua non stanno in pensiero, proporrei di far cena fuori prima di rientrare ”. Lei annuì : “ Sì, nemmeno io ho voglia di tornar a casa. E’ stata una giornata magnifica, attardiamoci pure, tanto ho detto ai miei che sarei tornata a notte inoltrata….” .

C’era un piccolo ristorante nella parte vecchia della città che lui conosceva per esserci stato una volta con gli zii.

A lei piacque molto. Ma qualsiasi cosa quel giorno le piacque molto. Aveva lui al suo fianco e tutto le sembrava bellissimo e gratificante.

Dopo cena fecero quattro passi a piedi per il centro cittadino. Si sedettero in alcuni “piano-bar”, ascoltarono musica.

Verso mezzanotte la riportò a casa. Lui parcheggiò in una zona d’ombra presso il portone di casa di lei. Un lungo, appassionato, dolcissimo bacio concluse quella giornata fantastica.

Va detto che, a quel tempo, tutti i baci fuori dalle mura domestiche erano considerati “baci rubati”.

C’era sempre il consistente rischio d’essere sorpresi da qualche agente ed essere denunciati e multati per “ atti osceni in luogo pubblico “. Oggi, per fortuna, le cose sono nettamente migliorate.

“ Amor, ch’a nullo amato amar perdona,” L’amore non consente alla persona che è amata di non ricambiare e trova sempre il modo di prorompere, al di là di stupidi divieti ed altrettanto stupide proibizioni. ( Il verso citato è tratto dalla Divina Commedia di Dante Alighieri; Inferno- Canto 5°).

Capitolo 6° - Amore e turismo.

Il giorno dopo, lunedì, tornarono al lavoro. Lui andò subito dal capo ufficio e gli raccontò la storia dei travestimenti culminata con la metamorfosi. Il Capo ebbe una brillante idea e risolse il problema accompagnandolo a fare il giro della fabbrica e degli uffici come faceva di solito con i nuovi assunti.

Le maestranze lo riconobbero subito e si adeguarono immediatamente alla nuova situazione. Già lo rispettavano nei panni del “mostro” deforme, ora lo avrebbero rispettato ancor di più sapendo quanto fosse “forte” con un pallone tra i piedi ! Il suo aspetto al naturale non era proprio il massimo della mascolinità. Il suo viso pareva ancor più giovane ed innocente di quanto non fosse in realtà; i capelli ricci color castano chiaro lo facevano assomigliare ad un ragazzo efebo di antica memoria.

Quei suoi modi gentili, quasi impacciati, potevano sembrare, ad una valutazione superficiale, quasi effeminati. Ma gli operai lo avevano visto fare la doccia con loro e non erano disposti a farsi fuorviare dalle esteriorità. Era un atleta bravo e capace, oltre che un buon tecnico col quale, da un paio di mesi, stavano lavorando con reciproca soddisfazione. Pertanto il nuovo aspetto non costituì un problema, ma semmai contribuì ad un rafforzamento della sua personalità.

Fu necessario fornire nuove fotografie formato tessera, quelle giuste, all’Ufficio del Personale per aggiornare il dossier che lo riguardava.

I colleghi e le colleghe degli uffici lo accolsero con rinnovata simpatia. Le colleghe poi, saputo della nascente “love story” tra lui e la collega giovane, smisero di fare le loro battute “porcelle” e si dettero una calmata.

Pure la ragazza ebbe la sua parte di notorietà e di attenzione. Le colleghe le espressero ( e quelle partecipanti alla gita in montagna le rinnovarono) festose congratulazioni ed i colleghi divennero più attenti e guardinghi nel modo di parlare in sua presenza.

Lui a sera si attivò per farsi installare una linea telefonica simplex nel suo appartamento. Ormai non poteva più farne a meno, visto che adesso sapeva che ci sarebbe sempre stata, all’altro capo della linea, una persona disposta con gioia ad ascoltarlo.

L’estate si avvicinava a grandi passi.

Per stare insieme cominciarono a rincontrarsi nei fine-settimana. All’epoca i “week-end” iniziavano il sabato pomeriggio perché al mattino del sabato si lavorava ancora.

La regione di appartenenza offriva loro innumerevoli occasioni turistiche. Colline, montagne, laghi e, con piccoli sconfinamenti, anche il mare.

Lui avvisò la sua famiglia e gli zii che, per qualche tempo, non lo avrebbero più visto nei giorni festivi perché intendeva dedicarsi ad approfondire la conoscenza della giovane collega. Lasciò tutti un po’ perplessi. Non si aspettavano che fosse già “l’ora”.

Sappiamo che i giovani, figli o nipoti che siano, prima o poi prenderanno il “volo” con le rispettive anime gemelle, ma non sappiamo renderci conto di quando questo possa accadere. Per noi restano sempre bambini, intanto però gli anni passano e la natura segue il suo corso.

C’era un lago morenico ad una sessantina di kilometri dalla città.

Vi si accedeva dalla strada statale, che lo costeggiava sulla sponda est, con una svolta a sinistra ed una ripida discesa su una strada non asfaltata, ma selciata con una miriade di ciottoli sapientemente disposti e ben levigati.

In fondo alla discesa c’era una stradina litoranea che correva lungo quella sponda del lago, a pochi metri dall’acqua. La statale invece correva ad una quota decisamente più elevata.

Era un pomeriggio sereno, l’aria era tiepida ed il sole caldo e gradevole.

Lasciarono l’auto e si incamminarono lungo la strada rivierasca.

Videro un piccolo imbarcadero. Si guardarono negli occhi, sorridendo con complicità. Si erano capiti al volo, senza parlare. Noleggiarono un “moscone” . Lui sapeva vogare piuttosto bene perché il “dopolavoro” del padre era situato in riva al fiume cittadino ed era il punto di ritrovo dei canottieri della squadra dell’Azienda. Così, qualche volta, aveva potuto allenarsi con loro.

Vogò per una mezz’oretta lungo la riva est del lago senza discostarsi troppo da questa. Lei, seduta sul piccolo natante, si era lasciata permeare dalla bellezza del luogo ed era immersa in una serena beatitudine. Sostarono un po’ al largo, si sdraiarono sulla barca e si godettero il bel sole primaverile.

Tornati che furono a terra, esplorarono con l’auto la sponda sud del lago.

Il lago era di forma quasi ellittica. Le sponde est ed ovest corrispondevano ai tratti di curva “lunghi”, quelle nord e sud ai tratti di curva “corti”. Sulla sponda sud scovarono un ristorante posto proprio in riva al lago. L’ora si era ormai fatta tarda, perciò decisero di cenare davanti allo scenario emozionante dello specchio d’acqua e delle colline moreniche circostanti.

Rientrarono in città dopo cena e, nel salutarsi con il consueto bacio in penombra, decisero che l’indomani, domenica, avrebbero potuto andare al cinema e poi terminare la giornata in qualche pizzeria.

A lui sembrava di conoscerla da sempre ed anche lei ebbe la medesima sensazione.

Stava nascendo tra loro qualcosa di grande e di importante.

Erano stati entrambi educati ad un profondo senso di religiosità. All’epoca gli anticoncezionali odierni non esistevano ancora e quindi si tentava in tutti i modi di tenere separati i giovani che si “piacevano” , per evitare i rischi di gravidanze inattese. Qualcuno scrisse addirittura una sorta di prontuario comportamentale per fidanzati che, alla luce dei nostri tempi, appare quanto meno grottesco, esagerato e ridicolo. L’educazione sessuale era di la da venire. Pertanto solo il buon senso ed una certa maturità potevano guidare due giovani innamorati.

Essi ne parlarono tra loro e decisero di controllarsi fintanto che non si fossero conosciuti appieno. Qualora avessero poi concluso di voler restare uniti per la vita, a quel momento avrebbero fatto un nuovo punto della situazione ed avrebbero agito di conseguenza.

Decisero pure, per qualche tempo, di non coinvolgere le famiglie. Questo era un altro tassello del mosaico che sarebbe andato a posto al momento opportuno.

Per lui cominciò un periodo di duro impegno sia in fabbrica, sia nell’attività di amministratore dei beni degli zii. Non era infrequente che passasse le sere intere e parte della notte a lavorare.

Ma questo non gli pesava. C’era lei nella sua mente e nel suo cuore e per lei nulla poteva sembrare eccessivo e faticoso.

In un paio di mesi visitarono località turisticamente apprezzabili. Avevano soltanto l’imbarazzo della scelta. Ascoltarono musica “impegnata”: concerti di musica sinfonica, opere liriche, saggi di Conservatorio.

Una sera, in una cittadina di mezza montagna, capitarono nel bel mezzo di una sagra paesana con tanto di orchestrina e ballo pubblico. Si lasciarono trasportare anche loro dalle danze e trascorsero ore di puro divertimento.

Lui l’abbracciava sempre con dolce cautela e non avrebbe voluto mai sciogliersi dall’abbraccio. Lei si lasciava avvolgere da lui ed anch’essa si gustava l’abbraccio con dolce voluttà.

Le ferie si avvicinavano velocemente e loro erano sempre più in sintonia.

Ormai non c’erano più dubbi. Erano innamorati.

Capitolo 7° - Amore e sesso.

Lo zio gli aveva fatto conoscere la titolare di una Agenzia di viaggi alla quale normalmente si rivolgeva, sia per motivi personali, sia per necessità aziendali.

Grande zio ! Dove lo indirizzava lui, non c’erano mai sorprese sgradite. Anzi ! Si trovava sempre a suo agio e su terreni privi di ostacoli.

Fu così che organizzò per se e per la ragazza un soggiorno su un’isola famosa per la sua vocazione vacanziera. Bisognava prenotare camere singole e distinte ( sempre a causa dei deliranti principi morali di quel periodo storico…) e prevedere una traversata diurna sul traghetto, in modo da evitare un imbarazzante pernottamento. Occorreva anche prenotare un posto per l’auto al seguito, perché questa sarebbe servita per spostarsi sulla grande isola.

L’Agenzia di viaggi preparò loro un itinerario circostanziato e preciso. Non restava che attendere le ferie e seguire quella traccia. Sarebbero state vacanze incantevoli e senza sorprese !

Intanto nei fine settimana precedenti la chiusura della fabbrica, continuarono a vedersi e ad uscire insieme. Esaurita la voglia di girovagare per turismo ( la bella auto veloce li incoraggiava ad andare sempre più lontano ), decisero di restare qualche volta nei dintorni semplicemente per la gioia di passare il tempo l’una vicino all’altro.

Si guardavano lungamente negli occhi ( li avevano bellissimi entrambi ) e si sussurravano vicendevolmente : “….sei tutta la mia vita, non riesco più ad immaginare di poter vivere senza di te…”.

Una domenica pomeriggio lui le disse : “ Non te ne ho mai parlato, ma io vivo in un appartamento tutto mio. E’ chiaramente una dimora da scapolo, però ho fatto il possibile per renderla comoda ed accogliente “.

Lei replicò : “ Mi piacerebbe vedere il tuo alloggio, così potremo passare qualche ora insieme senza doverci preoccupare troppo degli sguardi indiscreti della gente…”

Stavano avviandosi su un terreno oltremodo insidioso !

“….ma se poi ci viene voglia di…” azzardò lui.

“ Meglio in casa tua che in una squallida ed anonima stanza d’hotel, non ti pare ?”

“ Dobbiamo però essere molto prudenti, stellina ! Io sono pronto a sposarti anche subito, però non mi piacciono gli…imprevisti ! “

“ Non temere, caro, da qualche mese sto seguendo l’andamento dei miei “cicli”, perciò posso sempre sapere se sono in periodo fertile oppure no. Si chiama metodo contraccettivo Ogino- Knaus, detto anche metodo della continenza periodica. Fidati di me e vedrai che non faremo sciocchezze “.

Lui tentò un’ultima resistenza : “ Non vorrei deluderti, ma io non ho mai fatto sesso con donne….”

“ Anch’io sono vergine – disse lei – e vorrei scoprire il sesso solo con te….”.

Come detto, era il caldo pomeriggio di una domenica di luglio.

Lui diresse verso casa.

Strade semideserte. Pochi osavano affrontare quella torrida estate.

Pure nel palazzo dove lui abitava, non incontrarono anima viva.

L’alloggio lo aveva lasciato in ordine, come può lasciarlo uno scapolo (! ). A lei piacque immediatamente. Lo trovò intimo ed accogliente e, quel che più contava, bruciava dalla voglia di stare con lui.

Il letto fu protetto con vari asciugamani di spugna, ( non era proprio il caso di stendere fuori il lenzuolo contaminato da eventuali macchie di sangue…).

Fecero la doccia. Prima lei. Indossò un accappatoio rosso e si sdraiò sul letto. Poi fu la volta di lui, che tornò in camera da letto avvolto in un accappatoio blu.

Per prima cosa si stese accanto a lei, girato su un fianco, e la baciò. Le loro lingue accarezzarono i contorni delle loro bocche, le labbra ed i loro giovani e candidi denti.

Si desideravano da impazzire.

Poi lui, con estrema dolcezza, le aprì l’accappatoio, piano, molto lentamente.

Man mano che il corpo di lei gli appariva, lui lo ricopriva di baci. Indugiò sui seni e sui capezzoli

deliziosamente in erezione. Lei mugolava di piacere e lui si sentiva sempre più eccitato.

La scoprì del tutto e quasi si bloccò alla vista di quel corpo così armonioso ed attraente. Per un attimo si commosse, travolto da una gioia incontenibile. Quant’era bella ! Già sentiva che quella creatura faceva ormai parte della sua vita, ma la sua bellezza lo sconvolse completamente.

Sì, non l’avrebbe mai più lasciata, si sarebbe consegnato a lei e le sarebbe rimasto accanto per tutta la vita !

Mentre era intento ad ammirarla, lei replicò, a sua volta, levandogli l’accappatoio.

Si ritrovarono nudi, avvinghiati in un abbraccio supremo. I sessi, con molta naturalezza si incontrarono e compenetrarono. Lui cercò con ogni mezzo di non opprimerla con il peso del suo corpo e cercò di sfiorarla appena compatibilmente con la posizione che avevano assunto.

Lui sapeva di dover dare la precedenza a lei nel raggiungere il piacere, perciò cercò di non agitarsi troppo e di non seguire alla lettera le richiesta di lei che, nel dolce delirio, gli sussurrava :

“ Vai più a fondo….vai più veloce….succhiami forte i capezzoli…”

Giunsero all’orgasmo contemporaneamente, con lunghi e sonori sospiri di godimento.

Restarono sul letto, supini, teneramente abbracciati. Recuperarono presto le energie profuse nell’amplesso. Ma lei ancora ribolliva ed ardeva.

Accarezzò il petto muscoloso e villoso di lui ed indugiò sui suoi capezzoli.

Normalmente si crede che questi siano i punti più sensibili delle donne, invece sono estremamente sensibili anche nei maschietti. Vide così che lui non era indifferente a quelle carezze.

In breve fu pronto per un nuovo approccio.

Stavolta fu lei a prendere l’iniziativa e si pose quasi seduta su lui, mentre i loro sessi tornavano a compenetrarsi. Da quella posizione avrebbe scandito lei i tempi e l’intensità di questo secondo accoppiamento.

Lui vide che ora gli riusciva più facile trattenersi, anche se gli stimoli erano forse più forti della prima volta.

Ora aveva entrambe le mani libere e perciò poteva toccarla ed accarezzarla completamente.

La pelle, la sua pelle , lo fece impazzire. Morbida, vellutata, rosea e liscia. I seni bellissimi e di giuste dimensioni, i glutei turgidi ed armoniosi. Lui l’accarezzò tutta, mentre lei si eccitava sempre di più.

Azzeccarono i giusti tempi ed ancora “vennero” insieme.

Si concessero un nuovo riposino, poi si rinfrescarono e si rivestirono. Lui predispose gli asciugamani salva lenzuola per un successivo lavaggio. Erano stati provvidenziali nell’evitare spiacevoli imbrattamenti !

Uscirono a sera e cenarono in pizzeria. Lui si sentiva molto in forma e si sincerò che pure lei lo fosse. Terminata l’eccitazione lei avvertì qualche fastidio al suo intimo, ma fu cosa di poco conto e passeggera.

Poi lui le disse, quasi con le lacrime agli occhi, : “ Ora devo riaccompagnarti a casa, ma sento di non riuscire a separarmi da te ! Che devo fare ? Ti vorrei restare vicino sempre : il giorno, la notte, in casa, al lavoro. Ora più che mai ogni istante trascorso lontano da te mi farà soffrire e non vedrò l’ora di rivederti….”

“ Anch’io vorrei le stesse cose. Ma devi essere paziente. Intanto prepariamoci a trascorrere insieme le ferie, poi, al ritorno, potremo cominciare a pianificare il nostro futuro….”

Un futuro che si prospettava colmo di magnifiche promesse.

Al ritorno dall’isola lui le avrebbe regalato un prezioso anello di fidanzamento ed avrebbe chiesto ufficialmente la sua mano. Era ormai tempo che fossero coinvolte anche le rispettive famiglie.

Poi l’amore avrebbe colto i suoi frutti. O forse era meglio attendere ancora almeno un anno, il tempo necessario ad entrambi per entrare nella maggiore età?

Negli ultimi giorni di lavoro essi tennero in ufficio un “profilo basso “. Nessuno sospettò alcunché. Soltanto una anziana collega notò in lei qualcosa e le disse : “ Hai una luce splendida negli occhi. Una felicità che scintilla ad ogni tuo sguardo e che riesci a stento a contenere. Auguri mia cara, vedo che ormai sei donna, ma, se mi permetti di darti un consiglio,….non avere fretta! “

Due giorni dopo si sarebbero imbarcati per l’isola.

Capitolo 8° - L’isola.

Colui che sta scrivendo questa storia ha deciso di evitarvi i racconti di “ordinario casino” che quasi sempre accompagnano i viaggi sulle navi traghetto, specialmente in concomitanza con le vacanze estive.

Perciò spostiamoci direttamente sull’isola e seguiamo i nostri due personaggi che, ormai sbarcati, recuperano l’auto e si inoltrano sulle strade dell’isola stessa.

Erano usciti “indenni” dal viaggio, auto compresa, ed erano di ottimo umore. La giornata era serena e ventilata, come succede spesso in riva al mare. Seguirono le indicazioni dell’agenzia e trovarono facilmente l’itinerario predisposto per giungere a destinazione.

Oggi quest’isola è attrezzata con modernissime strutture di accoglienza, ma all’epoca molto era ancora di là da venire.

Scoprirono però di essere stati sistemati in un hotel piuttosto confortevole, vicino al mare, con parcheggio interno studiato per ospitare le auto dei clienti proteggendole dal sole e da eventuali improvvise grandinate. Il tutto era circondato dalla vegetazione tipica dell’isola in cui i bassi cespugli di lentischi la facevano da padroni.

Avevano loro riservato due camerette singole, su piani diversi, munite di servizi con doccia e di balconcini esterni disposti a levante “vista mare”. Lui scelse la camera 309 ( al terzo piano ) e lasciò a lei la 205 ( al secondo piano ).

Si stava facendo sera.

Come avevano convenuto, si ritrovarono nel ristorante dell’hotel intorno alle 20,00. Cenarono di gusto, privilegiando piatti di mare ( pesci, molluschi, frutti di mare e quant’altro ). Dopo cena, tenendosi per mano, si avviarono sul lungomare per fare due passi prima di andare a letto.

Non avrebbero potuto trovare collocazione migliore.

Nei pressi dell’hotel c’era un porticciolo turistico. Le luci dei natanti, insieme alla miriade di stelle nel cielo, creavano un’atmosfera fiabesca.

Venne buio e si levò una brezza marina fresca, frizzante. Quando il fresco aumentò, rientrarono e concordarono, per quella notte, di andare a dormire tranquillamente nelle rispettive camere.

C’era infatti tutto il tempo necessario per successive visite di “cortesia” alle camere altrui….

Inoltre la stanchezza per il viaggio cominciava a farsi sentire e non ci fu bisogno di cullarli per farli dormire saporitamente fino al mattino successivo.

Nelle prime ore del giorno dopo, il loro primo, vero giorno di vacanza, fecero colazione in una veranda fronte mare.

Prima che il sole diventasse troppo caldo ed aggressivo, andarono sulla vicina spiaggia privata per stendersi un po’ sulle comode sedie a sdraio. Avevano indossato i costumi da bagno. Lei esibiva un costume intero di una bella tonalità d’azzurro, lui uno slip-pantaloncino color verde acqua con disegni fantasia rossi, gialli e blu.

Si aiutarono, come di consueto, a spalmarsi sulle parti esposte le creme protettive.

Operazione che lui fece con molta più naturalezza rispetto a quella prima volta in montagna. Anche lei era molto più rilassata di allora. L’aver fatto sesso, li aveva aiutati a considerarsi parte l’una dell’altro e molti timori e sensi di pudore si erano alquanto sopiti.

Così lei notò che lui aveva alla base del collo, leggermente spostati sulla destra, i postumi di una piccola lesione cutanea che, ad una palpazione attenta, rivelavano un leggero ispessimento della cute.

“ Ti faccio male se ti tocco in questo punto?” chiese la ragazza.

“ No, però agisci con cautela perché….” e le raccontò come si fosse procurato la lesione armeggiando con il cofano della sua utilitaria “…dopo le ferie voglio andare da un dermatologo perché non mi pare d’essere ancora guarito del tutto…” .

“ Si, fallo mi raccomando, non farmi stare in pensiero….” e, chiuso per il momento l’incidente, si apprestarono a godersi la giornata.

La spiaggetta terminava in un mare incredibilmente verde-azzurro e la trasparenza dell’acqua lasciava vedere chiaramente il fondale. Qualche variopinto pesciolino si aggirava in quelle acque.

La zona era costellata da parecchi scogli di ogni forma e dimensione, sui quali era meglio non “indugiare” perché le loro superfici frastagliate erano taglienti come coltelli.

Se ne tennero alla larga e nuotarono dove l’acqua era libera da ostacoli. Sapevano entrambi nuotare molto bene e si divertirono a raggiungere vicini isolotti.

Il giorno corse via così, tra nuotate, passeggiate e riposini sulle sdraie. Si stavano conoscendo sempre meglio e la loro complicità e la loro intimità crescevano a vista d’occhio.

Le camere del loro albergo erano pulite ed accoglienti, la cucina dell’annesso ristorante era ottima e gli altri clienti tranquilli e non invadenti.

Giunta sera, si accorsero di essere abbastanza provati da tutte le attività svolte così, ancora una volta, decisero di andare a dormire senza “complicazioni”

“ Oggi vorrei andare a visitare il porticciolo “ disse lei il mattino seguente.

Curiosarono un po’ tra moli e banchine ammirando la barche ed i motoscafi che vi erano ormeggiati, finché videro che c’era la possibilità di fare un “giretto”, una sorta di micro-crociera.

Un piccolo aliscafo portava i turisti a visitare un’isoletta al largo che era difficilmente raggiungibile sia a nuoto, sia con i piccoli mosconi a remi.

Si vestirono adeguatamente, acquistarono i biglietti e salirono sul natante.

Scoprirono scorci e panorami impensabili, che mai avrebbero potuto vedere restando sulla terra ferma. Nei pressi dell’isoletta, l’aliscafo ormeggiò lasciando, a chi ne avesse avuta voglia, l’opportunità di fare il bagno in quelle acque. Acque purissime, fondali con sabbia fine e candida.

Come si poteva dire di no ad una simile tentazione?

Trascorsero una giornata fantastica e, piacevole sorpresa, la sera li ritrovò più riposati e rilassati del giorno prima.

Dopo cena fecero quattro passi e progettarono di incontrarsi intorno alle 22,00 in camera di lei.

Lui sarebbe sceso a piedi al piano inferiore e, con noncuranza, si sarebbe introdotto nella camera 205 controllando di non essere notato da alcuno.

Tutto funzionò a meraviglia e si ritrovarono a fare sesso nel letto di lei. Sesso con cautela, perché occorreva far attenzione a non emettere rumori udibili con la struttura del letto ed occorreva inoltre contenere i sospiri di voluttà nel momento cruciale del rapporto. Furono cauti e discreti. Tutto andò bene. A cose fatte lui, con circospezione, rientrò in camera sua, al piano superiore.

La loro permanenza sull’isola era stata prevista in due settimane.

Nei giorni successivi utilizzarono l’auto e visitarono altri posti turisticamente notevoli di quel piccolo paradiso. A letto si incontrarono altre 4 o 5 volte, sempre in camera di lei. La loro intesa sessuale era ormai perfetta. Si comportavano con la naturalezza di coniugi consumati. Sentivano che quegli “incontri” li univano sempre più e non sarebbero tornati indietro da quei comportamenti per nulla al mondo.

Erano peccatori?

Ad un esame meramente ed ottusamente burocratico, sì.

Ma il loro amore era così convinto, così consapevole, che trasformava in un inno alla vita ed alla bellezza del creato ogni loro azione, anche se ancora non erano uniti in matrimonio.

Teniamo presente che l’ottusità dei burocrati aveva sancito, sanciva ed avrebbe continuato a sancire unioni tra persone poco o punto innamorate, se non addirittura costrette, plagiate ed ostili.

Ricordiamoci sempre che, quando si sale su un altare, si giura davanti a Dio fedeltà ed amore eterno all’altra persona. L’officiante si fa garante di questo giuramento.

Ma quanti sono i matrimoni di cui si sa già in partenza che non hanno nulla a che vedere con l’amore?

Pensiamo soltanto ai matrimoni combinati dalle famiglie, ai matrimoni per ragion di stato dei reali del mondo, ai matrimoni di facciata e di convenienza. In questi casi peccano, sì, i contraenti, ma anche l’officiante si accolla la sua bella connotazione di spergiuro.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra….!

E’ vero, appena potevano si comportavano “more uxorio”, ma io credo che, nel loro caso specifico, Dio fosse dalla loro parte, dalla parte dell’amore, di quell’amore che da Lui proviene e che non è altro che un’infinitesima scheggia di quell’immenso Amore che è Dio stesso.

Si sa, i giorni lieti passano veloci. Venne l’ora di fare le valigie e di rientrare alla base, alla quotidianità.

L’ultima sera non si ritrovarono a letto.

Lui le disse: “ Non mi sento troppo bene. Ho delle strane tensioni nervose ai muscoli ed ai tendini delle spalle. Appena tornati in città, dovrò andare a consultare un medico!”

Lei si preoccupò un po’, ma non poté far altro che attendere il rientro e gli eventi successivi.

Pazienza. Era stata una vacanza meravigliosa, ma quel leggero disturbo l’aveva un po’ inficiata.

Sperarono entrambi che non fosse nulla di grave.

Capitolo 9° - Uno strano malessere.

Tornati che furono in città, lui cercò di mettersi in contatto con lo zio. Ma questi era in vacanza con la moglie in Francia, sulla Costa Azzurra. Sarebbero rientrati non prima di 3 settimane circa.

Decise di attenderli ed intanto fece esercitare la ragazza, desiderosa di prendere la patente di guida, sulla sua scassata utilitaria.

La giovane rispondeva bene ai suoi insegnamenti ed in breve fu in grado di effettuare piccoli spostamenti, col foglio rosa e sempre con lui come assistente al fianco.

Fu un modo simpatico di continuare a vedersi e stare insieme dopo il lavoro.

Le tre settimane trascorsero rapidamente.

Per fortuna lui non avvertì più i dolori muscolari o, per meglio dire, questi si erano alquanto attenuati. Tornarono gli zii ed ascoltarono il racconto delle sue difficoltà.

Lo zio non ebbe esitazioni. Subito lo esortò a fare un “check-up” presso una clinica privata cittadina di cui conosceva personalmente il Primario. Perciò telefonò al suo amico, il quale gli disse di mandargli il ragazzo già il giorno seguente. Lo avrebbe tenuto in osservazione per qualche giorno, il tempo necessario per una serie di esami del caso.

Lui si apprestò ad entrare in clinica. Informò gli zii della presenza, nella sua vita, della ragazza e li pregò di assisterla, rispondendo a qualsiasi necessità lei avesse avuto. Fornì loro il numero di telefono di lei e dette il numero di telefono degli zii alla giovane.

Fu sottoposto a tutti gli accertamenti ed a tutte le analisi che , all’epoca, si potessero effettuare.

Dopo 4 giorni tornò a casa ed al lavoro.

I risultati furono abbastanza sibillini e nebulosi. Le radiografie evidenziarono delle strane macchie tra le spalle, sopra alle clavicole. Gli esami del sangue indicarono una strana carenza di globuli rossi, anemia insomma.

Eppure un quadro clinico simile non era giustificato da nessun fattore ben visibile ed in grado di suscitare allarme.

Cosa stava accadendo nel corpo di quel ragazzo ?

Continuò a lavorare e ad uscire con la collega, ma evitarono di imprimere al loro rapporto quella accelerazione che sembrava così logica e possibile mentre erano in vacanza sull’isola.

Cercavano di pensare positivo, ma erano inevitabilmente condizionati da quella situazione.

Rinviarono il fidanzamento e si sforzarono di vivere in modo sano e casto in attesa di tempi migliori.

Per alcune settimane non ci furono incidenti di rilievo. In ufficio tutti notarono la premura e l’affettuosità con cui la ragazza si rivolgeva al ragazzo. Molti si fecero carico di quel problema e, per quanto possibile, cercarono di far sentire la loro solidarietà ai due giovani.

Ma le forze lo stavano abbandonando rapidamente. All’inizio dell’autunno aveva già perso 10 kg di peso ed anche il suo bel viso appariva scavato e sofferente.

Lei rivelò tutto quanto alla sua famiglia ottenendone pieno sostegno e carta bianca su qualunque cosa avesse inteso fare; poi chiese un incontro agli zii ed ottenne, quasi senza chiederlo, il permesso di convivere col nipote per potergli essere d’aiuto dandogli assistenza.

Così si trasferì nell’alloggio di lui. Vissero insieme per altre due o tre settimane e lui parve sollevato dall’aiuto della ragazza. La situazione sembrava essersi stabilizzata. Andavano al lavoro insieme, tornavano a casa insieme.

Lei si accollò tutti i lavori domestici, anche se lui la esortava a tralasciare i lavori più pesanti. Per questi avrebbe chiesto allo zio di mandargli del personale più qualificato e meno…delicato!

La routine sembrò essersi radicata abbastanza bene tra loro due.

La famiglia di lui era in gran fermento. Padre e madre non riuscivano a capire la natura di quella “defaillance”. “ E’ sempre stato un ragazzo robusto ed atletico, cosa mai gli starà accadendo ?”.

Lui, dolcemente, li invitò a non farsi troppo vivi per non sovraccaricare di lavoro la sua ragazza.

“Fatevi mettere il telefono, così potremo sentirci tutte le sere e vi sembrerà di avermi vicino…”.

Essi seguirono il suo suggerimento e si tennero in collegamento col telefono.

Era la seconda decade di un ottobre quanto mai uggioso e piovoso.

Erano andati in fabbrica insieme, come ogni giorno, e stavano attendendo ognuno alle proprie mansioni. Verso la metà della mattinata si ritrovarono per la normale pausa caffè. Lei si accorse che lui era più pallido e “tirato” del solito. Ma lui conversava con il consueto spirito e la consueta vivacità, perciò non gli disse nulla.

Rientrarono negli uffici percorrendo il lungo corridoio che collegava i vari locali della struttura.

A metà corridoio lui si appoggiò al muro. Disse: ” Non mi sento gran che bene….”

Mentre ancora parlava, scivolò lungo il muro e si accasciò sul pavimento.

Era svenuto.

Lei corse in ufficio invocando aiuto e soccorso. Intanto qualcuno aveva già chiamato l’ambulanza.

Lei volle seguirlo e, una volta salita sull’autolettiga, chiese al personale paramedico di trasportarlo nella clinica in cui lui aveva fatto il ciclo di analisi poco tempo prima.

Giunti in clinica lei chiese di parlare urgentemente col Primario. Questi ricordò l’accaduto, riconobbe il nipote del suo amico industriale e non ebbe alcuna difficoltà a ricoverarlo.

Con alcune telefonate, da un telefono pubblico, lei avvisò i genitori di lui, gli zii ed infine la sua famiglia per avvertire che avrebbe fatto tardi.

Poi chiese ed ottenne un permesso illimitato per poter stare vicina al suo ragazzo.

Questi, ancora incosciente, venne sottoposto ad una serie di esami ematici e radiologici. Poi fu portato in una cameretta singola al quarto piano della struttura.

Era ormai pomeriggio ed una fugace schiarita mostrò, attraverso l’ampia finestra della camera, una vasta cerchia di monti sui quali già aveva fatto capolino la prima neve di stagione.

Quei monti richiamavano all’aria pura, alla natura, alla vita. Ma quanta di questa vita sarebbe rimasta a quel povero ragazzo ?

Lei si sedette accanto al suo letto. Gli prese la mano e gliela baciò. Scorrevano le lacrime sul suo bel viso, ma lui, ancora in stato di incoscienza, non poteva vederle.

Giunsero in clinica i parenti di lei, padre e madre di lui ed i suoi zii. Il Primario disse allo zio, suo amico, che intendeva fare, verso sera, una piccola riunione con tutti gli accorsi per informarli sui risultati delle analisi.

Mentre la riunione era in corso, lui si riebbe e, vista lei al fianco del letto, volle sapere cos’era accaduto.

“ Sei svenuto nel corridoio degli uffici, hanno chiamato un’ ambulanza e ti hanno ricoverato nella clinica dell’amico di tuo zio. Ti hanno fatto una serie di analisi ed io sto aspettando che mi dicano qualcosa….”

“ Una cosa te la posso già dire io. Grazie di cuore e ….. ti amo da morire !”

Un pallido raggio di sole, al tramonto, li illuminò per un attimo.

Capitolo 10° - Il parassita.

Il Primario disse con molta chiarezza: “ I sintomi di anemia si sono purtroppo accentuati e le presenze estranee, già presenti in piccola parte nelle radiografie precedenti, si sono ulteriormente estese e rafforzate.

Ci troviamo di fronte ad un caso di parassitismo senza precedenti. Questo parassita, forse di origine vegetale, sta letteralmente “mangiandosi” il ragazzo.

Non possiamo uccidere il parassita perché sennò uccideremo subito anche il corpo ospitante.

Non possiamo fare più nulla, se non sedare il soggetto e tenerlo sotto antidolorifici fino alla fine.

Fine che non posso valutare con precisione quando avverrà, ma che comunque è certa e purtroppo non contrastabile.”.

Tutti restarono di gelo a quelle parole. Le donne scoppiarono in un pianto dirotto. Gli uomini e specialmente il padre e lo zio cercarono di farsi forza e decisero di fare causa comune per cercare di capire le origini, le cause di quella sconvolgente tragedia.

Non fu necessario organizzare turni di assistenza notturna perché la clinica era già attrezzata in tal senso, specie verso i ricoverati più bisognosi di aiuto.

La ragazza tornò a casa a sera tarda. Era stata informata della ferale diagnosi, era distrutta e stava in piedi per inerzia.

Il mattino successivo tornò al lavoro. Era sofferente in viso e dimostrava vent’anni di più.

Cominciò un lungo calvario. La sera usciva svelta e si recava da lui in clinica, dove rimaneva il più a lungo possibile, fin verso le 22. Poi rientrava in casa, dai genitori, e cercava di dormire.

Appena fu possibile, si fece aiutare dallo zio a riprendere le sue cose dall’alloggio di lui ed a riportarle nella sua dimora d’origine.

Era uno strazio assoluto, continuo, senza vie d’uscita, mentre lui, nella clinica, viveva quel poco di vita che gli restava da vivere, in uno stato di perenne stordimento ed incoscienza.

Una sera lei incontrò in clinica lo zio di lui che era passato a vedere come stava il nipote. Le venne una subitanea ispirazione e, a quattr’occhi, gli raccontò di come aveva conosciuto il ragazzo nei panni del “mostro”, di come poi avesse scoperto il vero giovane che si celava sotto quei mascheramenti ed infine gli raccontò di quello strano taglietto che stentava guarire…

Lo zio ascoltò tutto con estrema attenzione e prese persino degli appunti scritti.

Poi organizzò una piccola “task force” con tecnici ed operai della sua fabbrica.

Aveva la netta sensazione di star chiudendo la stalla dopo che i buoi erano fuggiti, ma volle almeno indagare sulle cause di quel tragico evento.

Fece liberare un piccolo capannone e vi fece trasportare le auto del nipote, il famoso baule con le attrezzature sceniche, la maschera e tutte le cianfrusaglie accumulate nella polverosa stanza della sua villa.

Infine assoldò un investigatore privato ed un medico inviatogli dall’amico Primario.

Le relazioni finali furono abbastanza sconcertanti.

Capì come si fosse evoluto e poi fosse degenerato il “gioco” del nipote, capì come fosse stato lui stesso superficiale nel non aver mai fatto, o fatto fare, nulla per pulire e riordinare quella stanza.

Si ricordò che, quando lui stesso era ragazzo, furono fatti da suo padre diversi esperimenti di coltivazioni per i giardini e l’orto della tenuta. Ma poi il tutto giacque, per circa mezzo secolo, in quella stanza dimenticata, frequentata, un tempo, anche da un suo parente attore di teatro, nonché da schiere di giardinieri e di ortolani.

C’era una conclusione sola che si poteva trarre da tutto ciò e cioè che la drammatica agonia del nipote doveva aver avuto inizio in qualche parte di quella storia, di quel percorso. Però i relatori non riuscirono ad indicargli l’esatta causa di quel disastro.

I giorni divennero sempre più insopportabili per quel giovane che lottava inutilmente per sopravvivere.

Durante un intervento delle infermiere, che periodicamente lo aiutavano a lavarsi il corpo, gli capitò di vedersi riflesso in uno specchio.

Il terrore si impadronì di lui. Vide la sua immagine quasi identica a quella del personaggio mostruoso che tante volte si era divertito ad impersonare. Eppure non era truccato! Anzi, era pressoché nudo. Come in un sogno ripercorse i fatti più significativi della sua giovane esistenza.

I “giochi” estivi nella villa degli zii, l’evoluzione della finzione, fino alla estreme esagerazioni, in fabbrica, sul lavoro. Poi l’abbandono del camuffamento per svelarsi alla ragazza del cuore ed infine l’amore. Quell’amore per cui desiderava, sopra ogni cosa, vivere per poterlo coltivare e vedere crescere.

Ora tutto veniva azzerato con un solo sguardo. Il “mostro” era tornato, ma stavolta non era un trucco, bensì una realtà che lo stava uccidendo.

Fu colto da una crisi di panico che gli procurò violente convulsioni, tanto che quel giorno fu necessario aumentare il dosaggio dei sedativi.

Lo tenevano in vita con trasfusioni, con fleboclisi, con bevande energetiche. Il suo fisico era allo stremo.

Appoggiato ad un paio di alti cuscini passava il tempo quasi seduto sul letto. Di tanto in tanto era preda di un torpore che lo faceva assopire. Aveva perso completamente la nozione del tempo.

La sua ragazza, nonostante fosse circondata dall’affetto di tutti, stava anch’essa deperendo. Persino i suoi cicli mestruali si erano interrotti. Si impose all’attenzione per la dedizione ed il coraggio di esporsi in prima persona in favore del suo ragazzo.

In quei giorni venne in clinica il parroco della chiesa posta in prossimità della villa degli zii.

Confessò, e naturalmente assolse, i due giovani. La storia del loro fuggevole, ma intensissimo rapporto, lo commosse e lo impressionò vivamente.

Assicurò che avrebbe pregato Iddio per una positiva conclusione della vicenda.

La ragazza si sentì un pochino sollevata moralmente da quell’incontro. Promise al sacerdote che si sarebbe fatta ancora viva in seguito.

Trascorse qualche giorno.

Una sera lei, travolta da una enorme stanchezza psicofisica, si assopì con lui, appoggiando il suo capo sul bordo dei cuscini.

Si sentì chiamare, si risvegliò. Vide lui vestito normalmente che la invitava ad uscire dalla camera. Senza capire cosa stesse succedendo lei obbedì e lo seguì. Lui la prese per mano e si accinse ad uscire dalla clinica dicendole: “ Vieni, andiamo a casa. Ci saranno molte cose da fare nei prossimi mesi! “. Lei gli rispose: “ Amore, abbi pazienza ed aspettami un momento. Ho dimenticato alcune mie cose personali in camera tua e vado a riprendermele. Faccio in fretta, poi scendo ed andiamo via. D’accordo?”. “ Si, fai pure. Ti aspetto. “.

Lei tornò nella stanza, inciampò nella sedia accanto al letto e si ritrovò seduta sulla sedia medesima.

Allora si risvegliò sul serio.

Vide lui sempre abbandonato sui cuscini e, dolorosamente, capì di aver avuto una sorta di incubo.

Eppure lui le era apparso così “reale”! Aveva sentito la sua voce, aveva toccato la sua mano!

Amorevolmente gli passò la mano sulla fronte, ma la ritrasse immediatamente.

Com’era freddo ! Con il cuore che le impazziva in petto, appoggiò l’orecchio al suo torace. Non sentì alcunché. Il cuore di lui non batteva più.

Febbrilmente premette il pulsante per le chiamate di emergenza, uscì nel corridoio gridando :

“ Aiutatemi, vi prego !”

Accorsero infermieri, assistenti, medici di turno. Tentarono di rianimarlo. Ma tutto fu vano.

La sua bella anima se n’era andata per sempre.

Chi scrive tralascia di descrivervi tutto il doloroso iter che ne seguì.

Fu eseguita l’autopsia, poi la salma fu composta nella camera ardente, allestita in un apposito locale della clinica.

La ragazza sostenne, impavida, il peso di quell’enorme dolore. Sembrava d’acciaio, tanto era presente, determinata, autorevole.

Raccontò a tutti i parenti suoi e di lui come erano trascorse le ultime ore del ragazzo. Pose l’accento su quello strano sogno ( o fu un incubo ?) ed alla frase incomprensibile detta da lui “….andiamo a casa perché nei prossimi mesi ci saranno molte cose da fare….”

Cosa intendeva dirle con quelle parole ? Lei non riusciva a capirne il senso e gli altri non le furono di alcun aiuto.

Capitolo 11° - Vita nuova.

Il funerale si svolse nella parrocchia degli zii. La chiesa era gremita fino all’inverosimile di colleghe, colleghi e maestranze della fabbrica dove lavoravano i due ragazzi. Vi era inoltre parecchio personale dell’azienda dello zio, nonché conoscenti e persone del posto.

L’atmosfera esterna era opprimente. Un giorno plumbeo d’autunno con nuvole scure e basse.

I lugubri rintocchi d’una campana contribuivano a rendere ancor più cupa e straziante quella mesta cerimonia.

La messa fu officiata dal parroco in persona, lo stesso sacerdote che aveva confessato ed assolto i due giovani, durante la sua visita in clinica.

Verso i tre quarti della funzione la cantoria, unitamente all’assemblea, intonò :

“ Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore…”

A queste frasi lei fu sopraffatta di colpo da tutto lo “stress” accumulato in quei giorni. La sua forza interiore venne meno. Roteò gli occhi e si posò pesantemente sul fianco del padre.

Priva di sensi.

Lo zio suggerì subito di trasportarla in clinica.

Accadde una sorta di “dejà vu “. Corse in auto per la città, ricovero in clinica, esami di rito.

Intanto, data sepoltura al ragazzo nel Cimitero comunale, altre persone conversero sulla clinica.

Dopo alcune ore, che parvero interminabili, il Primario andò incontro ai genitori di lei.

Non aveva l’espressione greve di quando aveva riferito sulle condizioni del ragazzo al suo amico industriale.

Anzi, era quasi sorridente. Si rivolse loro dicendo: “ Non temete, non è nulla di grave. Ma preparatevi ad una grande gioia. Tra sei o sette mesi al massimo, sarete nonni ! Sì, vostra figlia aspetta un bambino !”.

Tutti accolsero quella notizia come una consolazione venuta dal cielo. Una vita se n’era andata, un’altra stava per arrivare.

Fu piacevolmente sorpresa anche lei e fu pervasa da una grande gioia che l’aiutò ad attenuare, per qualche istante, il suo immenso dolore.

Poi ebbe un sussulto. Capì improvvisamente il senso delle parole dettele dal “fantasma” di lui.

“…andiamo a casa perché nei prossimi mesi ci saranno molte cose da fare….”

Ecco che cosa voleva dirle lui, andandosene da questo mondo!

Arriverà una nuova creatura e tu avrai il tuo bel da fare…!

Nei giorni che seguirono, lei rifletté a lungo su come fosse stato possibile il concepimento, nonostante l’applicazione del metodo Ogino - Knaus. Ricordò che, vivendo con lui, la sua attenzione era stata alquanto distolta e messa in sott’ordine dagli avvenimenti. Capì che il metodo della continenza periodica si adattava bene a coppie collaudate e che si amavano…ma non troppo!

Quando si è nelle prime, vorticose fasi di un grande amore, il sesso è l’elemento, il collante indispensabile per far vivere e crescere quell’amore. Attraverso l’accoppiamento non passano soltanto le voglie, il piacere dei sensi, l’eccitazione dei genitali. No, passa anche e soprattutto l’anima che incontra l’altra anima in una sublime fusione di corpo e di spirito.

Chi glielo racconta a quei soggetti follemente innamorati che il loro amore deve essere subordinato al calendario dei giorni fertili e non, che occorre rilevare la temperatura corporea, ed altro ancora ?

Soltanto due persone capaci di affrontare freddamente questi problemi possono usare quel metodo con successo ( pare che sia efficace nel 93% dei casi ).

Ma, ripeto, occorre amarsi, ma…non troppo !

Torniamo alla clinica dove lei stava per essere dimessa. Prima della dismissione fecero un sorta di “consiglio di famiglia”.

Lo zio disse: “ Noi non abbiamo figli, perciò ci offriamo, molto volentieri, di adottare la creatura di nostro nipote. La madre potrà essere da noi accolta in casa, in famiglia e le affideremo la crescita del figlio fintanto che lei stessa lo vorrà. Noi daremo a suo figlio il nostro cognome ed egli avrà in eredità le nostre sostanze. La ragazza sarebbe assunta presso di noi come governante e si occuperebbe, a tempo pieno, del figlio.

Naturalmente questa seconda parte verrebbe a decadere se lei decidesse di ricostruirsi una vita altrove con un altro uomo. “

Tutti, lei “ in primis”, giudicarono queste delle ottime basi su cui apprestarsi a costruire un futuro.

Era ormai novembre quando si conobbero i risultati dell’autopsia.

Il Primario convocò lo zio e gli altri parenti. Questi si presentò con il “dossier” degli indizi raccolti dalla sua “task force” sullo stanzino e sul mascheramento, elementi che erano stati, forse, all’origine di tutta quella sciagurata storia.

L’autopsia aveva stabilito che il “parassita” era costituito dalle radici di una pianta di senape.

Probabilmente il materiale usato dal nipote per i mascheramenti, era stato a contatto per parecchio tempo con vari residui delle sementi accumulate nello stanzino.

Qualcuno di quei semi poteva essere rimasto appiccicato alla pelle del ragazzo, eludendo anche le docce giornaliere fatte da quest’ultimo.

Infine l’incidente occorsogli col cofano del “catorcio” poteva aver provocato l’intrusione di alcuni semi nel suo corpo attraverso il piccolo taglietto alla base del collo. Questi semi purtroppo avevano attecchito, nutrendosi poi del corpo ospitante.

Lo zio ribolliva e si fustigava mentalmente. Sentiva di essere stato lui l’involontario artefice del ferale destino del nipote.

Divorato da una pianta !

Sembrava quasi paradossale da raccontare, se quel fatto non fosse accaduto proprio sotto ai suoi occhi!

EPILOGO:

Alla messa di trigesima vi fu ancora una larga partecipazione di colleghe, colleghi, parenti e conoscenti vari.

Lei ormai mostrava una, appena accennata, prominenza addominale. Stava bene e la gravidanza procedeva eccellentemente.

Alla lettura del Vangelo di Marco 4.30, lo zio si rannicchiò sul banco dov’era seduto e pianse in silenzio. L’essere stato la causa indiretta della morte del nipote lo opprimeva ed annichiliva.

Il Vangelo di Marco 4.30 recita :

“ A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio e con quale parabola possiamo descriverlo?

Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.”.

F I N E



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