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lavoro pubblicato lunedì 22 aprile 2013
ultima lettura mercoledì 6 novembre 2019

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La Guerra dei Due Principi - Parte I

di peppers. Letto 451 volte. Dallo scaffale Fantasia

CAPITOLO I         Farmek, Norvegia. I Era del Calendario Elfico   “Il Principe Tarak presto tornerà alla Pietra”. La notizia mise in subbuglio i Nani Nordici, percorrendo come un fremito.....

CAPITOLO I

Farmek, Norvegia. I Era del Calendario Elfico

“Il Principe Tarak presto tornerà alla Pietra”.

La notizia mise in subbuglio i Nani Nordici, percorrendo come un fremito l’intero Palazzo di Ghiaccio da cima a fondo. I Nobili che non appartenevano alla Casa Rowin si guardavano bene dal dirlo a voce alta, preferendo pigolare in piccoli gruppi appartati sotto le volte di cristallo, dileguandosi al passaggio di qualche erede del Principe Tarak. Nelle osterie e nelle piazze i mercanti affilavano lo sguardo, pronti a guadagnare qualche gemma spifferando le poche parole udite nei piani superiori del Palazzo.

La voce aveva raggiunto persino gli alloggi delle donne.

Quando i due guerrieri entrarono a passo affrettato, Petra aveva intuito che stava per accadere qualcosa di importante. Raccolta nel proprio angolo con un tozzo di pane fra i denti, rimase ad ascoltare. I suoi occhi ciechi vagarono nella penombra, lasciando che le orecchie guardassero attorno a sé. Coperto quasi dal mormorio sommesso delle altre donne che si ritraevano impaurite, udì quei passi metallici.

Impazienza.

I nani calcavano il ghiaccio con un’impazienza ben diversa dalla solita voglia di lasciarsi alle spalle quel luogo poco consono alla presenza di un uomo.

“Voi due, con me”

Ogni donna rivolse la testa verso quell’ordine gutturale, facendo risuonare il piccolo campanello che ciascuna di loro portava al collo. Gli echi dei sonagli si spansero nell’aria in una serie di onde, permettendo a Petra di cogliere ogni dettaglio: le stalattiti che scendevano dal tetto, il fiato che condensava nell’aria di uno dei due guerrieri, i lineamenti dell’elmo tenuto sottobraccio dall’altro, ma soprattutto quel dito puntato a caso, proprio nella sua direzione.

“Il Principe Tarak ha bisogno di voi”.

La nana avvertì l’irrigidirsi della ragazza che le riposava accanto, raggomitolata in un gramo cumulo di stracci.

“Sta tranquilla” sussurrò a quel tozzo fiore di poche decine di anni “Andrà tutto bene”. La compagna si limitò a stringerle la mano, sfilando fra le altre donne in una muta processione.

Lasciarono gli alloggi delle donne precedute dai guerrieri. Come laboriose formiche risalirono le trombe di scale che, dalle viscere della terra, risalivano ai livelli superiori del Palazzo di Ghiaccio.

Il Principe ha bisogno di voi.

Era una richiesta davvero insolita. Un nano di Nobile Stirpe non ha bisogno, rifletté Petra, men che meno di una donna. Egli prende dai ceti inferiori ciò di cui necessita. Scartata l’ipotesi del desiderio sessuale, si chiese cosa stesse succedendo all’Anziano della Casa Rowin.

“Saremo liete di soddisfare ogni volontà del Principe” dichiarò con un rispettoso inchino del capo. La compagna serrò le dita affusolate attorno al suo braccio, tremando debolmente. Era ancora giovane, e conosceva i piani superiori soltanto tramite i racconti della donne più anziane. Petra non si stupì che non avesse capito il tentativo di incalzare i nani a parlare.

“Nella sua stanza troverete dell’acqua” borbottò uno dei guerrieri, senza prestare attenzione alla frase di rito. “Non lasciate che le ferite sanguinino troppo”.

Nel riferire le ultime indicazioni si era avvicinato al viso di Petra, assicurandosi che nessun altro stesse ad origliare. Racimolare qualche briciola di informazione, mentre il resto dei nani si arrabattava senza sosta per riuscire a capire, era uno dei pochi vantaggi di essere una donna. Certo, ben magra consolazione considerato che veniva trattata al pari di uno schiavo. Era così che girava il mondo fra i Nani Nordici, pensò Petra. In fondo non se ne lamentava. Che motivo avrebbe avuto di desiderare qualcosa di più di ciò che aveva? La politica, con i suoi continui accordi fra le diverse Case, era qualcosa di troppo complicato ai suoi occhi, roba da Nobili. Della guerra non se ne parlava proprio. Anche se avesse avuto la forza necessaria ad indossare un’armatura e brandire un’arma, dubitava di possedere il coraggio necessario per uscire al di fuori del Palazzo di Ghiaccio. Aveva sentito parlare dello schioccare degli archi elfici da alcuni guerrieri che l’avevano scelta per unirsi a lei. Racconti fin troppo suggestivi, non aveva alcuna voglia di tornare alla Pietra prima del previsto. Cos’altro poteva rimanere ad una donna se non il quieto vivere nelle profondità dei Monti di Cristallo, facendo tutto ciò che non era consono agli uomini? Amava immaginare il Clan dei Nani Nordici come un’immensa e complessa creatura, di cui le donne erano la coda che strisciava fra la polvere.

Un gran rumore di passi e voci annunciò che si trovavano al limitare di una piazza.

“Sapete come raggiungere gli alloggi del Principe?” chiese un guerriero porgendo loro una sottile tavola di pietra, scolpita affinché attestasse l’autorizzazione a varcare i Piani Nobili.

“Ho avuto l’onore di vedere la Casa Rowin più volte, Signore”

“Vedere…”

Nell’alludere alla cecità delle nane, il soldato si concesse una nota di sarcasmo, che Petra non condivise. Aveva sentito quella battuta centinaia di volte, e come sempre le sembrò profondamente stupida. È come deridere un serpente perché striscia o un topo perché squittisce.

“Bene, allora andate” concluse il secondo nano, dando un colpo di gomito al compagno. Petra rimase in ascolto, cercando di capire la direzione per cui i due si stavano rapidamente allontanando. Li distinse ancora per qualche secondo, poi entrambi furono inghiottiti da una folla di rumori. Anche il più piccolo suono sembrava increspare il buio, disegnando piccole forme luminose nella mente della nana: lo scivolare delle gemme preziose fra le mani dei mercanti, il rintocco dei boccali nelle osterie e persino il discreto zampettare di un ragno che risaliva una colonna. All’inizio poteva risultare davvero difficile orientarsi, ma dopo trecento anni stava iniziando a temere che quella sua vista cieca fosse migliore persino degli occhi degli uomini.

Camminarono lungo il bordo della piazza, evitando gli spazi troppo affollati.

“Non sono mai andata oltre i quartieri popolari”

Petra riconobbe nella voce della compagna una nota di timido entusiasmo.

“Sta attenta, è una ragnatela piena di insidie. Un solo sbaglio, e verremo punite senza alcun indugio” l’ammonì. La sua voce riecheggiò severa nella lunga galleria che stavano salendo, soffocando nel silenzio la giovane curiosità dell’amica. Le domande lasciarono spazio allo strascichio dei loro piedi nudi sui gradini che portavano agli alloggi dei guerrieri, e poi ancora più su, inoltrandosi negli spazi riservati ai Nobili.

“Siamo quasi arrivate”

Petra portò la mano al collo, muovendo appena il sonaglio. Le bastò un solo rintocco per vedere un atrio circolare in cui dieci porte erano affiancate l’una all’altra.

“Grande Raukhur” mormorò l’amica, sgomenta di fronte ai maestosi simboli che sormontavano ogni entrata: le dieci Antiche Case.

Petra sollevò le guance striate di lentiggini, disegnando un sorriso. Anche lei aveva nominato gli Dei la prima volta che aveva ammirato quelle porte di pietra, incise con bassorilievi che facevano a gara nel celebrare le imprese delle famiglie più prestigiose dei Nani Nordici.

Ad eccezione di alcuni soldati di guardia, l’atrio era deserto.

“Donne?”

Più che una domanda, era un’accusa.

“Autorizzate” dichiarò Petra, affrettandosi a mostrare la tavola consegnatele. Dal silenzio intuì che stavano leggendo, accertandosi della natura della loro venuta.

“Da questa parte”

Poche parole, misurate, che confermarono i sospetti già destati dall’assenza degli altezzosi signorotti che abitualmente gremivano quell’atrio: le condizioni dell’Anziano dovevano essere gravi.

Furono accompagnate oltre l’uscio su cui gravava il simbolo della Casa Rowin, un martello solcato orizzontalmente da un corno da guerra.

Il Principe Tarak riposava in una stanza austera, avvolto in un silenzio solenne spezzato solo dal crepitio delle gemme nei lucernari. Quando Petra si avvicinò al letto, il vecchio le artigliò il polso.

“Chi sei?”

“Una donna, mio Signore” balbettò la nana, rabbrividendo nell’udire la voce polverosa dell’Anziano. Tarak lasciò la presa, lasciando scivolare la mano ai lati del letto.

“Portami dell’acqua, ho sete”

Respirava in modo irregolare e sembrava compiere un gran sforzo per parlare. Petra strinse la spalla della ragazza che l’accompagnava, in un muto consiglio ad affrettarsi.

“Immediatamente, mio Principe”

il nano tossì, ripiegandosi su se stesso, poi inarcò la schiena distendendo nuovamente il corpo.

Profumava.

Petra sapeva che quegli unguenti gli erano stati cosparsi anche per coprirne l’odore, oltre che per rendergli l’onore dovuto. Le ferite sanguinavano da giorni, e il corpo sembrava zoppicare nel tentativo di rimarginarle.

Il vecchio Tarak sollevò il capo, poggiando le labbra riarse sul bordo della coppa che la giovane nana gli offrì. Petra attese che finisse di trangugiare fino all’ultima goccia d’acqua, poi prese uno straccio e lo immerse in un catino che stava ai piedi del letto. Il sonaglio che portava al collo giocava con i lembi sfilacciati della veste di lana, permettendole di muoversi con disinvoltura. Con tutta la delicatezza di cui fu capace, scostò le lunghe ciocche grigiastre dalla fronte ampia e sudata del vecchio. Discese seguendo la linea degli zigomi, portando sollievo a quel viso arido, su cui fumavano occhi come ceppi ardenti che lottavano strenuamente per mantenere la fiamma della propria gioventù.

Il tempo non era stato clemente con l’Anziano.

Le turbolenze con gli Elfi Bianchi avevano richiesto continuamente la sua presenza sul campo di battaglia. Una guerriglia infinita: ora per il controllo di un passo fra i monti, ora per ricacciare indietro una banda bellicosa spintasi troppo oltre. Il Principe Tarak si era sempre distinto. Era un eccezionale guerriero, come tutti i figli della Casa Rowin.

Cosa aveva alterato quell’eterno equilibrio, Petra non riusciva proprio a capirlo. Sconfitte occasionali, divenute troppo frequenti, e poi quel duello. Un confronto che aveva mostrato ciò di cui si parlava da tempo all’ombra di qualche taverna.

Tarak Rowin si stava indebolendo, al punto da lasciare che il Campione degli Elfi Bianchi gli portasse via un arto.

“Desiderate qualcos’altro, mio Signore?” chiese Petra, di fronte a quel corpo fiero e abbandonato alla deriva.

“Riavere indietro il mio braccio”

La nana non rispose. Acconciò la lunga barba ingioiellata e ripulì il petto ispido fino al moncone. Non era stato la ferita, subìta mesi addietro, ad angosciare il Principe Tarak. Sotto lo straccio umido Petra sentiva le linee dei muscoli coriacei. Gli Dei avevano creato quel corpo tozzo per resistere al dolore, ma non all’umiliazione.

Se solo fosse stato l’altro braccio, pensò fra sé. Di certo il prestigio della Casa non sarebbe stato intaccato. Invece era stato tranciato proprio il braccio destro.

Il braccio che doveva impugnare il Martello di Rowin.

La nana risciacquò il panno nel catino. Era forse compassione ciò che provava verso il vecchio? Sentimento pericoloso, si rimproverò, soprattutto nei confronti di un nano di Nobile Stirpe. Si compatisce qualcuno che è debole, non un possente guerriero.

“Vi rimetterete in sesto presto, mio Signore, e andrete voi stesso a riprendervelo”.

Azzardò quell’augurio, benché non sapesse a quali delle due frasi credere.



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