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lavoro pubblicato martedì 16 aprile 2013
ultima lettura domenica 17 febbraio 2019

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Due dita contro la finestra

di Saccinto. Letto 706 volte. Dallo scaffale Sogni

 Avevo perso da poco il posto fisso nel ristorante di Scorfano. Niente di deprimente. Avevo passato quell'anno e mezzo bestemmiando ogni settimana e cercando il coraggio per dimettermi. Alla fine mi avevano licenziato loro perché il ristora...

Avevo perso da poco il posto fisso nel ristorante di Scorfano. Niente di deprimente. Avevo passato quell'anno e mezzo bestemmiando ogni settimana e cercando il coraggio per dimettermi. Alla fine mi avevano licenziato loro perché il ristorante chiudeva. Ero contento, però adesso bisogna trovare una nuova occupazione per mandare avanti la famiglia. Non sapevo a chi rivolgermi. Facevo il giro dei ristoranti di Manbassa per avere un colloquio con qualcuno. Pretendevano tutti il curriculum, come se stessero selezionando chissà quale figura professionale. C'era troppa finta serietà in giro, per questo le cose non giravano bene. Avevano tutti il terrore della crisi e andavano in confusione, non capivano che cosa non andasse nelle loro aziende e arrivavano alla conclusione che il problema fossero i dipendenti. Volevano referenze a quintali.

Facevo un paio di ristoranti al giorno, poi iniziavo a deprimermi e riprendevo la via di casa. Ma siccome non ero uscito neanche da un'ora, allungavo la strada per dare a Ramona l'idea che mi stessi impegnando per davvero a cercare lavoro. Fosse stato per me, la libertà sarebbe stata più che sufficiente per essere felice e forse anche per lei, solo che avevamo la bambina e non volevamo farle mancare niente.

I primi giorni fu dura. Giravo per il paese guardando le belle case del centro e le villette periferiche e mi chiedevo dove avessero preso i soldi per farle costruire, quelle persone che ci abitavano. C'erano certi attici dalle cui verande venivano giù rigogliose cascate di rampicanti, allestite con vetrate lucide, gazebo imponenti e cycas piantati in grossi vasi negli angoli. Avevo un pudore talmente profondo che cose del genere non erano mai venute fuori neanche inconsciamente attraverso un sogno. Poi vedevo le case normali, quelle simili alla mia. Appartamenti tranquilli per vite tranquille. Dove lavorava, quella gente, per potersele permettere? A me serviva un posto di lavoro simile, ma sembrava non esserci niente. Le poche attività accessibili a tutti che vedevo lungo la strada avevano il personale ridotto all'osso, pagato malissimo e sfruttato con molte ore di straordinario non pagato. Di questo ero certo perché a Manbassa si sapeva come andavano le cose.

La vita tranquilla non esisteva. Si poteva essere sfruttatori o sfruttati. Non c'erano vie di mezzo. Mi si incartava il cervello a cercare di capire come uscire fuori da quello stato di cose e continuavo a dirmi che scrivere mi avrebbe salvato, ma sapevo che ci voleva una forza incredibile. Ogni giorno sospettavo sempre di più di non avere quella forza.

Camminavo il più lentamente possibile, esitando su ogni passo, in attesa. Di un'ispirazione, di un'azienda che mi chiamasse, della fine della crisi, dell'illuminazione, di una improbabile eredità da parenti sconosciuti, della venuta dell'anticristo. Ti prepari a vivere per tutta la vita e la vita non arriva mai, la aspetti soltanto. Camminavo proprio allo sbando, quelle mattine. Il problema più grosso non era che non sapevo dove andare, ma che non sapevo neanche più a cosa pensare. Un pensiero, neanche nato, veniva immediatamente ingurgitato da un altro appena arrivato che non faceva in tempo a presentarsi prima di essere fottuto da un terzo.

Passavo gran parte del tempo a visionare nella mia mente questa grande strage di pensieri. Certe volte stavo seduto sul divano davanti alla televisione spenta come se stessi per raggiungere la soluzione di qualche difficile problema. Uscivo sul balcone a fumare una sigaretta, passeggiavo avanti e indietro guardando il pavimento. Partecipavo al suicidio delle idee credendo che prima o poi ne sarebbe arrivata una valida e più forte delle altre. Ginevra batteva due dita contro la finestra.

- Papà, me la racconti una storia? - diceva col musetto appiccicato al vetro.

- Certo, scimmietta – lanciavo via la sigaretta ed entravo.

- Che storia mi racconti, oggi? - mi chiedeva con gli occhi all'insù.

- Oggi ti racconto una bella storia – la prendevo in braccio e andavo a sedermi sul divano.

- Una di quelle che fanno ridere però.

- Vuoi una di quelle che fanno ridere?

- Sì. Una bella bella.

- Una bella bella.

Iniziavo a pensarci. Avevo letto centinaia di libri, conoscevo un'infinità di storie. C'erano storie per bambini, fra quelle. Almeno una ventina di racconti dei Grimm, per esempio. Solo che non me ne veniva in mente nessuno. Continuavo a pensarci, ma tutto mi appariva scollegato. Per esempio nella storia dei due fratelli poveri che si separavano per trovare fortuna c'erano anche due leoni? E finiva con un vecchio che mangiava a una mangiatoia lontano dalla tavola mentre il braccio di un bambino morto veniva su dalla terra? Oppure il bambino andava a cercare una moneta sotto l'asse del pavimento?

Non mi ricordavo niente e in ogni caso nessuna delle storie era divertente. Tutte quelle migliaia di pagine affrontate senza che riuscissi a tirarne fuori un racconto per la mia bambina. Non servivano a niente. Le preoccupazioni si stavano mangiando tutto. La fantasia, l'immaginazione, la voglia di raccontare una storia, persino la volontà di andarla a cercare nella mente.

- Perché non giochiamo con i pupazzetti?

- E la nostra storia?

- Ce la inventiamo.

- Va bene – andava ad aprire il mobile.

La aiutavo a tirare giù lo scatolone della nave albergo, allestivamo tutti i piani con le sdraio, gli asciugamani, i negozi con gli scaffali pieni di cappelli e occhiali da sole, il bordo piscina con gli ombrelloni. Era un luogo di villeggiatura.

- Che storia ci inventiamo, papà?

- Facciamo la gara di bellezza – certe volte ero deludente persino per me stesso.

- Sì – saltava sulle ginocchia, poi puntava un dito – Però la prendo io quella che alla fine vince.

- Non preoccuparti. A me piacciono di più quelle che perdono.

Mi chiedevo dove avessero preso i soldi, quei pupazzetti, per starsene in villeggiatura tutto l'anno.



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