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lavoro pubblicato martedì 2 aprile 2013
ultima lettura domenica 16 giugno 2019

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Eroe virtuale

di LukeKeeno. Letto 856 volte. Dallo scaffale Fantasia

Era una tipica giornata d'estate e il vento soffiava caldo mentre il sole splendeva alto in cielo. Me ne stavo seduto su una panchina, come al solito tra le mani tenevo un sacchetto di carta marrone contenente dei piccoli pezzettini di pane che usavo p...

Era una tipica giornata d'estate e il vento soffiava caldo mentre il sole splendeva alto in cielo. Me ne stavo seduto su una panchina, come al solito tra le mani tenevo un sacchetto di carta marrone contenente dei piccoli pezzettini di pane che usavo per sfamare i piccioni che si accalcavano vicino a me desiderosi di cibo. Oramai erano diventati i miei compagni di vita, ogni giorno, nell'ultimo anno mi svegliavo la mattina e venivo a sedermi su quella panchina e passavo l'intera giornata in compagnia di quegli esseri volanti. Da quando era morta Giulia, mia moglie, la mia vita era ridotta a questo, lasciare trascorrere le giornate tutte uguali stretto in una morsa di dolore in attesa di potere ricongiungermi alla mia amata, d'altronde avevo ottant'anni e oramai non mi sentivo più le forze per provare a reagire. Mi sistemai gli occhiali da vista e vidi arrivare davanti a me mio nipote, un giovanotto di quindici anni, con dei capelli a spazzola biondi e dei grandi occhioni azzurri, il suo nome era Marco. «Ciao nonno!» esclamò sorridendomi, ricambiai il saluto felice di vederlo, «come va?» mi chiese sedendosi al mio fianco, mi strinsi nelle spalle e lanciai dei piccoli pezzetti di pane verso i piccioni che si accalcavano ai miei piedi, «non mi lamento, grazie» gli risposi cercando di accennare a un piccolo sorriso, ma per quanto mi sforzassi mi resi conto di essere poco convincente, sentii un braccio appoggiarsi sulle mie spalle, sospirai e mi misi a fissare il terreno. Passarono alcuni interminabili secondi di silenzio, «vieni con me nonno! Ti ho preso un regalo!», alzai lo sguardo, lasciai cadere a terra gli ultimi pezzi di pane presenti nel sacchetto e mi voltai verso Marco, «un regalo?» gli chiesi curioso; nell'ultimo anno avevo sofferto parecchio, ma fortunatamente mio nipote, al contrario dei miei figli, sembrava non essersi dimenticato di me. Sorrise nuovamente, «certo nonno! Andiamo!» mi rispose alzandosi dalla panchina, presi il bastone che avevo appoggiato a terra, feci leva su di esso per aiutarmi e mi alzai. Mentre mio nipote saltellava agilmente qualche metro davanti a me, io mi spostavo goffamente grazie all'aiuto del mio fido bastone, bei tempi quando anche io ero così agile, pensai fissando quel giovanotto tutto pieno di vita, eppure ero talmente vecchio che facevo fatica a ricordarmi la mia giovinezza, pensai sogghignando. Nonostante il mio passo da tartaruga riuscimmo ad arrivare a casa in breve tempo, quando entrai nella piccola abitazione, trovai sul tavolo al centro della stanza una scatola bianca con un bel fiocco rosso posto sopra di essa. Mi soffermai a fissarla, «forza! Aprilo su!» mi disse mio nipote spronandomi ad aprire il mio regalo misterioso, senza farmi pregare troppo mi avvicinai alla scatola e la aprii. Da essa tirai fuori uno strano caschetto di colore rosso metallico, lo guardai perplesso cercando di capire cosa potesse essere quello strano arnese, ma per quanto cercassi di sforzarmi non riuscivo a capire di cosa si potesse trattare, poi ebbi un illuminazione, «mi hai regalato una moto?» gli chiesi pensando che mio nipote fosse impazzito da un giorno all'altro; ma lui scoppiò in una grossa risata, «ma no nonno! È una nuova consolle!», lo guardai sempre più confuso, «cosa? Cosa è una consol?» gli chiesi maneggiando tra le mani quello strano casco rosso sgargiante. Vidi mio nipote pensare a cosa rispondermi, ma probabilmente sapeva in partenza che sarebbe stata un impresa spiegarmi cosa fosse una consolle, mi prese dalle mani il casco e me lo infilò in testa, «facciamo prima a fare così!» mi disse visibilmente divertito; improvvisamente mi ritrovai al buio, «ehi! Chi ha spento la luce?» chiesi allungando le mani, «stai tranquillo nonno!» mi rispose prendendomi una mano e portandola in prossimità del casco, «senti questo pulsante?» mi chiese mio nipote mentre continuavo a restare al buio, «si lo sento!» risposi toccando il tasto con il dito, «perfetto, quando vuoi schiaccialo e vedrai che ti troverai in un mondo virtuale, vedrai che divertimento!» mi disse togliendo la presa dalla mia mano. Mi sfilai il casco, e lo riadagiai sul tavolo e lo fissai, «non lo vuoi provare?» mi chiese quasi deluso, «un'altra volta grazie, oggi non ne ho molta voglia» gli risposi con tono seccato, non capivo il senso di tale regalo e se non fosse stato che era il dono di mio nipote probabilmente sarebbe volato fuori dalla finestra già da un pezzo. Marco capii che non ero dell'umore adatto e che probabilmente il regalo non era stato dei più felici, «ti lascio in pace nonno, meglio che vada» mi disse con tono triste, alzai una mano per salutarlo e lo vidi uscire di casa lasciandomi nella mia solitudine, piantai quello strano caschetto sul tavolo e andai a letto a riposare.
L'indomani mi svegliai con l'umore sotto ai piedi, per la prima volta da un anno a quella parte non avevo la minima voglia di andare al parco dai miei amici piccioni, così mi sedetti al tavolo e restai a fissare il regalo che mi aveva fatto mio nipote. Da quando Giulia se ne era andata la mia vita era caduta in una spirale sempre più buia e profonda dalla quale probabilmente non sarei più uscito, sospirai continuando a fissare quello strano caschetto rosso, «beh, Paolo, proviamo a vedere questo regalo» mi dissi sconsolato a bassa voce. Presi il casco e me lo infilai, il buio calò attorno a me, con la mano cercai goffamente il tasto che mi aveva indicato mio nipote e dopo alcuni timidi tentativi andati a vuoto riuscii a trovarlo, lo pigiai con forza e il buio sparì improvvisamente.
Mi ritrovai nel bel mezzo di quella che sembrava essere una battaglia, mi guardai attorno cercando di capire dove fossi capitato, attorno a me vi erano diversi guerrieri, questi indossavano delle armature imponenti di colore bianco e tra le mani brandivano immensi spadoni; tutti erano fermi in fila come se stessero aspettando l'inizio della battaglia, mi guardai tra le mani e notai sbigottito che anche io ero armato, tenevo uno scudo rotondo dalle dimensioni piuttosto grandi. Il suono di un corno in lontananza attirò la mia attenzione, notai di non portare gli occhiali da vista, aguzzai lo sguardo senza fatica e vidi che dall'altra parte di quella che sembrava essere una vallata vi era un immenso esercito, le loro armature sembravano nere come il buio che attanagliava il mio cuore, davanti a loro vi era un uomo a cavallo che sembrava impartirgli gli ordini prima dello scontro, nel guardare quell'immenso esercito mi strinsi forte tra le spalle e abbassai la testa al di sotto dello scudo come per proteggermi dalla paura che scatenava su di me quell'enorme macchia nera. I soldati attorno iniziarono a urlare, il cielo era buio, del sole non vi era la minima traccia, questo era stato inghiottito da enormi nuvoloni neri i quali avevano fatto calare l'oscurità sul campo di battaglia, il corno suonò nuovamente e le urla dei due eserciti salirono alte in cielo; l'enorme macchia nera si mosse in nostra direzione, il terrore si fece largo dentro di me, mi nascosi dietro il grande scudo bianco attendendo l'impatto con quell'esercito oscuro. Chiusi gli occhi e lo strinsi forte tra le mie mani rugose, sentii i passi e le urla dei miei nemici farsi sempre più vicine fino a quando non ci fu l'impatto, questo fu talmente violento che in un baleno mi ritrovai a terra con lo scudo letteralmente strappato via dalle mani, cercai di alzarmi ma sopra di me regnava il caos, i cavalieri lottavano senza tregua, il rumore delle spade che si scontravano e le urla di dolore dei feriti riecheggiavano lungo l'intera vallata. I cavalieri bianchi sembravano avere la meglio sui loro nemici mentre io me ne restavo sdraiato in preda al panico e incapace di muovermi; respiravo affannosamente mentre sentivo il terrore scorrere tra le mie vene, ero confuso, quel gioco che mi aveva regalato mio nipote sembrava così vero, «che diavoleria è mai questa!» esclamai mentre cercavo di controllare il mio corpo. Riuscii ad alzarmi a fatica e cercai di allontanarmi dal campo di battaglia, lo scontro continuava sempre più cruento e senza esclusione di colpi, a un tratto dall'oscurità del cielo sbucò un enorme drago nero, questo emanava dei versi strazianti mentre scagliava enormi palle di fuoco contro i guerrieri che stavano lottando tra di loro. Cercai di allontanarmi più possibile dal campo di battaglia e iniziai a correre verso un bosco che intravedevo in lontananza, dietro di me potevo sentire il rumore delle fiamme che avvolgevano i poveri malcapitati i quali urlavano in preda a un dolore atroce. Mentre continuavo a correre guardai le mie gambe, «incredibile, non zoppico più!» esclamai emozionato per quel piccolo miracolo a cui stavo assistendo; continuai a correre cercando di aumentare il passo, ma il drago ben presto piombò su di me, sentii il suo sbattere d'ali smuovere l'aria talmente violentemente che persi l'equilibrio e caddi a terra, in pochi istanti mi ritrovai dalla gioia di essere tornato a correre all'orrore di trovarmi a tu per tu con quell'abominevole mostro. I suoi occhi erano gialli, mentre le sue scaglie erano completamente nere come la pece, restai fisso immobile a guardare quell'essere che stava fermo sopra di me, mentre sbatteva le ali sembrava così maestoso. Probabilmente ero arrivato alla fine dell'avventura, chissà cosa avrebbe portato la fine di essa in questo strano videogioco, chiusi gli occhi e mi strinsi forte tra le braccia, sentii il drago emanare un altro verso che mi fece venire la pelle d'oca per la paura, attorno a me intanto la battaglia infuriava, le urla dei guerrieri si sentivano tutte attorno, ero pronto a essere abbrustolito, deglutii a fatica e iniziai a pregare in preda al panico. Ma incredibilmente non successe nulla, sentii uno strano rumore elettronico e tutto improvvisamente tacque, aprii gli occhi lentamente e restai sbigottito nel vedere che l'enorme drago che stava per porre fine alla mia vita era fermo, immobile. Mi alzai cercando di riprendermi dalla grande paura che fino a qualche istante prima mi aveva attanagliato fino a paralizzarmi e vidi con sommo stupore che tutti i guerrieri erano immobili, sembrava quasi che una forza superiore li avesse bloccati nel bel mezzo della battaglia, ognuno di loro era fermo come una statua, chi stava combattendo con il suo avversario, chi giaceva a terra urlando dal dolore, tutto attorno a me era privo di vita come in un quadro. Anche il cielo sembrava fosse stato disegnato da un pittore da tanto era bello ed evocativo; mi addentrai tra quello che sembrava essere un enorme cimitero di statue fino a quando non sentii la mia gamba che stava ricominciando a farmi male, «maledizione!» esclamai portandomi una mano su di essa, mi riaccasciai al suolo continuando a tenermi l'arto. Alzai lo sguardo verso due cavalieri accanto a me e notai con stupore che i loro corpi pietrificati si stavano letteralmente sbriciolando davanti ai miei occhi, i resti delle loro membra si stavano deteriorando velocemente e i residui di quei gloriosi guerrieri sembravano essere granelli di sabbia che andavano a creare un filamento scuro che si innalzava verso il cielo. Mi guardai attorno e notai che tutti i cavalieri stavano facendo la stessa fine, un pulviscolo di granelli di sabbia si innalzava sopra la mia testa finendo in una specie di enorme nuvola scura, anche il drago stava sparendo lentamente, in pochi istanti tutto era ricoperto da un fine coltre di rena; migliaia di filamenti scuri si alzavano verso l'alto, stavo assistendo a uno spettacolo incredibile alla quale mai e poi mai avrei potuto pensare di assistere, ciò che si palesava davanti ai miei occhi era qualcosa di innaturale, spaventoso ma allo stesso tempo magnifico. Nel giro di pochi attimi degli eserciti e di quell'enorme drago non vi era più traccia, restava solamente quell'immensa vallata verde e il cielo oscurato da quell'enorme nuvola nera che portava dentro di se i resti di quelli che sembravano essere stati due grandi imperi. Mi rialzai, la gamba era ancora dolorante, feci per incamminarmi verso il bosco, quando notai che anche il terreno sotto di me iniziò a sbriciolarsi, sgranai gli occhi terrorizzato, iniziai a correre verso la selva mentre vedevo le nuvole sgretolarsi e formare finissime linee di sabbia le quali venivano inghiottite da quell'enorme massa scura. La paura si prese nuovamente possesso del mio corpo, corsi il più veloce possibile verso il bosco, notai che man mano che il cielo e le nuvole si frantumavano, questi lasciavano spazio al buio più totale, dietro di loro vi era tutto nero; ma non mi persi d'animo e continuai a correre noncurante della gamba dolorante, sentivo il cuore in gola e l'agitazione farsi sempre più largo dentro di me, ero a poche centinai di metri dal bosco, eppure più mi avvicinavo e più notavo che qualcosa non andava, quello che doveva essere il posto in cui rifugiarmi era anch'esso in preda a quello strano fenomeno innaturale. Gli alberi si stavano polverizzando, così come il terreno, notai che sotto i miei piedi non vi era più l'erba ma solo l'oscurità, cercai di continuare a correre, ma sentii una fitta dolorosissima provenire dalla mia gamba, caddi al suolo in una smorfia di dolore e quando riaprii gli occhi vidi tutto il mondo circostante che stava sparendo, era tutto buio, oramai non vi era più nulla tranne che l'oscurità. Quando anche l'ultimo granello di sabbia entrò nella nuvola essa sparì, mi ritrovai solo in mezzo all'oscurità, poi, senza il minimo preavviso venni proiettato fuori dal gioco; mi sentii rientrare in me, mi sfilai il casco e restai per qualche attimo fermo a fissare quello strano caschetto rosso che mi aveva appena fatto vivere un'avventura particolare.
La stanza nella quale mi trovavo era tutta in disordine, sembrava che vi fosse stato un terremoto, provai ad alzarmi dalla sedia ma la gamba cedette immediatamente, quindi presi il bastone che avevo sempre al mio fianco e mi alzai, sentii una fitta al braccio e vidi che vi era un livido, restai perplesso nel vederlo, non riuscivo a capire fino a che punto quello strano aggeggio rosso fosse un gioco, tutto sembrava così reale che quando mi trovavo dentro di esso non riuscivo più a distinguere la realtà dalla fantasia e anche il livido che portavo sul braccio sembrava darmene la conferma. Eppure non mi era chiaro cosa era successo subito dopo l'arrivo del drago, avevo visto il mondo attorno a me sparire ma non ne avevo capito il senso, decisi così di chiamare Marco il quale arrivò non appena possibile; «ciao nonno!» mi disse entrando dalla porta, «ciao Marco!» gli risposi andandogli incontro, «che succede?» mi chiese prendendo un bicchiere d'acqua dal frigorifero, indicai il casco rosso, «questo arnese si comporta in modo strano!», Marco si avvicinò al casco e lo prese in mano, poi mi guardò sorridendo, «si è scaricata la batteria nonno!» mi disse continuando a sorridere. Prese dalla scatola il carica batterie e lo mise in carica, «ecco! Un'oretta potrebbe bastare!», «grazie!» gli risposi mentre mi mettevo apposto gli occhiali, «ora devo andare nonno! A presto!» mi salutò e uscì dalla porta. Mi tolsi gli occhiali per pulirli, e mentre sfregavo su di essi il panno azzurro pensai che in quel mondo non ne avevo bisogno, così come non avevo bisogno del bastone. Sorrisi ripensando a quei momenti in cui, nonostante la paura e il terrore che avevo vissuto, avevo provato emozioni che da anni oramai sembravano andate perse; decisi di fare un sonnellino per recuperare le forze, per poi rigettarmi in quel mondo fantastico.
Mi svegliai qualche ora più tardi, mi alzai dal letto appoggiandomi al bastone e mettendomi gli occhiali, avevo voglia di indossare quel caschetto così da non dovere più usarli per qualche ora, mi affrettai ad andare in cucina mi sedetti al tavolo e infilai nuovamente il casco. Per qualche secondo restai completamente al buio, poi, improvvisamente mi ritrovai catapultato nello stesso punto in cui la mia avventura si era interrotta, davanti ai miei occhi si materializzò l'enorme distesa verde in cui qualche ora prima si era svolta un'epica battaglia alla quale avevo assistito da spettatore privilegiato. In fondo a essa vi era quel bosco che avevo cercato di raggiungere senza successo, decisi di riprovarci e mi diressi verso di esso camminando a passo spedito; mentre camminavo mi guardai la gamba, sorrisi nel vedere che il dolore era svanito e che questa si muoveva senza causarmi fastidi e senza obbligarmi a dovere usare il bastone che tanto odiavo ma con il quale avevo imparato a convivere per forza di cose. Man mano che mi avvicinai al bosco potei notare quanto i suoi alberi fossero rigogliosi e imponenti, alzai lo sguardo nel tentativo di vedere fino a che punto arrivassero le loro cime, queste sembravano non dovessero finire mai, quasi come se si perdessero nel cielo. Mi addentrai tra la fitta vegetazione, ma per quanto in quel posto vi fosse una certa tranquillità, sentivo dentro di me farsi largo sempre più prepotentemente uno strano senso di inquietudine, sentii un urlo provenire da poco distante, e subito dopo una voce chiedere aiuto, sembrava quella di una donna, aumentai il passo. In lontananza si iniziava a intravedere la fine del bosco, man mano che avanzavo le urla di aiuto aumentavano, quando mi ritrovai abbastanza vicino sentii un nuovo grido disperato, nell'udire quella voce ebbi un sussulto al cuore, sgranai gli occhi, «Giulia!» esclami in preda all'agitazione, non potevo sbagliarmi, quella voce, l'avrei riconosciuta anche dopo cent'anni, era quella della donna che amavo; corsi a perdifiato sfrecciando tra gli alberi fino a quando non mi trovai fuori dal bosco. Dinanzi mi trovai un piccolo borgo, i segni della battaglia erano giunti fino a lì, coltri di fumo scure si ergevano lungo tutto il villaggio, alcune case erano state date alle fiamme, mi feci forza, Giulia si trovava vicino, dovevo proseguire. Strinsi i pugni, feci un sospiro profondo e mi addentrai tra le piccole viuzze del borgo, mi aggirai per le vie e notai con stupore che quel piccolo villaggio era uguale al paese in cui vivevo nella realtà, «ma che diavolo!» esclami stupito guardandomi attorno. Quel gioco che mi aveva regalato mio nipote era incredibile, stava riuscendo a confondere la realtà con la fantasia creando un miscuglio dalla quale non riuscivo più a capire cosa fosse vero o finzione. Un nuovo urlo giunse a me riportandomi alla realtà, dovevo trovare Giulia, era in pericolo; non sapendo dove dirigermi decisi di andare a casa, corsi non curante di trovare qualche nemico lungo la via e dopo pochi attimi arrivai all'abitazione. Quando la vidi ebbi un nuovo sussulto, «è proprio lei!» esclamai esterrefatto, notai che la porta era aperta, entrai senza pensarci due volte, perlustrai le poche stanze ma di Giulia non ve ne era la minima traccia, uscii nuovamente in strada e mi guardai attorno, le fiamme e il fumo rendevano impossibile vedere in lontananza, il piccolo borgo era diventato spettrale, non vi era anima viva e solo un pazzo si sarebbe addentrato tra le sue viuzze in fiamme. Un nuovo urlo attirò la mia attenzione, mi voltai cercando di capire da dove arrivasse la voce della mia amata, «Giulia! Giulia!» urlai a pieni polmoni sperando potesse sentirmi, ma l'unica risposta che giunse erano le grida disperate d'aiuto che lanciava la mia amata moglie. Mi ritrovai circondato dal fumo, esso aveva creato un vero e proprio muro nel quale sarebbe stato impossibile addentrarsi, ma l'amore a volte fa compiere agli uomini gesti che vanno oltre la razionalità e quando sentii un nuovo grido disperato della mia amata non ci pensai due volte e mi gettai nell'oscurità. Mi addentrai in quella morsa soffocante e opprimente non curante della mia salute, bastava sentire la voce della mia amata chiedere aiuto per essere guidato da essa come fossi un cavaliere che veniva guidato dalla sua stella in mezzo alle tenebre; sentivo i polmoni bruciare nel tentativo disperato di prendere ossigeno, la testa iniziò a girare, mi portai istintivamente entrambe le mani in volto per coprire le vie respiratorie. La voce di Giulia si faceva sempre più lontana, sentivo le forze farsi sempre di meno ma decisi di non mollare, camminai con le ultime energie residue fino a quando non riuscii a sbucare dalla nebbia. Non appena mi trovai fuori da quella coltre mortale mi inginocchiai e cominciai a respirare a pieni polmoni, restai per qualche istante in quella posizione mentre cercavo di recuperare le energie, alzai lo sguardo e davanti a me vidi che vi era in lontananza un sinistro castello. Attorno a esso vi erano lampi in rapida successione, il cielo era buio, enormi nuvole nere rendevano l'ambiente attorno a me spettrale, quella visione mi fece accapponare la pelle, le mie mani rugose affondarono nella terra, ero stremato, ma sapevo in cuor mio che dovevo continuare, Giulia era in pericolo e probabilmente si trovava in quel posto che metteva i brividi solo a guardarlo, raccolsi le forze residue, mi alzai e mi avviai verso quell'oscura dimora.
Mi avvicinai al castello a passo spedito, nel frattempo aveva iniziato a piovere violentemente, una vera e propria tempesta si stava abbattendo su di me infradiciandomi completamente da capo a piedi; più avanzavo e più i tuoni sembravano essere violenti, i lampi squarciavano il buio che regnava sovrano illuminando l'ambiente circostante di una luce surreale. Nei miei occhi si poteva leggere il terrore, le mie gambe tremavano per la paura, non sapevo cosa mi avrebbe aspettato in quel luogo sinistro ma in cuor mio sapevo che dovevo continuare per Giulia, così decisi di farmi forza e prosegui verso la fortezza desideroso di ricongiungermi alla mia amata.
Giunto al castello mi fermai per qualche secondo ad ammirarne la grandezza, la struttura che mi si palesava davanti sembrava confondersi con le nuvole scure in cielo tanto era imponente; davanti a me vi era un enorme portone, deglutii e avanzai di qualche piccolo passo, man mano che mi avvicinavo a quella grande struttura in legno i lampi e i tuoni aumentavano di intensità come a dissuadermi dal proseguire. Cercai di resistere con tutto il vigore che mi era rimasto in corpo al terrore che cercava di bloccarmi gli arti e con il cuore quasi in gola per la paura appoggiai entrambe le braccia alla grande porta e feci leva con tutta la forza che avevo; un rumore stridulo accompagnò l'aprirsi dell'entrata principale, il cielo sembrava volere rigurgitare su di me il suo dissenso per ciò che stavo facendo e scaricò tutta la sua furia su quel luogo dimenticato da dio con una ferocia inaudita. Chiusi il portone alle mie spalle per ritrovarmi al buio, si poteva sentire la violenza della tempesta scaricarsi contro il tetto del castello tanto da rendere il brusio di fondo insopportabile, mi portai entrambe le mani alle orecchie e cercai di avanzare a piccoli passi nel buio della stanza, ma ben presto urtai qualcosa e mi ritrovai a terra. Restai seduto guardandomi attorno ma l'oscurità sembrava avermi inghiottito completamente, la visibilità era ridotta allo zero, cercai quindi di alzarmi e avanzai tenendo le braccia ben distese in avanti e muovendo dei piccoli passi nel tentativo di capire dove mi stessi dirigendo. Una risata improvvisa mi gelò il sangue nelle vene, mi bloccai immediatamente, «ciao nonnetto!» mi disse una voce roca e profonda, «dunque sei riuscito ad arrivare fino a qua? Bravo! Complimenti mi hai stupito! Hai vinto una bambolina!» esclamò scoppiando in una grassa risata mentre si potevano sentire le sue mani applaudire nel tentativo di schernirmi; il buio della stanza rendeva il mio avversario invisibile ai miei occhi, decisi così di muovermi a piccoli passi sperando di trovare qualcosa dietro la quale ripararmi, «ehi! Non penserai mica di andartene? Dopo tutta questa fatica? Che maleducazione!» mi disse con tono irriverente quella strana voce che sembrava turbarmi nel profondo nell'anima. Brancolai nel buio fino a quando non riuscii a trovare riparo dietro a quella che sembrava essere una colonna, mi inginocchiai dietro di essa stringendomi forte nelle braccia sperando di non essere individuato dal mio nemico; «sai Paolo» disse con tono pacato, «è inutile che ti nascondi perché io ti vedo, so dove sei, è impossibile che tu possa fuggire da me!», nel sentire quelle sue parole ebbi un sussulto, «chi sei? Cosa vuoi da me?» gli chiesi urlando con tutte le mie forze. Una nuova risata spezzò il sordo rumore dell'acquazzone che si stava scagliando sul castello, «quante domande» mi rispose, calò nuovamente il silenzio per poi essere nuovamente interrotto dalle sue parole enigmatiche, «sei sicuro di non saperlo già?» mi chiese sogghignando maleficamente. Pensai a quelle sue ultime parole ma non riuscivo a capire chi potesse essere lui per me, non ero arrivato fino a lì per ritrovarmi dinanzi a un pazzo che mi poneva degli indovinelli, l'unica cosa che mi aveva spinto a compiere quel viaggio al limite delle mie forze era il desiderio di ritrovare Giulia; chiusi gli occhi e come per magia apparve il suo viso davanti a me, era bellissima come sempre, con quei capelli rossi che le arrivavano fino a sotto le spalle, quegli occhi azzurri che nulla avevano da invidiare al mare più cristallino e quella pelle così chiara e pura. Mi sorrise, sembrava quasi fosse lì con me e invece così non era da diverso tempo oramai, una lacrima scese lungo il mio viso, pensai a quanto era bella e a quanto mi mancava. Un tuono violentissimo si abbatté sulla struttura, vi fu una specie di esplosione che mi scagliò a terra a qualche metro di distanza da dove mi trovavo qualche attimo prima, guardai il soffitto tra il buio della sala e notai che il fulmine aveva creato un vero e proprio buco nella struttura dalla quale scendeva la pioggia che con la sua ira stava bagnando tutta la stanza in cui mi trovavo. Sospirai, quell'attimo così bello era stato spazzato via in un lampo, ma era la storia della mia vita oramai e ne portavo i segni, «bravo nonnetto!» esclamò il mio nemico applaudendomi con gusto, «che bella che era Giulia, vero?» mi chiese sapendo che quelle parole mi avrebbero lacerato l'anima. Ebbi un sussulto, «come sai il suo nome?» gli chiesi correndo in mezzo alla stanza, «dove sei? Fatti vedere se hai coraggio!» urlai sfidandolo, restai fermo sotto la pioggia che filtrava attraverso la spaccatura che si era formata nel tetto cercando di sfruttare quel poco di luce che vi era nel tentativo disperato di individuare il mio avversario. A questa mia sfida non vi fu come risposta nessun applauso ne tantomeno nessuna risata compiaciuta, «bene, finalmente sei uscito allo scoperto nonnetto!» mi rispose il mio nemico con voce seria, «ti accontento subito!» esclamò apparendo dinanzi a me sbucando dall'oscurità che ci circondava. Nel vederlo ebbi un sussulto, era il cavaliere che aveva guidato le armate nere nello scontro a cui avevo assistito nella vallata; l'uomo che mi trovavo dinanzi sembrava essere stato creato da una mente malata, il suo fisico era massiccio, la sua armatura nera tanto imponente quanto spaventosa, il viso sembrava un vero e proprio teatro degli orrori, gli occhi erano neri come la pece e sembravano essere privi di vita, mentre li fissavo sembrava come se stessi per perdermi nell'oblio più profondo, la sua pelle era pallida, quasi bianca e i denti erano gli stessi di un lupo con i canini appuntiti i quali sbucavano fuori dalla bocca sporchi e aguzzi, una lunga chioma bianca gli cadeva lungo le spalle mentre un grosso elmo nero a punta gli copriva la nuca e le orecchie. «Stupito?» mi chiese sorridendo, «chi sei?» gli chiesi continuando a fissarlo terrorizzato, «eppure è semplice, come può essere che tu non ci sia ancora arrivato?» mi chiese come se per lui fosse realmente inconcepibile quel mio non capire. A quella sua nuova domanda sbottai, «smettila coi trabocchetti!» ma nonostante la mia ira, il mio antagonista mantenne la calma, non si agitò minimamente e anzi, rispose con tono ancora più sicuro «bene Paolo, non ti sei domandato come mai questo viaggio ti abbia portato fino qua, a pochi passi da Giulia?» nel pronunciare quel nome sentii nuovamente la voce della mia amata chiedere aiuto, «Giulia! Dove sei?» chiesi cercando di vederla nell'oscurità che sembrava avere inghiottito la stanza, fissai il mio avversario con quegli occhi privi di vita, «dove si trova Giulia?» gli chiesi con tono minaccioso; «è più vicina di quanto tu possa immaginare» mi rispose non accennando alla minima espressione facciale. Le sue parole mi colpirono nuovamente come un macigno, ero a pochi passi dalla mia amata ma non potevo raggiungerla non sapendo dove si trovasse, feci un passo in avanti verso il mio nemico, era molto più alto di me non avrei mai potuto pensare di batterlo in uno scontro fisico, «chi diavolo sei?» gli chiesi con la pazienza veramente al limite. Anche lui fece un passo verso di me e mi trovai la sua armatura in piena faccia, «io sono il male che alberga in te» mi rispose senza giri di parole o indovinelli, alzai lo sguardo verso il suo viso privo di espressione, «cosa intendi dire?» gli chiesi confuso da ciò che mi aveva appena detto, «sono il dolore, la tristezza, la depressione, tutto quello che di più nero è presente nella tua anima da quando se ne è andata Giulia» rispose voltandosi e sparendo nell'oscurità. Restai scioccato sotto la pioggia a inveire contro di lui, «dove vai?» gli urlai contro, rimasi fermo, confuso e dolorante in quella pozza d'acqua cercando di capire. Possibile che tutta quell'avventura fosse stata una specie di viaggio dentro il mio male? Forse tutto quel tempo a soffrire e a non reagire aveva fatto sì che il dolore, la tristezza e la depressione di cui parlava tanto quell'essere fossero riuscite a entrare nella mia anima penetrando fin nelle viscere e radicandosi in me? E quel cavaliere altro non era che la rappresentazione che aveva scelto il gioco per raffigurare quel mio stato d'animo? Ora tutto era più chiaro. I due eserciti in cui mi ero imbattuto all'inizio della mia avventura altro non erano che la mia anima e il male che convivevano in me che lottavano tra loro, avendo vinto il male il gioco mi aveva dato un'altra possibilità, forse l'ultima per affrontare il buio che si era impossessato della mia luce affievolendola fino a rischiare di farla spegnere. Ma non potevo rischiare che ciò accadesse, dovevo farlo per Giulia, per Marco per tutti quelli che una volta credevano in me e mi guardavano negli occhi pieni di speranza. Tornai alla realtà e mi diressi verso il grande cavaliere nero che stava svanendo nell'oscurità, gli diedi una violenta spallata che lo fece cadere a terra, non appena impattò col pavimento la pioggia diminuì d'intensità, «cosa pensi di fare?» mi chiese mentre cercava di rialzarsi goffamente. Mi avvicinai a lui, «è arrivato il momento di riprendermi la mia vita!» esclamai dandogli un calcio in pieno petto, il mio alter ego cadde al suolo nuovamente, a quel nuovo colpo il cielo si fece meno buio e un leggero e timido bagliore di luce si fece forza tra il buco che si era creato nel soffitto. Sgattaiolai lontano dal mio avversario e mi nascosi dietro una colonna, l'ambiente circostante non era più così buio e potevo cercare di sfruttare le colonne a mio favore nel tentativo di perdere tempo per poi cercare di prendere alle spalle il mio nemico. Il cavaliere si alzò goffamente, sul suo viso non vi era la minima smorfia, «non puoi nasconderti!» urlò e si mise a camminare lungo l'enorme stanza. Passò sotto la spaccatura del soffitto da cui filtrava timidamente un poco di luce, al contatto con essa il mio nemico si lasciò andare in un urlo di dolore; dalla sua armatura si poteva vedere del fumo fuoriuscire, subito si allontanò dalla zona illuminata e si accasciò al suolo per riprendere le forze. In quel momento capii come eliminare il mio temibile avversario, «la luce! La luce è il suo punto debole!» esclamai a bassa voce mentre cercavo il modo più facile per illuminare la stanza. Notai che vi erano delle enormi tende di colore nero lungo le pareti, probabilmente dietro di esse vi erano delle vetrate, se fossi riuscito a toglierle il mio nemico non avrebbe avuto scampo e io finalmente sarei riuscito a riemergere da quell'oblio che da troppo tempo mi aveva inghiottito nella sua oscurità e mi sarei ricongiunto per un'ultima volta con la mia amata. Nel frattempo dalla spaccatura presente nel soffitto erano iniziati a filtrare dei raggi di sole i quali mi diedero la forza per portare a termine la mia avventura, il cavaliere si mise a cercarmi tra le varie colonne disposte a rettangolo della sala, se prima col buio era in vantaggio lui, ora col la luce che iniziava a riempire la stanza quello in vantaggio ero io; il mio nemico sembrava muoversi impacciato, probabilmente la luce per lui era l'equivalente del buio per me. Sorrisi pieno di speranza, la paura stava svanendo velocemente ero consapevole di trovarmi in una posizione di predominio, mi avvicinai alle tende e una a una le aprii, queste erano molto pesanti ma l'adrenalina che scorreva in me giovò da mia alleata. A ogni tenda che aprivo filtravano dalle grandi vetrate dei forti raggi di sole, le urla di dolore del cavaliere nero riecheggiarono violente lungo la stanza, questo barcollò vistosamente fino a quando non cadde in ginocchio al centro della sala ansimando dolorosamente mentre dal suo corpo si alzavano delle nuvole di fumo chiaro. Quando anche l'ultima delle tende fu aperta mia avvicinai al mio alter ego, anche in quel momento così doloroso per lui, dal suo volto non traspariva la minima smorfia; «fermo! Fermo!» disse con un filo di voce, «perché? Dopo tutto quello che ho fatto per te, perché mi fai ciò?» mi chiese ansimando sempre più fievolmente. Sorrisi, «dopo quello che hai fatto?» gli chiesi ammirando la luce calda che filtrava attraverso le immense vetrate, «tu mi stavi uccidendo!» esclamai indicandolo, «non capisci! Voi uomini siete fatti per soffrire, senza di me non sareste nulla, non consocereste pietà, compassione, sareste solo delle bestie!» mi rispose sogghignando a fatica, mi inginocchiai vicino a lui, «è qui che ti sbagli» gli dissi, lui alzò il viso verso di me, gli occhi non erano più neri come l'oblio, ma una luce di speranza si stava facendo largo dentro di essi, «soffrirò ogni giorno della mia vita per Giulia, ma è giusto che viva al meglio per mio nipote, per chi ciò che è stato e per ciò che sarà» gli risposi sorridendo in pace con me stesso. Anche sul viso del mio alter ego apparve una specie di sorriso, «vedo che il tuo viaggio è giunto al termine, io non servo più» esclamò per poi polverizzarsi davanti ai miei occhi e ridursi in un cumulo di cenere. Restai in ginocchio nella stanza fissando ciò che restava del mio degno avversario, per quanto all'inizio non volessi capire, quel viaggio era stato più utile di quanto avessi mai potuto immaginare.
La stanza nella quale mi trovavo iniziò a sgretolarsi, piccoli granelli di sabbia andavano a sparire svanendo attraverso la spaccatura presente nel soffitto, restai fermo a fissare quello splendido spettacolo, in pochi attimi della stanza in cui mi trovavo non vi era più traccia, bensì al suo posto vi era una vallata verde; probabilmente era la stessa nella quale tutto avevo avuto inizio ma a differenza di prima non vi era alcun esercito pronto a scontrarsi in un'epica battaglia per il destino di un'anima e in cielo non vi era alcuna nuvola ma solo il sole che splendeva in alto con tutta la sua maestria. Sentii una risata provenire da poco lontano, era Giulia, mi voltai e vidi il bosco a pochi metri da me, mi addentrai desideroso di ricongiungermi con la mia amata, il cinguettio degli uccellini e i raggi di sole che filtravano tra gli immensi alberi rendeva quel posto così magico. Feci alcuni passi e finalmente mi trovai dinanzi alla donna della mia vita, restai fermo col cuore pieno di gioia e l'anima in festa, non riuscivo a credere ai miei occhi, dopo tanto tempo mi trovavo dinanzi a Giulia, mai e poi mai avrei pensato di poterla rivedere in questa vita, eppure grazie a quel gioco regalatomi da mio nipote, ciò che pensavo impossibile era diventato possibile e stava accadendo per davvero in quel preciso istante. Lei era seduta a pochi metri da me, bella come non mai, mi sedetti al suo fianco, potevo sentire i miei arti tremare dall'emozione, sembravo un bambino, senza dirle nulla la abbracciai e iniziai a piangere lacrime di gioia, poi mi rimisi a fissarla in volto, sospirai cercando di riprendere contatto con la realtà, «sei bellissima amore» le dissi fissando quei suoi occhi azzurri, «anche te» mi rispose lei, «era tanto che mi stavi aspettando?» le chiesi stringendole le mani rugose, «sono appena arrivata» mi rispose sorridendo visibilmente rilassata. La baciai in viso, era bellissima come l'ultima volta che l'avevo vista, «non ti perderò mai più» le dissi riprovando le stesse emozioni di un tempo; «non mi hai mai perso, sono sempre stata qui» mi rispose dandomi un bacio dolce sulla fronte, «quando vorrai mi troverai sempre su questa panchina, hai ancora molto da fare per Marco e i tuoi figli e quando sarà il momento ci troveremo qui e ce ne andremo insieme» mi disse stringendomi forte la mano; a quelle sue parole una morsa mi attanagliò il cuore, «non voglio andarmene, davvero, voglio restare con te!» esclamai desideroso di non andarmene più. Giulia sorrise nuovamente, «quando vorrai potrai venire a trovarmi, basta che indossi quel caschetto e mi troverai qui, non temere, ti aspetterò ogni giorno» mi sussurrò dolcemente e si alzò, «non andartene ti prego! Resta ancora un attimo!» le chiesi allungando la mano verso di lei, ma non ottenni nessuna risposta, solo il suo sorriso splendido come nei miei ricordi per poi svanire lasciandomi lì da solo sulla panchina a fissare il vuoto.
Mi tolsi il caschetto scosso per ciò che avevo appena vissuto, la stanza nella quale mi trovavo era nel caos più totale, i capelli e i vestiti che portavo indosso erano bagnati. Pensai a tutto quel viaggio, all'incontro con Giulia, era stato tutto creato in quel gioco eppure era tutto così vero, l'oscurità che si era instaurata dentro di me era stata sconfitta, una lotta dura e difficile avevo affrontato ma alla fine ce l'avevo fatta ed ero riuscito a impossessarmi nuovamente della mia vita eliminando i cavalieri oscuri che aleggiavano nella mia anima. Ero riuscito a ritrovare Giulia e finalmente, grazie a quello strano caschetto rosso avrei potuto incontrarla ogni giorno su quella panchina, ora che il male era stato estirpato nulla poteva separarmi da lei e la mia vita aveva aggiunto una nuova linfa così da poter affrontare ogni giorno come un tempo. Sentii suonare il campanello di casa, andai ad aprire, era Marco, «ciao nonno! Come va?» mi chiese con quel suo sorriso irriverente stampato sul volto, «bene grazie!» gli risposi facendolo accomodare in casa. Non appena vide quel caos sgranò gli occhi, alcune sedie erano a terra, tutti gli antelli della cucina erano aperti con il loro contenuto riversato qua e la, mio nipote si voltò verso di me e notò che ero completamente bagnato fradicio, «che è successo?» mi chiese visibilmente preoccupato, «uhm, stavo sistemando!» gli risposi scrollando le spalle cercando di essere credibile. Non penso che mi credette, come dargli torto, sorridemmo entrambi poi si avvicinò al tavolo e vide il caschetto rosso ancora acceso, «ti è piaciuto il regalo nonno?» mi chiese avendo capito tutto, «è carino, ma non penso si addica a un anziano come me, sai, tutta quella roba tecnologica è più adatta a voi giovani» gli risposi cercando di farmi vedere distaccato nei confronti di quel regalo che mi aveva letteralmente cambiato la vita; Marco prese in mano il casco, «beh allora se non ti piace lo riporto al negozio!» mi rispose mentre gesticolava con la consolle, «no caro mio! Non ti hanno mai insegnato mamma e papà che non si rifiutano mai i regali? È maleducazione!» gli risposi sorridendo e togliendogli di mano il mio regalo, nulla mi avrebbe separato da quel fantastico pensiero che solo la mente di mio nipote aveva pensato di farmi. «Andiamo a trovare i tuoi genitori?» gli chiesi mentre andavo in camera per cambiarmi, «volentieri!» rispose Marco sorpreso per la mia proposta. Indossai gli occhiali e presi il mio fido bastone fischiettando, iniziavo a vedere tutto sotto una luce diversa, finalmente avrei vissuto la vita col sorriso pensando a Giulia, mi diressi verso la porta con mio nipote e uscimmo di casa.

Nella stanza regnava il disordine più assoluto, sul tavolo vi era il casco rosso, spento, con tutti quei ricordi dentro di sé pronti a tornare a vivere a ogni mio desiderio, Giulia era lì che mi aspettava tra le mura della nostra casa che per anni avevamo accudito con amore e ora era tornata per restarci, per sempre.



Commenti

pubblicato il 15/04/2013 10.18.23
Soft, ha scritto: Bella storia! bravo..

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