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lavoro pubblicato lunedì 1 aprile 2013
ultima lettura giovedì 21 novembre 2019

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Oltre la Corazza, il Cuore di un Comandante

di peppers. Letto 488 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il silenzio della grotta non faceva che acuire l’euforia che regnava all’esterno del tempio. “Sono tutti pronti” pensò Edheldur Arhathel, immobile di fronte l’altare. Li vedeva con l’occhio della ...

Il silenzio della grotta non faceva che acuire l’euforia che regnava all’esterno del tempio.

“Sono tutti pronti” pensò Edheldur Arhathel, immobile di fronte l’altare. Li vedeva con l’occhio della mente, ordinatamente disposti uno a fianco all’altro. Le cotte di maglia scintillanti, le faretre gravide di frecce e l’acciaio delle lame ben oleato.

L’esercito degli Elfi del Crepuscolo attendeva il proprio comandante, presto avrebbe preso posto sulle navi che dalla Norvegia lo avrebbe condotto alle coste della Germania.

“E da lì, nel cuore dell’Impero”.

Aveva studiato il piano decine di volte prima di proporlo al Consiglio. Quante notti insonni, cercando la falla che avrebbe potuto minare quel viaggio? Nulla doveva essere lasciato al caso; ogni dettaglio, anche il più piccolo e insignificante, doveva essere tenuto in conto.

“Sarà una cavalcata veloce fra i villaggi minori” tentò di rassicurarsi. “Un’incursione mirata a disturbare l’immenso regno degli uomini”.

Lasciare la propria città per una scaramuccia nelle terre aldilà del mare non era certo una novità, eppure ogni volta aveva quel nodo alla gola. Un cappio ben stretto, che gli irrigidiva il corpo intero. Era un comandante, mostrarsi determinato verso i propri uomini faceva parte dei suoi doveri.

Dovere.

Tanto più si aggrappava a quella parola, tanto più il pensiero lo ripugnava.

La vita prima del comando, supposto che ne avesse mai avuto una, sembrava così lontana da essere come un foglio sbiadito e illeggibile in un volume colmo di note minuziose. Si era lasciato trascinare nei giochi politici che reggevano il fragile equilibrio dell’Europa, uscirne non sarebbe stato semplice né immediato. Ma in fondo non se le cavava male; ci sapeva fare con parole, doveva ammetterlo, e fra i nemici godeva di una certa fama come guerriero. I suoi discorsi infiammavano i cuori degli Elfi del Crepuscolo, nei cui occhi aveva visto brillare lo spettro di una fedeltà incondizionata, di una fiducia cieca.

Forse, fra tutto, era questo che gli faceva più male.

“Perché non capiscono i rischi a cui li espongo?”

Strinse i denti così forte che la bocca assunse il sapore del sangue. In circostanze diverse non avrebbe esitato a urlare la propria rabbia verso quell’ammirazione spropositata.

“Non qui, non ora” rammentò a se stesso.

La paura di lasciar trapelare i propri sentimenti non faticò a frenarlo. Con l’elmo nero sotto braccio si inginocchiò di fronte l’altare, e per un attimo il panneggio del manto coprì la corazza d’acciaio nero.

“Mordhros, Signore dei vivi e dei morti” iniziò a pregare il Dio protettore degli Elfi del Crepuscolo. “Tu che soprassiedi alle battaglie, ti prego, proteggi i tuoi figli. Non lasciare che le Legione Romana recida i fili delle loro vite”.

Alzò gli occhi lucidi verso la statua come se che quell’elfo snello, dai lunghi baffi e con la corazza simile alle squame di un pesce dovesse replicare ai suoi pensieri. Attese, scandendo il tempo con i battiti del proprio cuore, ma il silenzio fu l’unica risposta che ebbe.

“Fa che tornino salvi” lo implorò.

Non riusciva a togliersi dalla testa i molti giovani che popolavano i ranghi del suo esercito. Alcuni avevano visto brillare le insegne dell’Aquila soltanto nei racconti dei compagni più anziani. Fare il massimo per trasmettere alle nuove reclute la conoscenza di chi ormai era avvezzo alla guerra era sempre stato fra le sue priorità. Vincere la ripugnanza dei veterani sull’argomento non era stato facile, ma infine li aveva convinti a spiegare ai novelli soldati le tattiche di Roma.

“Devono sapere a cosa vanno incontro. Devono sapere della formazione a testuggine, delle trincee e delle torri d’avvistamento lungo il Limes”.

Troppe volte aveva assistito inerme alla caduta di valorosi guerrieri nello scontro frontale fra i muri di scudi. Era quello il momento in cui i gladi dei legionari si rivelavano armi insidiose. Forse non erano resistenti quanto le lame forgiate dagli Elfi, né incantate con le rune alla maniera dei Nani. Bisognava temere il modo in cui quelle spade corte si districavano agevolmente nella ressa dei corpi che si accalcavano l’uno sull’altro.

“E se non fosse la cosa più saggia da fare?”. Quel pensiero tornò a tormentarlo, come un bandito in agguato oltre l’angolo.

Saggezza. Tanto preziosa, quanto rara.

Non amava la guerra, ma non vedeva altra soluzione per fermare quella follia. Come potevano tre città elfiche rappresentare una minaccia per l’Impero? Si era posto troppe volte quella domanda, ma la risposta rimaneva sempre la stessa.

Paura, o forse la minaccia dell’ignoto.

Qualsiasi fosse il motivo per cui l’Imperatore romano aveva deciso di rendere i nani e gli elfi solo delle leggende, lui avrebbe cambiato le carte in tavola. Non sarebbe rimasto a guardare l’annientamento della propria razza. Sperare in una strenua difesa nei confronti degli attacchi romani equivaleva ad una lenta e continua rovina.

“Basta guardare il villaggio degli Elfi Silvani. Quanti altri morti dovranno ancora raccogliere prima di capire che bisogna passare all’attacco?”.

Che la sua idea fosse carica di responsabilità l’aveva letto sulla faccia preoccupata dei propri consiglieri. Ad ogni nuova sortita aveva l’impressione di agitare sempre più forte l’estremo di una catena.

Presto o tardi l’onda sarebbe tornata indietro.

“Hai paura che un giorno gli uomini ti accusino di averli trascinati in una guerra troppo grande per loro, vero?” gli aveva chiesto la propria donna. Con lei non doveva fingere, non era necessario nasconderle i tormenti del proprio animo.

Nulla lo terrorizzava quanto il far pagare agli altri il prezzo delle sue scelte.

Sapeva che la fedeltà di quegli Elfi non sarebbe mai venuta meno, almeno quanto era cosciente che fra loro qualcuno non avrebbe mai più fatto ritorno a Nainiel.

“Puoi scappare dai tuoi nemici, ma non da te stesso”

Piegò il corpo in avanti, poggiando la testa contro il pavimento, e graffiò la pietra le unghie. Ogni soldato che cadeva in battaglia era una cicatrice sul proprio cuore. Anche nel sonno continuava a vedere quei volti scomparsi. I loro occhi fiammeggiavano, ma nessuna parola accompagnava quelle accuse silenziose. Sembravano rimanere leali persino nei suoi incubi, incapaci di imputare al comandante la propria morte.

Mentre Edheldur Arhathel aveva ingaggiato una battaglia con la propria coscienza, versando lacrime per chi ancora non aveva ricevuto le ferite fatali, il solenne silenzio del tempio di Mordhros fu violato dal timido avanzare di alcuni passi.

Una figura sottile strisciò fra le colonne, avvolta in un ampio manto verde. Il cappuccio ne nascondeva il viso, ma il bastone da mago tradiva la sua identità.

“Edhel” sussurrò l’Ambasciatore degli Elfi del Crepuscolo. “Non dovresti far attendere troppo gli uomini”

“È proprio necessario, Maric?”

“Stai scherzando?” rise nervosamente il giovane mago. “Certo che è necessario, non fanno che chiedere di te”.

Quando i suoi occhi incontrarono quelli dell’amico, capì il dolore a cui alludeva.

“Tutto questo non è colpa tua. Li hai sempre guidati al meglio, ce la faremo anche questa volta”

Gli pose la mano sulla guancia, asciugandogli le lacrime.

“Avanti, sai che non sono bravo con le parole” lo incitò. “Hanno fiducia in te a ragione, lasciatelo dire. Quindi caccia via i cattivi pensieri e torna ad essere il Comandante di sempre”.

“Il Comandante di sempre …” ripeté Edheldur.

Maric gli scostò una ciocca corvina dal viso, traendo un fiore da dietro l’orecchio dell’elfo.

“Non iniziare a fare il prestigiatore” sorrise il condottiero.

“Si chiama magia, mio caro”

Non appena l’Ambasciatore l’ebbe lanciato in aria, il bocciolo si dissolse in nugolo di piccole sfere luminescenti che presero a ruotare attorno alla statua di Mordhros. Rimasero in silenzio ad ammirare il gioco di luci che sembrava rendere viva l’effige del Dio, poi si volsero entrambi verso le porte del tempio.

“Hai fatto caricare le provviste?” chiese Edheldur infilandosi l’elmo.

“Potremmo banchettare senza sosta per dieci giorni, ma da qualche parte ho letto che non è un bene lottare a pancia piena”

“E il cielo?”

“Sariel ha osservato a lungo il volo degli uccelli, dice che per un po’ di giorni siamo al sicuro dalla pioggia. Dello stesso parere è anche Rimantine, che ha studiato le interiora dell’agnello durante l’ultimo sacrificio”

Rovistando in una delle tasche del manto, Maric trasse uno stralcio di pergamena sgualcita.

“Stavo dimenticando” s’affrettò ad aggiungere, lanciando una rapida occhiata agli appunti “È d’accordo anche Seren, ha indagato le stelle per tutta la notte”

Sul viso di Edheldur si incise un sorriso tagliente.

“Perfetto, allora basta indugiare” concluse, spalancando l’ingresso del tempio. “Abbiamo una battaglia da vincere”.

“Abbiamo una battaglia da vincere” assentì Maric, al suo fianco.

Accompagnata dall’ovazione della folla, la Luce si precipitò all’interno della grotta, dissolvendo l’Oscurità che avvolgeva il Cavaliere Nero.



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