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lavoro pubblicato sabato 30 marzo 2013
ultima lettura venerdì 30 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lettera II

di JeffMG. Letto 474 volte. Dallo scaffale Epistole

Sono passate settimane e non ho ricevuto tua risposta, forse qualche famiglia legge le mie lettere e si fa qualche risata al posto tuo.Ma sono un uomo...

Sono passate settimane e non ho ricevuto tua risposta, forse qualche famiglia legge le mie lettere e si fa qualche risata al posto tuo.
Ma sono un uomo ostinato, l'hai sempre saputo, quindi continuerò
a scriverti e un giorno una qualsiasi risposta la riceverò.
Sai chi era un uomo davvero ostinato?
Un tale che per un anno si appostava sotto casa sua, convinto che la moglie avesse un amante.
Si era licenziato dal suo lavoro da contabile solo per andare a vedere se durante il giorno in quella cazzo di casa sarebbe entrato un uomo.
E aveva ragione il bastardo, nel 26 settembre del 1993, un uomo sulla sessantina entrò in casa
- così dichiarò alla stampa - e boom.
Entrò e li fece fuori, quattro colpi a testa e per chiudere in bellezza li ha murati in salotto.
I corpi sono stati trovati due anni dopo, perché il bastardo si è confessato al suo compagno di cella e quello per avere il contentino dalle guardie ha fatto la spia.
Neanche fosse un racconto del vecchio Poe!
Quello era un uomo ostinato, aspettare così tanto per trovare qualcosa che non sei
sicuro che esista.
Ieri pensavo che la vita è un continuo sopravvivere, non ci riposiamo mai e anche quando dormiamo il nostro cervello lavora, elabora notizie, le immagazina, tutto continua ad esistere,
ad operare e noi continuiamo a perire nel mondo.
Visione nichilista, dirai.
Ma non abbiamo tempo di spegnerci e resettare tutto, solo la morte ce lo consente
e allora perché temerla?
Più che mai sono convinto che ci sia il nulla dopo di essa, che ci spegnamo come robot con i circuiti rotti e il nero pece ci avvolga.
Il nostro corpo si disfa, le ossa divengono polvere, ed è finita.
Dico in giro di essere cristiano, ma apparte la mia fede che vacilla, sento c he il mio Dio è sempre più lontano.
Vorrei essere come Socrate, lui che della morte non ne temeva l'avvento.
Tu cosa ne pensi? Dopo quel giorno...
Vedo ancora il sangue che scorre sotto le ruote della tua auto, le urla, il suo volto ceruleo.
Non voglio torturarti con questo ricordo, quindi ti dico che ho trovato un lavoro.
Stavo camminando per il corso, quando ecco che vedo il cartello Cercasi Personale sulla porta di un vecchio bar del centro.
Entro e un uomo minuto mi guarda come se fossi l'ultimo uomo sulla terra.
"Che vuole?" e io per tutta risposta dico "Cercate personale?" e lui
"Sa servire ai tavoli?" E io gli rispondo di si, ti ricordi quando ti ho raccontato che da diciassettenne lavoravo in un ristorante?
Mi hanno messo in prova per una settimana e poi hanno deciso che avrei fatto parte della famiglia.
Il mio ozio è finito, ma non lo rimpiango.
Sentivo che la mente si stava lacerando senza avere uno scopo nella giornata.
Il proprietario del locale è un vecchio cubano di settant'anni, che non ne vuole sapere di andare in pensione e di imparare l'italiano.
Quando mi vede, mi chiede "Cosa preoccupa?" e io "Niente, capo"
Gli piace quando lo chiamo Capo, vedo che sul suo volto nasce una smorfia di piacere.
Ho anche un collega, Maurizio.
Uno studente dell'università di economia.
A volte penso che lui sappia vivere più di me, anche se passa il 50% della sua vita in quel locale,
a passare lo straccio o a rifare un caffè che prima non andava bene.
Venerdì dopo il lavoro siamo andati in spiaggia per una bevuta e quel paesaggio marino che tanto detesto, ha catturato il mio interesse.
Forse perché il buio della notte, le luci in lontananza e il luccichio dell'acqua rendono affascinante ciò che di giorno mi puzza di salsedine.
Ci siamo seduti su uno scoglio e ci siamo scolati due birre a testa.
Mi ha raccontato che ha problemi in famiglia, che la sua vita non è più frivola, da quando il padre è stato licenziato e lui deve lavorare per pagarsi gli studi.
Lo ascoltavo in silenzio, preda delle sue dolci lamentele.
In lui vedevo quella parte di me che ha rinunciato alla giovinezza, imparando a crescere in fretta.
Oggi, disteso sul letto, mentre la radio andava a tutto volume trasmettendo una canzone degli anni 80, pensavo che la natura è una bastarda.
Nasciamo con un aspetto e quello ci teniamo per tutta la vita.
Se qualcuno nasce brutto, sarà brutto per sempre, lo stesso per uno bello, ma questo non gioca a suo sfavore.
Maurizio è un brutto ragazzo e così sarà per sempre, salvo che non accorra alla chirurgia estetica -arma dei vanitosi-.
Ma che cos'è la chirurgia estetica, se non una maschera che cela noi stessi, un balordo trasvestimento.
Allora hanno ragione alcuni, quando dicono che alla fine quello che conta è l'anima?
Ma l'anima deve avere uno specchio e questo non può essere sporco, rotto o così via...
Per cui la bellezza aiuta nel mondo. La bellezza evita l'isolamento.
E' diffiile da accettare, si vuole trovare una via di fuga, come in tutto del resto, ma secondo il mio onesto parere, essa conta molto.
La bellezza ci ricorda l'immortalità, l'assenza di ciò che è negativo o di ciò che può nuocere al nostro spirito.
Prendiamo gli antichi greci, non veneravano in maniera ossessiva la bellezza?
Quando guardi le loro statue, non senti una piacevole sensazione di smarrimento in qualcosa che non è effimero, ma perfettamente eterno e perfetto.
Mi ricordo di quando andavo a scuola e tutti i più belli erano circondati da persone e gli sfigati erano da soli o con gli sfigati. Io ero uno sfigato ed ero solo.
Se tu mi avessi conosciuto alle superiori, probabilmente non mi avresti nemmeno parlato.
Avevo problemi di peso, sovrappesso, navigavo nell'ira, poi nella solitudine ed in fine affogavo nella rassegnazione ad una vita vuota.
Non parlavo con nessuno e nessuno parlava con me, convinti che non avessi niente da condividere, mentre invece dentro me esplodeva un mondo di parole e sensazioni.
Ma conoscevo l'uso della parola solo per un dialogo interno.
Ti ricordi quando ci siamo conosciuti?
Mi hai offerto una sigaretta e io ti ho fatto un lungo discorso sul fumo che nuoce alla salute,
tutto per poi mandare a fanculo la mia coerenza.
Per colpa tua, sono un fumatore.
Lo dico con ironia, sai che sostengo che i nostri errori, se così li vogliamo chiamare, siano solo di nostra responsabilità, ne di una parte divina ne di una parte umana esterna a noi.
Dovrei smettere di fumare, ma proprio non ci riesco.
Una mia ineluttabile debolezza.
Strano come si sia consapevoli del fatto che ci sono mille sostanze nocive in quella piccola cosa e che possa portare alla morte, ma che nonostante questa consapevolezza si continui a fumare e a fumare, senza contegno, senza vergogna e senza timore.
Non potrei mai rinunciare alla mia piacevole - pausa sigaretta-.
Mi siedo sulla poltrona, accendo la piccola e guardo fuori dalla finestra la vecchia Milano.
Te la ricordi?
L'altro giorno in un vicolo ho trovato un negozio dell'usato.
Ho sempre amato gli oggetti usati. Hanno la loro storia, sono vissuti e consentono alla mia fantasia di esercitarsi.
Immagino la vita dei loro ex proprietari e ciò che li ha spinti ad abbandonarli.
Entrato nel locale, la proprietaria mi ha chiesto se avevo bisogno di aiuto e terrorizzato le ho risposto di no, che avrei esplorato da solo.
Perché terrorizzato? Perché sembrava uscita da un film dell'orrore, era agghiacciante, vestita con un completo di Chanel, di almeno 40 anni prima.
Sfoggiava con eleganza un collier di perle e il suo portamento sembrava quello di una ballerina in pensione.
Pensai che era uno spettro, uscito dagli anni 50.
So che sembra un pensiero assurdo, credere in uno spettro, ma l'illusione era accresciuta da quel posto sinistro e pieno di polvere,
da quegli specchi ai muri che sembravano riflettere solo il niente e da quelle foto in bianco e nero appese alle pareti.
Ho anche cucito una storia su di lei.
Era un pomeriggio piovoso del 1955 , la proprietaria era in negozio - una volta sede di articoli al passo con i tempi -.
Ecco che l'orologio rintocca le quattro e la donna sfoglia un giornale di alta moda.
Quando entra un uomo sulla trentina, si aggira con grazia tra gli scaffali, sorride alle donna e dal lungo cappotto di pelle, estrae una pistola.
La proprietaria avvolge una croce appesa al collo e prega mentalmente di avere ancora vita.
"Dammi tutti i soldi" dice l'uomo e lei obbedisce, svuotando la cassa. "Non mi spari, la prego" e l'estraneo per tutta risposta le regala un colpo in testa.
La donna cade sopra il giornale, ormai imbrattato di sangue. Un edizione di Vogue, andata perduta sotto rivoli rossi.
Se fossi stato un giornalista dei tempi, ci avrei scritto un articolo. Donna uccisa in un pomeriggio piovoso. Avrei fatto faville!
Oppure potrei sotterrare la mia fantasia e pensare che è solo una donna nostalgica degli anni 50 e che il suo vestito consumato era della madre
o che l'ha trovato tra i suoi articoli dell'usato.
Decisamente un taglier che ha colpito la mia fantasia, ringrazio Coco Chanel, in grado di suscitarmi interesse in ciò che non dovrebbe procurarmene.
Allora giravo per il negozio e tutti gli oggetti mi attraevano, creando mille storie che si intrecciavano tra loro e i loro personaggi si incontravano e discutevano. Poi, in un angolo remoto del negozio, l'ho trovato.
Un vecchio libro con un titolo francese.
Permetti il mio interesse per la letteratura francese? Fose leggermente ossessivo, ma innoquo.
Ho preso in mano la reliquia, anno di stampa 1930, sfogliai le pagine ingiallite e un odore di fiori secchi mi giunse alle narici.
Son certo che apparteneva ad una giovane donna, un affascinante donna di origini francesi,
che ha trovato in quel libro un po' della sua patria.
Poi ha deciso di venderlo per comparsi un vestito e ha lasciato in esso un po' del suo profumo.
Allora mi avvicino fremente alla proprietaria e le chiedo il prezzo. Sai che cosa ha fatto? Me l'ha regalato!
Ha detto che i giovani lettori sono rari, ma se sapesse che non sono poi così tanto giovane, forse mi avrebbe tolto il libro dalle mani.
Sono uscito dal negozio fiero del mio bottino di guerra, in quel negozio degli orrori. Presto ti racconterò di cosa parla.
Ti saluto, vado a fumarmi una sigaretta. Pierr.


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