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lavoro pubblicato lunedì 25 marzo 2013
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Un vecchio amico

di ChettJefferson. Letto 724 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Passeggiava tra la folla, talmente assorto nei suoi pensieri da non notare un singolo essere umano intorno a lui. Eppure doveva essere un acuto osser...

Passeggiava tra la folla, talmente assorto nei suoi pensieri da non notare un singolo essere umano intorno a lui. Eppure doveva essere un acuto osservatore, dato il lavoro che faceva. Giornalista, scrittore, opinionista. La gente lo definiva in diversi modi, ma lui, che aveva sempre odiato le etichette prestampate da appiccicarsi addosso una volta trovato lavoro, dava di sé stesso la definizione di osservatore. Quella volta, però, le persone scorrevano accanto a lui senza che le notasse o che loro notassero lui. Portava gli occhiali da sole, un oggetto un po' in disuso, ma troppo comodo per farne a meno. Le più moderne protezioni oculari antisolari non lo avevano mai conquistato del tutto, nemmeno negli anni della sua prima gioventù, quando divennero estremamente di moda. Ciò che più apprezzava degli occhiali da sole era la loro capacità di nascondere i suoi occhi alla vista altrui, così che non rivelassero il suo stato d'animo, mentre le protezioni erano trasparenti nonostante la loro capacità di proteggere dai raggi solari, anche se non si era mai curato di sapere come facessero.

Si sa da tempo che gli occhi sono lo specchio dell'anima, ma i suoi non si limitavano a riflettere ciò che aveva dentro, bensì contagiavano chiunque li guardasse: era impossibile non sentirsi malinconico di fronte ai suoi occhi tristi o euforico alla vista del suo sguardo più allegro. Per la maggior parte del tempo, però, essi erano di aspetto angosciato, avvilito, non tanto a causa del suo effettivo stato d'animo, quanto per la loro stessa conformazione. Una caratteristica, questa, che aveva ereditato dal ramo paterno. Da quello materno, invece, aveva ricevuto un pallido colore azzurro, che sembrava accentuare ancor più questo tratto. In generale, il mescolamento genetico lo aveva premiato con un aspetto quantomeno gentile e piacevole alla vista, che aveva conservato in quei quarantadue anni di vita. La carnagione chiara e i capelli biondi, oltre agli occhi, erano un chiaro indicatore delle lontane origini scandinave di sua madre, ma gli zigomi, il naso e la bocca mostravano chiaramente di aver pescato dal pool genetico più tipicamente anglosassone di suo padre.

Noah era un giornalista freelance, come quasi tutti i suoi colleghi. Da diverso tempo, infatti, il mestiere dello scrittore di articoli non pagava più abbastanza e molti si erano risolti a farlo per semplice passione o per arrotondare lo stipendio. Il suo lavoro ufficiale era quello di professore di storia all'Istituto di Istruzione Adolescenziale Pubblico di Manchester, nel Regno Unito, una professione che gli aveva fornito non poca ispirazione per alcuni dei suoi romanzi più riusciti.


Giunse a casa del suo amico di lunga data Marvin Leary. Si recava spesso da lui negli ultimi tempi, data la recente sparizione di sua moglie, di cui Marvin non aveva notizie da ormai due settimane.

Marvin era più vecchio di lui di dieci anni e lavorava come impiegato in una banca. Si erano conosciuti quando Noah e Rebecah, la moglie di Marvin, frequentavano la stessa università.

La casa dei suoi amici era situata in un quartiere residenziale abitato principalmente da colletti bianchi, per lo più di ceto medio-basso. Era una piccola abitazione, al primo piano di un edificio molto alto, che comprendeva un gran numero di appartamenti, tutti uguali tra loro.

Alcuni minuti più tardi erano seduti al tavolo della cucina.

« Non c'è nessuna novità? » chiese Noah all'amico.

« La polizia non ha nessuna traccia da seguire » fu la risposta. « Tutti i suoi effetti personali sono stati ritrovati in fondo alla strada davanti alla nostra casa, come sai. Ho appena parlato con un agente che mi ha informato che presto interromperanno le ricerche ».

Marvin sorseggiò la tazza di caffè che stringeva tra le mani.

« Capisco il tuo sconforto » intervenne Noah, dopo un attimo di silenzio, « ma se non c'è alcun indizio da seguire, non c'è molto che la polizia possa fare ».

« Non sto incolpando nessuno, solo che non so darmi una spiegazione plausibile alla sua scomparsa, Noah ». Si alzò tenendo la tazza tra le mani e fissò il vuoto per un istante. « Non aveva un motivo per sparire in questo modo, non uno che io conosca ».

Noah esitò un attimo, tenendo lo sguardo sulla superficie del tavolo, poi si rivolse all'amico.

« Parlavo con un conoscente al pub l'altro giorno ». Si interruppe, ma lo sguardo curioso e confuso dell'amico lo convinse a proseguire.

« Mi ha detto che ci sono stati parecchi casi come quello di Rebecah negli ultimi anni. Sai, sparizioni improvvise, nessun motivo apparente, gli oggetti personali ritrovati il più delle volte a poca distanza da casa o dal luogo di lavoro... Non sono avvenuti tutti nel Regno Unito, ma queste coincidenze sono alquanto sospette ».

« Ci sono state milioni di persone scomparse senza un motivo evidente nel corso della storia » constatò Marvin. « Non dobbiamo necessariamente pensare che siano tutte collegate tra loro ».

« Non sto parlando dell'intera storia dell'umanità » insistette Noah, « ma degli ultimi dieci, forse vent'anni. In molti di questi casi le autorità si sono sempre affrettate a dichiarare chiuse le ricerche, ma una persona non si può dissolvere nel nulla senza motivo ».

Marvin capiva dove l'amico volesse arrivare con quel ragionamento. « Mancavano le prove! » sbottò. « Cosa intendi dire? Che c'è un complotto? Il commercio illegale di organi? Non dobbiamo perdere tempo con delle stupide teorie! E poi dovrei essere io a cercare disperatamente delle spiegazioni per la scomparsa di mia moglie, ad aggrapparmi ad ogni stupidaggine che... » .

« Sono semplicemente preoccupato per te e tua moglie! » lo interruppe Noah, « Non c'è bisogno di perdere la calma. Sai forse trovare delle spiegazioni più plausibili? » . Prese dal tavolo la tazza di caffè quasi vuota che Marvin aveva nel frattempo posato e l'annusò, identificando l'inconfondibile sentore di gin. « Pensi di trovarle con questo? » chiese. « Avevi smesso anni fa! » .

« Non sono affari tuoi! » gli urlò contro Marvin. « Ora, se sei venuto in questa casa per portarmi conforto in un momento difficile resta pure, ma se il tuo scopo è quello di giudicarmi e prendermi in giro con le tue teorie, allora sei libero di adartene! » . Lo sfogo lo aveva reso paonazzo e i suoi occhi sembravano voler schizzare fuori dalle orbite. Noah lo guardò lasciarsi cadere sulla sedia in silenzio. Per un attimo nessuno dei due disse nulla e rimasero immobili nelle loro rispettive postazioni, fissando dei punti indefiniti nella casa. Noah era abituato agli sfoghi e agli accessi d'ira dell'amico, che si mostrava calmo per la maggior parte del tempo, salvo quando era realmente preoccupato o disgustato.

Fu Marvin a rompere il silenzio. « Mi dispiace » disse, con un tono nuovamente calmo, « il fatto è che non riesco a trovare una sola ragione per cui Rebecah possa essersene andata o possa essere stata rapita ».

Si alzò e si diresse verso l'unica finestra di quella piccola stanza. « Ho pensato a tutto. Anch'io avevo sentito di quelle sparizioni, ma tutto sembra assurdo quando capita agli altri, no? ».

« La mia intenzione non era quella di saltare alle conclusioni » spiegò Noah, « volevo solo prendere in considerazione anche questa possibilità. La polizia te ne ha forse parlato? Ha mai pensato che potesse essere l'ennesimo caso di sparizione sospetta? ».

« Non si sono mai sbilanciati molto » ammise Marvin. « Si limitavano a dirmi che le ricerche erano in corso, oltre a farmi qualche domanda sulla vita di Rebecah e sulle persone che frequenta ».

Noah guardò il bracciale multimediale sul suo polso: segnava le diciannove e ventidue.

« Ora è meglio che vada, siamo entrambi stanchi e confusi » concluse.

« Puoi restare a cena » propose Marvin.

« Ti ringrazio, ma non posso » fu la risposta. « Ho del lavoro da sbrigare ». Noah doveva proseguire nella stesura del saggio a cui stava lavorando, intitolato Storia politica dei primi cinquant'anni del Ventunesimo secolo.

Sulla strada verso casa i suoi pensieri erano tutti rivolti alla conversazione appena avuta con l'amico. Forse, pensò, avrebbe dovuto raccogliere qualche dettaglio in più riguardo alle sparizioni sospette, prima di parlarne a Marvin. In fondo, tutto ciò che sapeva lo aveva sentito da un uomo praticamente sconosciuto, frequentatore casuale del pub vicino a casa sua. Ricordava di averlo visto, di tanto in tanto, sorseggiare la sua pinta di birra, solitario e silenzioso, più o meno sempre allo stesso posto nel locale. Non ricordava di preciso come si chiamasse. Dean, David, Dough... un nome con la “d”. Nessun sembrava conoscerlo a fondo al pub. La loro conversazione era iniziata casualmente, quasi all'orario di chiusura. Lo sconosciuto gli aveva riferito di aver ascoltato la conversazione che Noah aveva avuto con altre persone prima che queste se ne fossero andate ed era rimasto colpito dai discorsi sulla sparizione della moglie di Marvin. Disse che aveva letto qualcosa sul notiziario multimediale, ma non conosceva la donna. Dopo aver ordinata un'altra birra, parlò a Noah delle sparizioni sospette. Lì per lì Noah pensò che fossero gli effetti dell'alcol a farlo parlare, ma quando ripensò all'accaduto il giorno dopo non fu altrettanto sicuro che so trattasse di chiacchiere da ubriaco.

Noah decise che era tempo di chiedere spiegazioni a quell'uomo. Chiamò un taxi e chiese di essere portato al pub: con un po' di fortuna, pensò, avrebbe trovato lo sconosciuto dal nome con la “d” al solito tavolo.



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