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lavoro pubblicato domenica 24 marzo 2013
ultima lettura sabato 30 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL PIANETA DEGLI ANGELI - ultimo capitolo

di MicheleFiorenza. Letto 714 volte. Dallo scaffale Fantascienza

La Terra, con i suoi veleni, con i cadaveri dei suoi assassini, poteva attendere... ...............................................

Capitolo 18 - GUARDANDO AL FUTURO

Era ormai la primavera dell’anno 2 terziano, quando il gruppo di studio sul disinquinamento terrestre, composto da Jean-Daniel, Manuela, Arnoldo e Giovanni, riferì a Marcello di aver individuato alcune metodologie per ridurre il tempo di attesa da centomila anni… a poco più di un migliaio!

Era una serata tiepida e tranquilla a Moncarlo, mentre nel deserto marziano il vento soffiava forte, facendosi sentire attraverso le due cupole che fungevano da barriera. Marcello e Nadia accolsero gli ospiti in veranda, poi la padrona di casa preparò le bibite uxuriane per tutti, portando anche con orgoglio un piatto di fragole terziane (di origine uxuriana).

Jean-Daniel espose le idee del gruppo :

- Sappiamo che il decadimento radioattivo delle scorie nucleari è discretamente veloce nella fase iniziale, perché molti radioisotopi hanno tempi di dimezzamento di poche decine di anni. Noi non conosciamo la composizione esatta delle scorie che inquinano la Terra, né la velocità di diffusione dei singoli radioisotopi negli oceani e nell’aria. Tuttavia i prelievi di acqua di mare e i depositi su filtro effettuati a New Groen nel corso della missione voluta da Giulia (missione più utile di quanto non sembrò allora), ci indicano che soltanto una parte dei radioisotopi pesanti a vita lunga sono giunti in Groenlandia nell’acqua, e ancor meno nell’aria. Possiamo perciò ipotizzare che dopo circa un millennio la radioattività nell’atmosfera della Groenlandia possa essere inferiore al 10 % di quella attuale.

Manuela, Giovanni e Arnoldo annuivano.

- Un gruppo di tecnici umani potrebbe allora permanere a New Groen oltre trecento ore, forse cinquecento, se opportunamente protetti. Si tratta di tre settimane, senza superare la rigida normativa del 22° secolo. Ogni terziano potrebbe fare un turno di lavoro all’anno sulla Terra. Lì non dovremmo disinquinare tutto, ma soltanto l’acqua della zona di New Groen e soltanto quella prelevata dai fiumi per gli usi civili. Questo si può fare con i classici procedimenti fisico-chimici: decantazione, filtrazione, flocculazione ecc. Dopo l’uso civile, l’acqua sporca potrebbe essere depurata e riutilizzata in agricoltura.

- Col trascorrere degli anni le acque sarebbero sempre meno radioattive, e anche l’aria, perché la sua umidità sarebbe meno radioattiva. Per lo smaltimento delle scorie così raccolte, miscele di radioisotopi a vita lunga, ci sono due metodi. Il primo prevede lo stoccaggio e periodicamente l’invio fuori della Terra con appositi razzi, da mandare sul Sole. Il secondo consiste nella scissione degli isotopi pesanti a vita lunga, mediante raggi laser, per trasformarli in isotopi leggeri a vita breve, i quali esaurirebbero la loro radioattività in pochi secoli. In definitiva non si tratta più di aspettare per centomila anni, ma soltanto per un migliaio.

Jean-Daniel prese fiato.

– Che cosa ne pensi? – chiese Manuela a Marcello.

Marcello riflettè pochi secondi, poi disse :

- Mi complimento per l’ottimo lavoro fatto e per i brillanti risultati; ma temo che non basteranno …

Il vento si era calmato, quasi all’improvviso, come spesso avveniva su Marte, e nel silenzio i quattro interlocutori guardavano il loro comandante un po’ sorpresi. Marcello continuò:

- Se i mille anni fossero già trascorsi, se noi qui fossimo in parecchie migliaia, chiederemmo ai cugini di fornirci le macchine e i raggi laser necessari; anche i profughi dell’arcipelago Selvaggio verrebbero ad aiutarci, ma dovrebbero essere non quella trentina di nostalgici che sono, ma cento volte tanto. Tenete conto che tra mille anni noi non ci saremo, e neanche i nostri figli, e nemmeno i nipoti o i bisnipoti; e neppure il ricordo narrato della vita sulla Terra. Tra dieci o dodici generazioni la nostra avventura sarà già un’incerta leggenda: i giovani si chiederanno se la storia di questi ultimi anni non sia un po’ gonfiata, nel suo eroismo.

- Quelli di Uxur saranno in maggior parte pronipoti di coppie miste; più esattamente, se nel loro albero genealogico ci sarà un o una sola uxuriana (e sappiamo che ciò è probabile), di umano avranno soltanto il colore della pelle, e soprattutto si sentiranno uxuriani. Quei pochi umani veri e propri, si sentiranno ugualmente uxuriani; certamente una minoranza, ma nati e cresciuti su Uxur insieme ai genitori, ai nonni, ai bisnonni e ai trisavoli. Tutta la loro cultura e il loro sentire saranno uxuriani.

- Per quanto riguarda i terziani, teniamo presente che, già tra cinque o sei generazioni, Marte sarà costellato di cittadine come questa; le bolle blu avranno ricoperto gran parte del pianeta, insieme ai muschi, agli abeti e ad altre piante. Quei terziani, con le loro tute e le levi-auto, si muoveranno su tutto il pianeta; la nostra storia li ammonirà ad aver terrore di tutto ciò che è radioattivo; si troveranno all’alba di una nuova era marziana e non avranno più alcun desiderio di disinquinare la Terra.

- Fra mille anni, cioè fra trenta generazioni, Marte sarà probabilmente vivibile senza bisogno di cupole, e inoltre i terziani non saranno in grado di sopportare la gravità terrestre; se Marte dovesse essere ancora freddo e povero di acqua, tutte le loro forze saranno tese al superamento di queste carenze, piuttosto che avviare un ciclopico sforzo di disinquinamento di un pianeta appartenente soltanto a una storia antica, una specie di medioevo. In altri termini, tra mille anni non soltanto non ci saranno più nostalgici, ma non ci sarà affatto nostalgia.

Cinque paia di occhi guardavano Marcello, sbalorditi e delusi.

- Allora… dai ragione a Riccardo! – disse Manuela. Marcello guardò lontano, con malinconia:

- Riccardo ha sempre fatto il suo dovere per la salvezza dei profughi, e c’è riuscito perfettamente: abbiamo forse mai avuto la perdita di una sola vita umana? L’unico rischio è stato corso quando Riccardo non c’era. Il nostro comandante si è sbagliato soltanto su un punto: Uxur non ci appartiene, come Giulia aveva ben compreso; Marte invece sarà nostro, perché tra alcune decine di anni non avremo più bisogno degli uxuriani, né essi in generale sentiranno più il bisogno di venire qui. Non escludo che qualche coppia mista si stabilisca qui, ma faremo di tutto per limitare la loro presenza, eccetto che per turismo. Il primo provvedimento sarà quello di incentivare la procreazione degli umani; se ogni coppia metterà al mondo almeno quattro figli, ogni trent’anni potremmo raddoppiare.

- Gli stessi generosi uxuriani hanno un certo interesse ad allontanarci in gran parte da Uxur, per salvaguardare in pieno la loro identità di specie, ma non ci fornirebbero migliaia di razzi da distruggere insieme alle scorie, in un tentativo azzardato di rientro sulla Terra.

- Avete pensato che dovremmo asportare migliaia di metri cubi di terreno radioattivo dalla superficie intorno a New Groen, per potervi coltivare qualcosa? Quante scorie avremmo? E quali impianti ci fornirebbero l’energia necessaria per trasformarle ?

Manuela sembrava fissare un punto lontano, poi inghiottì più volte, si stropicciò gli occhi, quindi riuscì a dire: - Allora… allora la Terra è perduta per sempre ?

Marcello abbassò la testa, aggrottò le sopracciglia e cercò una risposta.

Intorno a loro la città era quasi completamente buia; in alto, attraverso le due cupole, il cielo mostrava tutte le sue stelle; da lontano arrivava una voce di mamma che cantava la ninna-nanna al suo bambino.

Marcello fece un lungo sospiro, poi, in un bisbiglio, disse semplicemente :

- Non lo so …

* * *

Dopo quell’incontro, Marcello sentì più che mai l’esigenza di dare ai terziani una prospettiva promettente per il futuro, realizzando quella città più grande e confortevole che aveva in mente.

In parte ciò era sempre stato nei programmi, e a questo scopo una squadra di uxuriani era già in arrivo per realizzare le cupole; in parte era una necessità, perché Moncarlo era risultata una città tiepida in inverno, ma molto calda in estate: era stato necessario sfruttare a fondo gli impianti di refrigerazione.

L’imprevisto era stato il notevole effetto serra della zona intermedia, ricca di vapore acqueo proveniente dalla necessaria irrigazione del terreno e dalle piante.

Quest’esperienza e la crescente presenza nell’atmosfera marziana di piccole nuvole, generate dalla condensazione del vapor d’acqua proveniente dai laghi artificiali, lo confermarono nella scelta, per la nuova città, di una latitudine di circa 40°, a nord di Moncarlo. Jean-Daniel suggerì di chiamarla Nuova Oslo.

Marcello avrebbe richiesto agli uxuriani una cupola del diametro di dodici chilometri; nel contempo i terziani preparavano un gran numero di piantine di bolle blu; per il lavoro d’impianto sarebbe stato di aiuto un gruppo di nostalgici e neo-nostalgici in arrivo da Uxur per stabilirsi su Marte.

Marcello aveva intenzione, e i suoi amici erano d’accordo, di realizzare, per ogni anno marziano, una nuova grande città, con lo scopo di estendere quanto più possibile la coltivazione delle bolle e aumentare la produzione di ossigeno. In definitiva, si aveva fretta di far raggiungere all’atmosfera marziana quei valori di pressione e di temperatura necessari per coltivare le bolle in campo aperto.

Già si poteva prevedere un raddoppio di pressione atmosferica entro la fine dell’anno 2, mentre la temperatura esterna intorno a Moncarlo era già aumentata di 5 °C, la presenza di ossigeno nell’atmosfera era del sei per cento e quella del vapor d’acqua dell’otto per cento.

Per la costruzione delle villette nella nuova città non c’era fretta, perché Moncarlo era più che sufficiente. Per i prodotti vegetali e l’allevamento dei mammiferi e degli animali da cortile, la cittadina stava dando ottimi risultati. Per la pesca, erano stati realizzati due bei laghi profondi nelle due cupole interne non ancora abitate di Moncarlo, e lì i pesci uxuriani si riproducevano a meraviglia; ma anche nei laghetti della zona intermedia si erano ambientati alcuni tipi di pesci uxuriani.

Marcello pensava che forse, quando la maggiore pressione atmosferica all’aria aperta avesse portato il punto di ebollizione dell’acqua a più di trenta gradi, i pesci e le alghe sarebbero stati probabilmente i primi esseri a vivere su Marte al di fuori delle cupole, senza protezioni.

Intanto a Moncarlo si diffondeva, oltre all’agricoltura, anche l’artigianato: sartoria, conservazione di alimenti, idraulica, elettrotecnica, edilizia, falegnameria (per il momento il legno era di importazione) e tutte le altre attività necessarie per la vita quotidiana.

Arnoldo girava per la città con espressione molto soddisfatta: per lui quella nuova realtà, pur con tutti i suoi limiti, aveva del miracoloso; inoltre aveva recuperato un figlio considerato perduto, anzi aveva trovato anche una figlia come Ester, che lo ammirava e amava, e che stava per dargli un nipote.

Nadia non poteva ancora permettersi di avere figli, nonostante avesse superato i trentacinque anni, perché, quale moglie del comandante locale, doveva dare l’esempio nel lavoro e nell’ottimismo; in particolare inventava nuove ricette e metodi di cottura (a Moncarlo non si potevano accendere fuochi) e preparava la scuola materna per i piccoli terziani e per quelli nati a Uxur e arrivati di recente con i genitori.

Manuela aveva iniziato a scrivere la storia della Terra a cominciare dal secolo 20°, vergognandosi, per l’umanità, delle due guerre mondiali e di tutti gli altri conflitti e delitti che non poteva tacere.

Jean-Daniel era impegnato a studiare le possibili attività industriali per la produzione di materiali e strumenti, utili al risveglio di Marte, ma non disdegnava il lavoro manuale, e si prodigava nel dare consigli agli altri terziani.

A proposito del termine “risveglio”, tutti erano consapevoli che Marte aveva dormito per qualche miliardo di anni e pertanto il risveglio sarebbe stato lento e difficile; ma erano determinati a fare di necessità virtù.

L’armonia appresa dai cugini, il loro altruismo, il loro pacifismo e la loro serenità erano in ogni momento un esempio, un riferimento e un valore, anche nelle difficili e precarie condizioni in cui si trovavano: la coscienza della loro origine li impegnava nel voler dimostrare che, quanto a civiltà e intelligenza, non erano inferiori agli angeli dai quali derivavano.

* * *

In un pomeriggio del mese di Ottobre dell’anno 2, stranamente nuvoloso per Marte (c’erano una dozzina di nubi grigie sparse nel cielo sopra Moncarlo), alcuni terziani che stavano lavorando in tuta ermetica ai pannelli solari della zona intermedia, chiesero a Marcello di raggiungerli, assicurando che non chiamavano per problemi o pericoli.

Marcello indossò la sua tuta, imitato da Nadia, e con la levi-auto entrambi si recarono subito in una delle piazze di accesso alla zona intermedia; poi varcarono le tre porte stagne della galleria di collegamento.

L’uscita della galleria non era lontana dalla cupola esterna, esattamente dalla parte rivolta ad est, che, nel tardo pomeriggio marziano, appariva quasi perfettamente trasparente.

Fu così che videro qualcosa cadere molto lentamente sulla parete esterna della cupola; anzi, erano più cose: sembravano fiocchi di bambagia.

Nadia si avvicinò in fretta alla superficie, aprì la bocca, si voltò con gli occhi spalancati e disse a Marcello che si avvicinava :

- Sono fiocchi di neve !

In quel momento Marcello sentì invadere il suo petto da un immenso senso di pace, una frescura e una serenità dimenticata da anni, da un periodo della sua vita che era lontano nel tempo, quando era un giovane laureato che credeva nel futuro.

Adesso ci credeva di nuovo, e glielo rivelava una donna che era un angelo… sì, senza ali, ma col cuore di un angelo. Non per nulla era stata la prima a leggere il pensiero di quegli altri angeli.

La Terra, con i suoi veleni, con i cadaveri dei suoi assassini, poteva attendere: ogni essere intelligente dal cuore puro avrebbe avuto su Marte il suo Paradiso.

Marcello e Nadia si abbracciarono forte nelle loro tute, e abbracciati rientrarono nel villaggio per annunciare a tutti la buona notizia.

Quella sera, sul tardi, i due innamorati si recarono sulla terrazza della torre centrale, a guardare le stelle, come tante altre volte.

Nadia confidava a Marcello la complessità del suo stato d’animo :

- Sono felice per il lento ma continuo risveglio di Marte; forse potremo vivere abbastanza per vedere grandi cose su questo pianeta. Però vorrei conoscere il tuo parere: secondo te, i nostri discendenti si trasformeranno in marziani? La Terra è perduta per sempre? Abbiamo ragione noi a stare qui, o Riccardo a rimanere su Uxur? O avevano ragione Giulia e Manuela a voler trovare, a tutti i costi, un modo per disinquinare la Terra?

- No, Nadia. Soltanto noi siamo nel giusto; noi, persone normalissime che abbiamo iniziato quest’avventura umilmente e siamo giunti a dirigere un pianeta per il futuro della specie umana. Sbagliava Giulia a voler ritornare subito sulla Terra, sbaglia Riccardo a voler scomparire, come specie, nella terra degli uxuriani.

- Per quanto riguarda il ritorno sulla Terra, è pur vero che centomila anni sono lunghi, che potrebbero vedere il susseguirsi di diverse civiltà. Ma la Terra era troppo bella, ed era nostra; infatti qui la stiamo imitando e gioiamo a ogni novità che ci avvicina alla vita terrestre…

- Tra centomila anni, o anche prima, non possiamo saperlo, ci sarà un Poeta che sognerà il ritorno al paradiso terrestre… e ci sarà un Eroe, col carattere di Giulia, che vorrà tornare sulla Terra… e ci sarà un Saggio che progetterà la permanenza sulla Terra. E’ troppo vicina la Terra, per dimenticarla: per questo son voluto ritornare qui con i nostri amici…

- Siamo noi nel giusto, Nadia; noi, persone semplici e concrete, che abbiamo lottato e sofferto nella vita, che abbiamo avuto incertezze e sventure. Noi non vedremo il futuro degli umani su Marte, né tanto meno il ritorno sulla Terra; ma saremo felici ugualmente perché, a dispetto di tutti gli assassini del passato, la nostra specie ha un futuro.

Quella sera, su quella torre che le ricordava l’inizio del loro sentimento di amore, Nadia abbracciò Marcello con forza, e tra le sue braccia sentì la certezza di una vita felice.

D’altra parte il loro amore era nato lontano dalla Terra, e questo forse, nell’onniscienza di Dio, voleva dire qualcosa.

F I N E

Michele Fiorenza 2003

opera registrata



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