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lavoro pubblicato mercoledì 20 marzo 2013
ultima lettura lunedì 28 gennaio 2019

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Il Trattamento

di ChettJefferson. Letto 587 volte. Dallo scaffale Fantascienza

La coscienza cominciò lentamente ad insinuarsi di nuovo nella sua mente. Uno dopo l'altro, i sensi ripresero a svolgere le loro funzioni: la vi...

La coscienza cominciò lentamente ad insinuarsi di nuovo nella sua mente. Uno dopo l'altro, i sensi ripresero a svolgere le loro funzioni: la vista, prima fra tutte, gli suggerì che davanti a lui si trovava una luce di non ben definita natura, sicuramente molto intensa e penetrante. Il cervello elaborò il segnale che l'input luminoso gli aveva mandato e l'uomo si rese conto di essere di fronte ad una fonte di illuminazione artificiale, delle lampade puntate direttamente sul suo viso. Contemporaneamente arrivarono i primi suoni, dapprima indistinti e confusi, poi sempre più definiti, fino a fargli comprendere che si trattava di segnali anch'essi artificiali, seppur, questa volta, abbinati ad altre sensazioni uditive, certamente di natura animale, forse umana.

In un istante, il cervello ebbe la certezza che l'apparato uditivo aveva captato un mix di voci e altri rumori di apparecchi che, come suggeriva l'incessante segnale acustico che sembrava andare a ritmo con il suo battito cardiaco, erano di natura medica o scientifica.

«Il soggetto reagisce come previsto» furono le uniche parole che riuscì a comprendere.

L'olfatto, incitato dal risveglio degli altri sensi, prese a funzionare a sua volta e rivelò la presenza di

un sentore asettico, dovuto alla presenza di composti chimici disinfettanti. In sostanza era quello che comunemente si definisce “odore di pulito”, cioè quella sensazione olfattiva che ha la presunzione di considerare tutte le altre come indice di setticità, di sporcizia. Ricordò di aver sentito quello stesso odore un'altra volta nella sua vita, quando, alcuni anni prima, aveva subito un'appendicectomia.

«Maschio, trentadue anni, caucasico. Trattamento subito da dodici ore, precisamente alle ventuno e quindici di ieri » riuscì a sentire dopo qualche secondo.

Ultimi tra i sensi, il gusto e il tatto agirono quasi contemporaneamente. Sulla lingua percepiva un sapore simile a quello del risveglio, il che gli fece intuire di aver perso i sensi da diverse ore. Lungo la schiena e le gambe avvertiva una sensazione di frescura metallica, come se fosse supino sopra ad una lastra di alluminio o qualcosa di simile.

L'insieme di tutte quelle sensazioni fece elaborare al cervello quella che divenne pian piano una certezza: l'uomo doveva trovarsi in una sala operatoria, o comunque in una struttura medica.

« Aveva già subito il Trattamento altre volte? » domandò una voce maschile alla sua destra.

« No, questa è la prima » fu la risposta, data da un'altra voce maschile, più acuta e giovane, alla sua sinistra.

La consapevolezza di dove si trovava accelerò il risveglio dei sensi e riuscì improvvisamente a percepire una leggera pressione alle tempie, oltre ad una sensazione di immobilità forzata degli arti. Sentì crescere in lui l'angoscia, ora che si era reso conto di essere bloccato e di non avere libertà di muoversi. Come accade sempre, rendendosi conto di essere sottoposto ad un'immobilità forzata ottenne l'effetto di renderlo ansioso e desideroso di liberarsi. Perse il controllo di sé, la sua respirazione si fece irregolare e urla disperate, quasi esterne al suo corpo, cercarono di uscire praticamente da sole dalla sua bocca. Qualcosa, però, le bloccò.

« Le onde cerebrali si sono modificate » constatò la voce alla sinistra.

« Ha paura » fu il fulmineo commento della voce alla sua destra. « Anche negli altri soggetti, se ben ricordi, si manifestava. Questa volta il problema dovrebbe risolversi da solo, però ».

Dopo aver udito quelle parole, percepì dentro di sé una sensazione di calma quasi estranea, come se gli fosse stata iniettata una qualche sostanza calmante. Lì per lì, quella fu l'unica spiegazione che seppe darsi: morfina, forse, oppure qualche altra droga. Smise di cercare di urlare e di agitarsi.

« Sembra calmarsi, professore » osservò la voce più acuta.

« Ottimo » rispose l'altra voce. « Diamogli ancora tempo » .

Per la prima volta dal suo risveglio, all'uomo venne in mente di provare a voltare la testa. Non incontrò resistenza di alcun tipo: ciò significava che dal collo in su non era bloccato. Chinò il capo verso sinistra, poi rapidamente verso destra. Vide prima un giovane sulla trentina, dalla carnagione olivastra e gli occhi scuri, con il capo coperto da una cuffia da chirurgo e una maschera medica abbassata al di sotto del mento; poi, a destra, un uomo più anziano, di circa sessant'anni, con il viso liscio e insolitamente, vista la probabile età, privo di rughe. Anch'egli era in tenuta da chirurgo e aveva la mascherina abbassata e il capo coperto da una cuffia, da cui spuntavano ciuffi di capelli grigi. Lo fissava con occhi verdi sovrastati da sopracciglia folte ma curate, anche quelle grigie.

« Sa dove si trova? » chiese l'uomo alla destra quando si accorse che lo stava fissando.

Provò a rispondere, ma la parole rimasero bloccate in gola. Istintivamente, scosse la testa.

« Non si preoccupi » disse l'uomo, capendo la sua sorpresa nel non riuscire a parlare « la voce le tornerà tra qualche minuto » .

Era conscio di trovarsi in una situazione angosciante, ma calmato da una forza ignota che, partendo dalla testa, ora se ne rendeva conto, lo calmava e rilassava. Dentro di sé, si sorprese a ripetersi frasi come “Va tutto bene” o “Non c'è nulla per cui perdere la calma”. Era come se avesse perso il controllo dei suoi stessi pensieri, ma ciò, invece che terrorizzarlo, lo rilassava.

Dopo alcuni istanti, l'uomo più anziano domandò « Riesce a parlare, ora? » .

«» fu la sua istintiva risposta. Lui stesso rimase stupito di come la sua voce sembrasse un riflesso incondizionato, come il movimento involontario della mano al contatto con un corpo estremamente caldo o freddo. La sua stessa voce gli sembrò sconosciuta, quasi la udisse per la prima volta.

« Bene » riprese l'uomo anziano. « Ora la libereremo e le porremo alcune semplici domande.

Detto questo, venne liberato dai blocchi agli arti, con uno secco scatto. Fu invitato a mettersi seduto e a bere il bicchiere d'acqua che il giovane gli stava porgendo. Ebbe occasione di osservare la stanza, che era piccola e rettangolare e comunicava con l'esterno attraverso una porta di metallo bianca, che in quel momento era chiusa. Aveva le pareti ricoperte da piccole mattonelle bianche di forma quadrata e il suo arredamento consisteva in una scrivania di metallo nera, un piccolo carrello con un flacone e una siringa accanto al tavolo operatorio su cui era seduto e un armadio metallico grigio chiaro in un angolo. Più che una sala operatoria, doveva trattarsi di una stanza di degenza post-operatoria.

« Ora, come le dicevo » disse il vecchio, « le sottoporremo alcuni semplici quesiti a cui lei si limiterà a risponde con un sì o un no. Tutto chiaro? ».

Voleva chiedere chi fosse l'uomo in piedi davanti a lui, dove si trovasse, che cosa gli fosse successo, ma tutte queste domande se ne andarono rapidamente dalla sua mente, impedendo alla bocca di formularle. Si limitò ad annuire con il capo.

« Bene » cominciò l'uomo anziano. « Si ricorda il suo nome? ».

Spinto dalla domanda a riaffiorare dalle zone più recondite del suo cervello, il ricordo del suo nome fece la sua comparsa nella mente. L'istinto voleva che la bocca lo pronunciasse, ma un blocco limitò la risposta ad un banale «», come se l'indicazione data dall'uomo anziano prima di cominciare le domande fosse un comando recepito e tassativo che la sua mente seguiva.

« Il suo nome è James David Morgan, per caso? ».

Conscio della correttezza dell'informazione, l'uomo annuì.

« La sua età è di trentacinque anni? ».

L'uomo, che ora sapeva di chiamarsi James, percepì il ricordo della sua età e constatò che non coincideva con l'informazione data dal suo interlocutore. Tuttavia, un ordine categorico dentro di lui lo obbligò a rispondere soltanto « No », senza permettergli di correggerlo.

« La sua età è di trentadue anni? ».

Risposta affermativa.

« Ora le mostrerò un oggetto e lei potrà rispondermi con altre parole oltre a sì e no ».

L'uomo anziano si voltò con il corpo verso una scrivania alle sue spalle, aprì un cassetto ed estrasse una sferetta di colore rosso.

« Di che colore è questo oggetto? » chiese l'uomo anziano.

« Rosso » fu la risposta di James.

« E che cosa è? ».

L'informazione, sollecitata dalla domanda, riaffiorò dai ricordi. « Una sfera ».

« Una sfera di colore rosso, ne è certo? » chiese l'uomo.

James lo era.

« E se io le dicessi che non è una sfera di colore rosso, ma una sfera di colore blu? ».

James sentì nella sua mente che l'informazione certa e insindacabile che la sfera fosse rossa svaniva rapidamente e veniva sostituita da un'altra certezza, altrettanto forte, che la sfera fosse blu.

« Sì è blu, non rossa » rispose.

« E se le dicessi che questa, oltre ad essere blu e non rossa, non è affatto una sfera, ma un cubo? ».

La certezza venne sostituita nuovamente. « Certo, è un cubo blu » rispose convinto James.

« Ottimo! » esclamò l'uomo anziano. « Lei si è comportato in modo corretto. Ora le chiedo di sdraiarsi ancora sul tavolo dove è seduto e lasciare che le sia iniettato un anestetico ».

James fece come gli era stato detto, perchè sembrava la cosa più dannatamente sensata e giusta da fare. Il giovane uomo, che era sempre rimasto dietro di lui mentre rispondeva alle domande, si avvicinò dopo che si fu steso e gli tastò il braccio, fino a trovare una vena in cui iniettò qualcosa.

James prese a fissare ancora le luci che, ora lo sapeva, erano sul soffitto di quella stanza. Senza accorgersene, sprofondò di nuovo in un sonno profondo.



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