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lavoro pubblicato mercoledì 27 febbraio 2013
ultima lettura giovedì 20 giugno 2019

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Alyna

di peppers. Letto 583 volte. Dallo scaffale Fantasia

“Ricorda che il vecchio Mordhros porta via con sé gli elfi che disobbediscono ai genitori” Alyna non credeva più da un pezzo a quella vecchia storia. Poteva vantare una lista invidiabile di marachelle, eppure era ancora lì, coi suoi ricciolini .....

ALYNA


“Non allontanarti troppo da casa e non girare a piedi nudi” le aveva detto la mamma. Ma Alyna, come al solito, non aveva prestato orecchio a nessuno dei due avvertimenti. Saltando a gruppi gli scalini di rami intrecciati, si era fiondata giù dall’albero su cui sorgeva la capanna con in testa il solito ritornello.

“Ricorda che il vecchio Mordhros porta via con sé gli elfi che disobbediscono ai genitori”

Alyna non credeva più da un pezzo a quella vecchia storia.

Poteva vantare una lista invidiabile di marachelle, eppure era ancora lì, coi suoi ricciolini castani baciati dal vento. Certo, a volte era attanagliata dal dubbio che il Dio dei Morti attendesse in agguato fra le ombre delle enormi querce. Quando accadeva, rallentava per un attimo la corsa, tuffandosi in mezzo ai grossi cespugli di oleandro. Vigile come una delle sentinelle del villaggio, stava immobile, a tirare sassolini ai grossi tronchi. Rassicurata dal chioccolare dei merli, sgusciava via, attenta a non impigliare il vestitino di lana fra le radici.

Come ogni volta che usciva a fare due passi, la bambina si avvicinò al recinto degli animali. Sporse la testa fra le sbarre di legno e fece un fischio. A quel segnale, fra le capre e i vitelli, emerse la gracile sagoma di Ranocchio. Alyna voleva un gran bene a quel piccolo agnellino, che la Natura aveva voluto storpio sin dalla nascita. Gli elfi silvani lo avrebbero scelto da un pezzo per allentare i morsi della fame, se la piccola non avesse combattuto strenuamente.

“Volete ucciderlo solo perché zoppica, non è così?” aveva gridato una mattina agli addetti delle cucine reali, giunti a ritirare l’animale. “Siete senza cuore! Stupidi elfi senza cuore!”. Di fronte alle urla e ai calci della ribelle, l’imbarazzo degli inservienti era stato secondo solo al divertimento di quanti avevano assistito. Ranocchio fu graziato, e da allora era divenuto l’inseparabile compagno della bambina.

Alyna lo colse fra le sue braccia, poi corse in direzione della radura al centro del villaggio. Alzando gli occhi, scorse il sole baluginare fra i rami degli alberi. L’autunno non era ancora terminato, ma già le fronde erano state depredate dalle foglie. Non le piaceva l’autunno, e ancora meno l’inverno, ma in fondo c’erano cose peggiori.

La guerra, ad esempio.

Non sapeva come era iniziata e non si era mai chiesta come sarebbe finita. Per quel che ne sapeva era sempre stata lì, come un fiume tutt’attorno al villaggio. Alyna aveva visto tante volte la mamma piangere alla vista del sangue dei feriti, persino Ranocchio tremava allo scoccare degli archi elfici.

Lei, che era una bambina coraggiosa, aveva fatto l’abitudine sia all’uno che all’altro, ma una cosa la terrorizzava sopra ogni cosa, persino più dell’ombra di Mordhros. Era il sordo scricchiolare delle selci calpestate dalle caligae dei soldati romani. Odiava il tramestio metallico di quelle calzature perché le faceva ricordare quella notte, la notte in cui tutto era accaduto.

Le prime file di legionari erano state abbattute senza alcuna difficoltà. C’erano stati sorrisi e acclamazioni, presto soffocate dall’arrivo di altri nemici.

Erano tanti, erano troppi.

“Un elfo ben addestrato può uccidere anche cinque avversari in duello” aveva sussurrato con preoccupazione Lorelin Arhathel, Regina degli Elfi Silvani. “Ma quanti elfi sono necessari per uccidere tremila soldati?”

Alla fine di uno scontro lungo e sanguinoso, i nemici erano riusciti a mandare in rotta anche l’ultima fila delle difese elfiche. Dalla sua capanna, Alyna aveva sentito scemare il clangore delle armi, presto sostituito dalle risate dei vincitori.

“Ranocchio!” aveva urlato, sfuggendo alle braccia della madre “Devo salvarlo”

Sorda alle grida della genitrice, era scivolata come una piccola ombra sul campo di battaglia. Era stata brava, doveva ammetterlo, ad evitare le fiamme che ardevano le casupole e anche i cavalieri che, dall’alto dei loro grossi cavalli, uccidevano i feriti e i fuggiaschi sparsi nella foresta. Le sarebbero bastati ancora pochi metri per giungere al recinto. Lo aveva persino visto, Ranocchio, solo in mezzo agli altri animali.

Era ancora vivo, terrorizzato ma vivo.

Da dove era sbucata la mano che l’aveva sollevata non riusciva proprio a ricordarlo, né rammentava i volti di tutti coloro che poi l’avevano circondata.

Risate. Schiaffi. Calci. Urla. Lacrime. Il riflesso di un coltello, poi l’aspro odore del sangue. La notte si era tinta d’amaranto. Una ferita all’occhio destro l’aveva accecata, dissacrando quel suo grazioso viso di bambina. Alyna non voleva immaginare che altro le avrebbero fatto, se non fosse intervenuta la Regina.

Sebbene la cotta di maglia masticata dalla ruggine marchiasse Lorelin come un facile avversario, l’impeto furente del suo sguardo e l’urlo selvaggio con cui accompagnava lo scoccare delle frecce avevano convinto la combriccola di romani alla fuga. Quell’incubo era finito solo quando, soprafatta dal dolore, era crollata, avvolta nel manto lacero della Regina.

Il timore dei romani l’aveva segnata sia nel corpo che nello spirito, ma non tanto da impedirle di andare a zonzo per il villaggio durante la loro assenza. A volte, subito dopo le battaglia, amava sedere su un masso, lasciandosi trasportare in paesi lontani dalle note dei martelli. Quando riusciva ad evitare i rimproveri delle sentinelle, si infilava in una delle buche nel terreno. Sperava di trovare qualche gemma preziosa, degna di Lorelin, ma poi le piombava a dosso una manciata di fango e, impaurita, scappava via.

Quel giorno invece Alyna decise di lasciar pascolare liberamente Ranocchio.

“Non hai paura che un giorno, brucando tutta l’erba, tu possa rimanere senza cibo?” lo stuzzicò divertita. Per tutta risposta l’agnellino alzò la testa, facendo risuonare la campanella appesa al collo, e zoppicò verso una macchia di verde che cresceva rigogliosa.

L’elfa, sdraiata con la testa poggiata sui palmi delle mani, osservò delusa l’amico. Sperava che finalmente lui le desse una risposta, una vera risposta. Invece no. Ancora una volta replicò con quei belati striduli.

“Dovresti insegnarmi a parlare la tua lingua, Ranocchio. Sarà più divertente riuscire a capirci”.

Un suono sommesso attirò la sua attenzione. Si rizzò in piedi, cercando di capire da dove provenissero quei tonfi sordi. Poco lontano, sul fondo di una piccola valle nel bosco, alcuni bambini si divertivano a tirare sassi contro ciò che rimaneva dell’accampamento romano.

“Alyna, vieni a giocare con noi!” la invitò uno di questi. “Abbiamo spogliato i cadaveri delle armi, ora abbiamo delle vere spade”.

“Non posso” rispose, scuotendo con veemenza la testa riccioluta “A Ranocchio non piacciono i romani”.

Dalle risate immaginò che gli altri compagni di gioco avessero intuita la sua menzogna. Corrucciata tornò verso l’agnellino. Loro non potevano capire, non erano stati violati dalle mani dei nemici. E se qualcuno non fosse davvero morto? Se stessero solo dormendo, pallidi e freddi, distesi sui loro manti?

“Vieni Ranocchio, andiamo a giocare da un’altra parte”.

L’animale seguì docilmente la bambina che si inoltrava fra le querce.

L’erba ora si faceva sempre più alta. Lunghi tralci d’edera si inerpicavano su per i tronchi fino a lambire i rami, sapientemente intrecciati per dar vita alle capanne. Un tempo, quando ancora la guerra non esisteva, lassù vivevano altri elfi, così le aveva detto la mamma. Adesso invece molte di quelle strutture erano gusci vuoti, in cui muschi e licheni facevano compagnia ai fantasmi di un passato troppo lontano perché Alyna potesse ricordare.

“Vedi quell’albero laggiù?” chiese all’agnellino, indicando un grosso albero che cresceva in mezzo ai rovi. “Lì viveva un grande guerriero”.

Le sue parole erano sussurri intrisi di solenne rispetto. Alyna non aveva mai visto un eroe, anche se ne conosceva tutti i nomi. Li aveva appresi dagli elfi più anziani che, nelle fredde notti in cui il vento rendeva incerte le fiamme dei focolai, amavano raccontare quelle antiche storie. La sua fantasia stava ancora galoppando a briglia sciolta, quando il suo occhietto fu attratto da un fiore di indicibile bellezza.

Era una rosa, una splendida rosa rossa, nascosta fra le sterpi. Le spine riuscivano a nascondere la sua vista, ma non il suo profumo. Alyna si chinò, inoltrandosi nell’arbusto. Sentì che i rami le graffiavano la faccia, ma non desisté. Strisciò ancora un poco in mezzo alla polvere. La sua mano ora riusciva a sfiorare quel fiore prigioniero delle sterpaglie invidiose. Lo colse, avendo cura di non rovinarne i petali scarlatti.

Uscita da quella gabbia irta, si lanciò in corsa verso il villaggio. Superò, veloce come il vento, i bambini che ancora bighellonavano nel castra imperiale abbandonato. Balzò oltre le buche, scansando gli elfi che portavano i feriti al riparo. Lanciò dei richiami a Ranocchio, cercando fra gli alberi finché non scorse Lorelin.

Curva in mezzo al fango, la Regina stava issando alcuni pali per formare una palizzata. Benché i lunghi capelli corvini fossero crespi e la pelle candida sporca di polvere, l’elfa pensò che Lorelin fosse bellissima.

“Ho un regalo per voi, Regina” ansimò, porgendole il bocciolo.

Lorelin accettò con un sorriso il dono. Lo annusò, godendo del suo buon profumo, poi profuse una carezza a quella bimba che fremeva ai suoi piedi, raggiante nonostante l’occhio maciullato dalla guerra. Abbracciò Alyna, fiore ancor più bello della rosa, appoggiando la sua fronte contro quella dell’elfa.

Gli occhi della Regina si riempirono di lacrime. Pianse fra le braccia di quella bambina dal cuore così grande. Era commossa dallo scoprire che, in mezzo alla violenza e alla disperazione, esisteva ancora qualcuno che aveva ancora il coraggio di sognare.



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