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lavoro pubblicato martedì 26 febbraio 2013
ultima lettura martedì 12 novembre 2019

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Polvere

di peppers. Letto 586 volte. Dallo scaffale Fantasia

POLVERE    “Avanti nano, cammina” Con l’unico occhio che gli rimaneva, Valdak fulminò una delle guardie che lo stavano scortando. La mascella prominente si mosse appena, pronunciando una ruvida imprec...

POLVERE

“Avanti nano, cammina”

Con l’unico occhio che gli rimaneva, Valdak fulminò una delle guardie che lo stavano scortando. La mascella prominente si mosse appena, pronunciando una ruvida imprecazione. La fame e la stanchezza, oltre alla lucida consapevolezza di non cavare nulla di buono, lo dissuasero dallo stritolare quello stupido soldatino.

Con uno strascichio delle catene, poggiò le mani contro la parete umida.

Sotto i graffiti e le incisioni lo sentiva.

Il Cuore della Pietra.

Pulsava persino lì, nelle viscere di Roma.

Chiuse gli occhi, ascoltando i sussurri degli Dei. Riusciva a sentire Raukhur, il Grande Grigio. Sapeva che non si vergognava di lui.

Combatti fino alla fine, ripeté fra sé, non importa se muori o se divieni prigioniero, ma combatti fino alla fine.

Questo era ciò che Valdak aveva fatto, quando era caduto nelle mani dei romani. Si sforzò di richiamare il frastuono dell’acciaio, l’odore del sangue e i canti di guerra dei compagni, ma il buio in cui aveva vissuto le ultime settimane tornò a lambirgli la mente, offuscando ancora una volta quegli ultimi e preziosi ricordi.

Uno strattone alle catene che tenevano ferme le mani gli ricordò che le montagne del Nord erano ben lontane.

“Cerca di fare un po’ di spettacolo” lo schernì una seconda guardia “sei l’ospite d’onore dell’Imperatore”

Senza badare a quelle provocazioni, Valdak raggiunse il cancello che chiudeva il lungo corridoio. La grata disegnò un’armatura d’ombra sulla pelle grigiastra del suo corpo tozzo. Inspirò profondamente, riempiendo i polmoni con il ruggito della folla. Chinò un po’ la testa, cercando di scorgere la fine di quell’immenso anfiteatro. Una folata d’aria calda animò i lunghi capelli argentei.

“Non hai paura?” gli chiese un soldato.

“I Raukhim non conoscono la paura” scandì Valdak in un latino incerto. “In arene come queste voi uccidete i vostri prigionieri, noi facciamo lottare i nostri figli”

I due romani ebbero appena il tempo di scambiarsi un’occhiata interrogativa, che uno squillo di tromba li informò che tutto era pronto. Si udì lo scricchiolare di un argano, poi il cancello si sollevò.

Con uno spintone i soldati gettarono il nano in pasto al popolo romano.

Accecato dalla luce del sole, Valdak portò le mani al viso. Le voci si inseguivano e correvano da un lato all’altro dell’anfiteatro, confondendosi in una cacofonia di rumori. Il tumulto della folla lo assordava. Quando si fu abituato alla presenza del sole, fece correre il suo occhio di ghiaccio lungo la linea degli spalti.

Le diverse decine di migliaia di seggi si accalcavano l’uno sull’altro, come una maestosa gradinata che portava al cielo. Il pubblico lo guardavano con curiosità, i più con ostilità, qualcuno perfino con compassione. Coperto solo da stracci e insulti, si sentì quasi inghiottito dal cielo sopra la sua testa. Al centro di un palco rialzato, scorse l’Imperatore. Circondato dalle guardie palatine, parlava con i senatori più in vista dell’elité romana.

L’istinto guerriero divorò ogni altro pensiero, lasciando Valdak in balia dell’odio verso la maschera di superbia che il Cesare indossava con estrema eleganza. Fremette, urlando a squarciagola e percuotendo il terreno col piede. In mezzo alla polvere risplendettero le dozzine di anelli che portava alla barba, muti testimoni delle sue vittorie. Fissò famelico quell’uomo biondo dal viso lentigginoso, avvolto nelle pieghe della sua toga porpora.

Teodosio si alzò, quietando con un gesto della mano l’esplosione d’entusiasmo della folla.

“Quante volte l’arena dei Flavi ha rallegrato il vostro meriggio, cittadini di Roma? Fra queste pietre avete visto lottare fra loro i più famosi gladiatori, ruggire le bestie più esotiche e implorare pietà i criminali più malfamati. Oggi, col volere di Dio, assisterete ad un spettacolo unico: la morte di un principe dei Nani!”

Nello sforzo di spezzare le catene dei polsi, Valdak irrigidì i muscoli delle braccia. Se la fiamma che gli ardeva nel cuore avesse potuto mostrarsi, Roma avrebbe conosciuto un incendio ben peggiore che quello dei tempi di Nerone. Giurò a se stesso vendetta. Vendetta per l’umiliazione di quelle risate, per l’ironia con cui era stato pronunciato il proprio titolo. Avrebbe strappato con le proprie mani la corona d’alloro dalla testa di Teodosio. Ne avrebbe fuso l’oro, forgiando un cimelio di cui si sarebbe vantato per molti secoli a venire. Un anello, in memoria dell’Imperatore nemico degli Elfi e dei Nani.

Teodosio tese il pugno in avanti, poi volse lentamente il pollice verso il basso.

“Damnatio ad bestias” sentenziò. “Fate entrare le fiere!”

L’impeto del pubblico seppellì il lento cigolare degli argani.

Animato dallo spirito della battaglia, l’occhio di Valdak guizzò verso i cancelli, aldilà dei quali alcuni domatori battevano con delle pertiche un leone, un leopardo e una tigre. Alcuni schiavi attesero che le belve si avvicinassero al nano, poi appiccarono le fiamme ad un cerchio che cinse con un abbraccio il prigioniero e i suoi avversari. Alcuni tamburi presero a battere con un ritmo cadenzato che presto Valdak non distinse più dal proprio cuore.

Le volute di fumo accompagnavano i ruggiti del leone al cielo, il leopardo girava lentamente intorno stiracchiando i muscoli, mentre la tigre si inumidiva una poderosa zampa artigliata. Che creature erano mai quelle? La sorpresa scalzò la rabbia nell’animo di Valdak. Aveva visto di persona l’ultimo drago e conosceva le fattezze di basilischi e chimere, eppure non aveva un nome per quegli strani animali.

Flettendo leggermente le ginocchia, si chiuse in posizione difensiva. Chiamò all’appello tutti i sensi a disposizione, cercando di supplire alla zona d’ombra dovuta dall’occhio mancante. Vide appena in tempo il leopardo guizzare rapido dalla propria destra.

“Kharud tri r’ham Izaad!”

Scandendo l’urlo di guerra che gli Dei aveva insegnato al popolo nanico si gettò al suolo, lasciando che il felino balzasse al di sopra della propria testa. Vedendolo disteso a terra, inerme, il leone gli si avventò contro. Valdak rotolò di lato, lasciando che l’enorme bestia affondasse i suoi artigli nel terreno. Si piegò sul torace, tossendo a causa della nube di polvere che si era levata. Cercò di rimettersi in piedi velocemente. Distinguere le sagome attraverso quella pesante cortina era divenuto così difficile, che s’avvide troppo dell’imponente presenza della tigre.

Tutto si svolse in fretta. Troppo in fretta.

Un ruggito.

Un colpo alla spalla e uno schizzo di sangue che segna l’arena fra le acclamazioni dei presenti.

Valdak è scaraventato a terra, le fiamme ora gli lambiscono il volto. La gente si alza in piedi. Si prega che i giochi non si concludano troppo presto. Fra le ovazioni e gli incitamenti il prigioniero si rialza, poi mangia di nuovo la polvere.

Il nano strabuzza gli occhi, bestemmiando a denti stretti. Vede la testa del leone proprio sopra di sé. La bava cola ai lati della bocca spalancata, facendo brillare una lunga fila di denti. Con una capriola all’indietro il condannato schiva le fauci fameliche.

“Kharud tri r’ham Izaad!”

Un secondo urlo di guerra accompagna uno scatto di Valdak. Si avvicina all’avversario, incurante dell’alito caldo che gli lambisce il volto. Piega le ginocchia, poi si esibisce in un poderoso salto.

La folla trattiene il fiato.

Il nano ora penzola, aggrappato alla criniera del leone. La bestia scuote con forza la testa. Ruggisce di rabbia, nel tentativo di scrollarsi di dosso l’intruso, ma la presa del nano è ben salda.

Un colpo di reni. Una mano, poi un’altra e, sotto lo sguardo incredulo dei romani, Valdak riesce ad ergersi in groppa alla fiera. Il sudore gli imperla la fronte, facendo brillare al sole i lunghi capelli color argento.

Il cuore batte più veloce dei tamburi mentre cerca di domare la bestia imbizzarrita. Di fronte a quella danza adrenalinica, il leopardo si acquatta. Sembra volersi tenere cauto. La belva striata arriccia il muso, gli occhi fissi sul nano. È attratta dal sangue, attende solo il momento giusto per fare la sua mossa.

Quando il grande animale chiomato distende le zampe inarcando la schiena, la tigre si lancia all’attacco. Valdak tira con forza la criniera. Il leone ruggisce, poi si impenna. Il suo dolore scuote la terra. Gli artigli del felino lacerano il petto di quell’insolito destriero. Il sangue zampilla, brillando fra i muscoli del Re degli animali.

Anche il leopardo si unisce a quell’assalto mortale. Balza in groppa al leone, cercando di agguantare la sua preda. Per sfuggire agli artigli, il prigioniero si lascia rotolare in mezzo alla polvere. A pochi centimetri stramazza la fiera ferita.

Di fronte a quel risvolto inaspettato, gli spettatori esplosero in un boato assordante.

Il leone giaceva immobile, come una immensa montagna sanguinolenta. Solo il lento movimento del torace tradiva in lui l’ultimo alito di vita. Annaspava, battendo flebilmente la coda sull’arena.

“Siete certi che il prigioniero non possa sfuggire alla sua sorte?” chiese Teodosio, sporgendosi appena dal suo scranno dorato.

“Assolutamente, mio Signore” lo rassicurò un senatore.

Un’espressione contrariata oscurò i nobili lineamenti dell’Imperatore. Teneva gli occhi fissi su Valdak, divenuto quasi un beniamino della folla.

Stava curvo al centro dell’Arena. Adesso che l’impeto della lotta gli lasciava lo spazio per riprendere fiato, accusò il colpo alla spalla. Non se ne curò e, muovendo impercettibilmente le labbra, pregò Rhudin, il Signore delle Battaglie. A lui offriva questa prima vittoria. A lui chiedeva la forza per abbattere le rimanenti fiere.

Tornò a concentrarsi sugli avversari. Gli giravano intorno, studiandolo con gli occhi scuri.

Valdak sapeva che, nell’attimo di un respiro, quella solenne sfilata sarebbe mutata in una rissa sanguinosa. Temeva la forza della tigre, ma ancor più l’astuta agilità del leopardo. A conferma di quei pensieri l’animale maculato si lanciò in una rapida corsa.

Il nano rimase immobile finché, proprio all’ultimo istante, schivò l’attacco. La bestia rallentò appena la sua carica, sollevando un spruzzo di terra, poi tornò nuovamente all’assalto. Colto alla sprovvista, il condannato sentì gli artigli graffiare la schiena.

Un uomo sarebbe certamente rimasto prigioniero di quella morsa fatale, ma Valdak non era un uomo. La sua pelle grigiastra era un scorza ruvida, una naturale armatura forgiata per resistere al dolore.

Digrignò i denti, scrollandosi dalle spalle il leopardo. Urlò, ebbro di lotta, e la sua sfida fu accolta dalla tigre. Quando gli artigli sibilarono verso il suo volto, balzò indietro, protendendo in avanti le mani. Il poderoso colpo dell’animale spezzò le catene.

Era libero.

Finalmente libero.

“Kharud tri r’ham Izaad!” vociò, passando ancora una volta all’attacco.

Puntò sul leopardo. Sollevò le braccia, incrociandole in modo da difendere il viso dagli artigli. L’animale tentò di azzannare il collo, ma Valdak riuscì ad avvilupparlo fra i suoi muscoli. Strinse con tutta la forza che aveva in corpo. Strinse, e ruotò su se stesso, atterrando la bestia. Strinse, e gli pose un ginocchio sul torace. Strinse ancor più forte, proprio come aveva fatto Khudin il Brutto con Dhroaa, il Dio Drago.

Il prigioniero ebbe la meglio, e il pubblico lo acclamò per nome.

“Dovevate liberare cento leoni!” sbraitò Teodosio, rimproverando aspramente i senatori.

“Ma Signore” cercò di giustificarsi uno fra questi. “Nessun gladiatore è mai uscito vivo da lì”

“Stupidi idioti, non capite? Quel mostro appartiene alla prole di Satana”

Serrò le labbra, artigliando con rabbia il seggio.

“Doveva essere una dimostrazione della nostra forza, e invece il popolo lo osanna”

I senatori si scambiarono occhiate cariche di preoccupazione. Tutti sapevano che la collera dell’Imperatore si sarebbe placata solo alla vista del sangue. Si segnarono col gesto della croce, implorando Dio che quel sangue appartenesse al nano.

Impegnato com’era a sfuggire alla tigre, Valdak non si accorse di quanto stava accadendo sul palco imperiale. Adesso correva nell’arena cercando di tenere distante dalla tigre. Si passò una mano sul viso madido, mentre un rivolo di sudore sgattaiolò ai lati della barba. Aveva il fiatone e le ferite iniziavano a bruciare a causa della sabbia.

La fiera striata lo incalzava senza tregua, padrona indiscussa dell’arena. Lo sferzava con gli artigli, facendolo ruzzolare nella sabbia, per poi dargli il tempo di rialzarsi. Il prigioniero scartò l’idea che la bestia si fosse stancata. Forse voleva privarlo delle ultime energia, o forse stava solo giocando come un gatto fa col topo.

Valdak fu così disgustato da quell’idea, che rallentò la corsa fino a fermarsi.

Si voltò, deciso ad affrontare quell’ultimo mostro. Si inumidì le labbra e sputò a terra. Strisciò i piedi sulla sabbia, divaricando le gambe corte e tozze. Alzò la guardia e fece cenno all’animale di farsi avanti.

Se avesse avuto la propria ascia sarebbe stato tutto più facile. Cercò di non pensare alla fine che aveva fatto quell’arma lasciatagli dal padre e dai suoi avi. Nel vedere la tigre lanciarsi in corsa, grugnì.

L’impeto della carica lo fece strisciare indietro, ma riuscì a reggersi in piedi. Bloccava a mani nude le zampe della bestia striata. Cercava di sopraffarla, ma non vi riuscì. I muscoli delle braccia fremettero, le vene del collo si gonfiarono. Aveva il viso arrossato, ma si sforzò di non cedere. La tigre puntellò le zampe posteriori, inghiottendo nella sua ombra il nano.

“Sembra così piccolo” rise un donna negli spalti, indicando nell’arena i due lottatori avvinghiati.

“Mamma, mi compri una tigre?” urlò entusiasta un bambino, agitando nell’aria una spada di legno.

“Anch’io voglio una tigre!” gli fece eco il fratellino seduto in grembo alla madre.

“Guarda che forza” si stupì una ragazza, il viso incorniciato da un drappo blu che scendeva fin sulle spalle.

“Pensi che potremo comprarne uno simile come schiavo?” chiese dubbioso il marito, un uomo calvo e grasso.

“Affrettatevi, signori. Le scommesse stanno per chiudere” bandiva un ragazzetto smilzo a quanti lo circondavano. “Avanti, chi punta sul nano?”

La folla è elettrizzata dalla spettacolo. Gli occhi, ancora non sazi, temono di perdersi il più piccolo movimento.

Tutti scattano in piedi.

la tigre ha atterrato il nano. Lo tiene fermo con le enormi zampe, poi affonda le zanne poco sotto il collo. Si sente un urlo, poi la bestia si ritrae. Trionfante, fa il giro dell’arena, leccandosi il muso sporco di sangue.

Valdak si rialza dalla pozza di sangue.

Barcolla, generando stupore. La stanchezza sta per coglierlo, gli occhi bruciano. Respirando a fatica e col viso sporco di sangue si volta verso l’imperatore.

“Kharud tri r’ham Izaad!”

L’eco rimbomba arrogante nell’arena, ammutolendo i presenti. Teodosio sgrana gli occhi, quasi arretra sul suo seggio.

Valdak sa che morirà, ma quel timoroso silenzio, carico di rispetto, lo ha appena incoronato vincitore.

Cammina, e ad ogni passo la vista si offusca. I contorni diventano sfumati, i colori confusi e sbiaditi.

Valdak non si ferma.

Combatti fino alla fine, ripete fra sé, non importa se muori o se divieni prigioniero, ma combatti fino alla fine.



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