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lavoro pubblicato domenica 24 febbraio 2013
ultima lettura venerdì 15 marzo 2019

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E' stato come vincere contro tutto e tutti, almeno per una volta.

di SassyRioter. Letto 367 volte. Dallo scaffale Viaggi

Appena arrivati, il sole si stava per assopire tra i monti e si poteva scorgere un esercito di lucine dei paesi lontani che incorniciava quel tramonto morente.

E' stato come vincere contro tutto e tutti, almeno per una volta.

Appena arrivati, il sole si stava per assopire tra i monti e si poteva scorgere un esercito di lucine dei paesi lontani che incorniciava quel tramonto morente. Eh no, la mia occasione di poterlo ammirare quella sera svanì nel nulla, nel freddo. Come il freddo pungente che mi bloccava le ossa ma con la stessa pungente forma del mio allibire difronte a quel cielo che diveniva man mano sempre più cupo e tetro, nuvoloso. E dire che in quel luogo era tanto, troppo che non ci andavo. Sia sola che in compagnia, ho sempre lasciato che fosse il tramonto a inseguire me e non io ad inseguire lui. Invece io ero lì, solamente per lui. E come ogni luce che s'accende nella mia vita, anch'egli si stava spegnendo, decidendo di lasciarmi. Quella sera fui l'unica a sentire quel freddo pungente ma non l'unica a macinare stupidaggini, sapete, di quelle fatte per le risate usa e getta. Usa e getta. Due parole note al cuor di tutti ma veramente note al cuor di pochi. Usa, usare. Come l'unico scopo e utilizzo che ha avuto la mia persona per altrettante persone, il cui scopo non m'è ancora chiaro. Getta, gettare, accatastare con aggressività. Il gesto che molte persone che amavamo, privi d'ogni minimo segnale di bontà, pietà e decenza, mostrarono verso di noi. Ci gettarono a capofitto da un burrone, come una vittima sacrificale il cui sacrificio non serve proprio a nulla. Mi sono scorta da un burrone identico quella sera, ma non vidi nessuno cadere giù nè lanciarsi di sotto. Nessuno. Forse resto l'unica a sentirmi addosso le mani di non sò chi o cosa spingermi con imposizione e pressione verso quel burrone, quasi come per convincermi d'esserne attratta. Poi qualcuno mi disse "O mangi il mondo o il mondo mangerà te". Non era propriamente una frase sua, farinata dal suo sacco, però mi mise fretta: la stessa fretta, tesissima fretta che continuamente mi sforzo a mettere in ogni cosa che faccio, sopratutto nel chiudere quel dannato e oscuro capitolo della mia vita, che merita solo d'essere chiuso. Che stupida. E dire che basterebbe paragonarlo a uno dei mille mattoni marmorei che tengono in piedi quel colosso di pietra, lo stadio di quella sera. Quel colosso che non crolla per niente se lo si priva di un mattone. C'è da dire che dipende anche da dove sia sistemato il mattone. Ebbene, quel mio mattone si trova nel cornicione Alfa, quello che regge tutto. Si ho riso, non ho nemmeno temuto la mia città nelle ore di tarda sera, non ho neppure bestemmiato nel vedere quella maledetta piazza, con quel maledetto bus. Ho solo camminato, avanzato, coi paraocchi invisibili. Stare lassù, quella sera, è stato come impedire al mondo di divorarmi. Son stata io a divorare il mondo, anche se per una parte quasi impercettibile. Ero più in alto, di tutto, di tutti. E non ero la sola a farlo, questo mi rasserenava. Stare così in alto: per me, è stato come poter osservare con l'occhio vitreo dal freddo tutto il flusso vitale di cui facciamo parte, con la sola differenza che lo calpestavo coi miei piedi. Quella sera, niente tramonto. Solo il buio, il buio che nasconde. Il buio che illumina le cose che alla luce non si vedono. E' stato come vincere contro tutto e tutti, almeno per una volta.

S (c)



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