ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato lunedì 18 febbraio 2013
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL PIANETA DEGLI ANGELI - cap.13

di MicheleFiorenza. Letto 654 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Jean-Daniel calcolò che Giulia, pur depurandosi rapidamente, avrebbe assorbito radiazioni in dose semiletale! ... .............................................................................

Capitolo 13 - NEW GROEN

Il mattino seguente Giulia, Marcello, Manuela e il dottor Brown indossarono le tute anticontaminazione, che davano una protezione modesta contro le radiazioni, ma ottima contro il pulviscolo radioattivo, e le mascherine bocca-naso, che filtravano l’aria dall’umidità e dalla polvere radioattiva.

Presero con sé anche gli autorespiratori e poche provviste, ma una discreta quantità di acqua uxuriana; sapevano bene che l’elemento più contaminato sulla Terra era proprio l’acqua. Ingoiarono una pillola di oligominerali per contrastare l’assorbimento delle sostanze radioattive più pericolose per l’uomo, e partirono con il programma di rientrare al più presto.

Mentre Marcello guidava l’auto, Giulia riandava col pensiero all’escursione fatta nella Valle del Ringraziamento, verso la cresta dei monti dai quali avevano scoperto Abbandonata, e non poteva fare a meno di pensare quanto adesso erano stranieri nella loro Terra, rispetto alle condizioni di vita che avevano incontrato sin dai primi giorni su Uxur.

Entrarono nel piccolo centro abitato, pieno di costruzioni dalla vaga forma di cupola, che ricordavano i rifugi antiatomici del 20° secolo. Giulia cercò di non guardare le ossa che erano disseminate un po’ ovunque e che volle credere fossero di animali, certa che i temporanei superstiti dell’inquinamento avessero almeno garantito a tutti una sepoltura, magari in fosse comuni.

Mentre Marcello cercava l’indirizzo dell’alloggio della signora Jelacque e di Ester, rallentando a ogni incrocio per leggere i nomi sbiaditi delle vie, Manuela fece notare che c’erano ovunque tracce di insetti morti: vespe, formiche, scarafaggi, mosche, coccinelle, a ulteriore conferma che il livello di contaminazione era elevatissimo, per aver potuto uccidere gli insetti, notoriamente molto resistenti alle radiazioni. Tra le specie animali, forse soltanto i microrganismi si erano salvati.

Il dottor Brown indicò siepi e alberi secchi, ma fu lieto di vedere che c’erano qua e là ciuffi di erba verde.

Finalmente trovarono la via: era una strada larga e alberata, ma gli alberi erano scheletrici e completamente secchi, ricoperti alla base di muschio.

Le piccole villette semisferiche si susseguivano uguali a destra e a sinistra; qui i giardini antistanti erano più grandi, con i resti rinsecchiti di arbusti e piante. Soltanto qualche pianta grassa e spinosa resisteva, in mezzo a erbe incolte. Naturalmente il paesaggio non aveva più niente di nordico: ricordava le zone limitrofe ai deserti.

- Siamo quasi al numero civico esatto – disse Giulia con voce incerta.

Marcello rifletteva sul fatto che non avevano incontrato neanche un gatto in vita e che Giulia andava incontro a un’amara delusione, ma rallentò al massimo per individuare subito la casetta.

- Fermati. – disse Giulia.

Prima ancora del numero, Giulia aveva visto una croce, in quel giardino. Lentamente scese dall’auto e varcò il cancello rugginoso. Mentre camminava tra le erbacce verso quella croce, sentiva il suo cuore battere con forti colpi distanziati.

Davanti alla croce c’era un tumulo di terra lungo poco più di due metri e largo circa ottanta centimetri; anche sulla terra del tumulo cresceva l’erba, ma questa era più curata; una pianta di fiori selvatici si ergeva ai piedi della croce.

Marcello, indossata la sua mascherina, era sceso dall’auto, mentre gli altri due erano rimasti prudentemente all’interno. Il fisico vide Giulia cadere in ginocchio davanti al tumulo e singhiozzare. Capì… prima ancora di leggere sulla croce “Maria Jelacque”. Rimase in silenzio, poi si fece il segno di croce e a voce bassa mormorò una preghiera.

- Ti chiederai perché – disse Giulia a un tratto – ho lasciato mia madre quasi a cuor leggero e adesso la piango… Vedi, mi sono illusa che lei avrebbe potuto vivere serena qui per decine di anni e invece io ero destinata a morte certa. Ma la cosa più beffarda e crudele è che, adesso che l’ho miracolosamente trovata dopo quindici anni, l’ho trovata morta. Quando siamo partiti da Base Luna mia madre aveva sessant’anni, ma la vita media delle donne sulla Terra era giunta a ottantotto: in cuor mio speravo che fosse ancora in vita.

Marcello, che ancora portava la mascherina, pensava che ci sarebbero stati momenti più opportuni per confortarla.

Intanto guardava la pianta selvatica con i suoi fiori, quasi unica in quel deserto spinoso, e notò un sentiero appena accennato nel terreno, che andava verso la casa, anzi verso la porta di casa.

Eppure… quella porta era aperta… Non lo aveva notato prima. E una donna bionda, dell’apparente età di trent’anni, salutava con la mano e arrancava verso di loro! Non era neanche a metà strada, quando si fermò e riuscì a dire: - Giulia…

Marcello si mosse verso di lei, mentre Giulia esclamava: - Ester! - E le corse incontro e l’abbracciò.

Marcello finalmente la riconobbe; ma la sua meraviglia più grande fu quando vide uscire dalla stessa porta un uomo bruno con una valigetta in mano: somigliava vagamente… no, era… Giovanni Zichì!

Marcello si tolse la mascherina, corse incontro a Giovanni e lo abbracciò. Anche Giulia si avvicinò e lo abbracciò, poi il fisico mise la sua mascherina a Ester, prese la valigia di Giovanni e fece cenno di andare.

Salirono tutti sull’auto, anche se così era in sovrappeso, e Marcello la guidò verso l’astronave.

Giulia decise di avvisare Jean-Daniel, almeno per preparare le cure di cui i superstiti avevano bisogno, ma si accorse che la radio dell’auto non funzionava; così dovette desistere. Per fortuna l’astronave non era lontana e Marcello prese quota per giungervi al più presto.

Ai due sopravvissuti fu fatta bere subito molta acqua uxuriana per aiutarli a depurarsi, poi gli fu fatta fare una doccia con detergenti speciali per la contaminazione radioattiva; quindi sedettero a tavola per consumare un pasto di cibi freschi. Per alcuni minuti Giulia attese in silenzio, poi disse :

- Più tardi farete un controllo medico e domani tutti gli esami e le analisi, dopo una notte di buon riposo. Ma, ditemi, come avete fatto a sopravvivere? E siete ancora giovanissimi! – disse Giulia.

Rispose Ester: - Poi ti racconteremo tutto in dettaglio. In sintesi, dopo cinque anni gli abitanti di New Groen erano tutti morti, tranne noi due e la tua mamma, perché Giovanni conosceva tutte le precauzioni da prendere.

- Il cibo liofilizzato, ben razionato, ci aveva evitato di uscire troppo spesso e mangiare cibi contaminati, per quel poco che si poteva trovare, ma a quel punto l’acqua scarseggiava e i liofilizzati non potevano durare in eterno. Così Giovanni ci mostrò una scorta di Elix, che aveva trafugato da Base Luna. In questo modo siamo sopravvissuti altri dieci anni, tranne la tua mamma, alla quale l’ Elix non faceva molto effetto…

- I sistemi di depurazione dell’aria e di riciclo dell’acqua – continuò Giovanni, mentre Ester riprendeva fiato – ci hanno consentito, insieme alla catalessi, di ridurre al minimo la contaminazione interna di radioisotopi, almeno così credo, anche se le nostre forze diminuivano col tempo; anche le riserve di energia erano ormai molto ridotte… Tre giorni fa abbiamo captato in modo approssimativo il vostro messaggio, ma non avevamo mezzi per rispondervi. Però vi abbiamo visto atterrare e pensavamo che fosse qualcuno di Base Luna. Vi aspettavamo con ansia.

Giulia era raggiante per aver ritrovato l’amica e il figlio di Arnoldo e per poter dimostrare l’utilità della sua missione.

- Adesso è meglio che andate a riposare; - disse Manuela - domani, dopo i prelievi, ci racconterete meglio la vostra esperienza e la storia di New Groen.

* * *

I controlli sanitari, effettuati dal dottor Brown e da Manuela, stabilirono che i due sopravvissuti erano contaminati in modo modesto, ma indeboliti dall’uso prolungato dell’ Elix, dalla scarsa attività motoria e dall’alimentazione incompleta. Le prospettive di guarigione erano molto buone, ma essi non erano in grado di affrontare subito le forti accelerazioni del Boomerang. Bisognava attendere almeno una settimana.

Giulia comunicò con gioia a tutti i compagni la novità del fortunato ritrovamento dei due superstiti; alcuni interpretarono quel ritrovamento come una speranza di sopravvivenza sulla Terra e ricordarono a Giulia la promessa di poter uscire, almeno per un estremo saluto al loro pianeta.

Dopo lunghe discussioni con Marcello e Jean-Daniel, che si opponevano a un’esposizione prolungata, Giulia concesse che il giorno dopo, sino a mezzogiorno, chiunque potesse uscire all’aperto per alcune ore, utilizzando le tute e le mascherine. Marcello raccomandò di rimanere fuori per il minor tempo possibile.

Si stabilì che dopo mezzogiorno tutti sarebbero rimasti dentro l’astronave fino alla partenza per Uxur; il mattino seguente Kim e Xamur avrebbero fatto un veloce giro con l’auto per vedere se a New Groen c’erano eventualmente altri superstiti.

Quella sera Knis trasmise telepaticamente la notizia del ritrovamento di Giovanni ed Ester a Venere, che confermò la ricezione del messaggio e poco dopo riferì l’immensa felicità di Arnoldo.

Il mattino seguente pioveva, e ciò impedì l’attuazione del programma stabilito, anche perché sapevano bene che l’acqua della Terra era la principale fonte di avvelenamento radioattivo.

Per motivi di prudenza, Giulia non lasciò uscire nessuno nei successivi due giorni di sole, perché il terreno era bagnato. Intanto Ester e Giovanni miglioravano visibilmente, facendo molta ginnastica e una buona dieta, e depurandosi progressivamente da ciò che in qualche modo avevano assimilato, nonostante i sistemi di depurazione della villetta e il rallentamento del metabolismo dovuto alla catalessi.

Il mattino del terzo giorno di permanenza, Ester diede a Giulia alcuni oggetti personali di sua madre. La giovane li osservò con nostalgia:

- Come sembra lontano il tempo in cui eravamo insieme nella nostra casetta! Ti ringrazio per aver pensato a portarli via.

Poi ripulì delicatamente ogni oggetto, li avvolse separatamente in fazzoletti di carta e li mise tutti insieme nella vecchia borsa di sua madre; quindi ringraziò Ester, che aveva seguito quella specie di rito in rispettoso silenzio.

Il quinto giorno un bellissimo sole estivo consentì ai profughi di uscire per salutare definitivamente la Terra. Manuela avvertì Giulia che alcuni avevano indossato il costume da bagno sotto la tuta per godersi il mare terrestre per l’ultima volta, e in un certo senso si dichiarò d’accordo con loro.

Giulia, incerta, chiese a Marcello e a Jean-Daniel: - Per quanto tempo possono stare in acqua?

I due tecnici si guardarono perplessi, poi concordemente stabilirono che si poteva stare in acqua al massimo per venti minuti, senza poi accusare sintomi di intossicazione radioattiva e senza probabili danni genetici. Però essi sconsigliavano quella inutile esposizione all’acqua di mare.

Giulia e Manuela invece volevano fare quell’ultima concessione ai nostalgici; certamente li avrebbero tenuti sotto controllo, magari partecipando anche loro all’uscita, anzi anche a un breve bagno.

Marcello avrebbe voluto dissuadere almeno Giulia da quel capriccio, ma notò la sua determinazione nel voler dare l’ultimo addio alla Terra in quel modo, e si limitò a raccomandarle di asciugarsi subito e con accuratezza. Jean-Daniel consigliò a Marcello che anche loro due andassero con loro sulla spiaggia, per ogni eventualità.

Manuela riferì ai profughi tutte le cautele che dovevano adottare e quindi si avviarono verso la spiaggia, che non era lontana. Lungo il percorso tutti indossarono le mascherine, che avrebbero tolto soltanto per il bagno.

C’era una euforia emotivamente comprensibile nell’aria, ma anche una certa malinconia per l’inospitalità riscontrata sulla Terra. Qualcuno chiese: - Ci saranno pesci a mare?

- Né pesci, né alghe. – rispose laconicamente Jean-Daniel, scotendo la testa con tristezza.

Giunti sulla riva sabbiosa, si tolsero le tute, ma Marcello e Jean-Daniel si sedettero al sole, tenendo le mascherine e preoccupandosi di osservare se i profughi commettessero sciocchezze.

Manuela nel suo costume rosso e Giulia in azzurro si avviarono alla battigia, verso i nostalgici, i quali avevano già cominciato a prendere confidenza con l’acqua, che si presentava piuttosto calda.

Marcello notò che le due giovani donne avevano un bel fisico: Manuela nelle sue forme somigliava molto a Nadia, tranne che per il colore della pelle, che era più scuro di quello di Nadia. Giulia era splendida: alta naturalmente, di carnagione chiara e ben formata, senza essere formosa. Insomma, una dea.

Marcello e Jean-Daniel cominciarono a discutere sui possibili metodi per disinquinare la Terra e soprattutto sul procedimento di arricchimento, ma sapevano perfettamente che l’energia, gli impianti e i tempi necessari erano così elevati che nemmeno le capacità uxuriane sarebbero mai potute bastare.

Dopo circa quindici minuti si accorsero che tutti i profughi erano usciti dall’acqua e si asciugavano accuratamente, ma tra loro non c’erano Manuela e Giulia. I due si avvicinarono alla riva mentre Manuela usciva dall’acqua e indicava Giulia, che si trovava molto più lontana: la giovane sembrava nuotare verso la riva, ma doveva essere in preda a una corrente che l’allontanava sempre più; tuttavia rispose ai loro gesti agitando un braccio.

Non era possibile chiamare l’auto, che era uscita in ricognizione, a causa del guasto alla radio. Col pensiero rivolto alle fervide raccomandazioni di Riccardo, Marcello propose a Jean-Daniel di mettere in mare un canotto che aveva notato nel magazzino dell’aeroporto.

Poiché era un canotto a otto posti e non c’era tempo per montare e provare il motore, chiesero ad alcuni profughi di aiutarli a trasportare a braccia il canotto e i remi per metterlo in acqua e soccorrere Giulia.

Finalmente misero il canotto in mare, qualcuno vi buttò alcuni asciugatoi asciutti, poi Marcello chiese l’ora e calcolò che Giulia era in acqua da circa un’ora. Aveva pensato all’aiuto di Knis, ma la donna uxuriana era troppo esile per sollevare Giulia e portarla in volo sulla spiaggia.

Marcello scelse due robusti profughi e si misero a remare in quattro. Giulia era piuttosto lontana ormai, e in balìa della corrente. Inoltre si era alzato un po’ di vento, che agitava la superficie del mare, e il pesante canotto avanzava lentamente tra le onde.

Giulia ogni tanto faceva un gesto di saluto per segnalare la sua posizione. Finalmente, dopo un’ora passata a remare, la raggiunsero: era pallida, spossata e non aveva la forza di salire a bordo. Marcello e Jean-Daniel la tirarono su: sorrideva debolmente, ma non aveva la forza di parlare.

Jean-Daniel avrebbe voluto asciugarla, ma gli asciugatoi erano inzuppati dell’acqua marina entrata nel canotto, e così si limitò a coprirla, perché era infreddolita; Marcello notò che si trovavano piuttosto al largo, e quasi esausti.

Non potevano tornare indietro, perché la corrente e il vento spingevano a sud-ovest; la parte dell’insenatura più vicina era a sud della loro posizione e Marcello ordinò di remare in quella direzione. Trascorse un’ora prima che si avvicinassero alla riva, perché la corrente li spingeva al largo, con il rischio di saltare il promontorio meridionale dell’insenatura.

Marcello ordinò di remare in direzione della riva, contrastando la corrente, ma trascorse ancora quasi un’ora, prima che, con un ultimo sforzo, riuscissero ad approdare all’estremità del promontorio.

Lì trovarono ad attenderli alcuni profughi con altri asciugatoi asciutti e con un accappatoio lungo. Fecero bere a Giulia del caffè caldo, mentre finalmente arrivava l’auto con Manuela e Xamur, che presero a bordo Giulia e corsero all’astronave.

Poco dopo l’auto tornò a prelevare gli altri, che intanto si erano incamminati a piedi verso l’aeroporto, e in sei o sette viaggi furono tutti in salvo.

Marcello, scuro in volto, ordinò che nessuno uscisse più all’aperto e stabilì la partenza per Uxur per le ore nove del giorno seguente. Poi si preoccupò delle condizioni di Ester e Giovanni, ma entrambi lo rassicurarono.

Oltre a Giulia, anche i quattro rematori avevano assorbito sostanze radioattive in quantità eccessive, ma Marcello sapeva che c’era un serio pericolo grave soltanto per Giulia, che era rimasta in acqua per due ore e per altre due era rimasta bagnata; ad aggravare la situazione, Giulia riferì al dottor Brown di aver bevuto parecchi sorsi d’acqua marina, mentre nuotava con tutte le sue forze per contrastare la corrente che la spingeva al largo.

Manuela fece diversi prelievi per le analisi e poco dopo Jean-Daniel fu in grado di calcolare che Giulia, pur depurandosi rapidamente con acqua uxuriana e oligominerali, in un mese avrebbe complessivamente assorbito radiazioni in quantità tale da raggiungere la dose semiletale.

- Il danno non è dovuto tanto all’esposizione all’acqua di mare, quanto all’acqua che ha bevuto. Per fortuna Manuela ha preso un campione dell’acqua marina e controlleremo attentamente il contenuto radioattivo. Però posso già affermare che, se sopravviverà, nelle sue ossa saranno presenti per anni isotopi radioattivi. In ogni modo, sta già prendendo i sali preparati su Uxur per l’eventualità di contaminazione radioattiva.

Marcello, come vice comandante e amico di Giulia e di Riccardo, si sentiva in colpa per non aver saputo osteggiare la forte personalità di Giulia almeno in quel frangente; Manuela mormorava le sue colpe per averla indotta a quel bagno maledetto e per non averla convinta a rimanere più vicina alla riva; Jean-Daniel non si dava pace per aver consentito quella follia, senza calcolare prima le dosi radioattive che i bagnanti avrebbero inutilmente assorbito.

- Ci siamo comportati come dei bambini in vacanza – masticava Marcello.

- C’eravamo abituati troppo alla fortuna, ma qui non siamo su Uxur – borbottava Manuela.

Durante i preparativi per la partenza, Marcello si chiese se doveva avvisare Riccardo e i profughi di Uxur, e decise che in fase di accelerazione avrebbe fatto comunicare da Knis che c’era un nostalgico ammalato, senza precisare chi; in questo modo su Uxur avrebbero preparato le migliori cure senza temere per Giulia. Marcello avrebbe rivelato l’identità del malato soltanto nella fase di decelerazione, prima del loro arrivo.

Nel frattempo, tutti i viaggiatori erano curati per espellere le sostanze radioattive.

Quando Ester, che era molto migliorata e sembrava ringiovanire a vista d’occhio, gli chiese se Giulia rischiava la vita, Marcello le raccomandò di pregare molto.

La sua amica non poté trattenere le lacrime.

continua

Michele Fiorenza 2003 - opera registrata



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: