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lavoro pubblicato venerdì 8 febbraio 2013
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lo Specchio in Frantumi

di peppers. Letto 576 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il dramma e le riflessioni di un medico che volle diventare un guerriero. Il volto umano dietro la leggenda di uno fra i personaggi più noti del ciclo Arthuriano. Sir Lancelot del Lago, come nessuno ve lo ha mai raccontato.

[Una pagina tratta dal diario di Lancelot. Fra ricette per medicamenti e disegni anatomici, risaltano alcune parole, orlate da gocce di sangue rappreso]

Ancora seduto sul bordo del letto, guardo le mie mani insanguinate. Vorrei alzarmi, ma un pensiero mi ostacola. È sempre lì, come un pesante macigno, come un chiodo fisso nella mia coscienza. Chiudo gli occhi, deglutisco, cercando di ricordare il profumo dei fiori in primavera, l'azzurro del cielo e la luce del sole dorare i campi.

Dura solo pochi istanti, poi le mie illusioni svaniscono. Riapro gli occhi e tutto torna ad essere grigio. Di nuovo il vento ulula alla mia finestra, di nuovo il primo nevischio imbianca la cima degli alberi. Niente colori, niente profumi. La gioia soccombe sotto il pesante incedere dell'inverno.

Finalmente mi rialzo.

Non so quanto tempo sia rimasto lì, fermo immobile sul bordo del letto. Mi trascino a fatica verso la porta e lascio scivolare il chiavistello. Non voglio che qualcuno entri. Non voglio che qualcuno mi veda. Non voglio vedere nessuno. Voglio rimanere da solo con me stesso. Ho bisogno di sciogliere il nodo che mi sento in gola. Faccio qualche passo verso il lato opposto della stanza. Scanso lo scrittoio, sempre ingombro di carte e anforette.

Mi dirigo verso la toeletta. Verso nella bacinella di creta quanto è rimasta dell'acqua portata da Kyla. I fumi caldi vorticano, appannando lo specchio posto di fronte al mio viso. Immergo le mani nell'acqua. Un tremore mi attraversa al contatto con l'acqua. In breve la bacinella si tinge di rosso. Gran brutte ferite quelle di Akash, non c'è che dire. Solo pochi centimetri e avrebbero colpito il nervo. Il romano ha rischiato una brutta paralisi alla gamba, ma forse su questo è meglio tacere.

Sospiro, guardando l’acqua color amaranto.

Le mani di un medico sono sempre sporche di sangue.

Non è mai il mio sangue, né quello dei miei nemici. No, mi sento condannato a essere insozzato dal sangue di coloro che mi stanno vicini. Condannato a rimarginare ferite, senza poter farte nulla per evitarle.

Alzo gli occhi verso lo specchio. Con un gesto rapido della mano scopro il mio riflesso. La condensa scorre rapida lungo il vetro, come fossero lacrime. Come lacrime, eppure scorgo davvero i miei occhi divenire lucidi.

Perché, mi chiedo? Perché non riesco mai a metter piede fuori dal villaggio senza poi tornare soddisfatto da ciò che faccio? Perché non riesco mai a tornare a testa alta? Stringo i pugni, serro la mascella. Chiudo gli occhi e ripiombo nel buio. Stringo ancor più forte le mani.

Mi vergogno. Ho una profonda vergogna di me stesso.

Incrocio lo sguardo del mio riflesso. Provo pena per me stesso. Riconosco la paura. Spiriti, morti. Per mia indole professionale temo ciò che non riesco a vedere, e a volte anche ciò che riesco a vedere. Il nodo in gola si fa sempre più stretto. Le lacrime bussano alle porte dei miei occhi.

Perché non riesco a essere coraggioso? Mi sono fatto quella domanda mille volte. La mente vola sulle ali dei ricordi. Indietro, sempre più indietro, finché non scorgo le rive del lago.

Perché non riesco a essere coraggioso?

Gwinevere non risponde alla mia domanda. Mi lancia un'occhiata carica di pietà. Apre la bocca per dire qualcosa, poi tace. Volge gli occhi verso Arthur. Lui ricambia la sua occhiata, poi mi guarda con fare duro.

Perché sei un codardo, Lance

Spalanco gli occhi. Il tonfo dell'ultima pietra che increspa il lago accompagna la sorpresa che si dipinge sul mio volto.

Arthur, che stai dicendo?

Non mi ha mai parlato in questi termini. Fisso i suoi occhi azzurri. Vorrei che il suo sguardo si mitigasse. Adesso scoppierà in una risata, mi dico. Sta solo scherzando, mi dico. Ma il suo sguardo rimane duro.

Hai sentito bene, Lance, sei un codardo

Non so cosa replicare. Apro la bocca, ma qualcosa sembra aver portato via tutte le mie parole. So che è la verità, è per questo che non riesco a ribattere. Fa male essere messi di fronte alla verità, nuda e cruda. Senza alcun fronzolo.

Sei un codardo, Lance. Un codardo. Un codardo. Sei solo un codardo.

Non c'è beffa nelle sue parole, non c'è dolcezza nelle sue parole. Solo la forza di chi sa dire la verità. Gwinevere tenta di fare qualcosa, ma Arthur non si ferma. Continua a ripetermi che sono solo un codardo. Quella parola sembra inseguirmi, sento che si insinua come una fredda lama nella mia mente.

Non sono un codardooooo!!

La mia voce dirompe potente dal torace. Non riesco più a resistere. Non riesco più ad ascoltarlo. Voglio solo che la smetta di dirmi che sono codardo. Voglio solo che la smetta!

Nella mia mente scatta qualcosa. Una rabbia irrazionale. La mano corre veloce senza alcun controllo. Senza volerlo dò uno schiaffo ad Arthur. Nel silenzio che cala riesco persino a sentire il frusciare di alcuni uccelli che, spaventati dall'urlo, si levano in vola dalle querce.

Ho appena il tempo di rendermi conto di quel che ho fatto che la mano trema. Che diavolo mi è passato per la mente? Dare uno schiaffo ad Arthur? La paura della sua collera, della sua reazione mi fa tremare. Ma invece cha arrabbiarsi mi fa un largo sorriso.

Sapevo che non eri un codardo. Visto, anche tu hai la forza, anche tu hai il coraggio. Devi solo riuscire a tirarlo fuori, Lance.

L'eco delle parole di Arthur svanisce e di colpo sono di nuovo nella mia stanza. Allora le parole del mio amico sembravano cariche di verità. Ma adesso che è lontano, adesso che non è qui a ripetermi ciò che mi disse, vedo i colori sbiadire.

Non sono un codardoooooo!!

Urlo.

Più che sentire la mia voce forte, la sento disperata. Colpisco lo specchio di fronte a me. Va in frantumi. I pezzi ricadono a terra rumorosamente. Mentre una goccia di sangue cade nella bacinella. Il respiro si fa affannato e crollo sotto un pianto liberatorio.

Cado in ginocchio, stringendo la mano ferita. La porto al ventre, piegandomi un pò su me stesso.

Fra le dita sento scorrere il mio sangue.

Il mio sangue

Questa volta è il mio sangue a scorrere fra le dita.

Non quello dei miei nemici, non quello dei miei amici.

Non sono un codardo. Anche io so essere coraggioso.

Chiudo ancora una volta gli occhi lasciando che le lacrime righino le mie guance. Mi sento sull'orlo di un baratro. Ho l'impressione di avere le vertigini. Ma so ciò che devo fare. Devo saltare giù nel vuoto e nell'ignoto. Devo farlo. Non voglio più vergognarmi di me stesso.

Devo riuscirci.

Diverrò un guerriero.

L’ANGOLO DEL BARDO :

Oggi vi propongo una pagina di diario ripescata da vecchi scritti. L’intenzione dietro questo breve passo (che ha accompagnato una serata all’insegna di un buon vecchio gdr cartaceo) era quella di far emergere il dramma di un personaggio ben conosciuto, Lancelot del Lago, ma rieditato in maniera personale. Nel fantasy è facile essere circondati da guerrieri forti e coraggiosi, ma chi si è mai soffermato a riflettere sul lato più “umano” che può accompagnare un guerriero? Motivo di fondo a cui ho cercato di dare voce è la paura, nuda e cruda. Paura di non farcela, paura forse di mettere in gioco, paura di non sentirsi all’altezza, paura di staccarsi da un ambiente familiare. Chiunque di noi l’ha provata almeno una volta nella vita. Chiunque di noi si è messo faccia a faccia con se stesso per trovare la forza di superare anche piccoli ostacoli quotidiani della vita. Ed ecco che di colpo ci ritroviamo molto più vicini ad un povero medico costretto a divenire un guerriero, nello sfondo di una Britannia oscura e turbolenta, dilaniata dalla perenne battaglia fra Roma e i clan celtici.
PepperS


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