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lavoro pubblicato lunedì 28 gennaio 2013
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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IL PIANETA DEGLI ANGELI -cap.10 -

di MicheleFiorenza. Letto 489 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Marcello avrebbe preferito che il pianeta fosse disabitato, ma si rendeva conto che un simile paradiso non poteva non avere una vita intelligente... .................................................................

Capitolo 10 - A N G E L I

Paulo guardò il professore con aria interrogativa, e questi, visibilmente emozionato, spiegò:

- Un pianeta vivibile per noi, anzi, più ospitale della Terra… I suoi abitanti non ci aggrediscono… Ci lasciano lavorare per mesi… Una città per molti aspetti simile alle nostre… Mobili molto simili ai nostri… E gli abitanti sono umani!

A quelle parole Nadia volse il suo viso rigato dalle lacrime, scuotendo leggermente il capo, poi si avvicinò al bimbo e sollevò un angolo della leggera copertina. Gli altri due, che si erano accostati, emisero un’esclamazione di sorpresa, poi guardarono strabiliati le piccole ali candide e piumose del neonato …

Paulo si allarmò, arretrò, si guardò intorno e avvicinò la mano destra al fianco. Il professore era assorto in profonde riflessioni, poi disse a Paulo : - Non ci faranno del male.

- Allora hanno paura di noi e sono fuggiti? – chiese Paulo con una punta di sarcasmo.

- No, - disse Arnoldo – sono andati via per non spaventarci con la loro diversità.

- E il bimbo? – ribatté Paulo.

Nadia, ancora visibilmente commossa, mentre guardava il piccolo in modo molto dolce, disse :

- Non capisci? E’ un messaggio, un grande segno di pace. Essi non vogliono farci del male e non ci temono: ci mostrano le loro intenzioni e la loro fiducia lasciando questo piccolo alla nostra mercé. E si inginocchiò davanti alla culla.

Mentre i due uomini riflettevano sulle parole di Nadia, che guardava con tenerezza il piccolo… angelo, cominciò a espandersi nell’aria una musica di sottofondo, prima bassissima, poi un po’ più alta.

La melodia era piacevole e il volume si fermò su livelli molto bassi; a volte la musica sembrava interrompersi, come se si stancasse sui toni molto acuti o anche su quelli molto bassi; ma forse ciò era dovuto ai limiti della capacità uditiva umana.

I tre esploratori si guardavano intorno per capirne la provenienza, poi si accorsero che una parete spoglia, sul fondo della stanza, lentamente si illuminava.

A poco a poco si formò l’immagine di un giardino tipico di Marte 2, con gli alberi verde-azzurri carichi di fiori o di frutti. Sullo sfondo una città simile ad Abbandonata. Da quella città sembrava avanzare qualcuno, camminando lentamente. Indossava una specie di tunica bianca.

I nostri osservavano con attenzione. Il volto dell’ Alfiano era simile a quello dei terrestri, con qualche ruga, ma la pelle era di colore celeste chiaro; appariva alto e snello e non si notavano ali.

Sorrideva. Quando la sua figura fu abbastanza vicina, si fermò e alzò il braccio destro con la mano aperta. Il braccio appariva piccolo rispetto al corpo, e così la mano.

Poi l’ Alfiano allargò le braccia, e dopo un po’ le appaiò davanti a sé con i palmi delle mani in su. Alla fine fece con la destra un cenno di saluto alla maniera terrestre, si volse e andò via nella direzione dalla quale era venuto: aveva una grossa gobba sotto una tunica. Quindi lo schermo lentamente si spense insieme alla musica.

Paulo disse: - Ho capito il saluto che ha fatto alla fine e mi rendo conto che non si è presentato personalmente per non spaventarci; anche la gobba, secondo me, nascondeva le ali ripiegate.

Guardò Nadia, che disse:

- Secondo me, intendeva dire: vengo in pace, siamo pronti ad accogliervi e quindi venite!

Tornarono all’auto un po’ confusi. Zephine si spostò sul sedile destro e li guardava perplessa, ma non parlò. Mentre si allontanavano da Abbandonata, Nadia, asciugandosi il volto con la mano sinistra, sorrise a Zephine e con la destra le strinse una spalla. Arnoldo taceva.

Superata la cresta dei monti, mentre si dirigevano al villaggio del Ringraziamento, Paulo disse:

- Zephine, ascolterai tutta la storia mentre la riferiremo al comandante.

Al villaggio molti profughi erano ad aspettarli ansiosi. Marcello abbracciò Nadia, e Giulia accolse con affetto Zephine e Arnoldo; poi l’intero direttivo, compresa Nadia, si diresse verso la sala riunioni.

Manuela e Zephine prepararono il caffè alfiano e lo servirono, poi Riccardo invitò Paulo a riferire le novità, certamente di rilievo, considerato l’aspetto degli esploratori.

Paulo fu dettagliato e preciso e non si fece influenzare dallo sbalordimento dei presenti. Quando terminò, il comandante rimase un po’ a riflettere, poi disse :

- Ho una proposta da mettere ai voti: prepararci in un gruppo più numeroso e recarci ad Abbandonata per un incontro con gli Alfiani. Abbiamo due auto, ma ne userei una soltanto, e con due viaggi consecutivi potremmo essere là in sette. A Ringraziamento resterebbero Giulia, Arnoldo, Paulo e Jean-Daniel. Partirebbe metà direttivo, Nadia, un interprete e l’infermiera Lauren, che mi sembra abbastanza salda di nervi per un incontro alieno, anzi alfiano.

Manuela propose di portare alcuni piccoli doni e qualche libro, nella speranza che gli Alfiani potessero apprendere almeno una delle tre lingue in uso tra i profughi.

Furono tutti d’accordo per andare già il giorno dopo.

* * *

Un’alba piovigginosa svegliò Marcello, che aveva dormito poco bene per un cumulo di pensieri e preoccupazioni che gli turbinavano nella mente: avrebbe preferito che il pianeta fosse disabitato, da colonizzare e basta; ma si rendeva conto che un simile paradiso non poteva non avere una vita intelligente. Fortunatamente gli alfiani sembravano pacifici, addirittura sensibili nei confronti dei terrestri. La loro somiglianza fisica era inoltre notevole, fatta eccezione per le ali e l’evidente capacità di usarle: la mancanza di scale e di strade lo dimostrava.

Gli alfiani e i terrestri dovevano avere un antenato in comune, certamente non una scimmia antropomorfa, ma qualcosa di diverso e migliore: le scimmie potevano anche essere il prodotto di una involuzione dall’uomo alla scimmia e non viceversa. Ne avrebbe parlato con Arnoldo e con Manuela, anche se egli stesso riteneva un fatto assodato l’origine umana dalla scimmia. Doveva comunque essere accaduto qualcosa, due o tre milioni di anni prima.

Marcello teneva ancora tra le braccia Nadia, che si era addormentata tardi, turbata dalla consapevolezza che su Marte 2 (qual era il vero nome?) essi erano soltanto degli ospiti, temporaneamente accettati.

Nadia rimpiangeva la Terra e malediceva gli uomini e i governi che l’avevano resa invivibile. Sentiva che i suoi genitori erano morti, perché non avevano più ricevuto notizie da New Groen, dove si trovavano anche la signora Jelacque, la signorina Ester e forse Giovanni Zichì.

Marcello aveva tentato di consolarla, ma Nadia era anche preoccupata di una probabile contaminazione con la civiltà alfiana, anche se istintivamente gli alfiani le erano simpatici.

All’ora stabilita gli esploratori si ritrovarono nel piazzale delle partenze, dove una ventina di profughi seguiva l’evolversi degli eventi con notevole trepidazione.

La prima squadra che decollò era simile a quella della prima volta, eccetto il fatto che al posto di Arnoldo e Paulo c’erano Marcello e Manuela. La neurobiologa osservò con curiosità la valle Abbandonata e ne ebbe un’ottima impressione.

Atterrati sul medesimo terrazzo della volta precedente, Zephine tornò indietro con l’auto, mentre gli altri decisero di entrare subito nella “casa del Bimbo” (così battezzata da Nadia); mentre la prima stanza era immutata, il salone era arredato con numerose poltrone basse, che sembravano scelte apposta per loro, nonché abbellito con vasi colmi di fiori e ceste di frutta.

Nella stanza in fondo, il bimbo non era più nella sua culla, ma sui tavoli c’erano ritratti di lui e di una giovane… donna? dal viso di un pallido color lilla e dai grandi occhi azzurri, con il naso affilato e le labbra sottili. Accanto alle… foto? alcuni libri rilegati in pelle e scritti in caratteri geroglifici.

Lo schermo del salone era acceso e mostrava immagini del territorio del pianeta, ma non si vedevano città da vicino: era un territorio molto naturale e somigliante a quello terrestre, però Marcello immaginò che era stata fatta una selezione accurata delle immagini.

Arrivò il secondo gruppo, composto dal comandante, Zephine, l’esperto di lingue Kim, e Lauren.

A un tratto lo schermo fece vedere alcuni mezzi aerei alfiani e tra questi c’erano i famosi, velocissimi dischi volanti! Pian piano parecchie cosette acquistavano significato nella mente di Marcello: infatti il paradiso perduto, i dischi volanti che per millenni avevano osservato la Terra senza intervenire, il concetto antichissimo di angelo, e la scoperta che l’universo era più piccolo e percorribile di quanto si immaginasse… gli facevano intuire antiche contaminazioni, relazioni, eventi, ancora da inquadrare in un contesto unico.

Erano tutti in attesa, quando cominciò a sentirsi la solita musica e sulla soglia si presentò un Alfiano: il suo piccolo braccio era alzato nel saluto di pace che conoscevano.

Sorrideva, e Nadia riconobbe il personaggio del filmato del giorno prima: era veramente alto, snello, con i capelli un po’ lunghi, ora vestito con una tuta di foggia simile a quella dei nostri eroi, e sulle spalle si intuivano due ali!

Il comandante ritenne doveroso fare un breve passo verso di lui, e allora l’alfiano fece un inchino di tipo terrestre, al quale Riccardo rispose col medesimo inchino, un po’ più prolungato.

Marcello si rendeva conto che il momento era più che storico: era un momento della storia universale !

L’alfiano aveva la carnagione di color celeste chiaro, gli occhi azzurri e i capelli bianchi. I tratti del suo viso erano perfetti, simmetrici e piacevoli. Si intuiva l’età non più giovane dalla postura un po’ curva in avanti e dalle tracce di rughe ai lati degli occhi.

Diede al comandante un biglietto, con una scritta in stampatello terrestre. Riccardo lo guardò e disse :

- E’ scritto in un cattivo italiano, ma dice che siamo i benvenuti, se veniamo in pace.

Riccardo portò la mano destra sul cuore e fece un secondo inchino.

Poi, vedendo che il vecchio alfiano guardava Nadia, Riccardo le fece cenno di avvicinarsi.

Nadia si avvicinò lentamente, guardando il volto del vecchio, che a sua volta la guardava con intensità. La giovane, un po’ confusa, disse :

- Mi sembra che voglia trasmettermi un pensiero… - e lo fissò nuovamente con curiosità. Poi disse:

< Noi… pacifici… Vi… aspettavamo… Hanno distrutto… vostra specie… Voi profughi… gli eletti… Conosciamo… vostra storia… e preistoria… Vi racconteremo… Volete… accettare… nostro aiuto? >

Riccardo si rendeva conto che questo messaggio telepatico era dovuto più alle capacità alfiane che a quelle di Nadia, ma era felice che si fosse stabilito un contatto :

- Rispondi di sì e ringrazia.

Nadia cercò di trasmettere questo pensiero telepatico, ma il vecchio alfiano scosse la testa, poi si voltò ed espresse una parola in una lingua sconosciuta; aveva una voce diversa da quella umana, ma piacevole.

Si presentò un altro alfiano, anzi presumibilmente un’alfiana, bionda e con la pelle di color lilla chiaro, un po’ somigliante a quella del ritratto visto prima. In seguito quest’alfiana sarebbe stata chiamata Venere Alata.

Avvicinatasi, tese a Nadia le mani, ed ella istintivamente le strinse… Era la prima volta che un profugo toccava un alfiano! Le due donne si sorridevano e si guardavano fissamente. Poi Venere riferì al vecchio qualcosa; costui annuì con convinzione e poi fece cenno a tutti di sedersi di fronte allo schermo.

Gli esploratori assistettero a una specie di documentario; all’inizio ci fu una rappresentazione animata del sistema alfiano, con i due soli e i pianeti; c’era persino segnata qualche parola in italiano!

Era chiaro che nei mesi precedenti avevano cercato di imparare in tutti i modi la lingua in uso nel direttivo. Poi il documentario mostrò una città abitata, che essi chiamavano Antica.

Zephine, già traumatizzata da tutto ciò che aveva visto fino a quel momento, avvertì come un pugno nello stomaco, quando vide che gli abitanti di Antica volavano!

Volavano sulle loro ali o saltavano, raramente camminavano. Poi si vide una specie di mensa collettiva, con cibi sconosciuti.

Fu chiaro che la pelle degli alfiani maschi era celeste, quella delle alfiane di un chiarissimo lilla. I capelli erano generalmente di colore biondo chiaro.

Terminato il filmato, il vecchio diede un grosso libro a Riccardo, con un titolo in geroglifici e sotto, in italiano, la scritta “Storia del mondo”.

Venere guardò con intensità Nadia, che disse :

< Andate e raccontate… agli altri… Il terzo giorno vi aspettiamo… Qui ci saranno altri abitanti di… U…X…U…R… Il nostro Primo… e io mangeremo con voi…>

Poi Venere sorrise a Nadia, le prese una mano e disse a tutti, lentamente : - Ciao… - Seguì un inchino.

Riccardo diede disposizioni per il rientro, poi si trattenne emozionato con gli abitanti di… Uxur, insieme a Nadia, e diede il libro a Marcello, in attesa del secondo viaggio di ritorno con l’auto.

* * *

Non continuerò a descrivere minutamente i giorni successivi. Fu subito chiaro che gli abitanti di Uxur, che risultò essere il nome del pianeta nella loro lingua, accolsero i profughi terrestri con le migliori intenzioni, anzi con vivace curiosità. I componenti del direttivo conobbero rapidamente il loro mondo, che era fatto di piccole città; infatti la loro popolazione complessiva era di circa dieci milioni di uxuriani soltanto e la causa principale di ciò era un calo di fertilità negli ultimi millenni. Ma erano felici.

Abbandonata non era la città più grande, ma era la più importante; infatti si chiamava con un nome che significava “città dei primi”, ma accolsero con piacere anche il nome di Abbandonata, per sancire in questo modo la loro accoglienza. Naturalmente la città fu ripopolata dai suoi abitanti, ma furono anche iniziati nuovi quartieri di ampliamento per i profughi.

Questi quartieri avevano edifici più bassi, con scale e rampe, ed erano attraversati da strade; insomma erano adatti sia per i profughi che per gli uxuriani.

I nostri eroi si resero conto che la civiltà uxuriana non era progredita soltanto tecnologicamente, ma lo era anche culturalmente, come già avevano intuito, Nadia per prima: gli uxuriani avevano quasi dimenticato il concetto di guerra e aborrivano la violenza, erano umili e solidali.

La loro organizzazione sociale era basata su una forma di oligarchia, fondata sul rispetto per i più capaci e illuminati. Il Primo che avevano conosciuto era il capo dei capi e Venere Alata era la figlia secondogenita. Avevano una discreta capacità telepatica, ma molti di loro impararono rapidamente l’italiano per intendersi col direttivo terrestre. Anche alcuni profughi impararono almeno a leggere l’uxuriano, che si basava sui geroglifici; Kim imparò anche a scriverlo e persino a parlarlo un po’.

Per quanto riguarda la relativa somiglianza tra le due popolazioni, i nostri eroi seppero che milioni di anni prima gli uxuriani, che erano già tecnologicamente avanzati, avevano esplorato le zone dell’universo a loro più vicine e avevano anche conosciuto il pianeta Terra. Poiché cercavano esseri intelligenti, furono delusi dalla Terra, perché soltanto le scimmie poi chiamate antropomorfe mostravano un barlume di lucidità, però avevano un DNA non troppo diverso dal loro.

Per questo motivo, i loro scienziati dell’epoca non avevano saputo resistere alla tentazione di operare una manipolazione genetica su due o tre specie di quelle scimmie, combinando il loro patrimonio genetico col proprio. Nacquero così i primi ominidi. Furono parzialmente delusi dai risultati, soprattutto per l’istinto di violenza che gli ominidi manifestavano, che era poi una caratteristica dell’intero pianeta Terra.

Alla fine avevano lasciato gli ominidi al loro destino, limitandosi a seguirne da lontano l’evoluzione. Se per un verso i millenni successivi avevano dimostrato che gli ominidi erano una specie non soltanto capace di sopravvivere in un mondo ostile, ma anche di migliorarsi e di cominciare a dominare quel mondo, gli uxuriani si erano spaventati per la loro aggressività, che non diminuiva nemmeno nel corso della rapida evoluzione.

Così non avevano mai effettuato un serio tentativo di contatto, pur considerando gli umani loro parenti stretti.

Gli uxuriani erano convinti che i loro antenati erano stati lungimiranti, visto che la specie umana era adesso giunta all’autodistruzione.

Diverso era il concetto che essi avevano dei profughi, che chiamavano gli Eletti: erano convinti che l’umanità terrestre, morendo, aveva rivelato il meglio di sé, scegliendo gli elementi migliori per quella missione disperata ma indovinata. Tuttavia Giulia era convinta che ancora gli alfiani (come molti continuavano a chiamarli) studiavano i profughi con sospetto.

I loro progetti per i terrestri prevedevano due possibilità coesistenti: l’assegnazione di territori separati o la graduale integrazione con loro, anche tramite manipolazioni genetiche migliorative sulle generazioni umane future, in piena libertà per ogni profugo. Avevano tuttavia inviato una loro astronave sulla Terra per un sopralluogo dall’alto, pensando a un ipotetico ritorno dei profughi sulla Terra. Il ritorno di quella missione si attendeva dopo poco più di sei mesi (quattro mesi e mezzo uxuriani), in quanto essi erano capaci di superare la velocità della luce, viaggiando in uno spazio-tempo parallelo.

Purtroppo le due opzioni proposte urtarono la suscettibilità di alcuni profughi, che avrebbero preferito un aiuto per bonificare la Terra; ma i nostri “cugini” affermavano di non possedere le conoscenze necessarie per eliminare dall’acqua, dall’aria e dal terreno del pianeta Terra gli atomi radioattivi.

Nel direttivo e nella colonia dei profughi alcuni apprezzavano l’aiuto e la disponibilità degli uxuriani, altri covavano rancori per quei progetti di emarginazione o di assimilazione, e rimpiangevano la Terra; nel complesso la maggior parte era incerta sul da farsi.

Riccardo era scettico sulla possibilità di bonificare la Terra e vedeva di buon occhio sia l’assegnazione di grandi isole, sia la graduale assimilazione da parte dei cugini, dai quali in definitiva avevano avuto origine.

Marcello pensava semplicemente che era troppo presto per fare scelte così importanti e impegnative.

continua

Michele Fiorenza 2003

opera registrata



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