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lavoro pubblicato giovedì 24 gennaio 2013
ultima lettura venerdì 22 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Prigionieri dei Romani

di peppers. Letto 602 volte. Dallo scaffale Fantasia

Sud della Norvegia, III era “Che Dio possa cavarmi gli occhi se tu non sei l’elfo più brutto che io abbia mai visto” .“Non dovresti nominare il tuo dio per questioni così futili” ridacchiò&nb...

Sud della Norvegia, III era

“Che Dio possa cavarmi gli occhi se tu non sei l’elfo più brutto che io abbia mai visto” .

“Non dovresti nominare il tuo dio per questioni così futili” ridacchiò Gahald. “potrebbe infastidirsi”.

Il flaccido sole mattutino fece brillare il crocifisso d’oro che il comandante romano portò alle labbra, pregando il Sommo Padre di perdonare le parole di quella bestia pagana.

“Queste corde sono troppo strette” riprese a lagnarsi l’elfo. “Avete forse dimenticato cosa sia l’ospitalità?”.

Tullio soffocò in una risata carica d’esasperazione l’impellente desiderio di picchiare la testa calva e bitorzoluta del prigioniero.

“Ringrazia la bontà dell’imperatore se sei ancora vivo, vecchio mostro. Fosse per me”.

Sbuffò, troppo irritato per completare la frase.

Odiava lo sguardo strabico con cui il prigioniero lo fissava. E anche il suo sorriso ebete. Catalizzato dal freddo pungente della Norvegia, il malumore del comandante stava dilagando senza sosta, agguantando fra le sue pieghe tutto ciò che lo circondava : dalla valle in cui aveva deciso di sostare, fino a quello stupido segugio che sonnecchiava ai suoi piedi.

Svegliati, maledetto mastino”inveì. “Vedi di cacciare qualcosa per cena.

Il vecchio alano sollevò il muso, proteggendosi con un polveroso sbadiglio da quella pericolosa provocazione. Si rizzò in piedi, bazzicando fra la dozzina di soldati intenti a raccogliere la legna necessaria ad allestire il bivacco per la notte. Deluso dallo scoprire che l’ora del pranzo era ancora lontana, si trascinò fino adun’elfa seduta poco distante da Gahald. Le girò intorno un paio di volte, interessato al pungente odore di cagna di cui era impregnata la rozza tunica blu della ragazza.

Arhali ne tuse” mormorò Ilys, passando la mano sotto il muso dell’animale.

Tullio portò le mani all’elsa della spada, pronto a difendersi da qualsiasi minaccia. Non si lasciava certo ingannare dal bel visino della prigioniera, sapeva che quelle miti parole potevano in realtà nascondere arcani sortilegi.

“Che diavolo significa?”

“Ha fatto un complimento al tuo cane, dice che fa un buon profumo”

Tullio spostò con sospetto lo sguardo dal viso divertito diGahald all’elfa. Ne era certo, quella ragazza nascondeva qualcosa. Perché altrimenti la sera prima non aveva opposto alcuna resistenza all’essere fatta prigioniera? Certo, quando i suoi uominil’avevano legata aveva preso a strillare a squarciagola,costringendolo a dare l’ordine di lasciarla stare, ma oltre ciò non sembrava dare alcuna importanza alla presenza dei romani. Se ne stava lì, seduta sull’erba con le gambe da un lato, a giocarecompiaciuta con quel vecchio sacco di pulci.

“Se non te ne stai buona, ti rimetto le corde, non importa quanto …”

“È inutile che le parli” si intromise Gahalad. “Non capisce il latino, parla solo l’elfico e la lingua degli animali”

Tullio fece un passo indietro, segnandosi con la mano destra.

Sta forse ammaliando il mio cane?” sbottò, inseguito dai fantasmi dei racconti che aveva udito nelle tabernae romane. Elfi capaci di offuscare le menti con la sola forza di uno sguardo.

“Temo sia il contrario” sospirò Gahald, guardandosi attorno con gli occhi divergenti. “Penso che Ilys si sia innamorata del tuo mastino”.

La terra ha compiuto un quarto del suo giro intorno al sole” concluse , lasciando che il romano traesse da sé la conclusione.

Tullio non tardò ad agganciare il resto di quel pensiero.

“Suona come una profezia sussurrò, toccando d’istinto l’orlo della sua lorica.

Sfiorare il metallo era l’unica abitudine che la solida fede cristiana non era riuscita a scalzare della sua precedente vita pagana. Ogni volta che si sentiva minacciato dalle oscure e invisibili forze del mondo le sue dita brancolavano alla ricerca di qualcosa in grado di scacciare la cattiva sorte. Non che credesse realmente alle taumaturgiche proprietà del ferro, ma in fondo dare anche solo una sfregatina non costava nulla.

“Semplicemente sta arrivando la primavera” lo corresse l’elfo, ammiccando con la testa in direzione degli alberi. Piccole gemme verdastre punteggiavano i rami nodosi, ascoltando timidamente la conversazione.e con essa la stagionedell’accoppiamento”.

Ti stai forse prendendo gioco di me, elfo?!”.

L’ufficiale romano avanzò minacciosamente, animato dal fermo proposito di reprimere con la forza quelle beffe. Diede un calcio alle costole di Gahald e ne cacciò con lo stivale la testa sull’erba umida del primo mattino.

Preoccupati dal vociare del comandante, i soldati abbandonarono la propria occupazione. Si avvicinarono, incuriositi da quegli strani comportamenti. Molti fra loro erano giovani reclute, che non avevano mai visto un elfo con i propri occhi. Bastò un’occhiata affilata di Tullio per rimandarli al lavoro.

“Parli di lei come di un animale” riprese l’uomo, riacquistandouna parvenza di calma.

Si comporta come tale, anche se è da decine di anni che le ripetiamo che è un’elfa

Uhie ti’ya renaer?” chiese la ragazza, con le braccia attorno al collo dell’alano.

“No, Ilys. Temo che non ti lascerà portare via il suo cane”

Nonostante il tono dolce con cui il compagno le aveva parlato, sul viso della prigioniera comparve un’espressione di disappunto.

Huri! Cariniel tarà” borbottò, fissando imbronciata il carceriere.

“Dì alla tua cagna di non scaldarsi troppo. Il viaggio è ancora lungo e non voglio scocciature di alcun tipo”

“Il viaggio è ancora lungo?” Gahald strabuzzò gli occhiguardando con aria interrogativa Tullio, intento a studiare una pergamena. “Che significa?”

“Costeggeremo il fiume Albis, inoltrandoci a fondo nella Germania Magna, poi cinquanta leghe fino agli Agri Decumates…”

dove ci state portando? insistette l’elfo, lanciando un’occhiata carica di preoccupazione a Ilys.

“… varcate le soglie dell’Impero il viaggio sarà molto piùspedito : la via Aurelia in meno di una settimana ci condurrà a Roma”

“Roma?!”.

Gahald prese a dimenarsi, improvvisamente pungolato da un cuscino di spine.

Non posso venire a Roma, devo rientrare a Nainiel. Ho del lavoro da finire prima che sorga il sole!”

“Ci penserà il Divinissimo Teodosio a toglierti il senso dell’umorismo, figlio di Satana”.

L’idea di una ricompensa scavò un sorriso sul volto di Tullio, il pensiero della triste sorte che attendeva i prigionieri lo affilò. L’Imperatore avrebbe certamente apprezzato quel dono. Covando orrori di ogni sorta, avrebbe smunto quelle bestie, spillando loro ogni goccia di informazione. Tullio sapeva bene quale sorpresa chiudeva quel doloroso soggiorno nelle segrete di Roma. Nella sua infinita misericordia, l’Imperatore avrebbe donato loro una nuova vita in forma umana, epurandoli da quelle abominevoli orecchie a punta. Sotto l’ombra di quella minaccia, l’ufficiale romano aveva visto elfi ritenuti coraggiosi frignare come bambini e persino nani rudi come la roccia versare lacrime. Si sarebbero abituati presto al nuovo corpo mortale, pensò dirigendosi verso i suoi soldati, in fondo non era malaccio la vita di un uomo.

Ilys attese che Tullio iniziasse a dirigere i lavori per la costruzione dell’accampamento, poi si volse verso il compagno.

Aturé? yhla’ma?”

Incalzato dalle domande, Gahald spiegò il motivo di tutto quel trambusto.

Mordhros possa proteggerci, Ilys” bisbigliò l’elfo, che aveva indovinato le agonie a cui stavano andando incontro. “Ci stanno trascinando nella loro terra”

Arihy! Jugar te l’hor!”

“Non dirlo a me, ho anche lasciato le porte della fucina aperte” confermò l’elfo. “È tutta colpa tua, Ilys. Ti ho sempre detto che vagare per i boschi da sola è pericoloso”.

Ilys incrociò le braccia al petto, volgendo la testa dal lato opposto a Gahald.

Erylu, hamii yert!”

Il vecchio alano abbaiò, facendo eco alle parole di Ilys.

Non mi importa se conosci ogni angolo dei boschi, aver sentito l’odore di quel cane non è un buon motivo per allontanarsi daNainiel” sibilò Gahald, spazientito dall’ostinata testardaggine della compagna.

Oriah mi leee? Oriah me lii?! Tye rohalt turhu!”

“Non venirmi a raccontare che è stato il mio trambusto ad attirarli. Noi non dovevamo nemmeno essere lì”.

Gahald socchiuse gli occhi, serrando le labbra in un’espressione severa.

“Tu ci hai cacciato in questo guaio, tu ci tiri fuori. Chiaro Ilys?Non posso certo fare tutto da solo”

Sospirò, poggiando la testa sul petto, poi prese a rimpiangersi.

Non posso rischiare che il lavoro all’officina rimanga incompleto. Edheldur si infurierà con me

Cadde un silenzio pesante, rotto solo dai latrati del mastino. Continuava a gironzolare attorno a Ilys, ora passandole il naso fra i capelli crespi, ora grattando il terreno di fronte a lei. L’elfaridacchiava fra sé, divertita da tutte le attenzioni che l’animale le riservava. Ogni tanto il vecchio alano si avvicinava a Gahald. La fuliggine che ricopriva le vesti dell’elfo gli pizzicava il naso, costringendolo a starnutire. Quando accadeva il cane ringhiava, appiattendo la testa contro le zampe anteriori.

Ilys, richiama il tuo compagno” balbettò Gahald, minacciato per l’ennesima volta da una lunga fila di denti aguzzi. Senza prestare alcuna attenzione al vecchio fabbro, l’elfa guardava nel cielo. Gattonò per qualche metro, seguendo il volo di una farfalla.

Aryné qyi l’yha” canticchiò, congiungendo le manine.

Quando la farfalla distese le grandi ali gialle sui palmi, gli occhi di Ilys traboccarono di delizia.

“Non è il momento di giocare con le farfalle” la pungolòGahald, ancora incalzato dal mastino.Non voglio diventare la sua cena”

L’elfo saltellò indietro, tentando di mettere qualche metro fra se e l’animale.

“Vecchio salto di pulci, via di lì”

Levando alta la voce ruvida, Tullio accorse. Non poteva permettere che si facesse del male ai prigionieri.

“L’imperatore li vuole vivi” ringhiò, tenendo in gran mostra un ramo colto dalla fascina che i soldati avevano finito di raccogliere.

Terrorizzato alla vista di un bastone fra le mani del padrone, il cane guaì. Tenendo la coda fra le zampe, cercò riparo da Ilys. L’elfa sollevò le mani, permettendo alla farfalla di alzarsi in volo. La seguì con lo sguardo fino al limitare del bosco, poi profuse calde carezze al mastino.

Tullio rimase per un po a fissare i prigionieri. Assicurato dal fatto che se ne stessero buoni, tornò fra i suoi uomini.

“Mettete da parte la legna per accendere il fuoco. Con la rimanenza innalzate una palizzata”

Radunati attorno all’ufficiale, i soldati si scambiarono delle rapide occhiate.

“e i nostri ripari, signore?” azzardò il più temerario fra quei ragazzi. “le notti sono molto fredde qui in Norvegia”

“Ho detto che voglio una palizzata” rispose, non senza una punta di stizza. “Non possiamo rischiare di farci trovareimpreparati. Altri elfi potrebbero venire a reclamare quei prigionieri. Passerete la notte avviluppati nei vostri manti”

“La legna che abbiamo raccolto potrebbe non essere sufficiente a cingere tutta la radura, signore” osservò un altro soldato, un ragazzaccio a cui il calice della giovinezza non serbava che le ultime gocce del suo nettare.

“Allora che fate ancora qui impalati? Andate a raccoglierne dell’altra!”

Il gruppo di soldati si dileguò alla svelta, inseguito dalle imprecazioni di Tullio.

Nell’ora che seguì, il legato romano, dimentico del freddo e delle fatiche di una marcia all’insegna delle asperità, si concesse un riposo carico d’orgoglio. Ora che non c’era più nessun incapace ad importunarlo, riusciva persino a cogliere la bellezza primordiale di quel luogo selvaggio.

Il sole brillava timidamente nel cielo limpido, promettendo una giornata tranquilla. Gli usignoli volteggiavano per aria, annunciando con la loro sinfonia l’arrivo della primavera. Il vento scendeva dai monti innevati, correndo giocondo fra gli alberi.

“Signore, signore!”

Una voce ansimante spazzò via l’illusione di un buon umore.

“Che diavolo succede adesso?”

Uno dei soldati romani irruppe atterrito nella radura, il viso contratto in un’espressione di sorpresa.

“Nel bosco, comandante” farfugliò, continuando a correre senza dare ulteriori spiegazioni. Alle sue spalle un secondo guerriero, poi un altro e un altro ancora. Di fronte a quella che aveva tutta l’aria di una fuga, Tullio reagì prontamente.

“Tornate qui, fannulloni! vociò, sperando di riportare la disciplina fra i suoi uomini. “Mettetevi in riga”

“Scappate signore, prima che arrivino”

Chi? Gli elfi?!”

“Gli animali, signore!”

Lo sguardo iracondo di Tullio corse rapido dai prigionieri ai soldati che si stavano disperdendo fra i boschi. Li avrebbe rincorsi fino in capo al mondo, se avesse potuto, dando ad ognuno un valido motivo per scappare, ma non poteva certo lasciare da soli quei mostri.

Lo scricchiolare di una foglia accartocciata al limitare della radura colse la sua attenzione.

Voltandosi, sgranò gli occhi, sbigottito.

Quella era davvero la cosa più bizzarra a cui avesse mai assistito. Tutti gli animali del bosco marciavano fianco a fianco, calcando con fierezza quel palcoscenico bordato d’alberi.

“Dio onnipotente!”

Fece un passo indietro, segnandosi prontamente con la mano.

Ad aprire il corteo un cervo, fiancheggiato da cinghiali e orsi, e poi ancora lupi, cerbiatti, insetti e uccelli di ogni tipo.

Baciò la croce che pendeva al suo collo.

Ogni istante il numero delle bestie sembrava moltiplicarsi. Volpi, scoiattoli, serpenti e linci erano venuti da ogni dove per popolare i ranghi di quel variopinto esercito. Tullio sapeva cosa volevano. Lo leggeva nei loro occhi. Erano venuti a reclamare gli elfi prigionieri.

Una paura irrazionale sembrò impadronirsi di lui, insinuandosi sotto la lorica. Un terrore cieco, come un incubo ad occhi aperti, strisciava sulla sua pelle. Non voleva rimanere lì da solo, lontano mille miglia dai confini romani, in balia di quelli che a stento poteva definire nemici. Si voltò e prese a correre più veloce che poté. Forse poteva ancora raggiungere qualcuno dei suoi uomini.

“Ehi! Stai dimenticando le tue mappe” suggerì Gahald, osservando divertito la fuga degli uomini. “così rischiate di smarrirvi”

Nessuno tornò a reclamare quelle carte. I soldati erano ormai piccole sagome convulse fra i tronchi nodosi della boscaglia.

“Aule ri tyahu ni me’hia”annunciò Ilys, sedendo all’amazzone sul dorso del cervo.

“Hai ragione, il sole sarà basso sull’orizzonte prima che potremo scorgere le porte di Nainiel

L’elfa ridacchiò, prendendo fra le braccio il vecchio alano che i romani, nella loro precipitosa fuga, avevano lasciato nel campo.Ad un suo cenno un cinghiale inforcò Gahald, ponendolo sulla groppa irta. Quasi fosse una regina, con la sua tunica blu dall’odore pungente e i capelli crespi, Ilys guidò sulla strada di casa il corteo. Guardò in alto nel cielo e protese una mano, lasciando che la farfalla che aveva incontrato scendesse di nuovo sul suo palmo.

Yerathii, guinamar lo uthuie” sorrise, poi le diede un candido bacio.

In basso, al suo fianco, il vecchio Gahald riprese a lamentarsi.

“Quando hai finito di ringraziarla, che ne dici di sciogliere queste corde? E poi, perché un cinghiale? Posso anche tornare sui miei piedi!”

Stretto fra le braccia dell’elfa, il vecchio alano starnutì, poi ringhiò in direzione del fabbro.

“Che Mordhros possa proteggermi, sarà un viaggio davvero lungo”



Commenti

pubblicato il 24/01/2013 9.59.14
tonymalerba, ha scritto: Ecco le genuine forze della natura che il cristianesimo non è riuscito a reprimere: una fuga pacifica senza la violenza del Dio d'Israele che richiuse il mare sugli sventurati inseguitori.
pubblicato il 24/01/2013 12.45.44
mariapace2010, ha scritto: splendido racconto... originale e assai interessante.

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