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lavoro pubblicato martedì 22 gennaio 2013
ultima lettura giovedì 21 febbraio 2019

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Una storia Toscana

di wldino. Letto 527 volte. Dallo scaffale Viaggi

In Toscana tutto quello che ci circonda porta i segni del passato, ricorda personaggi, vicende o semplici leggende. La storia che racconto ha qualcosa di speciale che va oltre la suggestione popolare, lo testimoniano vari documenti.............

Come gran parte delle persone, considero la Toscana un luogo ambito: per stare bene. Centro benessere naturale (da non confondere con le SPA, acronimo della locuzione latina Salus Per Aquam, di gran moda oggi tra i parvenu italici) dove si ha l’occasione di vivere il significato di “cultura” al di là delle mode e senza contaminazioni esterofile. Un privilegio che ai più comporta un lungo viaggio, per noi fortunati soltanto poche ore di macchina.

San Gimignano può considerarsi l’ombelico di questa regione: cittadina patrimonio dell’UNESCO, a metà strada tra Firenze e Siena, Volterra e il Chianti.

Su consiglio di alcuni amici sempre attenti alle recensioni degli alloggi, avevamo prenotato in una piccola locanda vicinissima al centro per un soggiorno di pochi giorni. Una casa antica situata sulla sommità di una collina davanti alle torri di San Gimignano, sul vecchio tracciato della via Francigena.

Un posto fantastico impreziosito da un’ospitalità che vorremmo trovare ogni qualvolta ci allontaniamo da casa. Il proprietario è il signor Viani, pittore di talento che unisce la passione per l’arte alla conoscenza del territorio, in particolare ai racconti (e forse le leggende) che hanno caratterizzato la storia di questi luoghi. Grazie alla sua disponibilità, una sera, seduti ad un tavolo di fronte al panorama della città, iniziammo a parlare di alcuni eventi collegati a quella Locanda sulla via Francigena, nel giusto equilibrio tra verità e narrazione, soffermandosi su un fatto avvenuto alcuni secoli prima con risvolti attuali:

“ In Toscana tutto quello che ci circonda porta i segni del nostro passato, ci ricorda personaggi, vicende o semplici leggende. La storia di questa Locanda ha qualcosa di speciale che va oltre la suggestione popolare; lo testimoniano vari documenti storici che descrivono, oltre alla nascita di queste mura, tanti piccoli eventi riferiti a persone che di qui sono passate e che hanno legato la loro vita a questo luogo così particolare.

Questa casa in origine era un antico "Pellegrinaio" dove alcuni frati dell'Ordine degli Olivetani prestavano assistenza e ospitalità ai pellegrini che percorrevano la via Francigena. Ben presto si iniziò a parlare di alcuni episodi sorprendenti accaduti in questo luogo fin dal XIII secolo. Si iniziò a mormorare che dopo qualche giorno di sosta alla Locanda (forse grazie al clima mite, al buon vino, all'olio degli olivi centenari e alle amorevoli cure dei frati) i pellegrini riprendevano il proprio cammino come fossero rinati, in molti casi guariti da gravi malattie e infezioni.

Con l’andare del tempo questo posto divenne ben presto una meta da raggiungere per ritrovare energia e salute.

In seguito alcuni eventi, con risvolti tutt’oggi inspiegabili, andarono ad accrescere il mito della Locanda di San Gimignano.

In particolare si parla di una storia che ebbe iniziò nei primi anni del 1600 e che ha raggiunto il suo epilogo in tempi molto recenti. Tra i tanti personaggi conosciuti che hanno soggiornato tra queste mura si racconta di un giovane pittore olandese, Gerard (Gerrit) van Honthorst (conosciuto in seguito come Gherardo delle Notti per via delle scene notturne dei suoi quadri, illuminate da un’unica fonte di luce), cresciuto alla scuola di Abraham Bloemaert. Lasciò Utrecht nel 1609 per venire a Roma a conoscere l’arte italiana del periodo e in particolare la pittura di Michelangelo Merisi, detto il “Caravaggio”.

In quel periodo Gherardo, nonostante i primi successi, non attraversava un momento felice: oltre all’ossessione per quella luce che non riusciva a trovare anima nei suoi dipinti e il peso per la lontananza dalla famiglia (all’epoca aveva poco più di vent’anni), una vicenda dolorosa era accaduta troppo vicino ai suoi sentimenti per sentirsi sereno. Aveva conosciuto una giovane pittrice (caso molto raro in un’epoca in cui alle donne era concesso solo di sposarsi e far figli) di nome Artemisia, figlia di Orazio Gentileschi, famoso artista toscano trapiantato a Roma, amico e compagno di bravate del Caravaggio. Fin da subito rimase affascinato dall’estro e dalla selvaggia bellezza di quella ragazza, l’aveva incontrata più volte e in cuor suo cominciava a nutrire per lei qualcosa in più di un semplice interesse, ma di lì a poco quell’amicizia dovette lasciare il passo ad un evento drammatico: nel 1612 il pittore Agostino Tassi, che a partire dall'anno precedente era impegnato con il Gentileschi nella decorazione del Casino delle muse di palazzo Rospigliosi-Pallavicini a Roma, venne denunciato per stupro ai danni della quindicenne Artemisia.

Il clamore del tragico fatto, il rifiuto del Tassi ad un matrimonio riparatore e il processo che ne seguì indussero Orazio Gentileschi a isolare la figlia per sottrarla allo scandalo (al processo Artemisia continuò a confermare le accuse malgrado l’umiliazione del dover dimostrare la perduta verginità a causa dello stupro, e per l'epoca non essere sposata e non essere vergine corrispondeva in qualche modo ad una condanna sociale). Dopo l’accaduto Gherardo non ebbe modo di rivedere Artemisia, rimase sconvolto e avvilito per quanto le era accaduto, il suo equilibrio già fragile ne risentì: trascorreva giornate inconcludenti e notti tormentate da visioni drammatiche dove spesso appariva, come lui stesso raccontava, il volto di una Madonna orribilmente sfregiato, contemplativa e silente sopra una luce pallida quasi malata.

Nonostante la profonda tristezza che lo angosciava ebbe delle opportunità per nuovi lavori, nel suo soggiorno romano era venuto in contatto con vari e prestigiosi committenti tra i quali il marchese Vincenzo Giustiniani, grande mecenate del tempo, che lo introdusse nell’aristocrazia pontificia dove ebbe modo di conoscere Piero Guicciardini, ambasciatore di Cosimo II de’Medici alla corte dei papi, dal quale ebbe l’incarico di realizzare un grande dipinto per la cappella di Santa Felicita in Firenze, di cui la nobile famiglia era patrona. Per cercare una tregua ai suoi tormenti decise di recarsi a Firenze per visitare il luogo dove la famiglia Guicciardini intendeva collocare l’opera commissionata, senza peraltro avere un’idea precisa di cosa e come realizzarla. Nella visita alla cappella di Santa Felicita ebbe modo di vedere le opere di Jacopo Crucci, detto il Pontormo, dove aveva lavorato per quasi tre anni con l’aiuto del giovane Agnolo Bronzino. Raccontò che all’uscita della chiesa un povero vecchio, seduto nella piazza antistante, al quale aveva dato un obolo gli disse: “ad ogni opera il suo luogo, ad ogni uomo il suo destino”. Gherardo non capì, pensò a una frase stravagante detta per ringraziare, solo oggi sappiamo che quelle parole dovevano essere profetiche.

Dopo il breve soggiorno fiorentino, tornando verso Roma, volle fermarsi per qualche giorno alla Locanda di San Gimignano per ritemprarsi. In cuor suo sperava che in quel luogo di benefiche virtù si operasse l’ennesimo prodigio e trovare la giusta ispirazione per realizzare il dipinto richiesto.

Qui il destino, come qualche volta accade, incomincia a giocare la sua parte. Dopo alcuni giorni arrivò alla Locanda una carrozza proveniente da Roma: era l’artista fiorentino Pierantonio Stiattesi con la sua giovane moglie, diretti a Firenze dove andavano ad abitare. Si erano dovuti fermare perché la donna durante il viaggio si era sentita male e aveva urgente bisogno di cure. Possiamo immaginarci cosa provò Gherardo vedendo scendere dalla carrozza Artemisia sorretta dal marito. Quando era partito da Roma per andare a Firenze ancora non sapeva che lei si era sposata con lo Stiattesi in un matrimonio di comodo combinato velocemente per togliere la giovane da ogni maldicenza. Avvenne il 29 novembre 1612 (una settimana dopo che il Tassi fosse condannato per stupro ) nella chiesa di Santo Spirito in Sassia a Roma. Gli sposi lasciarono la Città dopo pochi giorni per iniziare una nuova vita tra le mura fiorentine, lontano da giudizi e illazioni.

Quando si fermarono alla Locanda le condizioni di Artemisia erano precarie e così la sosta si prolungò per alcuni giorni. Era arrivata con il suo bagaglio di dolore e di rabbia ma un po’ alla volta, lasciandosi andare alle amorevoli cure, all’atmosfera particolare di questo luogo e, probabilmente, alla felicità per l’inaspettato incontro, riuscì ad emergere dalle sofferenze per la dignità offesa. Con il migliorare delle sue condizioni fisiche trovò il modo di incontrare Gherardo e raccontare quegli ultimi eventi: l’improvviso matrimonio a cui era stata costretta, l’angoscia per l’incertezza del suo futuro ed infine una confessione (destinata a lasciare una traccia indelebile nell’animo di Gherardo): di aver desiderato un figlio suo, che gli assomigliasse, per averlo con sé tutta la vita.

Dopo i giorni trascorsi alla Locanda Artemisia ripartì per Firenze con il marito, dove rimasero ad abitare fino al 1621, ebbe una figlia di nome Prudenzia ( in ricordo della madre morta prematuramente ) e riuscì ad esternare la ritrovata voglia di vivere attraverso la luce dei suoi dipinti. A Firenze conquistò fama e notorietà, fu la prima donna a fare parte dell’Accademia del Disegno patrocinata dalla famiglia Medici, i suoi quadri attualmente fanno parte del patrimoni della galleria degli Uffizi.

Gherardo tornò a Roma con la consapevolezza che l’opera da realizzare sarebbe stata l’ultimo regalo per Artemisia. Parlando con Giulio Mancini medico personale del Papa, grande collezionista e amico di molti pittori presenti a Roma in quel periodo, gli raccontò dell’incontro avuto alla Locanda di San Gimignano e del conseguente desiderio di realizzare un grande dipinto sul tema della Natività; gli confidò che dopo il suo ritorno le abituali visioni avevano contorni più chiari: al centro della scena il Cristo appena nato era la luce stessa che illuminava l’ambiente e i personaggi a Lui intorno, il volto della Madonna non aveva orribili sfregi ma sembianze a lui care e una notte quel volto alzò gli occhi e parlò: "la luce vitale che andrai a rappresentare un giorno si sporcherà per mano degli uomini ma non si spengerà mai, rimarrà come una specie di monito morale e prova lampante della duplice natura umana che è distruttiva, ma anche amorosamente portata a risanare le piaghe; anche quelle che da sola si infligge".

Chiese lumi di cosa potesse significare questa frase ma senza un’adeguata risposta. L’esecuzione del dipinto proseguì con ferma determinazione, le varie fasi sono descritte mirabilmente da Giulio Mancini nel suo libro composto intorno al 1620; l’illustre intenditore del tempo cerca di guidarci, quasi in presa diretta, nei misteri dell’opera: “Gherardo (…) adesso conduce una Natività di Nostro Signore che le figure gli piglian il lume da Cristo nato...”. Nella descrizione del dipinto il Mancini si sofferma ad illustrare la fonte della luce: il bambino deposto sulla paglia illumina la notte in cui sono immersi i personaggi, riflettendosi sui volti dei due angeli e della Madonna che scosta il velo dal Bambino, sul quale si china con affetto e venerazione. E’ attraverso lo sguardo adorante della Madonna che offre Gesù alla vista dell’universo, che noi, spettatori della scena, comprendiamo la potenza e la bellezza dell’accaduto.

Non è escluso che l’Adorazione dei pastori, questo fu il titolo dato al dipinto, sia l’ultima opera eseguita a Roma da Gherardo prima della sua improvvisa partenza per la natia Utrecht. Esiste un carteggio in cui Piero Guicciardini, nel 1620, dà ordine ai banchieri di provvedere al saldo del quadro e questa è l’ultima data certa della presenza di Gherardo a Roma.

Erano passati quasi due secoli dal collocamento dell’opera nella cappella di Santa Felicita quando, nel 1836, l’allora Direttore degli Uffizi Ramirez di Montalvo inizia la richiesta di acquisizione alla Galleria dell’Adorazione dei pastori di Gherado delle Notti, (una documentazione certifica i passi compiuti dal Responsabile dell’Amministrazione granducale presso la famiglia Guicciardini). Dalla metà dell’ottocento il grande quadro viene trasferito, dietro lauto riconoscimento, alla proprietà pubblica della Galleria degli Uffizi dove rimase fino al 1993.

E lì, dirimpetto alla finestra che dà su via dei Georgofili, un disegno scellerato della mafia portò distruzione, lutti e dolore, il vento furioso scatenato dall’esplosione s’abbatté sulla grande tela distruggendola quasi totalmente: era la notte del 27 maggio del 1993. Il quadro, la mattina dopo, fu disteso, con la delicatezza che tocca alle fragili spoglie di un cadavere e fu immediatamente velinato. Ma dallo schermo velato trapelavano, anche se a fatica, forme indistinte e tracce di cromia. Sembrò dovere morale porre ogni sforzo al recupero di quello che restava per serbare memoria di quei tragici fatti. Può tornare alla mente la frase profetica sognata da Gherardo: “quella luce vitale che andrai a rappresentare un giorno si sporcherà per mano degli uomini ma non si spengerà mai, rimarrà come una specie di monito morale e prova lampante della duplice natura umana che è distruttiva, ma anche amorosamente portata a risanare le piaghe; anche quelle che da sola si infligge“ .

Nei giorni e nei mesi che seguirono, restauratori di differenti generazioni misero mano ai lavori per il recupero del dipinto danneggiato, una volta intravista la possibilità d’un recupero, anche se parziale, fu deciso che il suo posto non avrebbe potuto essere che il luogo suo originario: la cappella maggiore di Santa Felicita (“ad ogni opera il suo luogo, ad ogni uomo il suo destino”), scelta da Piero Guicciardini, che dette credito ad un giovane pittore olandese che fece delle sue visioni un capolavoro profetico e un pensiero d’amore.”

Al termine di questo racconto, così dovizioso di particolare, rimase un senso di smarrimento e maggiore considerazione per quelle mura, probabili testimoni di eventi che soltanto la memoria poteva raccontare. Il signor Viani che questo è uno dei tanti racconti che fanno parte del mito della Locanda così come sono stati riportati alla sua famiglia il giorno dell'acquisto di questa casa. ( wldino@tiscali.it )






Commenti

pubblicato il 22/01/2013 18.40.37
vento, ha scritto: Bellissima storia davvero. Il contesto violento della società italica del tempo, in qualche modo esalta il fascino e l'armonia dei personaggi e delle loro vicende. Grazie.
pubblicato il 22/01/2013 20.10.15
cri52, ha scritto: Che bello è stato leggerti! Conosco i luoghi ma sopratutto ho gradito questo far da sfondo a storie che io so vere di artisti che adoro. Caravaggio, Artemisia Gentileschi ma specialmente Gherardo delle notti... l'ultimo suo quadro che ho visto, " la natività di Gesù": angeli -ragazzini che sorridono, genitori non più ieratici ma solo felici, la luce del panno bianco sulla culla si espande e avvolge tutto fino ad estasiare chi ammira. Sono sicura che con la stanza al buio ci sarebbe stata comunque chiarore perché i quadri di Gherardo sembrano vivere di luce propria. Grazie, grazie!

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