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lavoro pubblicato lunedì 21 gennaio 2013
ultima lettura domenica 1 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL PIANETA DEGLI ANGELI - cap.9 -

di MicheleFiorenza. Letto 672 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Nadia non ricordava quando era morta. Forse erano morti tutti... .............................................................

Capitolo 9 – ABBANDONATA

Nadia sognava. Era in Paradiso. Non che tale condizione le facesse piacere, stranamente.

Innanzi tutto non ricordava quando era morta. D’altra parte non vedeva Marcello. Forse erano morti tutti.

C’erano degli angeli in cielo. Tanti angeli. E a distanza c’era una città: sembrava una piccola New York. Gli angeli le indicavano la città.

Due angeli dal volto celeste la prendevano e la conducevano verso un grattacielo. Entravano da una finestra e c’era un grande schermo celeste. Sullo schermo alcune figure: una stella, un monte, un albero…

Un angelo con le rughe (con le rughe?) diceva: stella, monte, albero…; poi le dava una specie di penna e un foglio e dettava: stella, ste-l-la…

Ma Nadia non scriveva: guardava il suo viso buono, i suoi occhi azzurri, le sue ali bianche… e chiedeva: dov’è Marcello?

L’angelo annuiva e con la mano le indicava lo schermo: c’era una grotta e dentro tre… bare? Nadia scoppiava a piangere e l’angelo faceva di no con la testa. Ma Nadia fuggiva, correva verso una grande porta aperta e… precipitava.

Nadia gridava mentre cadeva…

E si svegliò nella sua stanza… Poi vide arrivare Manuela e capì di aver avuto un incubo:

- Sai, ho fatto un sogno… - e le raccontò il sogno.

- Non è nulla. Ti darò un leggero tranquillante: non sei l’unica ad avere incubi.

Nadia si rasserenò, ma per alcune ore non dormì. Anzi a un certo momento, istintivamente prese un foglio e una penna e scrisse in stampatello: STELLA – MONTE – ALBERO. Poi tornò a letto.

La mattina dopo si svegliò piuttosto tardi.

* * *

Sui monti del Ringraziamento il mattino “marziano” giunse presto, e un Alfa splendente svegliò Marcello. Giulia era già alzata e stava risistemando il loro modesto bagaglio, mentre Paulo dormiva ancora.

- Entro mezzogiorno potremmo arrivare in cima – disse.

- Ce la faremo – rispose Marcello, che aveva intravisto un percorso agevole verso un valico tra le due vette che avevano di fronte.

Appena in cammino, informarono Riccardo del loro programma, ricevendo in cambio un augurio di buona fortuna.

La vegetazione di quei monti non si presentava troppo diversa da quella terrestre, tranne per le inconsuete sfumature di azzurro, che avevano notato anche nella vegetazione della valle.

Procedevano in silenzio speditamente. Alcuni uccelli di tanto in tanto solcavano il cielo e piccoli animali fuggivano verso macchie di alberi. La cresta dei monti appariva ormai vicinissima, ma il percorso continuava a salire. Camminavano lungo una specie di sentiero e Marcello lo fece notare agli altri.

- Sì, è un sentiero – disse Paulo – Certamente molti animali lo percorrono.

Personalmente Marcello non pensava che piccoli animali potessero segnare un sentiero così ampio e netto, ma non disse nulla perché si riconosceva inesperto di montagne.

Erano già abbastanza in alto; infatti, guardando verso la valle del Ringraziamento, si riusciva a vedere il mare al di là di essa.

L’andatura sostenuta rivelava l’ansia di concludere il viaggio di andata. Intanto la cresta si avvicinava, esponendo davanti a loro un tratto di cielo sempre più ampio.

Pochi minuti dopo Paulo, che era il primo del gruppo, fece un’esclamazione, poi alcuni passi e quindi si fermò del tutto.

Giulia lo raggiunse, lo sorpassò e poi si sedette su una roccia, come se le mancassero le forze, guardando la nuova valle che si apriva davanti a loro. Anche Marcello avanzò, raggiunse Paulo e si fermò.

Guardando davanti a sé, gli venne di pensare a Nadia: se fosse stata lì, avrebbe subito battezzato la valle che stava davanti a loro come valle Paradiso. Alberi, frutti, fiori, fiumi, laghetti quasi a perdita d’occhio. E al centro… che cosa? Una cattedrale? No, doveva essere più grande.

Prese il binocolo: una specie di città si stendeva davanti a loro. Era un insieme di… edifici? molto alti, come un pezzetto di New York; però al posto delle strade c’erano giardini. I grattacieli avevano tante finestre alte. Non si vedevano persone o animali, né automobili o aerei.

Giulia abbassò il suo binocolo e disse a Paulo:

- Fa’ una lunga ripresa con la supercamera e tu, Marcello, riferisci a Riccardo che rientreremo oggi stesso e che al tramonto faccia preparare l’auto vicino al ruscello, nel posto in cui ieri ci ha lasciato.

Il comandante ascoltò il messaggio e confermò l’appuntamento con l’auto volante, senza fare domande. Poi passò al telefono Nadia: - Come stai, Marcello?

- Bene, Nadia; stasera saremo lì, da voi.

- Ti aspetto con ansia. Sai, devo raccontarti un sogno.

- Anch’io ho qualcosa da raccontarti. Ciao.

Giulia cercava di riassumere la situazione: - Dobbiamo ritenere che questo pianeta sia abitato: forse gli abitanti non sono numerosi, perché non ne abbiamo visti e perché sinora abbiamo trovato soltanto una piccola città senza strade. Che ne pensi, Marcello?

- In linea di massima sono d’accordo con te. Aggiungerei che gli… Alfiani? devono essere molto alti, a giudicare dai loro… appartamenti? E anche molto veloci, se non usano mezzi di trasporto.

- Allora rappresentano un pericolo, per noi – disse Paulo.

- Certamente non mi piacciono, – disse Giulia – ma non credo che questi esseri siano pericolosi, altrimenti non ci avrebbero lasciato costruire il nostro villaggio. Direi che dovrebbero essere intelligenti e pacifici.

- Ma come sono fatti? Com’è possibile una vita intelligente simile alla nostra così lontano dalla Terra?

- Sono mammiferi o uccelli – disse freddamente Giulia – come gli animali che abbiamo già conosciuto; anzi, se sono uccelli si spiega meglio la mancanza di strade.

- E la presenza di vita intelligente – aggiunse Marcello – forse non si spiega, ma è coerente con le caratteristiche di questo pianeta, così simile alla Terra, così vivibile per noi. Io sono convinto che siano mammiferi, forse i Giganti delle antiche leggende.

- Bisognerà fare un’accurata esplorazione – disse Paulo – in quella città che sembra disabitata, a meno che non ci abbiano teso un’imboscata. Per adesso consiglio di rientrare rapidamente.

Iniziarono subito la discesa verso Ringraziamento.

* * *

Nadia sognava di essere un’attrice famosa: c’erano tanti fotografi intorno a lei e i lampi delle loro macchine l’abbagliavano; ma alcune macchine non facevano lampi, anzi somigliavano ad apparecchi radiografici, ed erano usati da… angeli?

Nadia si svegliò e si mise a riflettere su questi suoi strani sogni. Aveva sperato che col ritorno di Marcello tutto finisse… Chissà che cosa avevano trovato? La sera precedente i tre esploratori erano giunti tardi e visibilmente stanchi, quindi erano stati mandati a letto subito. Nadia pensava che quel veloce rientro non era nel carattere di Giulia.

Marcello dormiva profondamente e Nadia non volle svegliarlo, ma si sentiva inquieta e provava il desiderio di essere molto più vicina alla Terra, nonostante i brutti ricordi.

Si alzò e andò nella piccola cucina, dove preparò una specie di caffè ottenuto con semi tostati di alcune piante locali; al posto dello zucchero avrebbe usato una goccia di dolcificante “terrestre”.

Era ormai l’alba alfiana e si recò nell’ufficio del direttivo, dove trovò il professore, immerso nei suoi pensieri:

- Questo pianeta è strano – osservò – Così diverso dalla Terra per certi aspetti e così vivibile per noi. E’ come ritornare a visitare una vecchia casa in cui abbiamo vissuto…

- E trovarla rimessa a nuovo – continuò Nadia – e irriconoscibile, magari abitata da gente molto diversa da noi.

- Sì, più o meno…

Nadia avrebbe voluto confidare al professore che aveva una propria idea di quel mondo, ma decise di attendere il risveglio di Marcello per esporre quell’idea a lui per primo, anche alla luce di ciò che le avrebbe raccontato.

Intanto il disco di Alfa si alzava nel cielo del suo pianeta prediletto.

* * *

Più tardi nella sala delle riunioni il direttivo al completo, con la partecipazione di Nadia, che fungeva da segretaria, era riunito intorno a un tavolo approssimativamente ovale, realizzato con il legno violaceo di alberi locali. Fuori i profughi si organizzavano per i loro lavori giornalieri, che comprendevano la raccolta di bacche, semi ed erbe, la caccia con l’arco e la costruzione di attrezzi di vario tipo.

Giulia raccontava con calma e precisione l’escursione effettuata, senza commenti.

Quando giunse alla scoperta della città deserta, destò la massima attenzione e qualche esclamazione. Al termine della narrazione fu evidente l’inquietudine di Manuela, Jean-Daniel e Zephine. Nadia intravedeva più che mai un nesso con i suoi incubi.

Riccardo e il professore erano pensierosi: il comandante si chiedeva come avrebbero potuto difendersi dagli alfiani, se avessero avuto cattive intenzioni; tuttavia la città deserta faceva pensare a un atteggiamento molto prudente. Chiese un parere ad Arnoldo.

Il professore espose le sue perplessità :

- Non capisco come un pianeta così adatto all’uomo, al punto che nessuno ha manifestato una malattia seria (incredibile!) possa alla fine ospitare una forma di vita tanto diversa: sono stati ipotizzati velocissimi giganti che però hanno paura di noi al punto di abbandonare le loro case, soltanto perché siamo nella valle accanto. E che siano diversi da noi è certo, per la descrizione della città, che avete fatto.

Manuela chiese: - Professore, ritiene che i contatti con questi esseri intelligenti e pacifici sarebbero agevoli?

- Certamente no, per la lingua, parlata o scritta che sia, e per la biodiversità.

Manuela annuì :

- Penso che anche gli alfiani siano consapevoli delle enormi difficoltà di dialogo. A questo punto credo che sia interessante ascoltare alcuni sogni di Nadia, che mi ha raccontato durante l’assenza di Marcello.

Nadia cercò di descrivere con precisione ciò che aveva sognato; tuttavia non si sentì di parlare di angeli. Alla fine Manuela disse :

- Prima di questa riunione, Nadia, Marcello e io abbiamo riflettuto su ciò che sappiamo al momento e abbiamo formulato questa ipotesi: i sogni di Nadia sono contatti telepatici degli alfiani, che ci stanno studiando e nello stesso tempo vorrebbero stabilire un contatto non traumatico.

- Come sono gli alfiani nei tuoi sogni, Nadia?

- In sogno li vedo confusamente, però mi sembrano… belli. Sì, belli è la parola esatta. E’ possibile che cerchino un linguaggio comune e che ci stanno studiando, ma non so essere più precisa.

Molti annuivano. Riccardo concluse che a questo punto occorreva fare una cauta ricognizione della città abbandonata, chiaramente con l’auto volante, e propose che andassero: Paulo, Zephine, Arnoldo e Nadia. Furono tutti d’accordo (Marcello a malincuore) e si stabilì che sarebbero partiti il giorno dopo di buon mattino.

* * *

L’autovettura luccicava armoniosa sotto i primi raggi di Alfa. Paulo controllò la strumentazione del mezzo, l’equipaggiamento e la scorta di viveri. Riccardo gli fece presente che era il caposquadra e aveva principalmente il compito di riportare indietro i suoi compagni sani e salvi. Sarebbero rientrati possibilmente quel giorno stesso e comunque avrebbero dato notizie ogni tre ore.

Nadia abbracciò forte Marcello, che la incoraggiò, dicendole che la sua presenza era indispensabile, vista la preferenza accordatale dagli alfiani. Zephine prese posto accanto a Paulo e partirono veloci.

Marcello seguì l’auto col binocolo e notò che, approssimandosi alla cresta dei monti che li dividevano dalla valle Abbandonata (così opportunamente battezzata da Nadia), Paulo rallentò moltissimo, si fermò a mezz’aria ondeggiando, aprì le ali dell’auto, che le consentivano di tenersi alta da terra e anche di effettuare atterraggi a motore spento, e poi cautamente cominciò a scendere per l’altra valle.

Gli esploratori guardavano con curiosità mista a timore la bella città che si ergeva in fondo alla valle.

Sembrava un pezzetto di una metropoli moderna, staccata dalla Terra e portata lì. Nell’avvicinarsi alla città, Nadia vedeva sotto di loro molti alberi da frutto e terreni coltivati. Invece mancavano le strade, ad eccezione di qualche sentiero appena tracciato. C’erano qua e là ampi spazi non naturali e c’erano anche piccole costruzioni a forma di… castello. Si vedevano animali, anche in gruppo e spesso dentro recinti. Erano probabilmente mammiferi, così come lo erano quasi tutti quelli della valle del Ringraziamento.

Giunsero rapidamente alla città Abbandonata e Paulo fece lentamente un intero giro intorno a essa: si presentava come una città-giardino, piena di alberi da fiore, di ruscelli, laghetti e qualche grande estensione tenuta a parco.

Non c’erano persone, non c’erano strade, né automobili, né altri mezzi di trasporto.

C’erano edifici alti, in svariati colori chiari, con molte aperture alte circa quattro metri, provviste di bassi parapetti.

- Dove andiamo? – chiese Paulo.

- Gli edifici si somigliano tutti: possiamo esaminarne uno qualsiasi – disse Zephine.

- Ce n’è uno bianco laggiù con alcuni disegni in alto. Andiamo a vedere. – concluse Nadia.

Mentre si avvicinavano al palazzo con i disegni, Zephine notò che quasi tutti gli edifici portavano una decina di simboli affiancati o in colonna.

Sembrano geroglifici – osservò il professore – Sono probabilmente una forma di scrittura, come una tabella.

Il palazzo bianco indicato da Nadia appariva più grande e curato degli altri.

- Andiamo al secondo piano. – suggerì Nadia, che sembrava ispirata.

Paulo, che si era mantenuto alto, richiuse le ali del veicolo e scese lentamente sino al livello del secondo piano. Si mosse avanti e indietro cercando di guardare attraverso le grandi finestre aperte (era uno dei pochi edifici che le teneva aperte). All’interno si intravedevano arredi che vagamente ricordavano quelli terrestri, ma che erano generalmente più alti.

In nessun edificio si notavano scale o balconi, mentre sul retro di questo indicato da Nadia trovarono un’ampia terrazza, circondata da un parapetto alto circa sessanta centimetri. Paulo decise di atterrare lì e scese lentamente in verticale al centro della terrazza.

Il pavimento appariva molto solido: era azzurro e lucido, in unica lastra. Attese cinque minuti guardandosi intorno, poi spense il motore :

- Siamo tutti forniti di pistola immobilizzante, ma la useremo soltanto in caso di assoluta necessità, perché su questo pianeta probabilmente è inutile per noi tentare di difenderci: possono annientarci quando vogliono.

Scese per primo e riferì :

- Il pavimento è quasi scivoloso, ma è ben solido. Zephine, mettiti ai comandi e non scendere. Gli altri mi verranno dietro.

Nadia si mise alle costole di Paulo, mentre il cuore le batteva all’impazzata per la paura. Tuttavia le parve di udire una voce : “Non temere”. Ma doveva essere una sua impressione. Scavalcarono il parapetto della finestra che dava sulla terrazza e si trovarono in una grande sala… arredata!

Nonostante appartenesse a un altro mondo, la sala appariva a Nadia bella, sobria ed elegante. C’erano tavoli e divani, sedie e mobili, tutti un po’ più alti e un po’ più esili di quelli terrestri. Alle pareti, in genere armadi alti circa tre metri, alcuni chiusi da elementi trasparenti, che lasciavano intravedere strani oggetti. Alle pareti molte… fotografie? di paesaggi bellissimi.

Nadia si sentiva ora più a suo agio e molto incuriosita dalle testimonianze di quella civiltà misteriosa, così andò nella stanza accanto, che appariva molto luminosa.

Varcò la grande soglia che vi dava accesso, seguita da Paulo, che notò che le porte interne erano a scomparsa, e istintivamente portò la mano al fianco, dove la tuta nascondeva la pistola immobilizzante.

Si trovavano in un locale quasi vuoto, pieno di luce che scendeva dall’alto. Arnoldo si avvicinò a una parete, sulla quale aveva notato una rappresentazione stellare. Fece cenno agli altri di avvicinarsi :

- E’ uno schema di questa parte della Via Lattea. Questo è il sistema di Alfa e un po’ più giù c’è il Sole, segnato da un triangolo: probabilmente sanno da dove veniamo.

Adiacente a quel salone c’era ancora un’altra stanza e Nadia vi entrò. Era molto carina e piena di colore: a terra morbidi tappeti con disegni di fiori e di piccoli animali; alla finestra bellissimi tendaggi filtravano la luce esterna, scendendo direttamente dal soffitto alto.

In un angolo più in ombra c’era una specie di… grande culla. Nadia vi si avvicinò lentamente, sentendo il suo cuore accelerare i battiti.

Quando fu a un metro da essa, si fermò… e poi cominciò sommessamente a piangere.

Paulo, che era ancora nella sala attigua a studiare la mappa stellare, avvertì qualcosa e raggiunse Nadia.

L’ingegnere biochimico restò letteralmente a bocca aperta: nella culla dormiva un bambino dell’apparente età di pochi mesi, di dimensioni un po’ maggiori di quelli terrestri, con la pelle di un vago color celeste e capelli lisci e bianchi.

Sopraggiunse Arnoldo e, mentre i suoi compagni guardavano interdetti il piccolo, disse semplicemente :

- Me l’aspettavo.

continua

Michele Fiorenza 2003

opera registrata



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