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lavoro pubblicato sabato 19 gennaio 2013
ultima lettura giovedì 29 ottobre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Foglie suicide.

di AshtrayHeart. Letto 970 volte. Dallo scaffale Generico

Foglie suicideEra un fresco pomeriggio estivo, tre giorni prima la città era stata sommersa curiosamente da un’ondata di piogge secche, e quasi non si sarebbe detto dai cerchi di luce che filtravano dagli alberi e andavano a piovere sulle ...


Foglie suicide

Era un fresco pomeriggio estivo, tre giorni prima la città era stata sommersa curiosamente da un’ondata di piogge secche, e quasi non si sarebbe detto dai cerchi di luce che filtravano dagli alberi e andavano a piovere sulle teste della gente. Sembrava che tutti danzassero, i fiochi e focosi abbagli del sole tremavano e si nascondevano dietro le chiome, sotto gli abiti, alcuni riuscivano anche a baciare sulle labbra le donne più belle. Nonostante il dolce fuoco del sole, il vento riusciva a smuover foglie e vesti, a far strizzare gli occhi per la paura che la polvere potesse esser risucchiata dalle orbite colorate delle persone. Era dunque, una dolce giornata poetica, che sarebbe stata perfettamente accompagnata da una sinfonia dell’italiano Vivaldi. Profumi, volti, colori, incorniciavano le strade della città di Samara. Città russa, forse una delle più grandi, chissà. Il Volga aveva la sua casa anche in quella città; i battelli nuotavano nelle sue acque lasciando i passeggeri estasiati ma fatui, dal rumore della schiuma che il motore faceva ribollire.La stazione di Samara era sempre stata uno dei posti più frequentati dai giovani, ma anche dagli adulti. Gruppi di ragazzi solevano raccogliersi nella piazzetta accanto, germogliavano come viole a primavera, sembrava che il sole li spingesse lì, anche quando gli alberi si lasciavano spogliare dall’autunno.
Polina appoggiò il gomito sul bordo del finestrino del suo treno, stando attenta a non sporcare l’unica maglietta bianca che aveva. Una scritta sul bordo, ripresa dal romanziere Dostoevskij diceva: La bellezza salverà il mondo, brillava in un colore blu vivace e fresco, che andava a mescolarsi col blu del cielo al di là del vetro. Due ragazzine sedute su due sedili più avanti del suo, la guardavano e sghignazzavano, evidentemente erano state loro le artefici di quella frase troppo saggia e vasta per le loro magliette troppo strette e trasparenti. Vide le ragazzine schizzare nell’altro vagone per poi scendere dal treno, e rimanere lì sedute su quella panchina gialla. La stavano ancora guardando, e lei fissava loro. Passò l’indice sulla scritta, e guardando il polpastrello vide che parte dell’inchiostro era venuto via; ora aveva due lettere tatuate sulle dita, rise e continuò a guardare fuori.
Un gruppo di storni attraversava il cielo, come se fossero oracoli venuti a portare nuove parole. Saranno stati milioni, formavano un’ onda che si chiudeva, si intrecciava per poi riaprirsi, non lasciando più alcun confine, alcun limite. Diventavano pioggia e poi vento, e poi aria. Polina seguiva questo bizzarro gesto che la natura aveva creato, riusciva a sentire il vento che il battito di tutte quelle ali poteva provocare, come se lei stesse in mezzo a quel turbine di volatili,con la testa buttata indietro a respirar la loro aria, a respirar la loro libertà, la loro speranza, che presto sarebbero andati in un nuovo mondo.
Il motore del treno si accese, Polina ebbe un sussulto, e con gli occhi salutò le due ragazzine che al suo ritorno sarebbero diventate due donne di vita. Il treno si allontanò dalla banchina e la ragazza tolse il gomito dal finestrino e guardò di nuovo quella scritta che ora si era sfumata; la bellezza aveva già salvato il mondo, pensò, ora sta ai gesti conquistarlo.
Polina si girò intorno e vide che il vagone del treno si era in breve tempo riempito di una decina di persone, ognuno con il proprio chiacchiericcio, con i loro abiti, e con le proprie borse stracolme di vita.
Davanti a lei si sedette una ragazza, forse della sua stessa età. Aveva un viso delicato, ricoperto da pallida carne. Il suo vestito nero si rifletteva negli occhi, del colore uguale al mare quando divora una nave durante una notte di tempesta. Aveva poi delle braccia esili e a tratti quasi livide. Con le dita affilate si attorcigliava i corti capelli, tentando di farne delle onde. Le gambe, scarne, cercavano di trovare una posizione, vestite da lievi calze color rosso. Per quanto terrificanti potessero esserne le condizioni, l'evidenza che fosse comunque una ragazza graziosa non poté che trasparire al suo sguardo. Non c'era dubbio,quel volto scarno e quelle ossa sporgenti per quanto deplorevoli potevano tutto, purché negarle la sua originaria e presente bellezza. Polina si accorse d’esser rimasta per lungo tempo con gli occhi fissi su quella ragazza. Così distolse lo sguardo, aprendo un libro dalla copertina verde e rigida.
Il treno stava sfrecciando ora in mezzo ad una piccola cittadina, le case erano arroccate l’una sopra l’altra, come un presepe. Case gialle, rosse, bianche, poi entrò in una galleria quasi come a risucchiare quell’incantevole paesaggio in una morsa.
-Conosci le notti bianche a San Pietroburgo?- domandò all’improvviso sicura di sé quella ragazza seduta di fronte a lei, spingendosi col corpo in avanti, come se conoscesse Polina da una vita.
-Si, ne ho sentito parlare - rispose Polina stranita da quell’approccio spontaneo.
-So che nelle Notti Bianche a San Pietroburgo non si dorme mai. Ho letto che cadono alla fine di maggio, e durano fino all’inizio di luglio; il ventuno giugno c’è poi l’apoteosi, e quel giorno la luce del sole riesce a tenere compagnia alle persone per quasi diciotto ore. I particolarissimi giochi di luce riescono a resistere al buio notturno e risvegliano San Pietroburgo dal lungo sonno invernale.
Polina sorrise di fronte alle ricche informazioni di quella sconosciuta. Ma continuò a sentirsi turbata da quella presenza, quasi demoniaca che giaceva in fondo agli occhi di quella ragazza.
-Io sono Dana - continuò, stendendo la mano per incontrare quella di Polina.
-Piacere, Polina.
Dana continuava curiosa a fissarla, come se volesse spingersi nella sua parte più intima, con un unico sguardo. Le domandò se stesse andando anche lei a San Pietroburgo mentre si alzò e prese dalla tasca una Ruski Styl che fumò fuori dal finestrino. Polina dette una rapida occhiata al cartellino attaccato dietro la sua testa che avvertiva del divieto di fumo in quel luogo. Ma Dana non ci fece caso.
-Si, sto andando anche io a San Pietroburgo. Voglio vedere come si vive lì e poi voglio allontanarmi un po’ da casa- concluse Polina. Dana la guardò dall’alto, lanciandole un sorriso. Polina continuò: -E tu, come mai sei diretta lì?
- Io voglio semplicemente allontanarmi dal mondo.
Dana si sedette di nuovo sul sedile, con le gambe incrociate e guardando Polina con aria di sfida.
-Voglio vedere la fine del giorno, voglio l’aria. Voglio insegnare alle persone che per guarire non serve stare rinchiusi in una cella con dei simili. Per guarire c’è bisogno del cielo, dei prati verdi. C’è bisogno delle ore passate sedute a terra, guardando delle rondini che inebriano le chiome di un cedro.-
Polina guardò estasiata le labbra che si schiudevano e pronunciavano quelle docili parole. Si ricordò d’un tratto, quando la madre le faceva lezioni di vita prima di addormentarsi.
Dana iniziò a muoversi agitata sul sedile, come se un satanico segreto avesse preso in ostaggio il suo corpo.
-Le tue parole mi mandano così lontano- pensò Polina, piegando la testa di lato -credo che tutte le altre persone nemmeno guardando dietro venti paia di occhiali, potrebbero capire che è davvero questo il senso della vita- sottolineò, incoraggiando il discorso che sembrava ormai avviato.
Dana guardò intensamente Polina, e pensò che dentro quei due occhi avrebbe potuto anche piantarci un motel, l’avrebbe pagato tutte le sere , per poterci vivere sempre dentro.
-Sono un’autolesionista, scappata da una clinica di persone con disturbi psico-fisici. Sono scappata via perché lì dentro c’era la morte. E già son bella morta dentro che ho provato a tagliarmi le vene per tre volte, figurati restare a marcire lì. Loro ti chiudono la mente, e dicono che essa ha una cornice così sottile e limitata per poter contenere tutti i nostri folli pensieri.- Dana finì la sua confessione riprendendo fiato, come se avesse corso lungo una vasta pineta. Poi alzò lo sguardo verso la sua interlocutrice per vedere che effetto aveva fatto quella bomba lanciata dal versante nemico, senza un preavviso. Polina restò con la testa inclinata, come prima che iniziasse quel breve monologo -Non so chi sei, non so fino a dove arriverebbero le tue parole ma dimmi, perché hai tentato di scappare dalla tua vita?- domandò ancora Polina, indiscreta.
-L’ultima notte in cui ho cercato di metter di nuovo fine a questa amara esistenza, sdraiata sopra quel marmo che loro si ostinano a chiamare letto, pensavo che mi stavo sentendo come quelle foglie morte che cadono dai rami autunnali, come corpi suicidi- il treno si fermò in una stazione ombrosa, molte persone scesero e il vagone restò vuoto -sai, non è tanto quello che mi succede intorno che mi porta a uccidere ogni volta un pezzo di me; è quello che mi accade dentro che mi turba.
Dana tornò a toccarsi i capelli, ma questo volta in modo più agitato. -Ho iniziato ad essere terribilmente annoiata da questa vita, dalle parole delle persone. Gli altri ti stanno intorno, invadendo il tuo campo, e solo quando riescono a capire che intorno a te c’è negatività si allontanano. Se non urli ‘mi taglio le vene per arrivare al suicidio’ nessuno ti viene incontro a chiederti come stai.
Polina si sentì come un fiore nato durante una stagione sbagliata. Dana le raccontò la sua vita, e senza volerlo, arrivò a parlarle anche della sua infanzia violata; di suo padre che era divenuto schiavo della vodka, e di lei e di sua madre che invece erano diventate schiave delle violenze del padre.
La vita era piombata su quella ragazza senza un preannuncio. Nonostante non l’avesse chiesta a nessuno, venne catturata e imbavagliata da quelle giornate prive di parole, e di sole.
Dana si guardò intorno, prese un’altra sigaretta e nervosamente fumò anche quella in una manciata di secondi, quasi a voler spazzare via l’ossigeno dal suo corpo.
Polina rimase a fissarla dal basso, non sapeva cosa dirle, non sapeva quali parole fossero adatte per una persona che detestava trovarsi li sopra. Così le domandò se, ora che era scappata dalla clinica, qualcuno si sarebbe preoccupato e sarebbe venuto a cercarla.
-Oh, figurati. Non è la prima volta che me ne vado da lì. Però devo dire che è la prima volta, che per scappare, prendo un treno e me ne vado lontano. D’altronde cosa può interessare a loro se una delle pazienti ci lascia le penne; almeno hanno una stanza in più per i nuovi arrivati.- Dana ebbe una risata isterica, che le fece uscire le ultime nebbioline di fumo dalla bocca. Spense la sigaretta sul vetro, e la gettò fuori. Si avvicinò a un palmo dal viso di Polina e le disse con tono tagliente e aggressivo: - Io non ho paura come voi; a me questo treno, questo paesaggio, queste persone, mi scivola via tutto. Nessuno capisce che è inutile provare ancora a guarire una persona vuota; puoi accorgertene anche tu, io non ragiono più con la testa, ma ragiono con il desiderio incombente che ho di ammazzarmi. E se voglio farlo, non saranno due occhi ingenui e tristi a fermarmi - disse trattenendosi di fronte al viso di Polina -non senti quanto ti brucia, quanto riesce a farti scuoiare vivo, quanto ti fa collassare questo pesante fardello? Io lo leggo nei tuoi occhi, che sei stanca anche tu di tutto questo. Ma a differenza tua io non resto ferma, ad aspettare che qualcosa cambi. Io agisco.
Dana si allontanò velocemente dal suo sedile, arrivando al corridoio. Le sue mani tremanti si intrufolavano nelle tasche dei pantaloni in cerca di qualcosa. Fece qualche passo in avanti, ma sembrava non riuscire a reggersi in piedi. Poi d’un tratto deviò il suo cammino e aprì la porta del bagno, e vi entrò chiudendosi dietro la squallida e grigia porta della sua vita.
Polina restò immobile seduta, quasi come se quel sedile a momenti l’avrebbe ingoiata e fatta sparire in una voragine buia. Le parole di quella pazza erano entrate dentro il suo corpo, ma sapeva che aveva ragione. Per la prima volta qualcuno le aveva scagliato in faccia la verità, e quella ragazza aveva capito tutto della sua vita, sebbene non la conoscesse, sebbene fossero state insieme solo per una manciata di ore. E ora ne aveva paura. Dal bagno provenivano dei lamenti, delle frasi smorzate dal pianto, sembravano dei mugolii di un cane. Silenzio. Sopravvenne poi un rumore sordo e vacuo, privo di echi e false parole. Ne seguì un altro, accompagnato sempre dagli stessi gemiti. E poi più nulla.

A San Pietroburgo le eleganti facciate di palazzi e chiese avevano meravigliosamente mutato i loro colori, quasi come a voler fare un inchino al barlume del sole: madreperlacee ai primi raggi dell'alba, color zafferano al tramonto, ricoperte da un tenue velo rosa durante la notte.
I san pietroburghesi avevano cominciato a trascorrere così le loro giornate da ben tre giorni, essi erano soprattutto movimentati dalla prospettiva Nevskij, il grande viale che taglia San Pietroburgo. La strada era illuminata dai lampioni, luci artificiali che come il buio si lasciavano sopraffare dalla potente luce naturale. Negozi colorati incorniciavano il viale, e i rossi tram sfrecciavano sull’asfalto lasciando vedere confusamente le gambe delle donne che camminavano veloci sul marciapiede dall’altro lato della strada. Proseguendo per un quarto d’ora a piedi, si arriva nella piazza dei Decabristi, situata tra la Cattedrale di Sant'Isacco ed il fiume Neva, prima che si dirami nei suoi diversi rampolli d‘acqua. Un uomo con un pesante cappotto sulle spalle, si trovava fermo sotto il monumento di Pietro il Grande, padre della città. Guardava la statua con una sorta di timore dipinto nel volto, quasi come se avesse paura che il fondatore volesse scendere da cavallo, lanciandosi di scatto dalla grande roccia e, come nel romanzo di Puškin, inseguirgli l'anima tra le strade della sua città. Più in la, la stazione ferroviaria di Vitebski alle dieci e mezza di sera stava ormai accogliendo le ultime magiche luci dalla grata dell’entrata. Le ombre restavano intrappolate nella gallerie, attente a non sporgersi troppo per non esser divorate dal vento. Per ogni banchina c’erano due orologi illuminati, si trovavano piuttosto in basso rispetto alle arcate delle tettoie, quasi come se volessero toccare le teste dei pendolari ritardatari e ricordargli che il tempo ahimè esiste. C’era un forte vento fra le banchine, alimentato dalle locomotive che partivano e da altre che arrivavano. I passeggeri che toccavano terra dopo un lungo viaggio, strizzavano gli occhi appena erano a contatto con l’aria. La polvere volteggiava nell’aria impedendo la vista e ognuno di loro riapriva gli occhi solo una volta arrivati al coperto. Polina scese dal treno con le gambe indolenzite dal lungo viaggio, reggeva una borsa con una mano e con l’altra trascinava una valigia a fiori sbiadita. Un ambulanza si fece strada fra le persone che scendevano dal treno e si fermò davanti la porta dove Polina era scesa. Lei restò a guardare quello che successe sopra. Degli uomini scesero rapidamente dal camioncino, portandosi dietro un lettino bianco. Polina pensò “chissà se almeno questo letto le piacerà a Dana”, rideva, non sapendo più cosa fare ora della sua angosciante e lugubre vita. Dal bagno della locomotiva, fecero uscire un corpo che non aveva più un volto delineato.
-Si è spaccata la testa sul lavandino del bagno durante il viaggio, povera ragazza, sembra così graziosa- affermò una signora dai capelli biondi, visibilmente tinti, e delle labbra rosse troppo marcate per il suo volto. Amare lacrime iniziarono a colare sul volto di Polina. Gli infermieri fecero allontanare la gente dalla banchina, per trasportare quel corpo sull’ambulanza. Lei rimase però ferma dov’era, il vento le scosse i capelli disturbandole la vista. Si tolse subito le ciocche dal viso, tutti si erano allontanati e lei era l’unica rimasta così a contatto con quel corpo segreto e mutilato. La guardò per un’ultima volta, guardò quegli occhi prima abbondanti di rabbia, che ora erano spenti e opachi. Quelle foglie erano finalmente cadute dagli alberi.
Polina, non guardando nessuno, si fece spazio fra la folla curiosa che guardava dalla parte opposta alla sua. Camminò lentamente lasciandosi dietro quell’amara e benefica esperienza. Non sapeva se nel corso della sua vita ripensando a Dana, avrebbe ricordato il suo viso da viva, o da morta. Ma pensò che forse avrebbe semplicemente ricordato le intense parole, di quella ragazza che aveva trovato la sua pace nella morte.
Polina uscì dalla stazione, e si ritrovò in cima a delle scale, incorniciate di ringhiere rosse, che portavano a una piazza in cui partivano gli autobus che avrebbero condotto fino al centro di San Pietroburgo.
La giovane si affacciò da quella ringhiera, guardò oltre gli autobus, oltre la città che si intravedeva, guardò oltre gli alberi sullo sfondo. Restò ad osservare le nuvole,e si sentiva così in alto da poter entrare in collisione con il cielo.












Commenti

pubblicato il 20/01/2013 13.12.35
mariapace2010, ha scritto: ... bel racconto!

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