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lavoro pubblicato venerdì 28 dicembre 2012
ultima lettura martedì 25 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

WE’RE ARE OUTTA HERE, LIVE 1996

di DomHook. Letto 692 volte. Dallo scaffale Pulp

I Ramones sono a Los Angeles per il loro ultimo concerto. Johnny Ramone in giro per la città mentre aspetta di salire sul palco incontra Alberto Silva, un vecchio conoscente che gli farà capire quanto è importante comportarsi bene con gli amici.

Era il 6 di agosto. A Los Angeles faceva un caldo infernale. John Cummings guardò l'orologio, mancava un bel po' al concerto. Aveva ancora un sacco di tempo e aveva voglia di sentire Paula. Gli altri membri della band erano chiusi nelle altre suite dell'hotel, ognuno con le sue passioni preferite. Erano anni che non andavano più d'accordo e non avevano bisogno di provare. La scaletta era sempre la stessa. Tra cinque ore sarebbero saliti sul palco del Palace e avrebbero fatto il loro show, l'ultimo, poi la band si sarebbe sciolta. Per i fan di tutto il mondo quello sarebbe stato l'ultimo concerto dei Ramones.

John scese dal taxi sotto il Museo di Arte Contemporanea, dove lo aspettava Paula.

- È bello rivederti, Johnny - fece lei sorridente mentre lo baciava - Sei sparito di colpo, come solo voi maschi sapete fare. Ti va di andare a mangiare qualcosa? Qui dietro c'è un posto niente male.

John sorrise. Anche lui aveva appetito. Il resto della band lo aspettava per l'inizio del concerto. Appuntamento in camerino mezzora prima e poi direttamente sul palco.

- Dai raccontami- fece Paula prendendolo sotto braccio - che hai fatto in tutto questo tempo? È vero che oggi è il vostro ultimo concerto? Non si parla d'altro a Los Angeles.

John non fece in tempo a rispondere che una Chevrolet li affiancò. Dalle portiere posteriori uscirono di corsa due energumeni che li presero per le spalle torcendogli i polsi all'indietro. Paula urlò ma il gorilla che l'aveva bloccata gli cacciò un fazzoletto in bocca e la scaraventò dentro l'auto. Johnny non fece una piega, si lasciò caricare senza resistenza.

- Dai ragazzi - disse sorridendo - è uno scherzo, lo so. Una candid camera. Venite a
trovarmi dopo, in camerino. Vi faccio un autografo.

Ma una volta dentro John Cummings, in arte Johnny Ramone, chitarrista dei Ramones, capì che non era uno scherzo.

- Come stai Johnny? È da un po' che non ti fai più vedere in giro. Non si trattano così gli amici. Uno importante come te, il grande chitarrista punk rock, che figura ci fai?

Johnny conosceva l'uomo seduto davanti, a fianco dell'autista, che aveva parlato. Si chiamava Alberto Silva, portoricano, era un grandissimo bastardo. L'aveva conosciuto anni prima. Glielo aveva presentato Marky, il suo batterista. Sempre colpa di quel fesso di Marky, pensò, e dire che sono stato io sceglierlo per la band quando Tommy ci ha piantato. Alberto Silva organizzava certe feste giù a New York e lui qualche volta c'era anche andato. Silva era gentile, non c'era mai niente da pagare. Per gli amici è tutto gratis, diceva, tutto quello che vuoi, Johnny caro, lo chiamava sempre Johnny caro, voi siete i Ramones, le superstar. Poi Johnny si era stufato di Silva e delle sue feste. Lui era Johnny Ramone e faceva quello che voleva. Ma Silva si era incazzato.

- Johnny, Johnny caro, ma sei sparito! Un mese fa abbiamo organizzato una grandissima festa al Copacabana. Avevo detto a Marky di portare anche te ma non ti ho visto. Ci sei mancato.
Johnny cercò di muovere le gambe ma lo spazio era veramente stretto. Lui e Paula erano costretti tra i due gorilla che bloccavano le portiere. Paula aveva ancora il
fazzoletto calcato in bocca e gli occhi spaventati.

- Cosa vuoi da me Silva? - fece cercando di liberare un braccio con uno strattone.

- Hey, hey, Johnny, calma. Cos'è questo atteggiamento? Non ti devi preoccupare di niente. È tutto a posto. Era da un po' che non ti vedevo e mi sono detto ho proprio voglia di fare due chiacchiere con il mio amico Johnny. Ma il mio amico Johnny è sempre impegnato, è una rockstar. Sai Johnny che in giro non si parla d'altro che del vostro concerto di stasera? L'ultimo concerto dei Ramones. Che farai dopo Johnny? Andrai in pensione?

I due gorilla scoppiarono in una fragorosa risata. Anche l'autista rise.

- Se volevi vedermi bastava chiedere - disse Johnny seccato - potevi dirlo a Marky.

- Gliel'ho detto - rispose Silva calmo- mi ha risposto che dovevo lasciarti in pace. Che ti stufi della gente perché sei uno stronzo egoista. Con un ego grande come le torri gemelle e ti frega solo della tua chitarra del cazzo. Quella vecchia Gibson di merda. Ma io gli ho detto che avresti trovato il tempo per venire a salutarci una di queste sere. Com'è che si dice? Se Maometto non va alla montagna, il cammello viene da Maometto? No?

- La montagna. È la montagna che va da Maometto. Che c'entra il Cammello?

- Centra, centra, Johnny caro. Ha ragione Marky, non capisci proprio un cazzo. Io sono Maometto. Tu sei la montagna. E la tua amica è il cammello.

Alberto Silva aveva fatto liberare Paula dal fazzoletto che gli serrava la bocca. Erano ormai usciti da Los Angeles, andavano verso il mare, a sud. Poi uscì dalla statale 110 verso il confine perimetrale di Terminal Island. Paula uscì dalla trance in cui era precipitata, sferrò una gomitata ai coglioni al gorilla vicino. L'autista fece una sterzata brusca. Paula urlò mentre il gorilla le torceva il polso. Johnny Ramone cercò di divincolarsi. Alberto Silva urlò all'autista di continuare a guidare e di tornare indietro per la statale. Uno dei gorilla immobilizzò Johnny che continuava ad urlare. L'altro teneva ferma Paula. Silva sorrise.

- Abbassa il finestrino - ordinò Silva al gorilla che teneva Paula. - Tienigli fermo il polso fuori dal finestrino.

Alberto Silva tirò fuori dal cruscotto una Browning calibro 9 e girandosi verso Paula mirò alla mano che teneva fuori dal finestrino. Esplose il colpo e le spappolò le falangi. Le dita esplosero via sul bordo della strada.

Il gorilla urlò - azz! Capo! Per poco non prendevi pure me.

Paula lanciò un urlo, poi iniziò a piangere mentre inondava di sangue l'auto.

- Vedi, Johnny caro, noi siamo amici. La tua amichetta ha fatto una cazzata e l'ha pagata. Non si tirano le gomitate. Tu invece non hai mai pagato niente, nonostante di cazzate ne abbia fatto e tante. La tua bella giacca è pulita e a inzupparsi di sangue non sono i tuoi pantaloni, ma quelli del mio gorilla.

- Perché l'hai fatto? - fece Johnny Ramone guardando Paula che singhiozzava e si reggeva il moncherino senza dita - ha bisogno di un medico.

Nessuno rispose. Silva sorrise.

- Ha bisogno di un medico - urlò ancora Johnny - perde un casino di sangue!

- Non agitarti, Johnny caro. Adesso portiamo la tua amichetta da un medico. Vedrai che se la caverà e non ricorderà nulla. La considererà una brutta avventura.

- Lei cosa centra? Perché gli hai sparato?

- Così, Johnny, l'ho fatto così. Perché devo avere una motivazione?
I gorilla risero.
- Johnny, Johnny caro, sei davvero un fesso. Ma vedrai che se ti concentri bene riesci a capire perché l'ho fatto. Magari pensaci stasera, durante il tuo fottuto ultimo concerto. Pensaci e vedrai che forse ci arrivi a capire perché la tua amica ha perso le dita.

Fece fermare l'auto in uno spiazzo. Uscì fuori e aprì la portiera dalla parte di Johnny. Lo prese con forza per i lunghi capelli e glieli tirò finché urlò.

- E anche tu faresti bene a dimenticarti cosa è successo, Johnny caro. Facciamo così: noi lasciamo la tua amichetta all'ospedale e poi ti riaccompagniamo al tuo bell'hotel. Tu ti fai il tuo ultimo concerto e la prossima volta impari ad essere più rispettoso con Alberto Silva.
I gorilla risero ancora.
- La prossima volta che mi manchi di rispetto, Johnny caro, le dita le perdi tu. Ricordartelo. Quando torni a New York vieni a trovarmi al Copacabana, sei sempre il benvenuto - Silva rise e mollò la presa.

L'autista prese per il Good Samaritan Hospital. Una volta di fronte rallentò, senza fermarsi del tutto. Uno dei gorilla aprì la portiera di Paula con l'auto in movimento e lei rotolò giù, sul marciapiede. Un ragazzo che vide la scena urlò contro l'auto che filava via. Una coppia di passanti si avvicinò a Paula che piangeva immobile. Johnny guardava la scena dal lunotto posteriore dell'auto.

- Non preoccuparti, se la caverà - fece Silva -Non dirmi che tenevi a quella puttanella, Johnny. Tu puoi avere tutte le donne che vuoi, sei Johnny Ramone, il chitarrista dei Ramones. Una band di fottuti figli di puttana che fa impazzire le ragazzine. Sono tutte li in fila per succhiarvi l'uccello. Passa a trovarmi al Copacabana e vedrai che te la faccio scordare.

- Riportatemi all'albergo - fece Johnny con l'ultimo filo di voce che gli era rimasto in gola.

Quando venne il momento i quattro Ramones salirono sul palco. I tecnici avevano già sparato una fitta cortina di nebbia e le luci impazzivano. Quando la nebbia si diradò la folla, che quella sera del 6 agosto 1996 riempiva il Palace di Los Angeles, esplose in un boato. Era l'ultimo concerto dei Ramones. La più grande rock&roll band si scioglieva.

Prima uscì Joey con la sua aria dinoccolata, poi C.J. e Marky. Johnny entrò per
ultimo, lui e la sua Gibson diavoletto che gli arrivava alle ginocchia. Il boato divenne ancora più forte. Indossavano tutti giubbotti di pelle nera sopra le solite magliette a maniche corte. Joey prese l'asta del microfono con le sue mani guatante, la sollevò e la puntò verso la folla. Il pubblico rispose. Poi Joey si avvicinò al microfono One-two-three-four. Partirono le note di Durango 95. Joey giocava con l'asta del microfono. Il boato si fece ancora sotto, la gente si faceva sentire. Alcuni sollevavano dei grossi cartelli con la scritta Gabba Gabba Hey.

Johnny pestava sulla chitarra, curvo sulla schiena, più furioso che poteva. Appena Durango 95 andava sfumando, Joey prese il microfono. Marky iniziò a pestare un tempo diverso alla batteria in assolo. Joey iniziò a scandire al ritmo della batteria: lo-bo-to-my. Poi di colpo tutto il gruppo attaccò Teenage Lobotomy, senza una pausa dalla canzone precedente, una dopo l'altra. Johnny suonava la Gibson con tutta la furia che aveva dentro. Erano i Ramones e quello e il loro ultimo concerto. Aveva voglia di spaccare tutto, di far vedere a quei mocciosi figli di puttana che avevano pagato il biglietto come si suona il rock&roll. Faceva vibrare forte la Gibson, era l'unica cosa che sapeva fare. Non si chiedeva cosa avrebbe fatto dopo l'ultimo concerto. Pensava solo a suonare la sua Gibson. Per questo gli servivano oltre a tutta la sua furia anche tutte le dita. Adesso aveva capito cosa intendeva Alberto Silva. Senza le dita lui era come morto.



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