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lavoro pubblicato martedì 11 dicembre 2012
ultima lettura domenica 15 dicembre 2019

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IL PIANETA DEGLI ANGELI - Cap.4 -

di MicheleFiorenza. Letto 630 volte. Dallo scaffale Fantascienza

Personaggi principali: Riccardo Brenta , Comandante - Jean-Daniel Champ, Ingegnere - Marcello Drago , Fisico - Paulo Favela , Ingegnere - Giulia Jelacque , Scienziata - Arnoldo Zichì, Biologo - Nadia Brunetti Analista informati..

Capitolo 4 - I PREPARATIVI

Personaggi principali:

Riccardo Brenta , Comandante

Jean-Daniel Champ, Ingegnere aerospaziale

Marcello Drago , Fisico

Paulo Favela , Ingegnere biochimico

Giulia Jelacque , Scienziata aerospaziale

Arnoldo Zichì, Biologo

Nadia Brunetti Analista informatica

Riccardo non fu il primo del suo gruppo a risvegliarsi. Paulo Favela, un giovane alto e biondiccio, era perfettamente sveglio e lo guardava sorridendo: - Come ti senti ?

- Bene, se riesco a svegliarmi del tutto.

- Nella sala accanto ci sono fiumi di caffé che ti aspettano, ma prima vogliono che ogni risvegliato vada a fare una lunga doccia. Lo sai che non ti lavi da quindici giorni? - concluse ironicamente.

Mezz’ora dopo Riccardo consumava un’abbondante colazione.

Paulo lo informò che quasi trenta persone avevano già superato positivamente la prova con l’ Elix: soltanto in qualche caso, dopo sedici giorni era stato necessario somministrare una dose minima di stimolante per ottenere il risveglio.

Riccardo chiese: - Basterà una sola prova ?

- Il comandante della base dice che, se il farmaco ha effetto la prima volta, la sua azione poi si ripete regolarmente

Riccardo si dichiarò soddisfatto di ciò, ma dentro di sé pensò che gli organizzatori volevano che la missione partisse al più presto.

* * *

Jean-Daniel Champ e il professor Zichì salirono sulla vettura lunare a levitazione magnetica subito dopo il tramonto del sole del mese di Agosto 21XX: li attendeva una missione di parecchie ore, per visitare l’astronave Ulisse, predisposta per il lungo viaggio verso Alpha Centauri.

Il colonnello D. sedeva avanti, accanto al pilota, un giovane ufficiale in servizio su Base Luna. L’auto si muoveva senza fretta, e Arnoldo tentava di convincersi di trovarsi a proprio agio nella tuta da astronauta.

Al momento di uscire dalla cupola pressurizzata per entrare nel volume della Grande Cupola, il colonnello precisò :

- Tenete d’occhio la strumentazione che portate sul braccio sinistro e regolate spesso la pressione e la temperatura.

L’accidentato suolo lunare si presentò nella sua selvaggia bellezza davanti agli occhi di Arnoldo: non era la prima volta che visitava la Grande Cupola, ma ogni volta era un piccolo trauma, perché sapeva che soltanto l’auto e la tuta gli impedivano la morte per esplosione.

Il cielo era già nero e le stelle si vedevano nitidamente a migliaia, perché la cupola era trasparente e l’atmosfera mancava quasi completamente (qualcosa sfuggiva sempre dalle cupole interne pressurizzate).

Jean-Daniel stava chiedendo al colonnello notizie sul motore a fusione.

- Ovviamente è molto potente e ha un’autonomia di oltre cento anni: è più che sufficiente per un viaggio di andata e ritorno verso il sistema di Alpha Centauri. Se non farete il ritorno, sappiate che l’autonomia dell’astronave da ferma è di parecchi secoli. Su Base Luna inizieremo subito la costruzione di un’altra astronave; ma credo che sarà l’ultima, perché sulla Terra hanno grossi problemi per l’inquinamento radioattivo e non esaudiscono più tutte le richieste di superleghe e componenti speciali.

Il colonnello aveva parlato in maniera asciutta, professionale. I viaggiatori non risposero. Arnoldo sapeva che comunque difficilmente avrebbe potuto riabbracciare Giovanni.

Uscire dalla Grande Cupola fu più laborioso del precedente passaggio, perché l’uscita non era presidiata: il colonnello armeggiò un bel po’ col telecomando, i codici necessari e l’autorizzazione. Finalmente le tre porte stagne si aprirono in lenta sequenza, al procedere dell’auto. Arnoldo apprezzò quella volontà di non sprecare l’aria, che diversamente si sarebbe perduta nello spazio.

Appena fuori notarono, alla distanza di circa cinquecento metri, i bordi frastagliati del cratere che conteneva Base Luna. Il pilota procedeva lentamente, a pochi metri dal suolo. Poi, superata la cresta, lanciò la vettura, allontanandosi contemporaneamente dal suolo, perché questo era in forte pendenza.

In un silenzio quasi assoluto il tachimetro indicava progressivamente 150, 200, 250, 300… finché non si stabilizzò tra i 600 e i 700 chilometri l’ora. Sotto l’auto migliaia di piccoli crateri sfrecciavano all’indietro, insieme a rocce e massi.

Poi davanti a loro, a distanza, cominciò ad apparire un corpo estraneo al paesaggio lunare: a prima vista sembrava un tozzo cilindro coricato; poi si notò che la parte anteriore era quasi conica e il corpo troncoconico. Infine si vide la piattaforma-rampa, appena inclinata rispetto alla superficie lunare.

Al professore sembrava che la vettura andasse troppo veloce: aveva l’impressione che potesse andare a schiantarsi contro quel razzo, ma si tranquillizzò un po’ quando la velocità cominciò a diminuire.

- Tutti gli altri componenti del Direttivo – stava dicendo il colonnello – hanno già visionato l’astronave nel mese scorso e ne sono soddisfatti …

Il professore pensò che stavano facendo le cose in fretta, poi notò che erano ancora troppo veloci e si sarebbero schiantati contro quella superficie luccicante.

Non che temesse la morte, ma il suo istinto di conservazione si ribellava all’impatto.

- Naturalmente – continuava tranquillamente l’ufficiale – era necessario creare una gravità artificiale, e per questo l’astronave ruoterà intorno al suo asse, a una velocità sufficiente per avere in viaggio una gravità superiore al 50 % di quella terrestre.

“Addirittura!” stava per dire Arnoldo, incredulo per quella esagerazione, quando capì il suo marchiano errore: quell’astronave doveva avere un diametro molto grande, per dare una gravità maggiore di 0,5 g senza girare vorticosamente, e quindi era molto più grande e più lontana di quanto egli credesse… Ecco perché il pilota non rallentava tanto.

- E’ molto comoda per cento-centoventi persone – continuò il colonnello – e spaziosa. Gli oblò sono utilizzabili quando non è in rotazione; normalmente l’esterno è visibile molto bene da prua e da poppa, che non ruotano con l’astronave, oppure sugli appositi megaschermi.

Dopo alcuni minuti la velocità scese a pochi chilometri l’ora, e avevano ormai davanti a loro l’astronave in tutta la sua maestosità.

Nella parte bassa si aprì un portellone e l’auto entrò in una camera stagna. Quando il portellone si richiuse, attesero che la camera fosse pressurizzata, poi il personale dell’astronave aprì il portello interno e li fece passare.

Chiuso il portello, il colonnello si tolse il casco e la tuta e gli altri lo imitarono.

Si trovarono in un salone di forma allungata, ben illuminato; il pavimento seguiva in senso trasversale la leggera curvatura esterna. La temperatura, le comode poltrone, la libreria, il bar e gli altri arredi suscitarono l’ammirazione di Jean-Daniel.

Il colonnello spiegò: - Può darsi che dobbiate viverci parecchio tempo, qui. E inoltre potreste anche essere in futuro gli unici sopravvissuti della specie umana…

Stavolta c’era un velo di malinconia, nella sua voce:

- Sapete, sulla terra ci sono ormai 0,04 mS l’ora, e giungono notizie di strane malattie e strane morti. Molti migrano verso il nord del pianeta, e alcuni scienziati temono il peggio…

Mentre Jean-Daniel dedicava la sua visita alla zona dei motori a fusione, insieme al colonnello e ad alcuni tecnici specializzati, il professore fu accompagnato, da ufficiali in servizio sulla nave spaziale, in un giro di ricognizione degli ambienti di maggior interesse per le sue competenze.

Il maggiore A., un giovane alto e robusto, che aveva soggiornato parecchie settimane sull’astronave, gli illustrava tutte le biotecnologie:

- Avrete acqua a sufficienza, anche se sarà consigliabile limitarne l’uso: ben sei impianti di depurazione utilizzano, oltre alle riserve, le acque di rifiuto di diversa origine per riottenere tre tipi di acqua, di qualità diversa; due di questi tipi sono perfettamente potabili.

- Il cibo è per lo più liofilizzato, ma di ottimo gusto. Ci sono comunque provviste congelate sufficienti per preparare 8.000 pasti normali, che vi consigliamo di consumare nei primi due o tre anni “effettivi” di viaggio, corrispondenti a circa due mesi virtuali, cioè a sessanta risvegli.

- Avete anche legumi secchi che potrete conservare più a lungo, diciamo sette o otto mesi virtuali. L’ossigeno viene ricavato continuamente dall’anidride carbonica, a parte le notevoli scorte pressurizzate.

- Come faremo con le medicine? – chiese il professore mentre ammirava quegli alloggi piccoli, ma ridenti e confortevoli, così razionali e ben organizzati.

- In questo settore siete stati trattati veramente bene: credo che siano stati spesi parecchi milioni di euro per darvi il massimo. Avete alcuni quintali di medicine, tutte con validità superiore ai sessanta anni, a parte le scorte dell’ Elix, sufficienti per due viaggi di andata e ritorno… L’ Elix praticamente non ha scadenza.

Naturalmente non era possibile visitare l’intera astronave, perché non era in rotazione e quindi l’unica gravità presente era quella lunare, ma l’attuale posizione aveva consentito di visionare tutti i settori importanti; il resto era composto principalmente di magazzini.

Quando il professore terminò il suo giro, annuiva soddisfatto: l’astronave non si presentava come un albergo di lusso, ma era di gran lunga la più comoda che conoscesse, per un viaggio che sarebbe durato virtualmente circa tre anni. I problemi veri sarebbero sorti all’arrivo, quando il Direttivo avrebbe dovuto scegliere un pianeta di Alfa per tentare la colonizzazione.

Sulla via del ritorno a Base Luna, nella vettura lunare regnava il silenzio: il pilota era assorto nella guida e comunque non avrebbe parlato senza permesso, mentre gli altri tre avevano troppe preoccupazioni, ognuno per motivi diversi.

A un tratto Jean-Daniel ruppe il silenzio:

- Con tutto il carico che è previsto, dubito che si possa mai raggiungere in tempi brevi la velocità di 30.000 km al secondo, cioè un decimo di c, la velocità della luce.

- Quanto ci vorrà, secondo lei? – chiese il colonnello.

- Parecchi mesi, forse un anno.

- Un anno sarebbe in ogni caso circa il 2 % della durata effettiva del viaggio. – fece presente il colonnello.

- Dovremo accontentarci. – concluse il professore.

* * *

Superata la prova di catalessi, Nadia e Marcello si trovarono ad avere un mucchio di tempo libero, mentre la squadra medica li sottoponeva quasi giornalmente a nuovi controlli e analisi per individuare eventuali conseguenze dovute all’uso dell’ Elix.

Fecero anche tre tomografie tridimensionali per accertare eventuali malattie, anche di poco conto.

In quel periodo visitarono l’intera Base Luna, compreso il museo e l’orto sperimentale della cupola più piccola. Guardando le piante, Nadia chiese a Marcello se avrebbero più rivisto le piante terrestri… e Marcello non seppe come risponderle, se non con un abbraccio.

La loro amicizia si faceva sempre più affettuosa, e Marcello sperava di essere ormai ricambiato nei suoi sentimenti; sapeva che la propria attrazione per Nadia era unica tra le sue esperienze sentimentali: un insieme ben amalgamato di sentimento, desiderio, emozione, simpatia, stima, ammirazione, che generava un trasporto di intensità mai provata.

Intanto due volte a settimana i due giovani partecipavano a un ciclo di sedute psicologiche collettive, insieme con altri prossimi compagni di viaggio.

Marcello pensava che fosse una specie di condizionamento tendente a sopravvalutare gli aspetti positivi della missione.

Il 25 Agosto (ma che senso aveva ormai il calendario terrestre?) Nadia ebbe la notizia ufficiale della sua ammissibilità al viaggio, consigliata anche per una certa capacità telepatica evidenziata dai test. Entrambi firmarono subito l’accettazione.

Quella sera, in camera di Nadia, lei prese una bottiglia di champagne: - L’ho portata qui come portafortuna e, se non la consumiamo, si guasterà.

Dopo il brindisi, mentre posavano i bicchieri, con semplicità Marcello le disse:

- Nadia, ti amo. Vuoi sposarmi?

Si guardarono negli occhi per un’eternità, poi lei si avvicinò e, mentre lo abbracciava, sussurrò un sì …

Marcello stava baciando la più bella bocca del mondo, e stringeva il più bel corpo del mondo. Stava anche rinnegando, in un momento, tutte le donne del mondo.

Il giorno dopo i due innamorati andarono da Riccardo, ormai nominato Comandante della missione con l’approvazione di tutto il Direttivo, per chiedere che prima della partenza potessero sposarsi.

Il neocomandante si rallegrò per la loro decisione, che molti già si aspettavano, ma fece presente che durante la missione non erano ammesse gravidanze. I due giovani confermarono la propria intenzione e fu concordata una semplice cerimonia da effettuarsi dopo circa un mese, prima della partenza per Alfa.

Alcune sere dopo Nadia, consapevole del forte desiderio di Marcello e cosciente dei propri sentimenti, prese l’iniziativa… e non se ne pentì: la dolcezza, la passione, la gioia furono intense per entrambi e ciascuno dimenticò o rinnegò ciò che ormai apparteneva al passato.

Quando l’orologio indicò il mattino, era effettivamente l’inizio del lungo giorno lunare del mese di Settembre 21XX.

Nadia preparò una colazione tradizionale, a base di caffè, uova e frutta tropicale e la consumarono nella loro trepidante gioia.

Più tardi, poco prima di uscire, Marcello notò dal bagno che Nadia guardava a lungo un portafoto a libretto; alla fine lentamente lo chiuse e lo lasciò cadere nel cestino.

Marcello non disse nulla: non c’era niente da dire.

continua

Michele Fiorenza 2003

opera registrata



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