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lavoro pubblicato venerdì 30 novembre 2012
ultima lettura mercoledì 20 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il padre che vedevo distante

di danielecutali. Letto 687 volte. Dallo scaffale Sogni

Ero appena arrivato in ufficio e mi ero seduto da pochi minuti alla scrivania, eseguendo automaticamente le solite operazioni routinarie che facevo tu...

Ero appena arrivato in ufficio e mi ero seduto da pochi minuti alla scrivania, eseguendo automaticamente le solite operazioni routinarie che facevo tutte le mattine, poco prima delle 8:00. Movimenti e azioni che facevo sempre allo stesso modo per cinque giorni. Salutare il capo, accendere il computer e nell'attesa della sua operatività, lamentarsi coi colleghi di come fosse di nuovo lunedì, di come fosse dura svegliarsi al mattino il primo giorno della settimana e di come fosse ancora tanto distante il venerdì per arrivare all'agognato week-end. Proprio così, era lunedì 19 settembre 2011. E come sempre facevo cose delle quali non mi rendevo neanche conto, tanto automaticamente le facevo. Una persona ingabbiata nelle proprie abitudini, come tante altre che lavoravano. Anzi, in quel periodo di grande magra, di crisi economica globale, di mondo che stava andando a catafascio, si doveva ancora ringraziare se lo si aveva un lavoro. Altro che lamentarsi. Ma alle volte una persona è talmente ingabbiata in certi schemi, per l'appunto, che i casi della vita quando meno te l'aspetti interrompono la routine nella maniera più stravolgente, facendoti cadere un macigno tra capo e collo.

Quel 19 settembre è morto mio padre. E' successo all'improvviso, come un fulmine a ciel sereno. Nonostante fosse anziano e avrebbe compiuto 82 anni di lì a due mesi esatti, era una persona lucida e totalmente autosufficiente anche se i malanni dell'età erano sempre maggiori. Una mente perfettamente limpida in un corpo che stava lentamente appassendo. Con il passare del tempo vedi i tuoi genitori invecchiare, ti senti più vecchio anche tu, e si pensa al fatto che inevitabilmente prima o poi debbano andarsene. Ecco, prima o poi. Sono eventi a cui si pensa alla lontana, quasi distrattamente, come se non potessero accadere a breve anche se si è consapevoli che prima o poi succederà. Situazioni a cui si è sicuri di reagire con forza e fermezza ma a cui poi, quando ci si ritrova in mezzo per davvero, si reagisce in una maniera che neanche ci si immagina. Quando mi vibrò il telefonino nella tasca dei jeans non avrei mai immaginato quel che mi sarebbe stato annunciato dall'altra parte della cornetta. Mia moglie. Mia moglie alle 8 del mattino? Strano, a quell'ora non mi aveva mai chiamato. Mai. Era accaduto qualcosa, ma subito non pensai a nulla di grave. Pensai a qualcosa tipo l’auto che aveva qualche problema, o un incidente senza conseguenze gravi, come era già capitato negli anni passati. Però era troppo presto, perché quel lunedì mia moglie non lavorava. Lei era impiegata in una clinica seguendo un ciclo continuo di tre turni, e le capitavano molto spesso i riposi infrasettimanali. Quando era a riposo era quasi impossibile che fosse in giro a quell’ora, a meno che non avesse qualche commissione importante. E quel giorno non ne aveva. Risposi al telefonino e, senza darmi il tempo di dire altro oltre il solito

«Pronto?» mi disse in modo concitato e con voce rotta dall’emozione mi comunicò che dovevo correre a casa di mia madre perché forse mio padre era morto.

Iniziai involontariamente a tremare in maniera convulsa. Una reazione scioccante che non mi sarei mai aspettato di avere.

«Forse è morto? Come forse?» chiesi cercando di digerire quel che mi aveva appena detto mia moglie continuando a tremare.

«Non respira più e non gli batte il cuore, ma non so di preciso cosa sia successo. Ho chiamato il 118. Arriva più presto che puoi ma fai attenzione per strada, mi raccomando» mi rispose agitata.

Una volta chiusa la chiamata rimasi a guardare inebetito il mio capo, continuando a tremare senza essere in grado di fermarmi. Quando parlai, mi tremava anche la voce ed ero sicuro dentro di me di quello che era accaduto. Senza nessun forse. Riuscii soltanto a dire: «E’ morto mio padre.»

Erano svanite all’improvviso tutta la mia sicurezza e la mia paventata freddezza, in un colpo solo. La settimana che seguì fu a dir poco movimentata. La burocrazia da assolvere a seguito di un decesso è qualcosa da mettersi le mani nei capelli, anche quando non li si ha più. Non avrei mai immaginato potesse essere così, e non voglio pensare a come se la sarebbe potuta sbrigare mia madre, anziana, con una protesi al ginocchio destro e con qualche problema di memoria, se non ci fossi stato io. A partire dal contattare l’Agenzia di Pompe Funebri con la conseguente organizzazione del funerale religioso e le seguenti pratiche per la cremazione perché quella era la volontà di mia madre, a tutte le volture delle utenze e altri piccoli ma importanti particolari come cercare svariati documenti, sistemare la successione della situazione bancaria, cose di cui mia madre non si occupava assolutamente quando era in vita mio padre, fu quasi devastante. Per fortuna, ma anche obbligato dagli eventi, riuscii a sbrigare tutto correttamente. L’intera esperienza fu però traumatica. Poi venne inevitabilmente il tempo dei ricordi. Mio padre non era mai stato uno di quei padri che vogliono essere amici dei figli, o che vogliono che i figli seguano le proprie orme, leproprie passioni e che diventassero delle copie mal riuscite di sé stessi. Per fortuna, aggiungerei. Era, però, sempre stato quasi assente dalla mia vita. Era una persona di quelle all’antica, sempre sulle sue e che non dava troppa confidenza al figlio. Era la tipica figura che faceva sentire la propria presenza soltanto per le punizioni e per la severità. Pur non facendomi mai mancare niente i gesti d’affetto negli anni erano stati rari se non assenti, anche quando ero bambino. E questo probabilmente era quello per cui avevo più sofferto inconsciamente e inconsapevolmente. Negli ultimi anni, vedendolo invecchiare, per me era diventato come una cariatide, fermo lì nel suo appartamento, immobile davanti al televisore e i cruciverba, distante da tutto e tutti, cristallizzato nel tempo. Ero anche riuscito ad avvicinarmi a lui, aiutandolo a fare alcune cose che non era più in grado di fare fisicamente e parlando come non avevamo mai fatto negli anni passati. L'avevo accompagnato in alcuni posti perchè non poteva più guidare per vari motivi, e questo lo feci senza indugi. Facemmoanche colazione insieme qualche volta. Insomma piccoli gesti che facevano sembrare grande la situazione, conoscendo mio padre. Perchè non aveva nessun altro oltre me. Sembrava che nulla potesse intaccarlo nella sua tranquilla vecchiaia. E invece, ovviamente, la morte non guarda in faccia nessuno.

Proprio come l'effetto della caduta del macigno di cui dicevo prima, la vita era cambiata molto di più a mia madre che a me. Rimasta sola dopo più di 60 anni di vita insieme a mio padre, si era ritrovata a dover gestire cose di cui prima non si rendeva neanche conto esistessero. Ecco perchè adesso avrei dovuto badare anche a lei, e a tutto quello che le girava intorno, oltre che alla mia vita e a quella della mia famiglia. Speravo veramente di riuscire a farcela. Durante quella settimana di fuoco dopo il decesso ce l'avevo fatta. Ce la dovevo fare anche adesso. La routine era ripresa normalmente lunedì dopo lunedì, settimana dopo settimana. Ufficio, saluti, accensione del computer, e lamenti compresi. Ma una notte successe qualcosa che mi traumatizzò come l'annuncio della morte di mio padre, quello che mi lasciò tremante al telefono. Stavo dormendo pesantemente ma nel buio della camera da letto aprii gli occhi improvvisamente e guardai il soffitto. O almeno così mi parve. Vidi una figura confusa, bianca come il latte, una specie di nebbiolina che prendeva forma. La forma di un viso. Iniziai a tremare involontariamente come quella volta, era il viso di mio padre come lo ricordavo poco prima che morisse. Erano passati soltanto due mesi e lo ricordavo così, come l'ultima volta che ero andato a cenare da loro. Non riuscii a dire nulla. Ero completamente immobilizzato ma non dal terrore, più dall'impossibilità del fatto che mio padre fosse lì. La mia mente logica non poteva crederlo possibile. Il viso di mio padre si mosse e aprì la bocca. Disse qualcosa ma non udii alcun suono. Riuscii però a capire l'inconfondibile labiale e poi la figura svanì come si era formata. Come svanì anche lentamente il mio tremore dopo che realizzai che il viso di mio padre proferì un semplice: «Grazie.»

Non riuscii mai a capire se fosse stato solo un sogno o chissà che. Ero propenso a credere che la mia mente, sotto pressione per quel che era accaduto, avesse infine rilasciato tutto in quella maniera. Durante il sonno. Eppure...

Avevo sempre visto mio padre distante ma stranamente, invece, dopo la sua morte lo sentivo più vicino a me. E mi mancava. Questa era la verità.



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