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lavoro pubblicato venerdì 9 novembre 2012
ultima lettura lunedì 25 giugno 2018

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

* Miracolo a Le Havre *

di cri52. Letto 944 volte. Dallo scaffale Cinema

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Da alcuni anni l'arena del cinema Nuovo Sacher è per me l'oasi nella calura estiva della mia Roma. L'altra sera proiettavano " Miracolo a Le Havre ", del regista finlandese Aki Kaurismaki, da me sconosciuto e che dal nome credevo fosse giapponese.
Marcel, uomo ormai non più giovane, sbarca il lunario facendo il lustrascarpe specialmente presso la stazione ferroviaria della sua città. A fine giornata guadagna quel poco per la sopravvivenza sua e di sua moglie Arletty.
Modestissima è la sua dimora, un desco con su poco da mangiare ma intorno c'è pulizia, decoro, si respira amore dalle poche parole che si scambiano i due protagonisti solo che... la moglie si scopre gravemente ammalata.
In contemporanea, sul molo del porto, la polizia ha aperto un conteiner che nasconde un gruppo di donne, vecchi, giovani uomini e bambini dall'Africa nera: aspettano di essere imbarcati clandestinamente per l'Inghilterra. Da attraversare c'è soltanto la Manica, Dio solo sa dopo quanto altro mare già solcato, altro buio, altro silenzio, altro dolore.
Ma ora, scoperti, il loro viaggio potrebbe finire lì.
Soltanto Idrissa, un ragazzino di circa dieci anni, dopo un solo sguardo di forte intesa col nonno, riesce a superare i mitra dei poliziotti e a scappare via.
Un giovanissimo Kunta Kinte, altero, sveglio, che la madre attende a Londra.
Marcel è l'angelo che incontra per caso e basta qualche frase e un guardarsi negli occhi per affidarsi a lui.
Viene nascosto in quella povera casa dove è rimasta soltanto Laika, la cagnolina, perché Arletty è in ospedale. Eludono così per giorni la polizia grazie anche all'aiuto della fornaia amica, che ha sempre un fiore fra i capelli, la barista e il fruttivendolo del quartiere, tutti amici che parlano poco ma che agiscono.
Marcel si trova a proteggere, a risolvere la vita di Idrissa e ad accudire in ospedale la moglie che nonostante la malattia tiene fra i capelli un fermaglio a forma di stella solo per il suo amore. Garofani rossi, pochi ma bellissimi, sono invece per lei, ad ogni visita.
Tutto si svolge in questa città fluviale e di immenso mare eppure è come ci fosse un "incanto".
Si fondono, senza stridore, anacronismo e realtà. Che l'ambientazione sia dei nostri giorni si evince dalla storia di clandestinità e dagli euro maneggiati altrimenti parrebbe ogni cosa esser ferma ad almeno cinquant'anni fa.
Dove si trova più un lustrascarpe, la scopa di saggina in casa e un vecchio grammofono che suona dischi di 33 giri in modo perfetto?
Forse il sogno del regista non poteva aver vita nella modernità rumorosa, quell'agire fatto di umanità solidale richiedeva atmosfere più silenziose e pure.
Nonostante le storie parallele di affanno e dolore si coglie candore d'intenti, leggerezza, spesso si sorride persino e senza pietismo ci si dona aiuto e basta.
Il finale riserverà davvero un doppio miracolo: la guarigione di Arletty e Idrissa finalmente imbarcato in modo dignitoso verso l'Inghilterra.
Un albero di ciliegio fiorito è il suggello roseo della storia.
Io non amo effetti speciali nei films, né violenza, né piangere ma nemmeno stupidamente ridere, voglio invece carezze dell'anima da certe storie narrate con garbo, come ho trovato in " Miracolo a Le Havre ".


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