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lavoro pubblicato lunedì 5 novembre 2012
ultima lettura lunedì 28 gennaio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Thoron

di JeffMG. Letto 594 volte. Dallo scaffale Fantasia

Il signor Thoron ritrova la sua giovinezza grazie ad un misterioso oggetto che irrompe nella sua vita.

Thoron.

Aprendo la porta si vedeva una grande libreria di legno, ogni singolo scomparto conteneva libri
che non lasciavano neanche un millimetro di spazio.
La libreria occupava tutta la parete sino ad estendersi al soffitto;
ai suoi piedi vi erano dei grandi cuscini colorati disposti per comode letture.
Il pavimentoin parquet era stato scelto tre anni prima per il freddo inverno e
le pareti erano state dipinte di un rosso mattone.
A sinistra alloggiava imponente un grande mobile di legno importato dalla Thailandia;
il grande televisore al plasma poggiato su di esso, garantiva la visione di film in alta definizione.
A completare il tutto vi erano quadri che raffiguravano foto di luoghi e volti accumulati negli anni di vita del signor Thoron.
Al centro della stanza, un divano e due poltrone panciute in velluto nero,
abbracciavano decine di cuscini ricamati dalle abili mani della signora Thoron.
Un tappeto di lana disteso a terra, spiava il resto della mobilia.
Infine in questa stanza che ricordava i freddi inverni, una grande finestra affacciava sul giardino dal quale un uomo salutava verso l'alto.
"Ha dimenticato di nuovo le chiavi!" disse una signora corpulenta dalle gote rosse e capelli
ricci arruffati -a suo marito ricordavano il nido delle rondini-.

Lei era la signora Thoron,sulla sessantina d’anni.
Impiegava il tempo a mantenere la casa, telefonare al figlio maggiore George e alla figlia minore Celeste. Ormai grandi e sposati,osavano dimenticarsi dei genitori in particolari situazioni,
quali feste o compleanni.
Il primogenito si era sposato con una giovane donna, Agata di origini Irlandesi,
la quale si era trasferita, a soli tre anni, nella grande Londra per via del lavoro da bancario del padre.
Quando il signore e la signora Thoron seppero del loro imminente matrimonio,
portarono le mani al petto e volsero lo sguardo al cielo, sperando nell’aiuto di qualche santo.
Agata aveva confessato alla suocera di essere sterile, sperando in una materna comprensione,
ma la donna si era alzata come se improvvisamente dalla poltrona fosse uscito un ago:
"Tu non sposerai mio figlio" urlò adirata a quelle parole.
Ma i giovani in tempi moderni, hanno una grande libertà di scelta sulle proprie vite;
non era più come quando la signora ed il signor Thoron si erano fatti in quattro per ottenere la benedizione da parte del padre di lei.
Le nozze di George ed Agata si erano svolte il 30 Dicembre, sotto una nevicata improvvisa che aveva scosso maggiormente i nervi della signora Thoron, facendola aggrappare al braccio gracile del marito che la reggeva con sforzo il peso da bestiame della moglie.
A differenza di lei, il signor Thoron sosteneva il matrimonio dei due giovani.
In cuor suo conservava la speranza nella nascita di nipotini da parte della figlia Celeste,
di certo non li avrebbe delusi essendo sposata con un dottore:
il signor Smith, un uomo di famiglia benestante.
Thoron sapeva che tanti soldi, se non si spendono per mangiare, si spendono per i figli.
In base alla teoria sui soldi, l'uomo aveva cucito milioni di fantasie:
quali portare al parco i nipoti o comprare loro un trenino a vapore.
Esse furono premiati con l’arrivo in casa Smith di due gemelli, Richard e Paul.
A detta della signora Thoron,due angeli, per il loro aspetto da creature celesti:
occhi azzurri e capelli biondi e un conto in banca per la frequentazione futura
dell’università di medicina.
"Loro sono già uomini" dichiarava il padre, alle rare cene di famiglia.
Ignaro dello sguardo furente della moglie, che vedeva i due figli per quello che in realtà erano:
due bambini che tenevano la forchetta stretta in un debole pugno.
La signora Thoron fu scossa dal suono del citofono e in mezzo a quella tempesta di ricordi che l’avevano turbata, si ricordò che il marito attendeva in cortile il giornaliero ‘lancio delle chiavi’.
Immerse la mano nella tasca del grembiule, cercandole nel fondo pieno di fazzoletti da naso.
Le grosse dita frugavano,cercando il freddo metallo, riuscendoci quando il secondo suono del campanello risuonò per la seconda volta.
Arrancò verso la finestra, provata dallo sforzo compiuto nel cercare il mazzo di chiavi.
Un vento autunnale le avvolse il volto, facendole diventare le gote ancora più rosse.
Quella mattina il signor Thoron aveva battuto il personale record di ritorno a casa.
Essendo un uomo smemorato, dimenticava ogni sorta di oggetto che durante la passeggiata mattutina per le vie di Londra, si rivelava indispensabile.
Così tornava indietro con un grande sorriso sul volto
-perché niente turbava il signor Thoron- e si piazzava con grande disinvoltura sotto la finestra di casa, citofonando alla moglie rapita dalle imprese domestiche.
La guardò porgendole le mani a coppa, pronto per ricevere come un esperto giocatore di baseball, il mazzo di chiavi che tanto aveva atteso.
Anche da quell’altezza, vedendo il nido di rondini sulla testa della moglie,
sentì improvvisamente odore di bucato e sapone; ormai quello era l’aroma che la pelle
della donna emanava.
Fin da quando si erano sposati, dopo pochi giorni dal viaggio di nozze,
quando la vita da casalinga ebbe inizio, prese quell’odore e lui non ne fu dispiaciuto,anzi!
Le comprò una scorta di saponi, per evitare che quel profumo le evaporasse dalla pelle.
Passando per i quartieri, dove fili di corda ospitavano lenzuola e biancheria bagnata,
lui aspirava intensamente catturando quell'aroma famigliare.
"Questa è l’ultima volta che ti apro!" urlò la donna.
I Thoron vivevano una felice vita matrimoniale da trent'anni.
La collaborazione non mancava, avevano stretto un patto per iniziare i lavori come fossero stati due colleghi; lui avrebbe lavorato nella libreria che aveva ereditato dal padre e lei avrebbe provveduto a mantenere la casa e ad accudire i bambini.
Quest'ultimi, in nessun caso furono lasciati ad estranei, neanche quando i signori Thoron volevano andare al cinema di venerdì sera.
Li portavano con loro e dopo avergli comprato pop-corn e aranciata, venivano graziati quando i bambini prendevano sonno.

La vita del signor Thoron era priva di monotonia e certe volte questo lo turbava,
poiché desiderava intensamente attimi di pace e tranquillità per potersi distendere sul letto, guardare il soffitto e pensare alla giornata trascorsa; come quando da giovane si lasciava sprofondare sul piumone blu comprato in offerta da sua madre.
La mente immatura si lasciava catturare dal pensiero della giornata trascorsa a scuola,
del compito in classe andato male o da quella ragazza che dalla seconda fila si era girata a sorridergli.
In quel tempo così lontano, sorrise allo stesso modo, lasciando che parentesi di rughe gli circondassero la bocca.
Rivide quella meravigliosa creatura dai capelli ricci, dalle gote rosse come il vino alla domenica,
un vestito bianco a righe arancioni -che gli ricordava la campagna- e degli occhi verdi come lo smeraldo che lo guardavano nel momento in cui gli confessò che si, sarebbe diventata sua moglie.


In quel giorno d’autunno, nel viale coperto di foglie secche, si ricordò che ricorreva il suo sessantesimo compleanno e che a pranzo sarebbero arrivati i parenti.
Si sarebbero lasciati andare in cerimonie futili e gli avrebbero regalato l’ennesima sciarpa a fantasia scozzese, che ormai fingeva di collezionare.
Si rassegnò all’idea di doversi far trasportare da grandi festività per un evento che personalmente lo turbava, uno terribile di nome Compleanno.
Quando si è giovani fa piacere festeggiarlo per ricevere regali e passare serate in compagnia di amici che ti passano sotto il tavolo una bottiglia di whisky, ma una volta anziano questa ricorrenza non fa altro che ricordargli che la vecchiaia lo aveva preso al guinzaglio e che ora camminava con lei nel viale dei ricordi e qualche volta provava pentimenti di amaro genere.
Il signor Thoron si mise seduto su di una panchina e guardò esausto il cielo terso che gli regalò una piacevole sensazione di smarrimento.
Vide due piccioni volare, sbattere le ali ed entrare in armonia con la natura e si dimenticò persino dei suoi sessant’anni.
Fece scivolare la mano nella tasca del cappotto, prese una caramella al limone e la gustò osservando le persone che andavano a spasso in quella domenica mattina.
Alcune con grandi buste in mano e altre sorridenti guardavano le vetrine dei negozi.
Due giovani amanti si tenevano per mano sfoggiando sorrisi che distruggevano la sofferenza in quella piccola parte del mondo.
Infine ogni tanto passavano delle madri alle prime armi, tenendo i loro monelli per mano,
esibendosi in acrobazie sopra tacchi a prova di equilibrio.
Quel grande circo animato faceva sorridere il signor Thoron, che dai vispi occhi azzurri seguiva
ognuno di loro con grande curiosità, considerandoli alquanto buffi.
Proprio come lui, che seduto su di una panchina si lasciava andare all’ilarità.

Si rimproverò per la pigrizia di non aver camminato ma decise per un giorno di concedersi un primo regalo, quello di sedere ad osservare il mondo diverso da quello che aveva conosciuto nella giovinezza dei suoi sei anni.
Quando in un giorno d’estate si mise seduto sulla stessa panchina per aspettare
con il suo amico Fred, il camion dei gelati.
Oppure quando a tredici anni attendeva l'inizio del suo primo appuntamento con Cindy,
alla quale aveva inviato un biglietto, dove le chiedeva se voleva essere la sua fidanzata e lei aveva risposto di si.
Il momento in cui fece la proposta di matrimonio alla signora Thoron, su quella panchina.
Infine gli venne in mente il più bel ricordo legato a quella panchina:
il giorno in cui i suoi figli sedevano vicino a lui, stringendo tra le piccole mani due palloncini rossi.

Sentì scorrersi addosso anni di vita che si erano tramutati in rughe.
Sessant’anni erano passati veloci come fossero stati solo un giorno e se non fosse stato per il corpo che sentiva sempre più debole, avrebbe giurato di avere solamente dieci anni e di desiderare ancora un gelato alla liquerizia.
Un pallone gli rotolò ai piedi, apparteneva ad un bambino che veloce corse verso lui,
scusandosi sotto ordine della madre.
Il signor Thoron sorrise e glie lo rimandò, partecipando solo per un secondo ad un gioco antico come il mondo, per il quale anche lui da bambino andava matto.
Conservava una vasta collezione di figurine dei calciatori ma con l’età quella passione venne sostituita da un’altra: quella per i libri.

Suo padre, scomparso per vecchiaia da ormai dieci anni, aveva una libreria sulla tredicesima strada, vicino al negozio di alimentari.
La libreria era molto piccola ma gli scaffali contenevano una fortuna:
libri antichi che celavano agli occhi di un bambinosegreti oscuri e l’esistenza di altri mondi appartenenti a stregoni o malvagi re, pronti a colpire l’Inghilterra.
Nella sua mente si scatenavano guerre, dove i soldati inglesi uscivano dai loro nascondigli
per combattere contro il male.
Potenti stregoni li aiutavano per avere in cambio l’elisir della lunga vita,
conservato avidamente da re Filippo.
Quando il bambino raccontava le innumerevoli avventure che prendevano vita nella sua mente, il signor Thoron, dall’alto della sua cultura, sorrideva della fantasia di suo figlio.
Lo prendeva in braccio ed apriva un grande libro, gli leggeva avventure create da altre persone, che di mestiere facevano gli scrittori.
Il piccolo Thoron ascoltava rapito e strattonava la giacca del padre per indurlo a continuare la storia, ma le letture finivano quando il campanello della porta d’entrata annunciava l’arrivo di un nuovo cliente.

I visitatori abituali non erano molti, ma quelli importanti per il piccolo Thoron
erano gli esseri umani più strani mai visti.
Alcuni venivano con delle scatole per poterci mettere dentro i libri ed andarsene felici come se stessero portando a casa dell'oro.
Altri arrivavano infelici, pronti ad immergersi tra gli scaffali con la consapevolezza che non avrebbero trovato niente di nuovo.
Invece le mani del padre, guidate dalle voci che descrivevano il libro desiderato,
trovavano loro quello che volevano, strappando un sorriso di entusiasmo e venti dollari dalle tasche.
Il cliente che il piccolo Thoron considerava più eccentrico era un giovane studente dell’università di lettere. Odorava di mosto e portava un completo marrone,
che era abbinato all’incolta barba e ai folti capelli.
Acquistava sempre romanzi, in cerca di un amore che non trovava nella realtà.
"Povero ragazzo, ha difficoltà a trovare moglie" diceva il signor Thoron
Non aveva mai compreso perché il padre compatisse quel giovane.
Che importanza aveva avere una consorte?
Quando divenne grande, capì che quel cliente così strano ai suoi occhi,
in realtà era un misero ex studente, solo in una casa di periferia invasa dal rumore dei motori,sposato con i suoi libri.
Quando il signor Thoron morì, lasciò in eredità la libreria al suo unico figlio, salvandolo dalla disoccupazione incombente al termine degli studi.
Essa gli permise di mantenere sua moglie ed il primo figlio in arrivo.
Nel tempo la libreria divenne famosa, grazie alla gentilezza del signor Thoron e al suo fiuto per i libri bramati dai clienti che chiedevano il suo aiuto nella scelta.
Vi lavorò con passione fino a quando prese la pensione ed allora fu resa alle mani della polvere e del tempo.
Entrambi i figli del signor Thoron non vollero andare a lavorarci, così che la famosa libreria chiuse i battenti.
Venne svuotata ed i libri svenduti, alcuni messi in cantina.
L'insegna ‘Libri Antichi’ venne tolta, per dare il posto ad una al neon di un bar notturno.
La chiusura della libreria di famiglia, era stata un grave peso nel cuore del signor Thoron.
Aveva persino deciso di smettere di leggere libri, poichè glie la ricordavano.
Non poteva tenerla aperta, aveva bisogno di riposo e tranquillità dopo anni di attività quotidiana.
L’orologio del campanile scandì le ore undici ed il signor Thoron si alzò,
lasciando la postazione della panchina.
Le gambe gracili lo portarono al negozio della signora Button, che vendeva stoffe.


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