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lavoro pubblicato venerdì 2 novembre 2012
ultima lettura mercoledì 16 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Dopo la guerra.

di JeffMG. Letto 704 volte. Dallo scaffale Musica

Da quella stanza lontana, udivo il suono del pianoforte di Francoise. Risuonava in un' eco spettrale, tra le mura di quella villa in rovina, tra quelle calce di ricordi e angoscia...

Dopo la guerra.


Da quella stanza lontana udivo il suono del pianoforte di Francoise.
Risuonava in un' eco spettrale, tra le mura di quella villa in rovina,
tra quella calce di ricordi e angoscia.
Attraversai il corridoio con il cuore in gola, spinto dal bisogno di vederla posare le dita su quei tasti casti e immocolati, forse consumati dal tempo.
Il suono era rimasto uguale, lo stesso dolore a parlare.
Mi fermai alla finestra, affacciava sul giardino in degrado.
Da quanto non venivamo ad osservare quella struttura in rovina?
Così tanto tempo da far ricoprire un giardino di piante rampicanti ed erbaccie.
Anche se ero stato via, abbandonando il passato, sentivo di appartenere ancora a quel luogo.
Tutto ciò che andava in degrado nella vecchia villa, seguitava a marcire ogni mio singolo organo.
Ero legato a quel luogo più di quanto non lo fosse lei, che cercava di farlo rivivere
attraverso la musica, adesso più lieta come un canto.
Volteggiai sentendo il ricordo di passi e risate, persino il rumore del vetro rompersi;
quando a dieci anni urtai il cameriere e gli feci cadere dei bicchieri da whisky.
Ricordo tutto, persino l'odore delle rose che mettevano in un grande vaso di vetro.
Volteggiavo, volteggiavo e più lo facevo e più mi sembrava di ritornare piccolo,
entrare nel palmo di una mano, riuscire a volare.

Francoise, smetti di suonare, smetti di suonare o sarò inghiottito dal passato.
Più quelle note vincevano sul tempo, più io mi lasciavo andare ad una danza tra passato e presente. Un invincibile passaggio di fragranze e spettri, venuti solo per torturarmi.
Percorsi il corridoio, le scarpe scricchiolavano sopra la calce caduta dalle pareti,
la moquette lacera e le tende a terra, rosicate dai topi.
Aprii la prima porta, in cerca di Francoise.
Lei non c'era dentro quella stanza che una volta era la biblioteca della villa.
Dentro vi erano rimaste due librerie vuote e la mia voglia di sapere dove si erano trasferiti i pensieri che una volta galleggiavano liberi in quella stanza.
Smettila di suonare, Francoise.
Mi misi seduto a terra a gambe incrociate.
Ricordai i pomeriggi d'inverno passati a leggere lì dentro, mentre fuori nevicava sul mondo, mentre la neve ricopriva le rose, i crisantemi ed io ero imprigionato tra pagine e parole.
Ricordai i pomeriggi d'estate passati a leggere in quella stanza, mentre fuori il sole seccava l'erba e l'acqua scendeva libera dalla fontenella con gli angeli.
Le api volavano sul nettare dei fiori, i grilli cantavano le serenate e io restavo immobile tra quelle sinfonie mentre addentavo pane e marmellata, tra le parole stampate di libri dimenticati.
Mi alzai e continuai a cercare Francoise.
La seconda stanza era la sala da ballo rimasta completamente vuota, trannne che per il lampadario di cristallo ornato dalle ragnatle.
Non avevo vivi ricordi di quella stanza, solo uno.
Mi era sempre stato proibito di entrarci, mi dicevano che ero troppo piccolo per poter partecipare ai giochi dei grandi.
Una volta riuscii a fuggire dalla servitù ed entrai nella sala da ballo.
E' l'unico ricordo che ho di questa.
C'erano molte persone e ballavano senza sosta sulle note di una musica veloce.
Le signore erano coperte da gioielli ed abiti brillanti, che si alzavano quando giravano tra le braccia dei loro signori. Quest'ultimi avevano rubato la mia invidia.
Desiderai fortemente essere come loro, accarezzavano il pavimento e le dame con l'eleganza dei movimenti. Ora sono un signore anche io, ho partecipato a delle feste da ballo, ma in tutte queste non ho trovato neanche un po' della magia che vi vedevo da bambino.
Solo convenzioni, inchini futili e persone che osservano il tuo albero genealogico
per capire se sei un puro sangue o meno, come si fa con i cavalli.
Francoise smise di suonare, sentii un rumore improvviso e pensai che fosse caduta.
Il dolore la stava consumanto dall'interno come fanno i tarli con il legno.
Era troppo orgogliosa per ammetterlo e si lacerava le dita su quel maledetto pianoforte.
Riprese a suonare, così potei infilare le mani in tasca e farmi di nuovo trascinare da quella dolce malinconia.
Ricordai i volti di chi aveva vissuto in quella villa, li sentivo ancora attorno a me.
Qualcuno era morto, qualcuno dopo la guerra era scappato e non si era più fatto vivo.
Mi era rimasta solo lei e la sua musica.
Sin da piccola correva a suonare per riprendersi ciò che la vita le aveva tolto.
Amava Chopin e le regalai un suo spartito, che suonò fino a farmelelo ricordare nota per nota.
Ora sentivo la stessa melodia dopo anni di separazione, mi regalava ciò che ci aveva uniti un tempo. Eravamo fratello e sorella legati dal sangue, ma divisi nella mente.
Negli ultimi tempi eravamo diventati due estranei.
Il dolore ci aveva di nuovo avvicinati, quel tacito patto che avevamo fatto nell'andata nella nostra vecchia villa, dopo che aevamo perso tutto.
Era la compagnia che avevo nel buio della disperazione, nell'essere sordo a qualsiasi urlo di dolore, ormai allo stremo delle mie forze.
Dopo tanti sacrefici e la fine della guerra, tra le macerie di ciò che era andato perduto e di ciò che sarebbe nato, mi restava quella vecchia villa e il mio essere stordito dal mondo.
Volteggiavo e osservavo il soffito mentre il secondo notturno aveva preso forma nel nostro tempo.
Aprii l'ultima porta.

Eccoti, Francoise.

La stanza della musica, mia sorella ci passava le giornate intere a farmi conoscere quella parte del pianeta. Quella delle note, quelle melodie che ti avvicinano all'essere divini, all'assenza di tempo e pene. Uno stato d'essere assente dalla terra e vicino all'impeccabile.
Le sue dita si muovevano veloci, così tanto da non farsi vedere. Mi appoggiai alla porta a guardarla, era ancora una bambina per me. La sorellina con la quale ero cresciuto in una perfetta infanzia, della quale ora sentivo mancanza.
Era come un fantasma, ma viva.
Un ricciolo biondo le era caduto sulla guancia, nell'impeto dell'esecuzione, le labbra erano semi aparte e tremanti. Avrebbbe tanto voluto cantare, ma il dolore le attanagliava persino le vesti di pizzo, per costringerla a tacere.
-Francoise, smetti di suonare.-
Mi guardò con i suoi occhi di ghiaccio.
-Smetterò di suonare quando il sole non arderà più nel cielo, smetterò di suonare quando la luna non sarà più poesia per gli amanti, smetterò di suonare quando tu ed io saremo polvere.-


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