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lavoro pubblicato venerdì 2 novembre 2012
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Io, me stessa e il mio riflesso - Diario di Yves delle Paludi

di peppers. Letto 645 volte. Dallo scaffale Fantasia

Villaggio di Din Eidyn, Britannia. Oltre il Vallo di Adriano la terra celtica è scossa dall'ombra della guerra contro Roma. Ma, nell'ombra di una cucina, c'è anche chi lotta per ritrovare se stessa.

[La copertina di questo diario recita "Fuoco di Drago e Piume di Grifone : 100 ricette dal Nord". Qualcuno sembra aver fatto un minuzioso lavoro per celare il manoscritto sotto la vesta di un semplice libro di ricette]


L'olio caldo sfrigola sempre più piano nei calderoni. Il lesto scalpiccio delle serve si attenua sempre più. La cena è pronta. Per un attimo tutti sembrano dimenticarsi che esista una cucina. Per un attimo sembra tutti si dimentichino della mia presenza in questo palazzo. Aldilà della porta chiusa c'è la sala da pranzo. Sento il rumore delle loro stoviglie. Stanno mangiando avidamente. Anche questa volta il cibo è prelibato, anche se nessuno si prenderà mai la briga di venirmelo a dire. Risate, discussioni, musica, ogni tanti il tentativo di intonare un canto o una poesia. Sembra una festa. Di contro qui in cucina regna un immobile silenzio spezzato solo da pochi rumori. Il ronzio delle mosche sulle pentole, il gocciolare dell'acqua dai tubi. Stupido Kay, gli ho ripetuto mille volte di riparare quel tubo. Sto iniziando ad odiare il ritmico e cadenzato cadere della goccia d'acqua. Mi abbandono su una sedia. Trascinando con fatica un bicchiere di birra alle labbra. Gli occhi mi cadono sul mio riflesso bronzeo nel boccale. Yves. Yves delle paludi. Così mi chiamano. Guardo con astio quel ghigno che mi è stato marchiato sul volto. Mi ripugna. Non solo a me. Chi più chi meno tutti attorno a me pensano la stessa cosa. Le servette mi stanno alla larga quando sono costrette a passare dalla cucina. Ogni tanto le sento parlare. Si guardano bene dal farsi udire. Ma ogni tanto becco qualcuna alla botte del vino. Quelle stupide oche non hanno il senso della misura. Un bicchiere, un altro e un altro ancora ... e le ritrovo sul pavimento in condizioni pietose. A ridere da sole, invocando il nome ora di Tristan, ora di Lancelot, le più temerarie persino di Arthur. Vino veritas dice il romano.


"Sei solo una sporca puttana, Yves. Sta nelle cucine o tornatene nelle tue paludi"


Questo è l'altro lato del sapere tutto ciò pensa la gente del castello. La gente non mi accetta. La gente mi giudica per quel che vede. La gente vorrebbe che io togliessi il disturbo. Chiudo gli occhi. Al pensiero del lontano e freddo nord una lacrima riga con fatica il mio volto a tratti raggrinzito. Scorre, scivolando sulla guancia, fino a quel sorriso che nessuno potrà mai togliermi. Mi asciugo con rabbia la lacrime. Odio piangere. Odio mostrarmi debole. È accaduto solo una volta che mi vedessero piangere. È stato Arthur. Non l'avevo visto arrivare alle mie spalle.


"Che è successo, Yves?"


Troppo tardi per negare di aver pianto. Troppo tardi per nascondere le mie nudità. Colta in pieno, dopo aver soddisfatto l'ennesimo cliente. Si è rannicchiato vicino a me. È stato in silenzio. I suoiocchi azzurri che mi guardavano. Stava in attesa, ma senza giudicarmi. Allora gli ho raccontato tutto. Non sono incline a raccontare ciò che so con leggerezza. Ma quella notte, Arthur mi ha strappato tutto dalla bocca senza alcuno sforzo. Interrompeva qui e lì il mio racconto per esprimere il suo parere, ma per gran parte del tempo è rimasto ad ascoltare. Così gli ho raccontato di come vagando sola, impaurita e indifesa per tutta la Britannia ia sia arrivata da Thornod a Din Eidyn. Gli ho raccontato degli sguardi ostili che ho ricevuto al mio arrivo.


"Non sei la sola venuta da lontano" mi disse Myridin "C'è Owain, Gawain, Tristan, Arthur, Morgane ... il castello è grande. C'è spazio per tutti, Yves"


La gioia di poter tornare a dormire in un letto, dopo mesi passati a dormire sulle felci umide dei boschi. E la cucina, presto divenuta la mia dimora. Un magro lavoro, certo, ma non ho mai chiesto molto. Ho raccontato ad Arthur di come io abbia visto la gente mutare a poco a poco il giudizio. Owain, Gawain e tutti gli altri. La gente li ha accettati, qualcuno li ritiene persino simpatici o interessanti. Ma io no. Io rimanevo la cuoca. Rimanevo la sfregiata venuta dal nord. L'ombra di Thornod sembra avermi macchiato. Come se il lezzo delle paludi fosse diventato il mio odore, non importa quanto io provi a lavarmi. Quella notte scoppiai in lacrime. Urlai tutto in faccia ad Arthur.


"Non voglio rimanere qui!" singhiozzai, battento i pugni sul suo torace. "Voglio andare via. Voglio tornare nel nord"


Ognuno prima o poi incappa nel momento in cui ha bisogno di tornare ad essere un bambino. A me accadde quella notte. Quando Arthur, piuttosto che slacciare le mie vesti, mi coprì, strignendomi nel buio della cucina.


"è per questo che lo fai, dunque?"


Lascio scivolare l'oro sul tavolo, ripensando a ciò che mi disse allora. Lo conto e lo riconto nella speranza che cresca velocemente. La mia mano indugia su quelle monete che giorno dopo giorno mi stanno marchiando come meretrice.


"Si, è per questo che lo faccio"


Le parole uscirono con rassegnazione, prive di alcuna emozione. Non ebbi il coraggio di guardare quel volto così giovane rispetto al mio. Provai vergogna. Si, lo ammetto. Fu l'unica volta in cui provai vergogna per ciò che sono costretta a fare. Lo sentii scostarsi da me. Temetti di aver svelato troppo di me. Attenagliata dal terrore che, in fondo, anche lui fosse come gli altri. Invece no. Si scostò, ma solo per slacciare dalla cinta un piccolo sacchetto. Un pugno di monete di rame. Non era molto ma, in fondo, non è facile trovare oro in terra celtica. Lo guardai con occhi tristi. Sapevo che non avrei potuto accettare quel denaro, non senza dare qualcosa in cambio. Fece per chinarmi su di lui, ma fui fermata. Si alzò e prese la via della sua stanza, senza nemmeno voltarsi.


"Attenta, Yves. La via per Thornod è piena di pericoli, sopratutto per una donna incapace di maneggiare un'arma. Se cambierai idea e vorrai rimanere qui, fammi sapere."


Non saprei dire perché quella notte si comportò in quel modo, ma mi diede la forza di non crollare sotto gli sguardi carichi di astio della gente del villaggio. Ammetto che mi manca vedere Arthur scorazzare per il castello. Mi manca sentire la sua voce carica d'ira imprecare contro i romani. Mi manca la fierezza dei suoi lineamenti. Ma più di tutti mi manca il suo sguardo capace di vedere l'ombra della donna che c'è in me. Spero che stia bene. Spero che gli dei lo stiano proteggendo, ovunque egli sia. Spero che tornerà, prima ch'io possa ammucchiare l'oro sufficiente a condurmi dalla mia gente.


[tratto dal diario di Yves delle Paludi]



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