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lavoro pubblicato domenica 21 ottobre 2012
ultima lettura giovedì 6 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL PIANETA DEGLI ANGELI - Cap.1

di MicheleFiorenza. Letto 769 volte. Dallo scaffale Fantascienza

I protagonisti... .......................................................................................

IL PIANETA DEGLI ANGELI

Capitolo 1 - I PROTAGONISTI

Era un luminoso mattino di Marzo dell’anno 21XX, piuttosto raro in quella regione, generalmente piovosa in primavera.

La strada scorreva sotto la silenziosa auto elettronica a cuscino d’aria di Riccardo, mentre si recava al laboratorio. Ma Riccardo non era tranquillo, non poteva esserlo.

In quei giorni erano tutti in attesa degli ultimi risultati provenienti dall’ Atlantico meridionale. Molti speravano in un miracolo, un assurdo miracolo.

Riccardo lo sapeva bene, non aveva bisogno di attendere quei risultati.

Semplicemente malediceva il momento in cui l’umanità aveva intrapreso quel cammino perverso e senza uscite.

Al solo pensiero, si sentiva accapponare la pelle, nonostante il confortevole tepore che percepiva all’interno dell’auto.

Quando era cominciato tutto? Qual era stato il vero momento iniziale? Forse l’errore fatale era stato commesso quando si era deciso di trasformare l’ Antartide in una pattumiera nucleare…

In quel momento fu sorpassato dall’auto azzurra e bianca di Nadia Brunetti, la giovane esperta di informatica del settore Energia, che fece un vivace segno di saluto.

… I monti interni dell’ Antartide erano sembrati un luogo ideale per conservare le scorie radioattive. I grossi fusti di acciaio, che emanavano un intenso calore, erano rapidamente sprofondati nei ghiacciai perenni, confinati per sempre. Almeno così si pensava. Ma qualcosa doveva essere andato storto.

A dire il vero, c’era stata qualche voce di dissenso, sin dalla prima formulazione di quella strana proposta: il professore Arnoldo Zichì, brillante biologo dell’ Istituto di Fisica Astronomica, aveva criticato sia il materiale dei fusti, un acciaio ottimo, ma non inossidabile, sia la scelta del deposito, che non risultava materialmente delimitata, né facilmente accessibile; in effetti, persino il controllo delle operazioni di stoccaggio era difficoltoso.

Ma il professore aveva la fama di essere troppo pessimista, fama stigmatizzata con il soprannome di Cassandra, e la maggior parte degli scienziati aveva riso delle sue osservazioni; i pochi perplessi si erano rimessi al parere della maggioranza.

Tutto ciò per Riccardo era storia, perché accaduto più di trent’anni prima, quando lui non era ancora nato.

Dopo circa trent’anni, le acque dell’ Antartide avevano cominciato a manifestare una certa radioattività.

Probabilmente il progressivo scioglimento della calotta polare, indotto dall’effetto serra, aveva contribuito a portare i fusti a contatto con l’acqua salata; forse il calore che emanavano aveva agevolato la loro discesa in mare; o forse semplicemente parte di essi erano stati buttati direttamente in mare da qualche impresa di smaltimento ignorante in materia e senza scrupoli.

A contatto con l’acqua di mare e in balìa delle tempeste, i fusti avevano certamente iniziato a rilasciare il loro contenuto.

In seguito la radioattività si era allargata a macchia d’olio, intensificandosi.

Gli interventi di controllo in Antartide, di per sé difficili, dopo un po’ di tempo erano diventati impossibili per il micidiale livello locale di radioattività. Infatti, nell’arco di quegli anni, la radioattività naturale delle acque e dell’aria era aumentata di oltre dieci volte.

Tutti i governi avevano tentato di minimizzare il pericolo, ma con scarsi risultati, perché era noto che gli effetti dannosi della radioattività si cumulano.

Le famiglie più facoltose avevano cominciato ad emigrare in Alaska, o in Siberia, dove i livelli di radioattività erano più bassi, invogliati anche dalle buone condizioni climatiche, mutate per l’effetto serra.

In pochi anni l’ Australia era stata quasi completamente abbandonata, per la radioattività elevatissima e anche perché il numero dei tumori gravi era più che triplicato.

A quel punto molti speravano ancora di poter controllare la situazione…

Riccardo aveva cominciato a percorrere la stradina che portava al Centro Ricerche Nucleari: i due filari di alberi erano sul punto di fiorire e i piccoli boccioli si facevano intravedere tra le verdi foglie nuove.

La guardia che stava al cancello lo riconobbe e salutò. Le strade e le siepi del Centro erano ben curate, come al solito. Riccardo si diresse al parcheggio del laboratorio, ammirando un grosso albero carico di mimose.

Peccato che fossero radioattive.

* * *

- Perché non ti trucchi meglio la mattina ? – chiese la signora Jelacque, dopo aver gettato una rapida occhiata alla figlia e rivolgendo nuovamente la sua attenzione all’ottimo ricamo stile Novecento, al quale da diverse settimane si stava dedicando.

- Lo sai che non ho tempo, mamma; - rispose Giulia – sono già in ritardo.

- Fai almeno colazione.

- Prenderò una tazza di latte.

Passando rapidamente in cucina, Giulia notò di sfuggita attraverso la finestra che la giornata primaverile si presentava assolata.

Naturalmente avrebbe fatto troppo caldo, pensò con una smorfia. L’effetto serra. Mentre prendeva la sua tazza di latte ghiacciato (a ridotto contenuto di radioattività, secondo la dichiarazione del produttore) pensò ai dannosi effetti che l’aumento di temperatura stava provocando in Antartide, dove erano stati ripescati fusti di scorie radioattive finiti in mare in seguito alla parziale fusione della calotta polare. Alcuni scienziati sostenevano che i fusti dispersi nelle profondità marine avrebbero nel tempo provocato un aumento insostenibile della radioattività in tutto il pianeta, ma Giulia pensava che esagerassero; l’ Europa era comunque troppo lontana dall’ Antartide per subire gravi conseguenze.

- A più tardi, mamma. – Le diede un rapido bacio e uscì.

Mentre l’ultrametrò la portava rapidamente verso la Cittadella universitaria, incontrò la sua giovane amica Ester, che lavorava, come lei, al dipartimento Rapporti con l’ Industria.

- Come va, Giulia ?

- Ciao, Ester.

- Anche oggi fa troppo caldo. Non so come farò a lavorare. Per avere l’aria condizionata, dobbiamo attendere ancora dieci giorni: è l’applicazione dell’ultima direttiva sul risparmio energetico. Sai, per produrre meno scorie nucleari.

- Avrebbero dovuto pensarci due secoli fa. Ma, hai molto lavoro oggi? Di solito fai fare quasi tutto ai tuoi robot.

Ester parve un po’ a disagio. – Come sai, gli atti riservati non si possono affidare ai robot. – E, all’espressione interrogativa di Giulia, aggiunse: - Forse ci saranno delle novità.

- Novità importanti ?

Ester annuì, dicendo: - Siamo arrivate.

Scesero e si avviarono verso il grattacielo in cui, su piani diversi, svolgevano il loro lavoro.

Giulia, nell’attraversare i grandi spazi aperti che dividevano un grattacielo dall’altro, non poteva fare a meno di ammirare ogni volta quella razionalissima concezione architettonica che conciliava grandi concentrazioni di persone e di attività con estesi spazi liberi, i quali assicuravano aria, luce e una magnifica sensazione di libertà.

Fortunatamente non mancava il verde, scelto in modo da richiedere una manutenzione minima. Ester riprese la conversazione interrotta:

- Sì, cara Giulia, qualcosa di grosso bolle in pentola. Se si concretizza, ti farò sapere. – Poi, come per cambiare intenzionalmente argomento: - Tua madre come sta?

- Ha appena terminato il secondo ciclo di applicazioni positroniche e sta molto meglio.

Entrati nel salone d’ingresso del grattacielo A, si separarono per dirigersi ai rispettivi ascensori.

- A più tardi.

- Arrivederci, Ester.

La giovane impiegata guardò Giulia allontanarsi con i biondi riccioli che saltellavano a causa dei passi lunghi e decisi. Ester ammirava la giovane scienziata, ed era orgogliosa della sua amicizia: nonostante la scarsa loquacità dell’amica e la sua apparente freddezza, sapeva di poter contare su di lei come su una sorella maggiore.

* * *

Nel laboratorio di analisi chimiche del settore Biologia del dipartimento di Fisica Astronomica, Arnoldo, il sessantenne biologo soprannominato Cassandra, stava completando alcune analisi relative a particolari campioni di terreno marziano.

- Questi campioni hanno una composizione relativamente simile ad alcune terre di alta montagna…- stava dicendo, più a se stesso che al suo aiutante Giovanni, un giovane dalla pelle scura, che era anche, come tutti al dipartimento sapevano, suo figlio adottivo.

- Dove sono stati prelevati ? – gli chiese Giovanni.

- Sul fondo di alcuni crateri delle basse latitudini di Marte.

Lo scienziato guardava con interesse i tabulati che aveva in mano.

- Molti ossidi, soprattutto di ferro, niente materia organica, niente batteri, ma per tutto il resto… è terra; o, piuttosto, si potrebbe renderla tale molto facilmente. Giovanni, devi fare degli esperimenti in proposito.

- Va bene… Vuoi fertilizzare Marte? – aggiunse con un po’ di ironia. – Lo sai che lassù c’è pochissimo ossigeno.

- Si potrebbero fare delle serre, ovviamente pressurizzate, con una iniziale provvista di ossigeno e azoto; poi le stesse piante produrrebbero l’ossigeno e col tempo forse si potrebbe fare a meno delle serre.

Giovanni era scettico. – A parte il fatto che l’ossigeno sarebbe destinato a perdersi nello spazio nel giro di qualche secolo, quali piante vorresti far crescere su Marte con una pur minima possibilità di sopravvivenza?

- Qualche tipo di muschio o lichene. Se il Capo sarà d’accordo, faremo una serie di esperimenti in questo senso.

- Una vera ricerca. Ma tu non sei quello che sostiene che l’uomo su un altro pianeta non potrebbe sopravvivere ?

Il biologo mise un braccio intorno alle spalle del figlio adottivo: - Una cosa è ciò di cui sono convinto e un’altra è la sperimentazione scientifica basata su ipotesi razionali. – disse con un sorriso. – E adesso andiamo a prenderci un bel caffè.

Giovanni scosse la testa per significare la sua scarsa convinzione sulle idee del padre, ma si avviarono insieme verso il lungo corridoio che portava al grande bar centrale del dipartimento.

* * *

Nadia si svegliò con il mal di testa, quella mattina. Per fortuna era domenica: aveva tutto il tempo di rimettersi in sesto.

La sera prima era stata a una festa di amici, e, come altre volte, aveva bevuto un po’.

Nadia sapeva perché.

In bagno, ferma davanti allo specchio, si guardava: non era bella, ma era considerata molto simpatica, per il suo sorriso e il buonumore.

Mentre faceva colazione, guardò fuori: era una strana primavera, calda e luminosa. Doveva essere colpa della radioattività, o piuttosto dell’effetto serra. Anche adesso la mega-TV stava pubblicizzando certe villette-bunker costruite in Groenlandia, e in grado, secondo la società venditrice, di farvi sopravvivere a tutti i disastri presenti e futuri…

A un tratto un sottile senso di tristezza la prese.

Nadia sapeva perché.

Più tardi, davanti a una tazza di tè all’arancia, guardò la posta rapida: tra una lettera della mamma e una cartolina di Matilde, c’era un mucchio di pubblicità, che non lesse. C’era anche una Riservata del Centro, accessibile con il suo codice personale; strano che non gliela avessero consegnata sul posto.

Decifrandola vide che si trattava di un invito a sottoporsi alla compilazione di una serie di test e ad alcune analisi, la domenica successiva. Alcune frasi accennavano all’attuale pericolo radioattivo.

Nadia pensò che ci sarebbe andata volentieri, perché rimanere sola di domenica era troppo triste per lei. Ed era triste anche passarla in compagnia.

Nadia sapeva bene perché.

* * *

Appena Marcello si svegliò nella penombra della sua camera, al crepuscolo mattutino, e riconobbe la piccola Juliette che dormiva accanto a sé, sorrise soddisfatto, pensando alla magnifica notte trascorsa con lei. Eh, le francesi non si smentiscono mai, nemmeno quando la natura è stata poco generosa con loro!

Si erano conosciuti dieci giorni prima e avevano trascorso insieme quasi tutto il tempo libero, una buona parte del quale in intimità. Naturalmente non c’erano problemi d’impegni di alcun genere, perché la cucciolotta stava per tornarsene al suo paesello nei pressi di Bordeaux.

Pensò che quell’estate gli sarebbe piaciuto andarla a trovare per un piacevole bis sulle coste dell’ Atlantico.

Si alzò senza svegliarla, si lavò, si vestì e preparò il caffè. Quella mattina doveva andare al Centro Ricerche Nucleari, distante più di duecento chilometri, per dei test attitudinali, o qualcosa di simile: era stato convocato con una Riservata circa quindici giorni prima: quando lo aveva confidato alla sua amica Ester, questa gli aveva raccomandato vivamente di non dimenticarsene.

Alle sette portò il caffè a Juliette e la svegliò baciandola più volte sulla scollatura della sottile camicia da notte.

Lei aprì gli occhi, lo guardò, poi prese il caffè e lo sorseggiò; guardando l’orologio, disse:

- Spero che tu abbia un valido motivo per svegliarmi così presto …

- Ti ho già detto ieri sera che devo andare al C.R.N., e tu volevi un passaggio per quell’invito di Mirella.

- Ti sei già vestito? Volevo fare un esperimento, stamattina.

- Lo faremo stasera …

Lei si alzò dal letto, mostrando in controluce il suo corpo snello, quasi da adolescente.

- Devo mettere la tuta acrilamminica?

- No, meglio quella di cotonylon, perché fa caldo.

- Che strana primavera …

Mentre la veloce auto elettronica filava silenziosa mantenendosi sospesa a circa un metro dal piano stradale, Juliette leggeva ad alta voce le notizie dell’ultravideo.

- Temperatura 27 °C, umidità 70 %, radioattività 0,004 mS/h… è salita ancora, ma non è alta, non è vero?

- Non è neanche bassa …

Era tutta questione di unità di misura; da buon professore di Fisica, Marcello lo sapeva bene. Lui preferiva usare un’altra unità: quella del fondo naturale, una quantità che non faceva male; purtroppo quello 0,004 mS/h significava che erano già a 20 volte il valore della radioattività di fondo. Se per caso fossero arrivati a 100, si sarebbe cominciato a ballare sul serio… Infatti il danno da radiazioni, nel corso dell’intera vita, è proporzionale alla dose complessiva assorbita.

Circa un mese dopo Marcello ricevette il seguente messaggio dal C.R.N.: “Analisi, test e colloquio positivi – Presentarsi sabato prossimo con bagaglio per Base luna”.

Ricordò che durante il colloquio avevano sondato la sua disponibilità ad un viaggio interplanetario piuttosto lungo, forse verso un satellite di Giove.

Marcello era già stato su Base Luna, che era anche il maggior astroporto per i viaggi interplanetari; per questo motivo, avrebbe gradito maggiori dettagli sulla durata del viaggio.

Telefonò ad Ester e le chiese se anche lei era inserita nel programma, ma Ester gli rispose che non aveva ancora ricevuto nulla; in ogni caso Marcello avrebbe incontrato Giulia Jelacque e il professor Arnoldo Zichì.

Marcello non disse nulla a Monica, la sua compagna di turno, ma in quei pochi giorni che gli restavano prima della partenza, fu molto affettuoso con lei, e anche molto appassionato, con un trasporto che la meravigliò un po’.

Michele Fiorenza 2003

opera registrata



Commenti

pubblicato il 15/01/2013 10.07.13
Franc, ha scritto: Non ho ancora letto tutto ma credo sia un buon lavoro, l' unico appunto che spero sia per te produttivo è che mi piacerebbe leggere qualcosa di originale, mai letto prima, invece mi sembra di vedere un film già trasmesso. Bene cmq.

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