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lavoro pubblicato mercoledì 3 ottobre 2012
ultima lettura sabato 5 ottobre 2019

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SIKTY Il Bambino-uccello

di mariapace2010. Letto 658 volte. Dallo scaffale Fantasia

(seguito)Djoser si allontanò, naso in sù e guardandosi intorno. Era inquieto. Percepiva qualcosadi stonato nel canto degli uccelli; avve...


(seguito)

Djoser si allontanò, naso in sù e guardandosi intorno. Era inquieto. Percepiva qualcosa
di stonato nel canto degli uccelli; avvertiva una nota di timore e inquietudine
nei loro trilli.

Grossi rami, mentre s'infiltrava in qual mare verde cupo, pendevano dall'alto. Ciondoloni,
gli parve. Come le braccia degli operai dei cantieri dopo il lavoro di
un'intera giornata; aveva quasi l'impressione che si tendessero verso di lui.
Ogni volta che qualcuno di essi si schiantava a terra, gli uccelli zittivano e
le ali si fermavano a mezz'aria. Urlava, invece, un silenzio assordante. Poi,
trilli e svolazzi riprendevano più frenetici.

Facendo bene attenzione a non inciampare nelle radici affioranti dal terreno, più grosse e
robuste degli stessi rami degli alberi, Djoser proseguì lungo un sentiero
tracciato.

"Chissà quante Anime-Ka saranno passate lungo questo sentiero."

Alcune di quelle radici erano davvero grosse e contorte. Raggomitolate intorno a se stesse,
sembravano serpenti attorcigliati. Per ben due volte scoprì che si trattava
proprio di serpenti. Per sua fortuna parevano in letargo.

In verità, egli stesso si sentiva un pò in letargo. Stanco e un pò confuso. Come in un ambiente con poca aria. Come nei budelli della Piramide di Khufu. Poca e pesante.

L'aria che si respirava in quella Foresta era davvero tanto, tanto, ma tanto pesante. Così
pesante da costringerlo a fermarsi per lunghi respiri. Quell'aria discendeva dentro
di lui, ma poi faticava a risalire e gli opprimeva con forza il petto.

Fece un respiro profondo e stese un braccio; la mano fendette l'aria come fosse stata qualcosa
di compatto. La vide fluttuare intorno a sè e udì i trilli e i frulli d'ali
espandervisi come in un'eco profonda.

"Strani uccelli! - pensò sottovoce - Mai visti, rondini ed aironi simili a questi."

Strani. Strani davvero, quegli uccelli. Niente affatto comuni. Uno si staccò dall'alto del
fogliame di una quercia e scese a volteggiargli sul capo.

Era uno splendido falco. Un giovane falco dal corpo slanciato, dalle lunghe ali e dagli artigli
rostrati.

Djoser abbassò istintivamente; il capo; pareva che quello stupendo esemplare di rapace stesse
puntando proprio lui. Così era, poichè si fermò a svolazzargli sul capo
sbattendo le ali. D'improvviso, l'udì emettere un suono acuto e stridulo. Non
il normale verso di un uccello, nè un grido da predatore, ma un suono prolungato, simile all'eco di uno squillo di tromba. Immediatamente dopo, però, seguì un canto dolcissimo, una vocina
melodiosa.

"Vivono di uccelli i falchi,

di scorrerie vivono gli sciacalli..."

Djoser ne rimase sconvolto: l'ultima volta che aveva udito quel canto, molti anni prima, era
stato sul ciglio di uno stagno e con lui c'era Sikty, il suo amichetto
d'infanzia.

Della palude vivono gli ippopotami

di pesci i coccodrilli.

Di grano e di pesci del Nilo vivono gli uomini... "

Era proprio la voce di Sikty e quello era il Ba del suo piccolo amico.

Il Ba, gli aveva spiegato suo padre, necessario alla sopravvivenza umana dopo la morte,
era la parte più intima dell'anima. Al momento della morte lasciava il corpo
uscendo dalle narici, poichè era attraverso le narici che Ptha-Atum aveva
infuso l'alito. La sua forma era di uccello con testa umana.

Il suo amico Sikty era morto. Era morto annegato un pomeriggio di tanti anni addietro, mentre giocavano con i ranocchi dello stagno dietro casa.

Quale uccello, l'amico Sikty avrebbe potuto scegliere per il suo Ba se non un falco?

Da grande, diceva, avrebbe voluto avere un falco come compagno.

Che strana sensazione guardare il volto dell'amico su quel corpo di falco.

Anche Sikty guardava lui. Lo guardava fisso negli occhi poi piegò le ali e cercò con gli
artigli un ramo su cui posarsi.

"Sei proprio Sikty?" domandò.

"Come tu sei il mio amico Djoser."

Non pareva per nulla stupito, il piccolo Sikty, di quell'incontro. Solo contento. Era ancora
bambino e non conosceva lo stupore del miracolo. Djoser, invece, sì!

La gioventù è sensibile ai miracoli della vita.

"Ehi! - il falco-bambino lo svegliò dallo stupore - Non mi senti?"

"Oh!, sì... sei proprio il Ba del mio amico Sikty e..."

"Sono cosa?" lo interruppe la vocetta stridula del bimbo-uccello.

"Sei il Ba del mio amico Sikty."

"Io sono Sikty!" insistette l'altro con caparbietà.

"Certo che sei Sikty, ma non sei più quello che viveva nel Mondo-di-Sopra. Adesso sei un Ba.
Sei un'anima e..."

"Io sono S i k t y! - conguettò quello - Sono il figlio del fabbro Sekhem e di sua moglie
Khara!"

"Va bene! Va bene! - conciliò Djoser; ricordava quanto permaloso e testardo fosse il suo
amichetto anche da vivo - Sei Sikty! - sorrise poi proseguì - Non sei
cambiato!... No! - si corresse subito - Sei cambiato. Ma la tua faccia non è
cambiata. La tua faccia è sempre la stessa."

"Tu invece sei cambiato. Sei tu, ma sei diverso. Sei così alto..."

"Eh! - fece Djoser - Sono scresciuto. Non ho più cinque anni. Cinque anni avevo quando..."
Per la terza volta s'interruppe.

"Quando finii annegato nello stagno." concluse per lui l'amichetto, con accento quasi
divertito.

"Già!" assentì Djoser con aria mortificata.

"Da allora mi
tengo lontano dal più piccolo specchio d'acqua. Ah.ah....- cinguettò - Bevo solo
rugiada dai tronchi degli alberi" Anche Djoser rise, mentre continuava a
fissarlo negli occhi. Erano proprio gli occhietti di Sikty, scuri e furbetti.

"Da quel giorno mia madre mi ha sempre tenuto lontano da ogni pozzanghera d'acqua. - ancora una pausa, per raccogliere l'emozione sparsa dentro e fuori di lui da
quell'incredibile incontro; Djoser tirò su col naso - Anche mia madre è qui.
L'hai incontrata qualche volta? Hai incontrato i miei genitori?" chiese.

Sikty scosse il capino piumato di cui Djoser parve accorgersi solo in quel momento, di colore
grigio- ardesia striato di bianco. La sua mano si tese per una carezza, che
Sikty parve gradire..

"E i tuoi lunghi capelli?" lo udì domandare.

Uno stormo di gufi venne a frullare intorno al lungo ramo proteso su cui stava appollaiato
Sikty, impedendogli di rispondere.

Sbattevano le ali rumorosamente e dai versacci che emettevano, parevano più gracchianti
cornacchie che silenziosi rapaci. Djoser sollevò lo Scettro di Anubi e li mise
in fuga.

Sua madre, ricordò, odiava gufi e civette. Diceva che
portavano disgrazie e che ne aveva visto uno appollaiato sul melo del
loro giardino proprio il giorno della disgrazia del suo amichetto. Diceva che
cacciavano di notte in silenzio e con il favore delle tenebre perchè di giorno
erano impegnati a spargere disgrazie.

Suo padre, però, sorrideva dei suoi timori e gli diceva che ognuno di quegli
odiati pennuti era utile per tenere lontano i topi che, quelli sì, erano
dannosi.

Sikty sollevò un'ala per proteggersi il capo e si lasciò sfuggire un lamento; lo stormo di
gufi era già lontano.

"Ehi, Sikty!... Ma tu sei ferito. La tua ala è spezzata. Che cosa ti è successo? Sono stati
quei gufacci dispettosi?"

Il bambino-uccello scosse il capino.



(continua)


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