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lavoro pubblicato sabato 29 settembre 2012
ultima lettura venerdì 18 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

L'infinito oltre la siepe.

di frantizan. Letto 717 volte. Dallo scaffale Generico

Se me lo avessero chiesto avrei risposto no, se l'universo stesso si fosse chinato su di me gli avrei detto di lasciarmi perdere, che non era il caso, che potevo benissimo fare a meno di respirare e di tutto il resto della menata.

Se me lo avessero chiesto avrei risposto no, se l'universo stesso si fosse chinato su di me gli avrei detto di lasciarmi perdere, che non era il caso, che potevo benissimo fare a meno di respirare e di tutto il resto della menata. L'esistenza è un tale frastuono inconcludente, che solo per questo fa male, un mulinello di polvere e sudore nel sole, una breve pausa calda e morbida fra due immense infinite lastre di marmo nero, è la robusta rottura di coglioni che tutti conosciamo, meglio non farne niente, meglio non cominciare neppure.
Invece eccomi qui, seduto sul sedile posteriore di pelle consunta e sforacchiata della porche rugginosa e ammaccata di Joe-Vecchia-Quercia, le converse posate, con prudenza, sullo spesso tappeto di preservativi usati appiccicati fra loro; costretto nell'abitacolo ingombro dei fantasmi grassi di antichi odori rivoltanti, e imbottito dal fumo di canapa combusta di fresco, tanto consistente da fare lacrimare gli occhi e scaraventare l'anima fuori dai polmoni. Di lamentarmi neppure lo metto in conto, sarebbe di certo inutile, ne ottenerei solo spallucce e allegro sarcasmo.
La musica a tutto volume mi ferisce i timpani, gli Skiantos... uno due sei nove... uno due sei nove... ero a casa di mia zia, è arrivata polizia, che volete andate via, faccio un... Permanent Flebo.
Joe-Grande-Uccello-Sturafiche batte vigoroso il tempo sul volante di gomma riarsa, con grandi lampi d'energia, con le mani da vecchio, coi peli bianchi ricci sulle dita e sul dorso che tremolano, e la chitarra elettrica miagola, che pare un gatto malato, proprio dentro l'orecchio che mi fa male, e la batteria rimbomba dietro, fra gli occhi, non esiste nessuno, tu diventi qualcuno con un Permanent Flebo, e Joe-In-Culo-A-Tutti attacca a cantare a squarciagola, se tu apri quella porta puoi trovarci una torta, ma sei trovi una corda fatti un... Permanent Flebooo.
Sul sedile anteriore Flora, cioè mia madre, dondola lenta la testa bionda e liscia, adorna di due minuscole treccine subito dietro l'orecchio sinistro, fischietta e si pitta le unghie dei piedi di un notevole e lucido verde prato. Se ti senti nessuno tu diventi qualcuno con un Permanent Flebo.
Mi sfrego la faccia per smorzare il prurito, per un sollievo che mica trovo. Dopo poco sono costretto a tamponarmi il sangue che prende a sgorgare ostinato, abbracciato al pus denso e maleodorante, dagli enormi crateri che ho in faccia, che nella notte emergono come isole di lava sulla superficie già devastata della mia pelle grassa d'adolescente sfigato. Che dio ci si è certo messo d'impegno e d'ingegno, s'è arrovellato il bastardo, si è spremuto per escogitare questa combinazione d'intrecci futile quanto grottesca che è la mia esistenza. Ogni tanto s'affaccia, si sporge da lassù, sul baratro, solo per spiare me e farsi quattro larghe risate maligne. Quando mi dicono che dio non esiste io rispondo che esiste, eccome, purtroppo.
Se hai paura delle streghe fatti pure delle seghe ma se cerchi delle beghe fatti un... Permanent Flebooo. Sangue e pus, sangue e pus. Merda. Non c'è liberazione, mi ritrovo in depressione, oh che disperazione, faccio un Permanent Flebo.
Faccio un Permanent Flebo. Permanent Fleboo... Permanent Fleboooo... Permanent Flebooooo...
E' stupefacente lo so, al limite dell'incredibile, ma la musica è la somma, l'operato sinergico, la santa alleanza fra un logoro nastro e il mangiacassette incastrato nella pancia del cruscotto. Roba primitivissima, di cui vergognarsi come cani, ma Joe-Super-Cazzone-Numero-Uno-Al-Mondo ne è estremamente orgoglioso. E' convinto d'avere fatto un gigantesco affare, meglio, di avere proprio inchiappettato il venditore, che per una cifra simbolica gli ha venduto la porsche. Il concessionario, pirla straordinario, sfigato leggendario, non si sarebbe accorto dello sfarzoso riproduttore ad alta tecnologia di marca bose (quando il vecchio Joe-Voi-Non-Capite-Un-Cazzo pronuncia le due sillabe arriccia un poco le labbra ed emette piano il fiato, sicché quelle galleggiano in aria un attimo prima di giungere a destinazione). Meglio: non ne avrebbe saputo comprendere il valore in quanto emerita testa di cazzo fascista la cui cravatta manifesta il chiaro desiderio di essere impiccato ad un albero mentre un alce se lo incula da dietro.
Il tizio è bersaglio ricorrente degli strali idioti e laidi di Joe-Ti-Cago-In-Bocca, di certo provocati dalla grana che a quello transita numerosa nelle tasche, dalla splendida villa in collina in cui vive, dall'audi grigia nuova di zecca posata sul pratino inglese, ma sopratutto per le gambe chilometriche e le tette colossali della giovane moglie cubana.
Il lussuoso boooo-se, che da solo valeva il prezzo; se è per quello abbandonato sul sedile c'era pure un mezzo pacchetto di gomme da masticare, a giustificare la spesa meschina sarebbero bastato quello.
Ne è così fiero, il vecchio, che, specie quando ha bevuto parecchio, cioè sempre in effetti, arriva persino a biascicare che, sebbene l'auto, la porscina, per lui sia come una specie di totem, un'immagine sacra, un altare, un'ostia, il corpo della sua divinità personale, il sangue del capo dei capi, cioè dell'unico essere che potrebbe essergli superiore, l'incarnazione della Fortuna, la Fica Cosmica Spalancata, e che quindi va da sé sia da lui amata, accudita e coccolata più della moglie, ebbene, tutto sommato, dice quando è davvero andato, nonostante ciò, la cosa di cui è davvero soddisfatto è lo stereo. Il bose, dice che è stato quello a convincerlo ad investire il grano nell'affare col venditore pirla, quello che, col culo accarezzato dal duttile refolo della musica quadrifonica deumidificata, eiacula nelle mammelle cubane, divaricate sul sedile reclinabile in morbido derma dell'auto lucente, posteggiata nell'incanto pervasivo della luce lunare, proprio davanti casa, nel giardino con vista mare.
-Non dovresti andare così forte caro. Lo sai, il mio karma non lo sopporta. -dice delicata Flora, la boccuccia ricoperta di rossetto salvia protesa in avanti, seduta a gambe incrociate, le mani impegnate a sbriciolare erba nel mezzo guscio di noce di cocco dai cui non si separa mai.
-Naa... ancora con quelle cazzate anni settanta. -risponde Joe-Cinque-Testicoli mentre succhia uno stecchino.
-No, bello mio, non sono affatto cazzate, e non sono mica anni settanta. Sono molto ma molto più antiche. Persino di te, sciocchino. Vai più piano, per favore, sai che sono un po' sibilla, io le cose le prevedo.
-Sta minchia prevedi. Eppoi è no. Eppoi nessuno è vecchio quanto me, questi fluenti capelli d'argento sono qui a testimoniarlo. La mia esistenza ha radici nel fondo del tempo. Molto in fondo, parecchio sotto il pavimento. Ho così tanti giorni sulle spalle che ho paura di cominciare a puzzare.
Joe-Attempato-Longevo-Vegliardo rutta con voluttà, con tutta l'energia sua e del gas della birra che ha preso a trangugiare da appena alzato, alle due del pomeriggio. Poi scoreggia, ma è puro teatro, le produce a comando, è pure bravo a farlo.
-Tutto era stato progettato da tempo. La mia venuta era stata annunciata dal movimento di certi astri, e da una strana fioritura anzitempo dello zafferano nella valle del Kashmir.
Guida affondato nel sedile, tutt'uno con la macchina, come un'estensione di quella. Dovrebbero venderle tutte così le porscine, con al posto di guida un vecchio scoreggione, in grado di andare a fari spenti nella notte ad occhi chiusi, ubriaco magari, intanto che disquisisce nei più minuti dettagli di come si masturba un'anatra, prima di tirarle il collo, spennarla, marinarla nel succo d'arancia e metterla in forno. Trattandosi del vecchio laido non necessariamente in questo ordine.
-E dalla nascita di ben due agnelli a tre teste in una fattoria vicino a Varese. Il che fa sei.
-Sei cosa?
-Le teste.
Fermo al semaforo prende a leccare il vetro, per eccitare, dice, le giovani occupanti della macchina a fianco, in evidente crisi da eccesso di desiderio inesaudito, prodotto dalla combinazione di moderni maschi debosciati e confusi e di dirompenti fuoriuscite ormonali da alimentazione sovra zuccherina della tipica femmina contemporanea.
-L'unico ridicolo problema, l'inciampo, c'è stato con la congrega segreta di monaci nella contea di Kerry, gli adoratori di Sheela.
-Scila, solo il nome mi eccita. Sta dea, sta Grande Madre, me la farei qui ora mentre guido. Ma solo dopo averla marinata a lungo, tappandole la bocca con un bel pezzo di carne dura.
Ride di soddisfazione grassa. Come possa essere orgoglioso di sé un simile cazzone, avanzo degenere della peggiore mediocrità, mi risulta inimmaginabile.
-C'erano dei monaci che aspettavano pazienti la mia venuta da più di due millenni. Sono sempre stati gli unici a poter interpretare correttamente i segni inviati dal cielo. Ma la setta si è estinta, nella figura di padre Brown, un prete centenario ormai cieco per le troppe pippe, negli anni quaranta. Quindi tutto inutile, quando io sono finalmente giunto non ho trovato nessuno ad aspettarmi davanti al lettino. Neanche il bue e l'asinello. E' stata inutile persino il doppio passaggio della stellona cometa sopra Brembate.
-Soffri di cuore lo sai.
-Io sto benissimo. Eppoi non c'entra un cazzo.
-Sì invece. Se ti venisse un infarto ora, a questa velocità allucinante, da astronave aliena, tu moriresti. Pace, ma noi ci ritroveremmo incastrati in fin di vita nel guard rail. Sarebbe una tortura atroce, ti pare?!
-Stiamo andando ai trenta all'ora. Siamo in centro città, non ci sono guard rail dove incastrarsi. Se vuoi mi do da fare, cerco un muro bello solido, prendo la rincorsa e via. Non aspetto l'infarto. Vecchia cagna sdentata. Zoccola vizza.
-Non chiamarmi così! Non davanti a lui! Che ti ho fatto?!
-Parli di un mio ipotetico infarto e ti preoccupi per voi, per te e per quella mezza sega di tuo figlio frocio. Delle magnifiche idee che mi ronzano in testa, patrimonio dell'umanità, che in caso di infarto definitivo andrebbero perdute per sempre, neppure ti interessi.
-Ritira quello che hai detto! Non dire più che Ettorino è frocio o mi metto a piangere qui ora e subito. Guarda comincio già.
-Tranquilla non è frocio. Solo perché ancora s'incula gli allegri animali della fattoria, quelli di peluche, specie i pulcini. Solo i maschi però.
Ride rombando, la bocca spalancata, il viso verso l'alto, la gola tesa, l'intero corpo che vibra.
-E' checca, non c'è niente daffare. Non c'è da stupirsi con te che continui a chiamarlo Ettorino. Ettore era un grande eroe, comprendi?! Un corpo perfetto, dono divino e della dura disciplina, che si è immolato nella polvere. Il suo sangue, il suo sudore, ancora aperti i suoi occhi, si facevano fango secco nel sole alto. Il corpo squarciato, l'interno ribaltato fuori. Non un lamento. Ettore era uno che poteva tenersi l'entragne fra le mani senza turbamento, poteva guardarle ad occhi asciutti. Ettore era uno mi spezzo ma non mi piego. Non avrete mai il mio culo vivo. Un po' come me. Quest'altro Ettore, questo Ettorino, si cava lui le mutande e apre le chiappe al primo che passa.
Il ridere gli sale dal bacino, ad ondate sussultorie; coinvolge prima la pancia tesa, ciò lo costringe a gettare indietro la testa e le spalle, per non esplodere; poi sale fino al petto, risata rauca, piena di fumo e di tosse, che gli raschia la gola; infine arriva alla bocca, e alla testa, e lì esplode nell'ululato felice e selvaggio del giovane lupo vincente.
-Ma è logico, un simile figlio è la giusta punizione per uno come me, per avere voluto godere troppo, per essermi fatto dio. Ed è pure un segno, così lo considero, un segno. E del resto non me ne frega un cazzo.
Una tirata di nicotina rabbiosa, compressa, il gestaccio rivolto ad un altro conducente. Impresa per il quale Joe-E'-Un-Po'-Di-Giorni-Che-Vi-Tengo-D'-Occhio-E-Ci-Penso-Sù-Voi-Non-Valete-Proprio-Un-Cazzo-Di-Niente sente la necessità di abbassare il finestrino gracchiante, manualmente, e di sporgere il braccio fuori, bene in vista, con l'anulare teso nella pioggia, l'unghia scura spessa e rapace da predatore metropolitano. Tutto senza smettere di guidare, parlare, strofinarsi la minchia e ghignare, perché lui ghigna molto, in continuazione. Insomma senza smettere un attimo di compiere frenetico tutti quegli atti che lo fanno essere lui.
-Capisco e accetto la sua diversità, anche se non me ne potrebbe fregare di meno. Capisco che con un padre come me, maschio, virile, potente non poteva che uscirne un pirlotto difettoso mezzo frocetto. Perché neppure ha le palle di decidere cos'è, se lo vuole dare, gettare duro oltre l'ostacolo, o se vuole farsi morbido e accogliente e prenderlo. Ora, anche se io in genere quelli come lui me l'inculo, lui può stare tranquillo. Eviterò di calpestarlo come una gigantesca merda, ci girerò intorno. Sono un papà moderno, contemporaneo, dei nostri tempi, e del resto che cazzo mi frega?! Vero Ettorino? Dì alla mamma bella dove ti piace prenderlo.
-In bocca. -rispondo -Sempre in bocca.
-E nel culo? Mai?
-Anche nel culo, ma solo quando non sono grossi come il tuo.
Joe-Sperma-Che-Più-Denso-Non-Si-Può ride soddisfatto, apre la bocca, le labbra spesse fremono, s'addensa quel suo sorriso deforme, da belva, i denti cresciuti sbiechi, scheggiati e ricoperti di catrame e tartaro, la lingua ingombrante che esce sussultando come un rettile. Tossisce per la saliva che gli va giù storta e afferra il piccolo cilum, quello da viaggio, appena acceso da Flora, mia madre. Scrolla la testa leonina, ride gorgogliando satanico e succhia.

fine prima parte



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