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lavoro pubblicato domenica 23 settembre 2012
ultima lettura sabato 23 marzo 2019

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Un'altra Iliade: Ditti Cretese

di teseo2347. Letto 1087 volte. Dallo scaffale Storia

LE EFEMERIDI DELLA GUERRA TROIANA di Ditti Cretese Siamo finalmente in grado di proporre ai nostri lettori una completa e credibile traduzione italiana delle Efemeridi della guerra troiana di Ditti Cretese, risalente al 1832 e libera quindi dai gra



DITTI CRETESE E DARETE FRIGIO



STORICI



DELLA GUERRA TROJANA



VOLGARIZZATI



DAL CAV. COMPAGNONI





La presente traduzione é protetta dalle vigenti Leggi,
essendosi adempito a quanto esse prescrivono.





A' GIOVANI ITALIANI



GIOVANNI BATTISTA SONZOGNO



TIPOGRAFO E LIBRAJO IN MILANO.



Questa bella e grande opera, a cui do ora cominciamento,
della Collana degli antichi Storici greci volgarizzati, a nessuno più veramente
s' aspetta che a Giovani Italiani incamminati nello studio delle lettere, e di
quella principal parte della filosofia, la quale tende a discoprire l'origine
vera delle umane cose, le cagioni dell'alzarsi e del declinar degli imperj, le
virtù e i vizj delle nazioni e degli uomini, e la sapienza o stoltezza, colla
quale si sono ne' diversi tempi condotti. E il trovare i semi di queste
cognizioni ne' primi e classici monumenti, ben più assicura l'animo di chi in
queste generose ed alte ricerche si esercita, anzi che irle spigolando nelle
compilazioni; perocché in quelli veggiamo coi proprii nostri occhi le cose; in
queste non le veggiamo che sulla fede altrui: oltre di che è natural cosa, che
quando nulla si mette di mezzo tra gli occhi nostri e gli oggetti, ogni
cognizione che d' essi acquistiamo ci si fa più certa, concependola noi.per
coscienza; e più pronte e più giuste, e nel tempo stesso più copiose ne
traggiamo le debite riflessioni, liberissimo essendo allora il nostro
intelletto, e quasi posto nel centro di un orizzonte da nessuno impedimento
ingombrato: laddove, contemplando noi col ministerio altrui, uopo è che
riposiamo sull' altrui detto, e che all' ingegno altrui, alle altrui prevenzioni
ci riportiamo, così che poi non siamo infine che ripetitori meschini, e senza
neppure avvedercene, coll ' altrui mente pensiamo invece di pensar colla
nostra.



A Voi dunque, che siete la speranza migliore della nazione,
ho inteso io di consacrare questa opera, considerando in ispezie che vien essa
alla luce opportunamente nel tempo, in cui fra le altre scienze d'ogni maniera
che chiari dimostrano i crescenti loro progressi, la razionale filosofia e la
parte d' essa che n' è la base, voglio dire la Ideologia, vi presentano già la
fiaccola luminosa per la cui mancanza sola le classi a voi superiori hanno
dovuto per lo pih ristarsi in quella misera servitù di pensare, la quale fa
valere presso noi ancora tanti pregiudizj funesti. Imperciocché dovete sapere che se dalla professione di tipografo debbo
io, così avendo la Provvidenza disposto, cercare i mezzi di onoratamente
vivere, nello esercitarla sempre ebbi in mira, per quanto dipendesse da me, di
farla servire all' incremento dei lumi ed alla utilità vera degli uomini, que'
libri possibilmente preferendo di pubblicare, la lettura de'quali sia atta od a
sviluppare od a confortare e dirigere gli ingegni de' varj ordini de' miei
concittadini: del che le molte mie stampe far
possono a chiunque manifesta prova.



Ed affinchè quella, della quale qui ragiono, possa più
sicuramente volgere al fine a cui di sua natura pur tende, io non ho imitati
coloro che questa Collana in addietro pubblicarono, i quali dopo aver
dichiarato solennemente di volere darla emendata e bella più che innanzi fosse
stato permesso di fare, la lasciarono poi grezza ed imperfetta qual era uscita
dalle mani de' primi volgarizzatori; se per avventura giustizia non.
comportasse che aggiugnessimo averla essi in molte parti empiuta piuttosto di molte
magagne. Io al contrario ho voluto che le seconde cure la presentino
migliorata, non risparmiando fatiche e spesa; e di qual modo , il vedrà ormai
ognuno che con questo primo volume vorrà confrontare il primo delle passate
edizioni; e maggiormente il vedrà ancora da quanto immantinente verrà presso.



Or dunque gradite, fortunatissimi Giovani, e questo mio zelo
pei progressi vostri, e questa sincera intitolazione mia, come quella che da
animo veramente amichevole procede; e non vogliate imitare il comun costume di
coloro ai quali sono per ordinario dedicati libri: che contenti al più d'averne
osservato il frontispizio e la lettera alla loro vanità indirizzata, commettono
lo sfortunato libro alla polvere e ai tarli degli scaffali. Da tali io non
potrei voler nulla. Ben voglio da Voi, che vi abbiate questi libri per farvene
in mente prezioso tesoro. E state bene.





DEL CAV. COMPAGNONI



AL SIGNOR CONTE



GIUSEPPE LUOSI



GIA' GRAN GIUDICE DEL REGNO D' ITALIA



MEMBRO DEL T. I. R. ISTITUTO



DEL

REGNO LOMBARDO VENETO F.C.





Altre volte, sig. Conte Veneratissimo, erano al nome vostro
diretti libri di assai grave argomento, ne' quali o i profondi misterj della
legislazione investigavansi o l'ordine si andava ricercando che paresse il
migliore per assicurare i diritti de' cittadini, le ragioni dello Stato e 1'
amministrazione della giustizia in ogni sua parte. La storia, che tien conto
fedele di quanto si fa tra gli uomini; essa che ha già consacrato alla
immortalità il nome fortunatissimo di Coccei, a cui vi siete per somiglianza di
parecchie cose trovato sì vicino, non lascerà certamente dimenticato il vostro.
Né per la combinazione delle cose io fui estraneo affatto a tali studi e
tentativi; ed abbiamo passati insieme molti anni, nel corso de' quali i
pubblici officii ed occupazioni severe interamente ci tolsero agli studi ameni
delle lettere.



Or questi, cambiati tempi e doveri, vengono a rivendicare le
antiche loro ragioni. E dobbiamo invero averli pei ben venuti; perciocché per
essi soli sperar possiamo un sussidio contro le tristezze dell' età che si
avanza ed un conforto efficacissimo in mezzo alle reminiscenze de' nostri
migliori anni perduti.



Per lo che a Voi, che di ogni ramo di belle lettere v'
intendete perfettamente e ne fate nel presente ozio vostro intertenimento
dolcissimo, non sarà, io credo, disaggradevole argomento quello che mi propongo
di trattare, pubblicando, come or fo, le Storie di Ditti e Darete alla testa
della Collana che degli Antichi Storici greci volgarizzati novellamente qui si
é intrapresa; ed in alcuni punti intendendo di ragionare di critica erudizione
intorno a queste due opere. Il che mentre io farò, al penetrantissimo ingegno
vostro non isfuggirà certamente questa verità, che chiunque per avventura non
conoscesse per altri fatti, i quali sono ornai senza numero, in quanto maggiore
oscurità gli oscuri temi della storia avvolgano, e a quali vani e bene spesso
assurdi delirj si abbandonino coloro che quasi per eccellenza chiamansi tra noi
eruditi, può facilmente averne una prova luminosissima in ciò che intorno a
Ditti e a Darete, veri o supposti scrittori antichissimi delle Cose trojane,
parecchi di essi, per istudio di lingue dotte e di vecchi libri pur
distintissimi e celebrati, hanno con grande contenzione e disputato e scritto.
Le cose che io sono per dire, sebbene in ciò molta brevità mi prefìgga, ne
faranno fede.



La Guerra trojana per la storia de' popoli occidentali
costituisce la più certa epoca ch' essa abbia tra le antiche, e nel tempo
stesso la più memorabile.



Era già sulle coste dell'Asia stabilito un floridissimo
regno, il quale alla forza sua propria univa quella di molti popoli, o soggetti
o confederati; e la vicinanza sua alle isole e coste de' Greci, che
incominciavano a riguardarsi come una nazione, quantunque in assaissimo piccoli
Stati divisa, tacitamente preparava una lotta inevitabile, la quale ogni
ragione dimostrava che non avrebbe cessato senza la distruzione di una di
queste due potenze. La politica l'avrebbe per avventura suggerita, se a que'
tempi gl' ingegni degli uomini fossero stati raffinati a segno da saper ridurre
a sistema le passioni nazionali: ciò che non fece la politica fu fatto da
avvenimenti particolari; e il ratto di una donna, appartenente alle più
distinte famiglie del paese, poté facilmente infiammare lo sdegno de'principi
greci, come la speranza di un grande bottino lusingar poteva l'avidità di
popoli poveri ed invidiosi.



Fu fatta adunque la spedizione contro Troja: della quale il
primo grande effetto fu quello di unire tutti insieme i Greci, fino allora
stati sempre in discordia tra loro, e di avvisarli di quali forze, volendo,
fossero capaci. Ma l'esito fortunato di quella spedizione produsse altri
effetti di una utilità anche più sensibile. Imperciocché oltre la distruzione
che si fece di una potenza, la quale se fosse durata avrebbe potuto col tempo
minacciar gravemente la indipendenza e la libertà dei Greci con assai maggiori
vantaggi che non fece di poi l'onnipotenza persiana; le idee de' Greci vennero
per quella spedizione a dilatarsi non mediocremente e i principj delle arti,
del commercio e della letteratura incominciarono a svolgersi: mentre il
conversare di tante generazioni diverse, il vedere tanti paesi per lo innanzi
poco meno che ignòti fin anco di nome, il confronto di tanti differenti usi,
l'esperimento di pratiche per la prima volta allora tentate e il cumulo di una
infinità di sensazioni non avute mai per l'addietro, vennero insensibilmente a
mutare la condizione antecedente de' Greci; né uno tra essi poté esservi il
quale ritornando al proprio paese, non portasse in sé qualche idea o nuova
affatto, o meglio assicurata e più feconda di utili applicazioni. Una immagine
di ciò che allora accadde tra' Greci può forse somministrare a noi quanto i
padri nostri trassero dalle Crociate.



Ma la ruina di Troja, e le vicende dei capitani e degli
altri che da quella impresa ritornarono, produssero inoltre in molte parti
d'Europa fatti e rivoluzioni, che non si ebbero per le Crociate. Io voglio dire
singolarmente di quegli stabilimenti, che Greci vagabondi e Trojani profughi
qua e là piantarono o sopra coste deserte o tra popoli barbari d' onde poi s'
ebbe una comunicazione felicissima d'incivilimento e la creazione dì Stati e di
popoli, i quali nel progresso de' secoli hanno fatto parlare tanto di sé e dai
quali l'Europa, fatta oggi sì bella, dee in gran parte riconoscere la sua
fortuna. Imperciocché senza punto cadere nelle stolte supposizioni che gì'
ignoranti scrittori delle cronache de'tempi di mezzo hanno sparse tra i popoli
d'Europa, abbastanza dalla storia più certa restanci documenti che comprovano
splendidissimamente la verità che io accenno.



E' dunque la Guerra trojana il cardine principale delle
storie delle nazioni occidentali; perciocché o direttamente o indirettamente
ognuna di esse prende qualche avviamento da quel fatto memorabilissimo.



Or d'onde abbiamo noi le memorie di questa guerra? Noi non
le abbiamo che da Omero.



Ma Omero, il quale scrisse gli ammirabili suoi poemi tre o
quattro secoli dopo la caduta di Troja, fece due cose le quali al presente
intendimento vogliono essere con diligenza considerate. Una é che quantunque
fondasse que' suoi poemi sopra un fatto vero, trattando sì alto argomento come
poeta, dal maraviglioso principalmente cercò i concetti per colpire
l'immaginazione de' suoi concittadini: nel che fare non solo animò con forme
sensibili cose di pura fantasia e si giovò delle favole di ogni genere che
allora correvano tra la moltitudine; ma gli uomini e le imprese secondarie e
suppose e rappresentò come meglio al suo disegno pensò convenire: tutt'altro
dovere infatti incombendogli che quello della storica esattezza. L'altra è poi,
che quanto di vero o di verisimile egli trascelse all'uopo riguardo ai fatti
storici, non altronde certamente poté trarlo che dalle tradizioni che le età
superiori e più vicine a quel memorabile fatto avevano già lasciate in Grecia e
ne' paesi circonvicini. Laonde, se giustamente opinava Cicerone, dicendo non
potersi dubitare che innanzi ad Omero non vi fossero poeti, citando egli i
versi che Omero medesimo dice essersi cantati alle mense de' Feacj e de' Proci;
e come più fondatamente possiamo asserire noi , ai quali pur sono giunti i nomi
di molti, che delle stesse Cose trojane trattarono verseggiando (1); sicché poi
é nata opinione che od Omero da poeti antecedenti molto abbia tolto o forse i
suoi poemi non sieno in sostanza che un impasto di que' canti più antichi;

giustamente ancora possiamo credere che croniche e commentarj e memorie fino
dal tempo di quel grande avvenimento fossero compilate a diletto ed istruzione
dei posteri. Il qual fatto pare a me non potersi mettere in dubbio, se si
considera che già prima della ruina trojana i Greci avevano un alfabeto; né
altro vuo1si perché una nazione superba delle sue imprese e d' altronde
vivacissima scriva secondo lo stato in che possa essere la sua lingua quanto
l'abbia massimamente colpita (2).



(1) Tra questi si cita
Contino, che dicesi discepolo di Palamede, e scrittore di una Iliade, la quale
somministrò l' argomento al poema di Omero. Si cita pure Creofilo di Samo,
altri dicono Callimaco, a cui vuolsi che Omero rubasse il poema, che poi
pubblicò come suo, ec. (2) Eliano apertamente nomina Siagro che trattò in prosa
delle Cose trojane prima di Omero.



Indipendentemente adunque dalla prova di fatto, per la forza
che la convenienza delle cose e il complesso delle circostanze fa sull'animo
nostro noi dobbiamo tenere per certo che prima di Omero fuvvi chi tra i Greci
scrisse delle Cose trojane. E qui non parlo ancora che de' Greci; mentre pure
le stesse considerazioni possono farsi con eguale verisimiglianza parlando
de'Barbari ch'ebbero parte nella guerra di Troja o che per la vicinanza o per
altre ragioni furono in relazione coi Dardani. E se noi veggiamo per la
testimonianza di viaggiatori e di eruditi uomini correre anche a'giorni nostri
nelle provincie di Persia più vicine all' India storie della spedizione di
Alessandro Magno, non tolte certamente da quelle che i Greci scrissero, e più
che quelle de'Greci copiose e ragionate: ben più francamente possiamo credere
che della Ruina trojana fosse scritta memoria da uomini o fenicj, o frigj,
presso i quali é certo che le lettere fiorirono assai prima che in Grecia (1).



(1) E noto che Sanconiatone di Tiro o di Berito visse,
secondo Porfirio, circa i tempi di Troja. Le sue opere furono tradotte in greco
da Filone di Bibli tra il primo e il secondo secolo dell' era nostra. Si
nominano altri storici fenicj e frigj antichissimi, Teodoro, Iphicrate, Moco,
Sarpedone ec.



Del che io penso sì forte dovere essere la persuasione in
chiunque alcun poco si fermi a considerare la cosa, che la supposizione
contraria non potrebbe non essere assolutamente assurda. Sono adunque
apertamente queste le fonti, dalle quali ragion vuole che credasi avere Omero
attinti i fatti, che o sinceramente riferiti o poeticamente alterati formano la
sostanza dei suoi poemi. Il che posto, quale fede possa aversi in esso lui per
istabilire la storia, può ornai vedersi senza ulteriore ragionamento;
perciocché il buon senso ci avverte, quelle cose doversi per ragione storica
ammettere, le quali sieno conformi alle memorie antecedenti, di cui egli si é
servito.



Ma si domanderà intanto ove trovinsi codeste memorie;
imperciocché pochi cenni a noi sono giunti intorno alle medesime; ed una lacuna
assai grande si osserva tra l' epoca alla quale esse potrebbonsi riferire e
quella nella quale i loro frammenti s'incominciarono a conoscere. E vi hanno
dottissimi uomini, i quali domandano come spezialmente potrebbesi supporre mai,
che per tanti secoli i Greci, che pur ricordarono assai numero di scrittori, le
cui opere sono andate smarrite, lasciato avessero di parlare di Ditti e di
Darete, se codesti due uomini, l'uno greco di Creta, l'altro frigio di nazione,
avessero fin dal tempo, in cui si suppone che vivessero, scritta la storia
delle Cose trojane?



Codesto ragionamento, che a primo aspetto sembra conforme
alle buone regole della critica, parmi che facilmente possa perdere assai parte
della sua forza, se una considerazione gli si opponga, grave per sé stessa del
pari che ovvia. Le memorie o greche o barbare, che sulla Guerra trojana per
avventura furono scritte circa i tempi di tale avvenimento, non poterono mai
riguardarsi che come un secco sommario, utile bensì in quanto assicurava la
ricordanza de'fatti, ma poco dilettevole pel comune di una nazione com' era la
greca, la quale, siccome é dimostrato da ogni suo fatto, più alle cose
d'immaginazione che a quelle del giudizio generalmente si attenne; e che é noto
avere sopra modo preferita l'eloquenza poetica ad ogni altro genere; e nella
eloquenza stessa oratoria avere pur comunemente preferita quella che pel
numero, per la eleganza delle frasi, per la vivacità dello stile e per una
certa singolarità delle cose esposte, più avvicinavasi alla poetica. Di che fra
i molti esempi che potrei addurre ricorderò soltanto quello di Erodoto, il
quale assai più tardi di Omero presentando ai Greci una storia, fu appunto per
tali qualità sovranamente ammirato come alunno felicissimo delle Muse,
quantunque la ragione al certo lo metta assai al disotto di Tucidide e di
Senofonte. Omero adunque, che fatto era per colpire le teste vivacissime
de'Greci; Omero, che ne'suoi poemi il grande avvenimento di Troja presentando,
di tanti principi, di tanti popoli, di tante città e di tante avventure e casi
gli aveva riempiti da poter risguardarli come l'enciclopedia della vanità e
dell' orgoglio nazionale, e che nel tempo stesso suonato aveva alle orecchie
delicate de' Greci quella melodia dolcissima che sopra i sensi e gli animi loro
aveva una forza onnipotente; Omero, dissi, che tante imprese accoppiava con
tutto il meraviglioso che un'arditissima fantasia e la religione del paese
potevano dettargli, dacché comparì, fece facilmente dimenticare, siccome tutti
i poeti che lo avevano preceduto nella trattazione di quell' argomento, anche
gli scrittori che del medesimo avevano ragionato in prosa. E per quale ragione
i Greci avrebbero pensato ancora alle vecchie loro croniche, aridissime di loro
natura e scritte certamente in assai rozza lingua, quando avevano pronto un
arsenale sì ricco di cose e sì splendente di ogni bella forma? Né presso i
Greci, da Omero sino a che durarono i loro bei tempi, fuvvi, come é fra noi,
quella classe d'uomini mediocrissimi, i quali impotenti a trattar scienze od
arti, cercassero fortuna nel miserabil mestiere di andar diseppellendo ogni
storia di cose vecchie, che dal buon senso de' maggiori erano state cacciate in
obblivione perché o inutili o indegne del paragone colle migliori che s'
avevano (1).



(1) Se facciamo
eccezione dal guasto che ne'tempi dì mezzo venne fatto degli antichi libri, o
per zelo fanatico, o per bisogno di pergamena, generalmente parlando la perdita
di tante antiche opere più che ad altro debbesi alla certa persuasione che
fossero inutili, avendosene negli stessi generi di nuove meglio fatte.



Ecco adunque
manifestissima la ragione per la quale, se Ditti e Darete scritto avevano delle
Cose trojane fin da quando esse succedettero, poterono da Omero in poi essere
posti in dimenticanza. Il genio della nazione, sì ardentemente prevenuto pel
suo maggior poeta, come sarebbesi più occupato di sì aride e viete scritture?
Ma ciò intanto non prova che nei tre o quattro secoli, che dal caso di Troja
fino ad Omero scorsero, non potessero i libri di que' due scrittori essere per
le mani di chi dilettavasi di erudirsi, senza che di questo fatto sia venuta
memoria a noi.



E che delle Cose trojane restassero tradizioni oltre le
raccolte da Omero e differenti da queste, i Tragici greci chiaramente il
comprovano in quelle tante supposizioni di fatti e d' uomini, che diversamente
da Omero essi rappresentano; e così dicasi de' varj loro Scoliasti.
Imperciocché sarebbe somma stoltezza il credere che per puro capriccio abbiano
essi tanto spesso declamato dai racconti di Omero, a meno di non concludere che
per capriccio egualmente Omero scrisse quella parte di fatti, che nissun
interesse poetico l'obbligava ad alterare, e che anzi esigeva di essere esposta
secondo la verità. Se pertanto le cose che ho fin qui dette hanno alcun
fondamento ne' principj di quella ragione universale, che superiore alle
particolarità di ogni genere é delle medesime per propria essenza giudice
supremo, apparirà facilmente quanto sia assurda la condotta di que'critici i
quali contro le cose da Ditti e da Darete esposte argomentano sull' autorità di
Omero. Perciocché, mentre come poeta, generalmente parlando, non può fare
autorità alcuna; per ragionare sensatamente in tale proposito sarebbe d' uopo
dimostrare che egli attinse i fatti da fonte senza alcuna eccezione debitamente
riconosciuta per autentica: il che al certo niuno v'ha che sia in caso di
provare. Laonde se dimostrerassi in seguito che le storie che abbiamo di Ditti
e Darete possono ragionevolmente presumersi contenere le più antiche memorie
che della spedizione de' Greci a Troja si abbiano, con esse piuttosto si dovrà
giudicare di Omero, anziché con Omero giudicare di esse; né la differenza de'
racconti che in essi trovasi, paragonati con quelli di Omero, può essere un
argomento per giudicarli lavoro di qualche falsario.





Ditti fu di Gnosso, città di Creta. Giovanni Malala nella
sua Cronografìa dichiara avere preso da lui quanto inserì nella sua Cronica
intorno alla spedizione di Troja. Cedreno loda Ditti, dicendo ch'egli lasciò i
caratteri e la descrizione de' capitani, de' tempi, e de' luoghi tutti della
guerra trojana, e di ogni cosa degna di osservazione. Isaccio Porfirogeneta nei
suoi Caratteri de' Greci e de' Trojani confessa di aver tolto tutto da Ditti. E
così pur fece Costantino Manasse ne' suoi Annali per ciò che riguarda le cose
di Troja, chiaramente protestando di non avere seguito Omero. Allazio nella sua
opera sulla Patria di Omero cita un retore greco anonimo, il quale riprende
Ditti di avere introdotti a parlare oratoriamente Palamede, Ulisse, Menelao e
parecchi altri, sia manifestando i loro sentimenti contro i Trojani, sia
eseguendo le ambascerie loro commesse verso i medesimi. Il che prova che costui
riconosceva sussistere il libro di Ditti; e può forse provare inoltre il poco
ingegno che egli aveva, quasi quegli uomini che dovevano per ogni ragione
sentire altamente, qualunque fosse lo stato della lingua in cui si esprimevano,
non potessero essere eloquenti. Di Ditti parla pure anche Suida dicendo ch'
egli scrisse in dieci libri in prosa il Giornale ( effemeridi ) delle cose
raccontate in versi da Omero; e secondo che portano alcuni codici delle cose
omesse da Omero. E più particolarmente attesta che Ditti scrisse delle cose
iliache e troiche (1), individuando che scrisse del ratto di Elena e tutta la storia d' Ilio; espressioni, che o
riguardano i distinti libri, che componevano l'opera di Ditti, o confermano il
complesso di ciò che in essa opera si conteneva.



(1) Ove è da
avvertire, che sono alterati que' testi, i quali portano italiche, essendo
certo che a' tempi antichissimi di Ditti l'Italia non poté dare materia di
storia: né alcuno dei tanti che hanno fatto menzione di Ditti accennò mai
ch'egli avesse scritto di tale argomento.



Anche Tzetze nelle Metafrasi omeriane ha notate intorno a
Ditti le medesime o simili cose. Finalmente se diam mente a Scaligero da Ditti
prese Eusebio quanto nel suo Cronico egli scrisse contro l'autorità di Omero.



Ora l'opera di Ditti, della quale tutti codesti autori
ragionano, era certamente scritta in greco; e comprovasi perché essi non
indicarono mai di riguardarla come straniera e scritta in altra lingua; e
perché ne riferiscono alla occasione interi passi in quella stessa maniera
nella quale riferivano i passi di altre opere greche, sull'autenticità delle
quali non cadde mai dubbio. Ed a ciò sembra pure aggiungere forza la
riflessione fatta da taluno, che Malala, il quale cita Ditti in otto diverse
occasioni, non intendeva il latino; onde non poté servirsi del testo che noi
abbiamo.



Ma dov' é intanto questo testo greco di Ditti? Costantino
Lascari affermò al suo tempo non trovarsi più tra i Greci stessi da trecent'
anni; né dopo il Lascari v' é stato alcuno, il quale abbia detto di averlo
veduto. Egli é pertanto chiaro che la mancanza di questo testo ha potuto
accrescere i dubbj e le difficoltà; e fin dove siasi giunto in questo
proposito, ne darà una idea ciò che qui mi accingo ad esporre.



Il testo latino che di Ditti ci rimane porta in fronte una
Prefazione, nella quale si dice che Ditti, cretese di stirpe e nativo di
Gnosso, visse a' tempi degli Atridi e fu dotto nella lingua e nelle lettere dei
Fenicj, che Cadmo aveva introdotte in Acaja: che fu compagno d'Idomeneo,
figliuolo di Deucalione, e di Merione di Molo, i quali andarono con esercito
capitani contro Ilio e a lui ordinarono di scrivere gli annali della Guerra
trojana: che infatti tutti gli accidenti egli ne compilò in sei volumi, usando
lettere fenicie e scrivendole in tavolette o corteccie di tiglio; e questi
volumi, ritornato già vecchio in Creta, comandò, morendo, che fossero
seppelliti seco lui: che, conforme appunto a quanto egli aveva comandato,
furono posti entro una cassetta di stagno e messi nel suo sepolcro: che dopo
assai tempo, correndo l' anno tredicesimo di Nerone, venuti molti tremuoti in
Gnosso e ruinati molti edifizj, ruinò anche il sepolcro di questo Ditti a modo
che dalle crepature si fece manifesta una cassetta di stagno, la quale, veduta
da alcuni pastori che passavano di là e creduta contenere un tesoro, fu tolta
del sepolcro ed aperta: che in essa que' pastori trovarono tavolette o
corteccie di tiglio, scritte in caratteri che non intendevano, ed immantinente
portarono tutto ad un certo Euprasside loro padrone, il quale, conosciuto
quanto la scrittura conteneva, la presentò a Rutilio Rufo, allora consolare
dell' isola, e questi la mandò per Euprasside stesso a Nerone, credendo che in
quella scrittura si contenessero cose secrete: che Nerone, avuta che l'ebbe ed
osservato che la scrittura era punica, chiamò a sé uomini intendenti della
medesima, i quali la spiegassero e la spiegarono di fatto. Onde avendo Nerone
inteso che trattavasi di un monumento di un' antica persona stata ad Ilio,
ordinò che il libro fosse traslatato in lingua greca . . . dopo di che, rimandato
Euprasside con molti doni ed insignito della cittadinanza romana, fece
depositare nella biblioteca greca gli Annali intitolati col nome di Ditti.



Le varie questioni che fanno tra loro gli Eruditi, e sul
punto se questa Prefazione sia stata originalmente greca o latina e su quello
del ritrovamento di cui in essa si parla, e sull' epoca nella quale
s'incominciasse veramente a conoscere il testo greco, e sulla origine di esso,
crescono a dismisura in vista di una Lettera di certo, o Lucio, o Quinto
Settimio, che parimente trovasi unita al Ditti e diretta a Quinto Arcadio, o
Aradio; differenti essendo intorno a questi nomi le lezioni che s'incontrano.
La Lettera é del seguente tenore.



"Ditti di Creta, che militò sotto Troja con Idomeneo,
scrisse un diario di quella Guerra in lettere puniche, le quali allora erano
comuni in Grecia, essendovi state portate da Cadmo ed Agenore. E passati molti
secoli, per vetustà ruinato essendo il sepolcro di quel Ditti, che era presso
Gnosso, antica sede del regno di Creta, alcuni pastori capitati ivi
accidentalmente trovarono in quelle ruine una cassetta con molta industria
chiusa, la quale aperta, pensando che dovesse contenere un tesoro, in essa non
trovarono né oro né altra cosa di che potessero giovarsi; ma bensì de' libri di
corteccia d'albero, che, delusi nella loro speranza, portarono a Prasside,
padrone del luogo. Costui, voltata la scrittura in caratteri attici, giacché il
componimento era greco, presentò questi libri a Nerone, Cesare romano, che
larghissimamente il regalò. Ora essendomi venuta in mano quest' opera ed amando
molto la vera istoria, io la traslatai, quale era, in latino, non tanto
presumendo della mia capacità, quanto in ciò cercando di passar l'ozio. Nel
qual lavoro io conservai il numero de' cinque primi volumi, che contengono le
cose accadute in quella Guerra; e compendiai in un volume solo gli altri (1); e
te li mando tutti: con che, Ruffino mio, tu favorevolmente gli accolga, come
troverai giusto...



(1) Varia la lezione del testo , poiché ove
trovasi scritto residua quinque, ove residua quatuor, ove residua quidem.
Quest' ultima , ritenuta nella bella edizione di Amsterdam del 1702 , é la meno
ragionevole né si é voluto nella traduzione tener conto di quel quidem, il
quale apertamente ve- desi o scambiato col quinque , o intruso.



Molte contraddizioni adunque veggono i nostri Eruditi
apparire da questi due documenti e sulla lingua originale dell'autografo e sul
numero primitivo dei volumi e sulla fede che piuttosto all'uno che all'altro di
que'documenti si debba: quindi sulla persona, sulla condizione e sulla età del
traduttore, e via discorrendo. Singolarmente poi negano il ritrovamento del
manoscritto e la presentazione sua a Nerone, dicendo nissun contemporaneo degno
di fede attestare tal fatto.



Ma se negasi il ritrovamento di quest'opera, come qui viene
supposto, quando sarà dunque stata essa conosciuta? imperciocché mentre ne
abbiamo il testo latino fin da una certa epoca, uopo é che stabiliamo anche
quella del testo greco, da cui il latino per mezzo di traduzione fu tratto. Io
confesso di non essere erudito abbastanza per giudicare se tavolette o
corteccie fino da antichissimi tempi non sapessero prepararsi a modo che quando
fossero custodite così da non essere esposte all'azione dell'aria e della umidità,
potessero durare per assai lungo tempo. So però che nelle stesse sabbie di
Alessandria sonosi trovati manoscritti di assai vecchia data: onde credo
nissuna improbabilità esservi, che in una cassetta di metallo, forse piena
ancora di asciuttissima arena e diligentissimamente chiusa, non potessero
conservarsi i volumi di Ditti. Altronde non é singolarissimo fatto questo, che
Ditti ordinasse che i suoi scritti fossero seppelliti con esso lui, giacché in
altri tempi ciò si é praticato da altri. Né per questo crederei che alcuna
copia di codesti scritti del nostro autore non fosse rimasta in corso: del che
debbonsi senza dubbio supporre persuasi tutti coloro, i quali pensarono che
Omero si fosse giovato della storia di Ditti per l'ossatura de' suoi poemi: e
forse se ne giovarono prima di Omero molti di quelli che cantarono la Ruina di
Troja e le prodezze degli eroi della Grecia stati a quella spedizione. Debbesi
anzi per ogni buona ragione presumere che Ditti medesimo ne lasciasse qualche
copia; perciocché qual ragione di nascondere al mondo un'opera, che più d'ogni
altra cosa avrebbe dall'obblivione salvato il suo nome; opera ch'egli fatto
aveva ad onore della sua nazione e ad eccitamento di principi, che fin da
quando l'ebbe compiuta avranno sicuramente voluto averla presso di sé?



Ma quello che maggiormente dee fissare l'attenzione di
chiunque entri ad esaminar la questione che trattiamo, si é la incoerenza nella
quale cadono que'dotti, che rigettando il ritrovamento accennato suppongono che
l'autore del Ditti latino abbia tolto i materiali da Omero per formare la sua
supposta storia. E come credere un tal fatto, quando, prescindendo da tante
altre considerazioni, questa storia é per gran numero di cose diversissima da
ciò che Omero racconta?



Non é il Perizonio caduto in questa stravagante opinione: ma
però egli, che pur tanta fama ebbe di dottrina, molte cose in questo proposito
disse che non parranno meno stravaganti, ove con qualche ponderazione si
esaminino. Dice egli che il Ditti da Settimio tradotto in latino e l'altro che
i Greci ebbero sono una sola e medesima cosa; e dice questo sul fondamento di
una perfetta conformità, ch'egli pretende essere nell'uno e nell'altro testo,
quando in contrario sostanziali differenze trovansi confrontando col testo latino
che abbiamo ciò che del greco testo ci rimane per cura dei varj scrittori greci
che questo lessero, consultarono e citarono, siccome vedremo in appresso. Ed é
poi codesta sua asserzione tanto più assurda , quanto che per sostenerla
sarebbe stato d'uopo avere veduto l'un testo e 1' altro, ed averli ben
confrontati: il che il Perizonio non poté fare. Del rimanente costretto egli a
dire infine, onde fosse venuto il Ditti greco, conclude esserne stato autore
quell' Euprasside o Prasside di cui parlano la Prefazione e la Lettera
riportate, il quale egli suppone avere voluto con quella impostura rendersi ben
affetto Nerone. Ma quanto ciò sia lontano da ogni verisimiglianza ognuno può
vederlo, per poco che osservi che Nerone, non ostante i suoi molti vizj, era.principe
assai instrutto e da non così facilmente gabbarsi; che alla corte di Nerone ed
in Roma erano uomini sottilissimi d'ingegno ed eruditi, i quali non solo riso
avrebbero della vanità di Nerone in credere antichissimo un tal libro, l'idea
congiungendone con quella de' poemi trojani, che é stato scritto essersi egli
dilettato di cantare; ma detestata avrebbero l'impostura del Cretese venuto a
presentarlo. Ed a tutti coloro i quali domandano, per potere ammettere il fatto
di cui parliamo, quale contemporaneo degno di fede lo attesti, dimanderemo noi
quale contemporaneo attesti la vanità di Nerone in prenderne per genuino questo
libro? E facciamo questa domanda tanto più arditamente, quanto che i temporanei
di Nerone ci hanno lasciato ricordo di altre sue vanità. Laonde perché appunto
nissuno ha detto che tra le frivolezze neroniane vi fu quella di aver accolto e
fatto trascrivere una falsa cronica presentatagli da un greco impostore, noi
terremo con buon fondamento che quella cronica ebbe veramente evidenti traccie
dell' asserita antichità; e che alla corte di Nerone fu riconosciuta per tale:
parendoci assolutamente un delirio il supporre siffatta impostura con tal
principe ed in tal corte, ove sì certi erano i pericoli; e supporla inoltre
fortunatissima. Che se ci si oppone non essersi fatta menzione di cosa tanto
singolare, diremo, non di tutto infine farsi memoria anche in tempi nei quali
si scrive più di quello che si scrivesse sotto il regno di Nerone: la
catastrofe poco dopo seguita di lui e l'odio in che cadde e si mantenne il suo
nome, avervi forse contribuito: i Romani austeri e superbi non aver data
importanza veruna a vecchi racconti di fatti riguardanti un popolo soggiogato e
disprezzato, quale era il greco: e i poeti begl' ingegni latini avere già abbastanza
su questo argomento in ciò che Omero e gli antichi Tragici avevano lasciato
scritto: né finalmente poi mancare questa memoria, se pur vuo1si; ed aversi
evidentemente nella fatta traduzione, che abbiamo, e nella tradizione, che per
mezzo della Prefazione e della Lettera di cui abbiamo parlato é fino a noi
pervenuta, checché di quella Lettera e di quella Prefazione debbasi giudicare.
Imperciocché infine altra cosa é che que' documenti vogliansi apocrifi, ed
altra é che sieno false le cose ch' essi contengono. Del che non ho bisogno di
allegare altre prove, quando a quella Prefazione e a quella Lettera pur si
appoggiano que' medesimi che hanno per favoloso il ritrovamento del quale si
tratta, se vengono ad ammettere che Euprasside o Prasside andò a presentare
quel libro a Nerone. Poco rettamente adunque e il Perizonio e gli altri
Eruditi, de' quali qui abbiamo riferite le opinioni, ragionarono in mezzo a
tutta la loro dottrina.



Ma fin dove sia giunta l'immaginazione del Perizonio vedesi
da un pensiero anche più stravagante, ch'egli non ha dubitato di esporre con
molto impegno là dove, all' uso degli Eruditi, cercando chi fosse Aradio
Ruffino a cui é diretta la Lettera di Settimio ed in qual tempo vivesse , per
dirci poi in qual tempo vivesse Lucio o Quinto Settimio, traduttore di Ditti,
conclude che costui visse al tempo di Diocleziano e che tradusse Ditti per
opporlo ai Cristiani. Imperciocché, dice egli, andava assai bene a tiro contro
la Storia sacra codesto libro, al quale davasi tanta antichità e che tanti
contiene oracoli e vaticinj e prodigj, appoggiati a fede istorica, e pei loro
eventi confermati; e tanti esempi insieme presenta della vendetta degli Dei de'
Gentili contro gli empj sprezzatovi della loro maestà, siccome vedesi di
Agamennone che aveva uccisa la capra di Diana; de Greci che avevano insultato
Crise sacerdote di Apollo; di Paride che aveva presso l'altare di Apollo
trucidato a tradimento Achille; e de' Greci una seconda volta che, incendiando
Troja, violato avevano tutti i Santuarj degli Dei. Settimio intendeva con
codesta traduzione sua di additare una storia di antichissimo tempo, scritta da
uomo stato testimonio oculare di tutti i fatti, e che nel massimo suo lume
poneva la potenza suprema degli Dei per rispondere ai Cristiani d'Italia e di
Roma. Al quale stranissimo pensamento del Perizonio non altro opporremo che la
riflessione ovvia e concludentissima del Fabrizio. Non v' é alcuno, dice
questi, che, letto Ditti, trar ne possa argomento per sentir peggio del
cristianesimo, se si supponga idolatra, e per attaccarsi di più al culto degli
Dei. E di fatto chiunque legga sotto questo rispetto la storia di Ditti vedrà
chiaramente che ogni cristiano più idiota non avrebbe potuto trattenersi dal
ridere e del libro e del traduttore.



Del resto, se fosse permesso prender partito in mezzo ad
opinioni stravaganti ed assurde, dacché vuo1si tutto essere favola quanto
leggesi e nella Prefazione e nella Lettera che abbiamo riportate, l'unica
conclusione che potrebbesi meno irragionevolmente dedurre sarebbe quella, che
non si é di fatto mancato da altri di trarre, cioé che l'originale di questa
storia sia la stessa che diciamo traduzione di Settimio. E Gaspare Barzio ha
spinta la stravaganza fino a questo segno, apertamente dicendo che il Ditti
veduto da Eusebio, da Suida, da Malala, dal Tzetze e dagli altri nominati di
sopra, non era che una traduzione fatta sul testo latino che noi abbiamo. Ma
ond'é, che parlando quegli scrittori dell'opera di Ditti quale essi avevano
sott' occhio, dicono chiaramente ch'essa era composta di dieci libri o almeno,
stando ad alcuni testi, di nove, quando il testo latino non ne contiene che
sei? Né costoro danno ragione alcuna dell'aggiunta che dovrebbero supporre
stata fatta da chi dal latino traslatò l'opera in greco: essi prendono anzi
tutto ciò che nel testo greco si comprende come di origine eguale e di eguale
autenticità. E ond'é parimente che quegli scrittori, parlando di Ditti, dicono
ch'egli ci lasciò i caratteri de' Greci e de' Trojani ed anzi alcuni di loro ne
trassero copia e ne tramandarono a noi de'frammenti, quando nel Ditti latino
non se ne ha vestigio veruno? Eppure costoro avrebbero dovuto almeno indicare
come tanto guasto ed in qua1 tempo fosse succeduto nell'autografo: imperciocché
trattandosi di un libro supposto originalmente di tanta antichità ed autorità,
e di uomini vanissimi delle cose loro nazionali, siccome dalle stesse loro
opere chiaramente può argomentarsi, non é ragionevole supporre che non
dovessero ricercare, esaminare e confrontare il testo latino. Finalmente
domanderemo onde sia che tra il testo latino che abbiamo e il greco del quale
non conosciamo che pochi passi, pur sienvi alquante assai notabili differenze
di cose; come, per cagione di esempio, quella che riguarda la morte di Enone, la
quale secondo il Ditti greco citato da Tzetze, udita l'uccisione di Paride, pel
dolore s'impiccò; quando nel testo nostro dicesì che svenne istupidita e morì?
E potrebbonsi pur accennare altri passi, i quali con assai mal garbo
ridurrebbonsi a corrispondenza perfetta, adoperando, come fa il Perizonio
rispetto a quello della morte di Enone, sottigliezze gramaticali che forse
varrebbero al più, se si trattasse di traduzione dal greco al latino, ma che
riescono di troppo aspro e violento aspetto ove trattisi di traduzione dal
latino al greco. Tutti quelli poi che, dotati di squisito gusto in ambe le
lingue, hanno accuratamente esaminato il testo latino che abbiamo, convengono
pressoché unanimamente ch'esso presenta abbondanti segni della sua derivazione
dal greco, moltissime essendo le frasi che alle maniere si accostano degli
scrittori greci e che trovansi assai di rado in alcuni latini. E i tanti
Eruditi greci che di sopra nominammo possono chiamarsi arditamente a testimoni
della questione: perciocché, senza pretendere che s' abbiano a tenere per
uomini di fino gusto e di sicuro giudizio in tutto, niuna ragione certamente si
ha per negar loro quel tatto comune ad ogni mediocre uomo il quale sia
addomesticato nella lettura degli autori della sua nazione; e tutti essi lo
furono in ispezial modo, secondo che dagli scritti loro può vedersi. Ora a
nissuno di essi passò mai per la mente che il Ditti che avevano sott'occhio,
che citavano, del quale facevano estratti e compendj, fosse la traduzione di un
originale latino. La fede stessa che gli concedettero allontanava da loro ogni
sospetto di ciò, anche minimo; e la fede loro è ben più fondata per noi che le
vane ciarle de'nostri eruditi, sì facili a travedere. Dacché adunque il testo
latino non può riguardarsi che come una traduzione del greco, forza é
concludere che il testo da cui venne tratta fu o quello che Euprasside portò a
Nerone, o un altro; e siccome di niun altro v'é indizio, essendosi già
confutata la folle opinione del Barzio, ragion vuole che si ritenga il primo;
perciocché in fine é di regola da tutti accordata che ognuno é ed é da
ritenersi per quello che si dice essere, qualora non si provi il contrario. E
poiché non si può senza delirio supporre che Euprasside, o Prasside che vogliam
dirlo, ingannasse Nerone, offerendogli impunemente un suo lavoro per opera
antichissima; ragion vuole che teniamo per autentico il testo che costui portò
a Roma. Che se la traduzione non corrisponde perfettamente al testo greco per
le ragioni che di sopra si sono esposte, facile cosa é vedere onde ciò sia
nato: dall' arbitrio cioé del traduttore che molte cose ha compendiate o mutate
od omesse, secondo che per tanti esempi si prova essere frequentemente
accaduto.



Se non che é mestieri fermarsi alcun poco nell'esame della
Prefazione e della Lettera che abbiamo già riferite; poiché intorno ad entrambi
codesti documenti molto si dubita dagli Eruditi e da essi assai cose traggonsi
per impugnare la verità del fatto ivi riferito. Dico adunque che qualunque essi
sieno per sè medesimi presentano alcune cose sulle quali pienamente coincidono;
e alcune sulle quali possono coincidere facilmente, se qualche emenda si
ammetta che il buon senso suggerisce e che la ragione di sana critica non solo
permette, ma forse comanda. Incomincio dalle prime.



Coincidono pienamente la Prefazione e la Lettera, in quanto
per entrambe vien detto che Ditti cretese fu alla spedizione di Troja e ne
scrisse i fatti sopra tavolette e corteccie, siccome é noto essere stato uso
ne' tempi antichissimi. Coincidono pienamente entrambe, in quanto ci dicono che
questi scritti furono riposti nel sepolcro di Ditti entro una cassetta, la
quale, trovata dai pastori, venne recata al padrone del luogo. Coincidono
pienamente mentre dicono che questi presentò quegli scritti a Nerone, il quale
ben gli accolse e regalò il presentatore.



Che nella Prefazione dicasi che il sepolcro ruinò per
cagione di tremuoto e nella Lettera che ruinò per vetustà, queste sono
espressioni le quali si combinano insieme facilissimamente; perciocché una non
esclude l' altra; e ciascuna può dirsi cagione sufficiente di quell' effetto.
Per la stessa maniera che nella Prefazione quegli, a cui i pastori portarono la
cassetta, sia chiamato Euprasside, e Prasside sia detto nella Lettera, niuna
difficoltà può opporre degna di arrestare alcun uomo di buon senso, perciocché
per chiunque intenda le ragioni della lingua greca é manifesto onde possa
essere provenuta o l'aggiunta della prima sillaba in Euprasside o la
soppressione in Prasside della medesima: così che questi due nomi non sono in
sostanza che un nome stesso. Dice la Prefazione che Euprasside presentò gli
scritti trovati a Rutilio Rufo, consolare in Creta, il quale lo mandò con essi
a Nerone; e la Lettera dice semplicemente che andò Prasside a presentarli. Ma
nemmeno qui il tacersi che si fa nella Lettera l'intervento di Rutilio Rufo
mette differenza nel fatto principale ed anzi si può asserire francamente che
se da nissuna parte fossimo noi informati di questo intervento avremmo dovuto
supporlo; perciocché volendo, come la ragione domanda, credere codesto
Euprasside alcun poco prudente, dovremmo pensare che innanzi di presentarsi
all' imperadore si fosse procurata qualche o protezione od officio di
ragguardevole personaggio. Si dice che il titolo di Consolare dato a Rutilio
Rufo non collima col tempo di Nerone, essendosi introdotto più tardi; ed anche
a ciò può rispondersi Rutilio Rufo essersi così chiamato non per ragione della
carica sua in Creta, ma per quella del Consolato avuto per avventura in Roma o
per insegne consolari dategli anche senza essere stato Console o per
inavvertenza dell' autore della Prefazione. Fin qui adunque la Prefazione e la
Lettera coincidono pienamente. Ma accanto al solo punto che veramente presenta
una difficoltà v' é ancora una circostanza fondamentale in cui l'uno e l'altro
di codesti documenti appieno coincidono; ed é questa, che ove la Prefazione
dice che Ditti scrisse gli Annali della Guerra trojana usando lettere fenicie,
dice la Lettera che scrisse il Diario di quella Guerra in lettere puniche, le
quali sono le stesse che le fenicie. Se non che la Prefazione nota che
Euprasside, conosciuto quanto la scrittura conteneva, la presentò a Rutilio
Rufo; e che ito poi a Nerone, veggendo questi ch'essa era punica, chiamò a sé
uomini intendenti della medesima, i quali la spiegassero; e la spiegarono di
fatto: ond' é che quell' imperadore udendo trattarsi di un monumento di antica
persona stata ad Ilio, ordinò che il libro fosse traslatato in lingua greca.
Per la quale esposizione viensi ad ammettere che Euprasside intendeva la
scrittura del vecchio libro, e che l'imperadore, fatto verificare quanto
naturalmente Euprasside aveva annunziato, la fece tradurre in greco. Ma la
Lettera riferisce la cosa con qualche diversità; perciocché essa suppone che
non si trattasse se non che di cambiare i caratteri punici in caratteri attici
e che Euprasside avesse già fatta questa operazione. Nè certamente ciò é
inverisimile dopo che tanto nella Lettera stessa, quanto nella Prefazione é
detto che quest'uomo conosceva la scrittura punica; ed é anzi cosa
naturalissima ch'egli si fosse fatto sollecito di quella fattura per rendere
buona ragione e a Rutilio Rufo primieramente, e all' imperadore medesimo, della
sua scoperta. Che poi Nerone non siasi riportato ad Euprasside, ma abbia
consultato altre persone intelligenti per accertarsi della cosa, ciò é conforme
alla prudenza di ogni uomo di senno; e Nerone, ove non era travolto dalle
passioni, ne aveva non iscarsa dose; e come principe doveva infatti prendere
ogni precauzione per non essere o sorpreso od ingannato. Tutta la questione
pertanto sta in questo, che prendendo a rigore dei termini le parole della
Prefazione jussit in graecurn sermonem ista transferri, che noi abbiamo volte
in ordinò che il libro fosse iraslatato in lingua greca, sembra doversi
concludere che il libro presentato da Euprasside fosse scritto in lingua
fenicia o punica e non solamente in
caratteri punici o fenicj, come la Lettera asserisce. Ed é questa appunto la
cosa sulla quale abbiamo inteso di dire che possono facilmente i due documenti
coincidere, se qualche emenda si ammetta che il buon senso suggerisce e che
anzi la ragione di sana critica permette e forse comanda.



Diciamo adunque primieramente che l'autore della Prefazione,
qualunque egli sia, é uomo sconosciuto affatto, della cui capacità ,
intelligenza e buona fede noi non abbiamo sicurtà veruna; che all' opposto ogni
giusta presunzione vuole che il traduttore stesso tengasi per 1' autore della
Lettera; né certamente la Lettera e la Prefazione possono credersi per lavoro
della stessa mano. Or posto ciò, l'autor della Lettera ha un titolo ben fondato
ond' essere creduto; per lo che, s' egli ha detto che Prasside non fece altro
che mutare in attici i caratteri punici o fenicj della vecchia scrittura di
Ditti, ragion vuole che si creda essere stata quella vecchia scrittura fatta in
lingua greca? e rappresentata soltanto in caratteri fenicj o punici: d'onde
viene che il traduttore non poteva dire altrimente; e che se diversa cosa suppose
l'autore della Prefazione, egli andò errato.



Ma io non credo ch'egli errasse così, perciocché sarebbe
stata troppa inconsideratezza in lui, avendo di fronte il testo che ne lo
smentiva. Perciò diremo non avere egli parlato di lingua, ma soltanto di caratteri;
e a chi codesta Prefazione tradusse dal greco, giacché molti convengono che
essa fosse originalmente scritta in greco, attribuiremo il fallo, se col
vocabolo che usò per avventura credette di riferire ciò che l'autore indicava.
O se vogliamo assolvere anche lui di questa colpa, 1' addosseremo a qualche
copista; e tutte queste supposizioni sono più giuste e meglio fondate di quello
che sieno i vani ragionamenti di coloro i quali abusando di cosa che il comun
senso e le più ovvie regole di retta interpretazione rigettano, si servono
della inopportuna frase, della quale é questione per distruggere un fatto per
sé chiaro e manifestissimo. Certamente il ragionamento che qui abbiamo fatto
noi può per lo meno stare a confronto di quello che il Perizonio si é permesso,
quando ha voluto conciliare insieme i nove libri che Suida dice aver Ditti
scritto, e i dieci che a Ditti attribuisce Settimio (1).



(l) Ecco il passo del
Perizonio. Caeterum quod apud Suidam legimus Dictyn novem libris haec executum,
quum Septimius ei tribuere videatur decem lìbros. dum priorum quinque voluminum
eundem se numerum servasse, residua autem quinque in unum redegisse ait ; id
vero levis ac tenuis est discrepantiae, quum facillimus et creberrimus in
numeris librariorum sit lapsus; ut adeo prorsus putem vel apud Suidam legendum
deca, vel potius apud Septimium residua quatuor.



Che se ad alcuno paresse che troppo deboli congetture
fossero queste che abbiamo esposto, una considerazione aggiungeremo, per la
quale restando ancora il testo della Prefazione quale é, ridurrassi pur
consentaneo a quello della Lettera. Ella é chiara cosa che il testo, come pel
mutamento solo dei caratteri fatto da Euprasside veniva ad apparire,
presentavasi scritto in una lingua antiquata, scabra e spiacente; perciocché
alla età di Ditti il greco idioma doveva essere, rispetto a quello che fu nel
secolo di Pericle, come fu l'idioma latino de'fratelli Arvali confrontato con
quello del secolo di Angusto. Nerone adunque non si contentò della forma che
per la fattura di Euprasside prese il Ditti; ma volle che fosse ridotto con
certa diligenza a vocaboli, a sintassi e a stile migliori; il che era più
conforme al gusto di una corte coltissima e a quello di un giovine imperadore,
il quale conosceva tutte le delicatezze dell'attica eloquenza. Il che supposto,
chiaramente veggonsi verificate entrambe le indicazioni e della Lettera e della
Prefazione: perciocché da un lato sta che la vecchia scrittura fosse in lingua
greca e rappresentata da caratteri punici o fenicj che si vogliano dire; e sta
dall' altro lato che Nerone la facesse trasportare nella lingua greca più
elegante.



Il quale mio ragionamento, se troppo non presumo, parmi
poter trarre non mediocre probabilità dallo stile della stessa traduzione
latina, ove si confronti colla ossatura del libro. Infatti, mentre questa
presenta una certa brevità stringata, una semplicità lontana da ogni artifizio,
un ritorno frequentissimo degli stessi modi ed una totale mancanza di forme
alcun poco fine di transizioni e tutte queste cose intanto congiunte ad una
certa forza, onde v' é un carattere manifestissimo di originalità e l'impronta
di una età nella quale l'arte di concepire e disporre la materia che vuol
trattarsi é ancora nella infanzia; il traduttore, o cedendo all'indole dell'autor
suo, o volendo con riflessione avvicinarvisi, è venuto ad apporvi
fraseggiamento e stile che dimostrano intenzione apertissima di averlo voluto
ornare. Ed é forse questa la ragione per la quale valentissimi filologi sono
iti in diversa sentenza, quando si é voluto fissare il tempo in cui più
verisimilmente possa credersi che questa traduzione sia stata fatta.
Imperciocché Sdoppio ha creduto che non sarebbe andato lontano dal vero chi
avesse riferito lo stile di questa traduzione a Cornelio Nipote; od almeno lo
sostiene della età in cui fiorirono Vellejo Patercolo, Valerio Massimo e Quinto
Curzio, checche sia del guasto che mano d'ignoranti v' abbia poi fatto; mentre
intanto chi pose Settimio nel secolo di Constantino venne a doverne paragonare
lo stile a quello di Ammiano Marcellino; e a quello di autori più manierati chi
lo pose in età posteriore. Non entrando nel mio proposito questa specie di
esame, io mi asterrò dal dire ciò che di più verisimile penso potersi azzardare
intorno a questo argomento. Dirò solamente che lo stile di Settimio non ha
forme e tinte spontanee, quali sono proprie di ogni originale componimento; ma
studiate e adattate ad un testo estraneo; e che esse più di ogni altra cosa
possono confermare l'altissima antichità del testo a cui servono; giacché per
una parte si sa che qualunque sia la mutazione di colorito che succede in un
libro ove dalla sua originale favella si trasporti in un'altra, quando il
traduttore non ne rovesci da capo a fondo tutto 1' andamento restano sempre visibilissime
le traccie del primitivo e proprio suo carattere; e dell' altra si sa che lo
stile di cui questa traduzione é ornata é lontanissimo da quello che veggiamo
campeggiare ne' libri latini che furono scritti nell'ultima metà del secolo IV
o nel V. Forse l'avere Darete frigio avuto meno studiati traduttori, quantunque
passato dalla lingua fenicia nella greca e da questa nella latina, ha fatto che
in esso sieno restate più manifeste le traccie dell' originale sua antichità.
... perciocché ognuno, che pur legga il testo latino che a noi rimane, vede a
colpo d'occhio come da ogni parte traluce il carattere di un componimento
appena abbozzato, quale veggiamo per avventura nelle più magre croniche
de'tempi in cui e lingua e artifizio sono nel loro primo sbocciare. Né, se alla
rozza corteccia e al semplicissimo andamento suo s'avesse a por mente senza
alcun' altra considerazione, s' argomenterebbe lungi da quanto i principj di
verisimiglianza somministrano, dicendo che la storia della Ruina di Troja di
Darete frigio é opera di un qualche scrittore de' nostri tempi di mezzo.



E' da credersi che a questa verisimiglianza sienosi
attaccati quelli i quali pensarono che il libro, di cui prendiamo ora a
ragionare, non oltrepassi di molto l'età di Vincenzo Bellovacense, il quale,
credendolo opera genuina, ne fece un compendio inserito nel famoso suo Specchio
del mondo. La quale opinione però quanto poco fondamento s'abbia, facilmente si
comprende dal fatto attestato dal Mabillon (1), il quale dichiara aver veduto
nella Biblioteca Laurenziana un codice di Darete frigio colle manifeste note
d'essere stato scritto ottocento anni prima del tempo suo.



(1) Vedi il tomo I del
Museo italico, pag. 169.



Ma se é provata per falsa la supposizione che il testo
latino di Darete sia stato scritto poco prima di Vincenzo Bellovacense, quale
fondamento mai può avere quella di chi ha pensato essere esso un compendio in
prosa di un poema latino scritto in sei libri da certo inglese di nome Giuseppe
Iscano sul finire del secolo XII o sul principio del XIII? Il che siccome non
può per alcuna maniera ammettersi, essendosi per la testimonianza del Mabillon
il testo latino del Darete più antico del poema dell' Iscano; meno
irragionevolmente avrebbero quegli Eruditi detto che l'Iscano tolto aveva da Darete
il fondo del suo poema.



Né però, perché conoscevasi tre buoni secoli prima di
codesto Iscano il libro di Darete, credo io, che alcuno possa concludere essere
esso l' opera di chi vivesse circa il mille, o tra quell'epoca e quella del V o
VI secolo. Come mai in tali tempi vi sarebbero stati uomini capaci di sfogliare
Omero, i Tragici, ed altri poeti e scoliasti greci per estrarre da essi, sia
riferendo, sia alterando e mutando, tanta copia di cose? Una siffatta
famigliarità é contraddetta dalla ignoranza di que'tempi, non meno che dal
sistema delle opinioni che in essi dominava; e la rozzezza apparente in Darete
é di tempi assai diversi da questi. Più. Se questo libro fosse stato scritto
tra il V secolo e il X, come non se ne saprebbe l'autore o come gli scrittori
che in quel giro fiorirono non ne avrebbero notato il fatto? E se é lungi da
ogni inverisimiglianza che un cristiano avesse tolto a magnificare le vecchie
cose de' Gentili, supponendosi opera di uno degli ultimi pagani, tanto più se
ne sarebbe fatta menzione. Valgono tali considerazioni, tenuto il libro come
scritto originalmente latino; e valgono egualmente, ed anche più, se si suppone
scritto originalmente greco, giacché siamo ora per vederlo conosciuto in lingua
greca.



Al quale proposito primieramente diremo come Eliano attesta
essersi fino al suo tempo conservata l' Iliade frigia di Darete, vivido prima
di Omero, come dice essere stati prima di Omero i poemi di Orebanzio Trezenio:
la quale Iliade altro appunto non é che la Storia della ruina di Troja. E al
pari di Eliano, di questa Iliade di Darete frigio parla Tolommeo Efestione; ed
ambedue citano Antipatro Acanzio (1), scrittore antichissimo, ai quali possono
aggiungersi Eusebio ed Eustazio. I frammenti della medesima trovansi presso
Cedreno e presso altri Greci.



(1) Alcuni, fra i
quali il Ricquio, hanno detto che Antipatro Acanzio fu uno di quelli i quali
scrissero della Guerra trojana prima di Omero; e il Ricquio cita Fozio. Ma il
Fabrizio riportando il passo di Fozio dimostra che Fozio attesta qualmente
Darete scrisse prima di Omero alcune memorie sulla Guerra trojana, citando
Antipatro, non che Antipatro fosse più antico di Omero.



Se Eliano chiami frigia l' Iliade di Darete perché Troja era
in Frigia e colla ruina di Troja era distrutto anche il regno della Frigia o
perché frigio era di nazione Darete o perché, come mostra di credere il
Fabrizio, l'opera di Darete era scritta in lingua frigia, non é cosa facile il
verificarlo. Quello che sembra assai probabile, si é che l'opera di Darete, la
quale correva a' tempi di Eliano, fosse bensì in greco, ma che Darete non la
scrivesse in greco, ch' era lingua straniera ad esso lui, come a tutti i popoli
dai Greci chiamati Barbari, né abbastanza al tempo suo formata per poter avere
acquistato un certo corso presso gli esteri. Altronde é noto che i Greci,
quando furono giunti ad un certo grado di cultura, ebbero tradotte opere di
scrittori egiziani, fenicj e frigj siccome fu di quelle di Manetone, di
Sanconiatone e di Sarpedone, del quale abbiamo presso Plinio una lettera.



Del rimanente, se Antipatro Acanzio, se Eliano, se Tolommeo
Efestione parlano di Darete frigio come di autore antichissimo, del quale
conoscevasi il Diario della Guerra Trojana, uopo é avere per ben fondato il
giudizio che di esso diede Isidoro nelle sue Origini, dicendo che egli presso i
Gentili fu il primo storico e che scrisse la storia de' Greci e dei Trojani
sopra foglie di palma. Forse Isidoro ebbe a ciò altri testimonj ancora, oltre
quelli che noi abbiamo accennati; perciocché di autori greci e latini perduti
niuno ornai più può immaginarsi il numero, dopo i tanti, de1 quali ci rimangono
i soli nomi, come presso i più rinomati bibliografi può ognuno vedere. Fu
questo Darete, secondo che Omero medesimo accenna, sacerdote di Vulcano, del
quale il poeta racconta che di due figliuoli da lui condotti a militare contro
i Greci uno fu ucciso da Diomede, l'altro fu miracolosamente salvato al padre
da Vulcano.



Quando dalla originale lingua in cui il libro di Darete fu
scritto esso venisse trasportato nella greca, sarebbe vana cura il cercarlo.
Egli è però probabile che prima di Omero i Greci che praticavano sulle coste
dell' Asia conoscessero questa storia, e dalla lingua o frigia o fenicia o
qualunque altra si fosse nella quale era stata scritta da Darete, la
trasportassero nella loro, giacche essa illustrava meravigliosamente una delle
loro più memorabili imprese. E così poté anch' essa servire ad Omero pe' suoi
ammirabili poemi, i quali in seguito necessariamente dovevano poi farla dimenticare,
siccome di quella di Ditti abbiamo osservato. Il qual testo o perduto
interamente o smarrito che sia più non si conosce; sicché dobbiamo contentarci
di averne alcuni tratti riportati da Cedreno e da altri Greci. Né perché poi
Dione Grisostomo e Proclo e tale altro autore non fecero menzione d'esso, credo
io che possa argomentarsi ragionevolmente che quel greco testo, di cui altri
hanno parlato, s'abbia a riguardare per apocrifo, siccome piacque al Perizonio
di dire. Imperciocché qual ragione v'é mai di far dipendere 1' autenticità di
un' opera dal parlarne o non parlarne che taluno n'abbia fatto, massimamente se
altri n'abbiano renduta testimonianza, siccome appunto abbiamo dimostrato
avverarsi di Darete? Così pure gratuitamente azzardata é da dirsi l'opinione e
del Perizonio e di chiunque ha voluto asserire che il testo latino che abbiamo
sia un compendio tratto da Omero, militando chiarissimamente in proposito di
Darete le considerazioni che si sono fatte rispetto all'opera di Ditti, né
rendendosi conto del perché il supposto falsario siasi con tanta apparenza di
verisimiglianza allontanato in assai cose dalle narrazioni omeriane. Ed anche
parlando di Darete si presenta
l'osservazione che molti Tragici antichi hanno detto d'uomini e di casi più conformemente
a ciò che leggiamo in questo storico che a ciò che leggiamo in Omero, senza
intanto che possa menomamente congetturarsi che od essi così fingessero ad
arbitrio o da essi fosse ito a spigolare, abbandonando Omero, in qualunque
pretendasi autore di questa istoria: così che ogni probabilità trovasi nel
riconoscere per autentica l'opera di Darete; ed ogn'improbabilità é forza
sostenere abbracciando qualsivoglia delle varie supposizioni fin qui fatte in
contrario.



Il Mercierio, in una lettera premessa alle sue note sopra
Ditti e diretta a Girolamo Grosfozio Lisleo, dice che Darete va quasi in ogni
cosa contro a tutta 1' antichità; che poche cose verisimili reca del proprio;
che moltissime di queste sono assurde, inconseguenti; e spezialmente nota quanto
ha intromesso per compiere il famoso decennio, che concordemente é stato detto
avere i Greci impiegato nella guerra di Troja. Questo erudito inoltre chiama
insulsi que' caratteri de' capitani e delle donne sia di Troja sia di Grecia,
simili ai quali composero i loro delirj gli scrittori greci degli ultimi tempi.



Io non dirò che se il Mercierio si fosse un momento solo
immaginato che il libro di Darete fosse autentico, lo udremmo magnificare tutte
le cose che ora riprova e dirci con molta erudizione le mille maraviglie di ciò
che ora spietatamente discredita. Dirò piuttosto: ha egli badato alle
differenze de'costumi, degli usi, delle opinioni, della scienza che
necessariamente dee porsi tra gli uomini del tempo di Darete e quelli de'
secoli posteriori? Eppure in Omero stesso veggiamo le prove di tale differenza,
e su questa differenza giustifichiamo le antiche memorie di questo primo
pittore. Né può dubitarsi punto che o prendansi i grandi riposi delle armate
supposti da Darete o tutto il tempo dai Greci impiegato altrove che
nell'assedio, i famosi dieci anni, che altri dissero avere durato codesta
guerra, si ristringono poco più, poco meno che ad un anno di guerra veramente
viva e locale. Né poi, concedendo al Mercierio tutto ciò che a lui é piaciuto
dire delle poche cose verisimili ch'egli trova in Darete e delle moltissime
assurde ed inconseguenti, del quale suo giudizio però gli si potrebbe con
ragione domandare le debite prove; nulla ancora s'avrebbe di abbastanza
concludente contro l'autenticità di questo libro, distinta essendo e diversa la
causa di esso da quella delle cose che vengono in esso narrate. E finalmente
per ciò che spetta ai caratteri che in questo libro leggiamo, qual ragione
potrebbe mai avere il Mercierio per dimostrarli falsi? mentre intanto quelle
che egli può avere per dirli non assai bene disegnati in quanto al modo
potrebbero più opportunamente dimostrarne appunto 1' originalità?



Noi dobbiamo però far menzione di una questione, dalla quale
parecchi Eruditi argomentano contro l'autenticità del Darete che abbiamo: nasce
essa da una Lettera che corre sotto il nome di Cornelio Nipote, la quale
quantunque per alcun tempo creduta autografa, più ragionevolmente dai buoni
Critici si rigetta. Essa é indirizzata a Sallustio Crispo; ed é del tenore
seguente.



« Mentre io mi viveva in Atene occupato di molte cose
letterarie, mi capitò alle mani l'istoria di Darete frigio, scritta, siccome
porta il titolo, da lui medesimo, il quale in essa ha lasciato a' posteri la
memoria delle cose greche e trojane. Di tale avventura vivamente compiacendomi,
io mi posi tosto a tradurla: nel che mi guardai di aggiungere o levar cosa
alcuna, affinché non si pensasse mai ch'essa fosse un mio lavoro. E siccome
essa é scritta con tutta l'aria di verità e di semplicità, parvemi cosa ottima
il farla latina stando alla lettera, affinché chi legge, possa vedere in qual
modo codeste cose sieno accadute e così giudicare se abbia a stimare più vero
ciò che scrisse Darete frigio, il quale visse e militò in quel tempo in cui i Greci
ruinarono Troja, oppure ciò che scrisse Omero, che nacque molti anni dopo
quella guerra. De1 che in Atene fu giudicato già, essendosi ritenuto per un bel
pazzo Omero, che rappresentò gli Dei guerreggianti cogli uomini. Ma di ciò
basti ec. »



Or né lo stile di questa Lettera né quello del testo latino
possono riguardarsi per proprii di Cornelio Nipote da chiunque abbia alcuna
pratica di questo aureo scrittore; ed é a credere che nel ravvolgimento di
tanti secoli d'ignoranza pe' quali questo libro é passato, agli altri oltraggi
ricevuti questo pure vi si sia aggiunto, di una intrusione della intestatura
della medesima; potendosi presumere che uomini, i quali ne'secoli di mezzo
perduto avevano ogni gusto di buona latinità, colpiti da certi modi semplici e forti
nello stesso tempo, che in questo testo s'incontrano, abbiano veduto tra lo
stile di esso e quello di Cornelio Nipote una certa affinità, la quale in
nissuna maniera sussisteva; ed abbiano quindi autenticato il loro giudizio con
quell' aggiunta. Né v' é a farsi meraviglia di ciò, dacché veggiamo il
Volaterrano ed altri, che a migliore età appartenevano , essere caduti in
questo errore. Io parlo poi della intrusione della intestatura e non della
Lettera stessa, perciocché per le considerazioni testé fatte veggo più facile
la prima che la seconda; e ciò senza che siavi bisogno di accusare di fraude
chi mise in capo alla Lettera il nome di Cornelio Nipote. In quanto alla
Lettera essa sta ottimamente, qualunque sia il traduttore latino, poiché per
una parte nulla é più naturale che il rendere conto di un libro che si traduce,
molto più se ha alcun aspetto di singolarità come certamente aveva questo; e
poiché dall' altra parte nissuno, per ciò che a me sembra, farà fatica a
riconoscere molta affinità tra lo stile della Lettera e quello della
traduzione.



Del rimanente, dappoiché il testo latino di Darete non può
attribuirsi a Cornelio Nipote, non però dee aversi tanto a vile da chiamarlo
lutulento e barbaro e caduto dalla penna di qualche notajo o monaco ne'buj
tempi della ignoranza, siccome lo chiamò 1' iracondo Sdoppio. Imperciocché, ove
ne sieno tolte qua e là certe brutture, che non possono supporsi native, ma che
manifestamente sono opera de' copisti ignoranti, nulla vi s'incontrerà che non
compongasi col carattere di una locuzione consentanea all' impronta originale
di una scrittura antichissima. Io mi lusingo che ciò traspirerà almeno in parte
anche dalla traduzione italiana che pubblico.





Riassumendo intanto il discorso sopra le due Storie che
intorno alle Cose Trojane abbiamo di Ditti cretese e di Darete frigio, dico che
le considerazioni premesse tolgono assolutamente che un uomo di buon senso le
abbia come lavoro di falsari, i quali abusassero di que'nomi. Non però intendo
dire ch' esse sieno giunte sino a noi ne'due testi latini che abbiamo quali
furono originalmente; e che nel lungo corso de' secoli non abbiano sofferte
variazioni di mille maniere. Io credo che un certo fondo di verità sia in esse,
il quale invano cercherebbesi altronde; che questo sia misto a molte
alterazioni; ma che ad onta di queste alterazioni abbiano a riguardarsi come
documenti preziosissimi tramandatici dalla più rimota antichità, ne' quali il
germe vero contiensi di quanto sotto cento aspetti diversi col volger dei tempi
ci é stato esposto. E tanto più credo queste due storie apprezzabili quanto che
per una felicissima combinazione racchiudendo una manifesta e naturale
contrarietà di partiti ci somministrano materia di utili confronti.
Imperciocché vedesi da una parte Ditti magnificare le cose de' Greci e
proteggere la condotta di questi, ora a buon senso traendone gli atti, ora
attenuandone o cambiandone la natura per ogni verso aggravare i Trojani; dall'
altra parte Darete sostenere onestissimamente la causa de' Trojani, non dissimularne
i torti e dare un aspetto alle loro opere, pel quale gli animi dei leggitori
possono volgersi, come a giusta commiserazione, verso quella città e verso i
suoi sciaguratissimi principi e capitani, così pure a confidenza benevola verso
lo storico. Fra i quali due scrittori chi d'essi possa dirsi meno intento a
sorprendere non è officio che io debba qui assumere, ciò non appartenendo al
presente proposito e dovendosene lasciare libero il giudizio a chi leggerà
l'una e 1' altra opera. Il che debbesi tanto più estendere all'esame de'fatti
molte volte troppo diversamente raccontati dall' uno e dall' altro e spesso in
maniera assolutamente contraddittoria. La qual cosa non può più far maraviglia,
dacché noi che abbiamo vivuto in tempi d'importantissimi eventi e in mezzo a
tanti sussidj di comunicazione, sulle cose e sulle persone che avevamo quasi
sotto gli occhi sì frequenti differenze e contraddizioni abbiamo osservate
nelle relazioni più autentiche.



Dirò piuttosto adunque che copioso argomento codeste due
storie somministrano a chiunque voglia attentamente considerarle, per rilevare
quali sieno in proposito di antichissime cose i veri elementi de'quali il buon
criterio può giovarsi, ove alla cognizione de'fatti storici si proceda. Dirò
che in mezzo alla grossa ruggine di cui codeste due tavole antichissime sono
coperte qualche punto in esse riluce, che manifesta il metallo di cui sono
fatte ed addita una ricchezza che purgandole e ripulendole possiamo scoprire
con nostra utilità. Al qual effetto piacemi recar qui il pensiere di un moderno
scrittore (1), che primo tra noi ha avuto l'ardimento di gittare i fondamenti
della logica della storia.



(1) Vedi il libro
intitolato: Sulla natura e necessità della scienza delle cose e delle storie
umane. Saggio di Cataldo Jannelli. Napoli, 1817.





Neghiamo, dic'egli, che la Vita di Omero sia di Erodoto; che
certi Inni, i quali portano il nome di Orfeo, fossero cantati o scritti da lui.
Neghiamo che Ditti cretese e Darete frigio scrivessero le Troiane Cose.
Neghiamo che restassero Libri di Beroso, di Megastene, di Manetone, quali Annio
ci presenta. Assai bene, assai dottamente. Non determiniamo però che vagliano
tali memorie e fin dove possano giovarci. Non definiamo solidamente se debbansi
interamente rigettare o se vagliano ad alcun uso ed a quale. Questo è quello
appunto che resta a farsi; e dee farsi necessariamente, perchè . . . è sì
povera la Storia Antica, che non dee trascurarsi monumento o memoria che
comunque le appartenga. Che se questo bell'ingegno non dubita di condurci alla
cognizione della verità, supponendo screditati i fonti che accenna; a molto
miglior ragione possiamo predicar noi la speranza consolante da esso lui
espressa, dopo che abbiamo veduto quanta probabilità v'abbia in riguardare
degni di giusto credito codesti monumenti antichissimi.



Con ragione adunque le storie di Ditti cretese e di Darete
frigio vengono collocate in fronte alla Collana, che or s'intraprende, degli
antichi Storici greci volgarizzati; poiché essi soli ci prestano gli elementi
primi del memorabil fatto da cui partono tutte le storie successive e ci
chiamano a sentire la necessità di trovare un principio stabile e riconosciuto
per istabilire quella qualunque siasi verità dell' antica storia. Certo é che
le considerazioni alle quali codeste due opere ci chiamano naturalmente ci
serviranno con grande vantaggio nel leggere le storie susseguenti, nelle quali,
quantunque scritte in più felici tempi, non mancano argomenti di oscurità,
d'incoerenze, d'irnpro- babilità. Ditti e Darete, privi d'ogni artifizio, non
giunsero a velare le secrete passioni, se n'ebbero, e dipingono gli uomini
della loro età quali li videro, impetuosi, violenti, arditi sino alla temerità
e nel tempo stesso semplici ed incivili appena tanto da non essere più selvaggi.
Tali dipingerebbeli con sottilissima arte il pennello del filosofo che seguisse
la ragione delle cose e non le abitudini del suo secolo. Plutarco, l'austero
Plutarco doveva alla storia sostituire il romanzo quando voleva parlare di
Teseo, di Romolo e di Numa. Questa é la conseguenza de' progressi dell'
incivilimento sociale. Ogni grado di lindura che mettasi nel rappresentare la
figura di cosa antica diventa una specie d' intonacamento inopportuno che va a
celarne i veri suoi tratti.





Io desidero, Veneràtissimo sig. Conte , che Voi possiate
trovare non destitute affatto di una certa probabilità codeste mie
considerazioni.



Parlo di probabilità, non d' altro; perciocché Voi pel primo
comprendete che ove trattasi di cose storiche non altro titolo possono esse
pretendere alla nostra fede, che quello che i principj di probabilità
concedono. Che é mai la certezza in questa materia? Noi medesimi, che dei fatti
nostri abbiamo coscienza, il che é il fonte massimo e solo della vera certezza,
siamo soventi volte costretti a rimetterci alla pura probabilità, se lunghi
intervalli e rotte reminiscenze vengano ad allontanarci troppo dai tempi in cui
que' fatti nostri succedettero. Ma ho detto forse anche troppo di quanto
appartiene a Ditti e a Darete.



Dovrei aggiungere qualche cosa sulla mia traduzione, e sui
motivi pe' quali ho creduto doversi abbandonare quella del Porcacchi; ma il
confronto che ad altri piaccia fare di entrambe dirà più di quello che per
avventura a me convenisse dire. Pongo adunque fine alla mia lettera.























DELLA GUERRA TROJANA



SCRITTA



DA DITTI CRETESE





LIBRO PRIMO





Capitolo Primo



Come i Principi greci, parenti di Creteo, figliuolo di
Minosse, si radunarono in Creta , per dividere la eredita del medesimo,



Tutti i re pronipoti di Minosse, figliuol di Giove, i quali
avevano stato in Grecia, radunaronsi in Creta per divider tra loro i beni di
Creteo(1); perciocché questi, che fu figliuolo di Minosse, ordinato avea per
testamento che quanto alla morte gli si trovasse d' oro, di argento e di bestiame
fosse a porzioni eguali spartito tra i figli delle sue figlie; da tale
disposizione eccettuando però le città e le terre da esso lui signoreggiate:
che di queste chiamò erede Idomeneo(2). Si trovarono dunque a questo effetto in
Creta Palamede ed Eace, figliuoli di Climene moglie di Nauplio, detti Creteidi,
e Menelao figliuolo di Eropa e di Plistene, il quale intervenne non solamente
per sé, ma eziandio per Anassibia(3) sua sorella, già sposa di Nestore, e per
Agamennone, fratel suo maggiore; che l' una e l' altro di tanto lo avevano
incaricato. Egli é però da avvertire che codesti due fratelli chiamavansi
Atridi, o figliuoli di Atreo, benché fossero stati procreati da Plistene; e ciò
perché essendo Plistene loro vero padre morto ne' primi anni della sua
gioventù, niun nome aveva lasciato per impresa che l' avesse potuto
distinguere. Per lo che Atreo mosso a pietà di quei fanciulli orfani li
raccolse e fece dar loro educazione regale. Or tutti in questo incontro si
comportarono magnificamente, secondo che la celebrità del loro nome voleva.



(1) Le vecchie
edizioni sulla fede di manoscritti corrotti portano Atreo, che non v' ha nulla
che fare. In Diodoro é Creteo. (2) Quasi tutti i testi portano Idomeneo con
Merione di Deucalione, Idomeneo secondo di Molo. Questa é lezione erronea. In
nissun luogo trovasi che Merione abbia avuto parte con Idomeneo nel regno di
Creta. Merione era figlio di un bastardo di Deucalione, e come in niun modo
apparisce che Deucalione abbia mai avuto alcun figlio di nome Nothos(bastardo),
ma che questo epiteto in Apollodoro debbesi unire a Molos, come a dire Molo
bastardo, ne viene, che non possa ammettersi, che abbia avuto parte nel regno
di Creta con Idomeneo né Merione suo nipote procedente da un bastardo, né
Idomeneo di Molo, avente la stessa irregolarità: tanto più, che si sa, che
Merione fu figlio di Molo, ma non si conosce punto un secondo Idomeneo figlio
dello stesso Molo. Del resto sarà bene avvertire, che Creteo ebbe un figlio di
nome Achemene, a cui avrebbe dovuto devolversi il regno: ma come di lui
l'oracolo aveva presagito, che dovesse ammazzare suo padre, abbandonò di
buon'ora Creta, e andò a Rodi. Colà poi essendosi, divenuto vecchio, portato
Creteo con molti de' suoi per ricondurre a casa il figlio e dargli il regno, accadde
che sbarcato in certa parte deserta dell' isola, i pastori e villani, credendo
che codesti fossero ladroni, si fecero contro alla turba per respingerla , né
tra il tumulto delle armi e il latrare de'cani pota Creteo essere udito, che
gridava essere il padre di Achemene. Anzi sopraggiunto questi, e ingannato
dalla voce precorsa, con un colpo di dardo uccise Creteo. Conosciuto poscia il
suo fallo, ne bestemmiò gli dei, e fu inghiottito vivo dalla terra cha se gli
spalancò sotto i piedi. (Ved. Apollodoro.) (3) In molti testi vien detta
Anassìbea o Anassimene ma si rigetta tal nome per molti passi di altri
scrittori.





Capitolo II.



Come i parenti di Europa fecero ai Principi greci eredi di
Creteo un gran trattamento.



Saputosi di questo congresso vennero a loro tutti quelli del
parentado di Europa, la quale in quell' isola era con molta religione venerata;
e benignamente complimentandoli gl' introdussero nel tempio, in cui fatto
sacrifizio di molte vittime secondo l' uso del paese ed apprestato gran
banchetto, diedero loro largo e magnifico trattamento: e così fecero per molti
giorni. Ma i re della Grecia, quantunque assai si mostrassero lieti di quanto
con sì nobile splendidezza usavasi loro, molto più erano colpiti dalla bellezza
del maestoso tempio e dalla preziosità de' materiali in esso impiegati e dai
lavori che lo distinguevano, veggendo co' proprii occhi come udito aveano
dianzi tutte le belle cose state mandate per adornarlo da Sidone, tanto per parte
di Fenice(1) padre di Europa, quanto per parte delle nobilissime matrone di
quella città.



(1) Notisi, che
quantunque molti abbiano dato ad Europa per padre Agenore, non manca però per
testimonianza di Apollodoro chi le abbia dato Fenice.





Capitolo III.



Come Alessandro(1), figlio di Priamo, re di Troja, capitato
a Sparta, portò via Elena.



Fu in quel tempo che capitato a Sparta il frigio Alessandro,
figliuolo di Priamo, in compagnia di Enea e d'altri suoi parenti ed accolto
ospite in casa di Menelao commise l'indegnissimo fallo che andiamo a dire.
Imperciocché costui, veduto il re essere assente ed Elena(2), moglie di lui, di
singolar bellezza sopra tutte quante le greche donne, a un tratto se ne innamorò;
e portò via lei dalla casa e con lei molta roba, insieme con Etra e Climene(3),
cugine di Menelao e conviventi con Elena. Del qual fatto giunta la nuova in
Creta con tutte le circostanze che l'avevano accompagnato, presto dappertutto
si diffuse e come in tali accidenti suol essere si amplificò e si esagerò oltre
il vero. Perciocché si disse, essere stata espugnata la reggia e il regno
rovesciato e tali altre cose, che a capriccio suo ognuno aggiungeva.



(1) Questi é quegli che più comunemente fu
detto Paride. (2) Non sarà discaro udire qualche testimonianza della bellezza
di Elena. Darete Frigio la dice simile ai Dioscuri, di belle forme, di schietto
animo, piacevolissima, con un neo in mezzo alle sopracciglia, di piccolissima
bocca. Cedreno la dipinge slanciata, popputa, più candida della neve, ornata di
belle sopracciglia, di naso ben forviato, di capegli increspati e biondi, di
occhi grandi. Costantino Manasse la descrive più copiosamente e i nostri
leggitori vedranno se abbiano a tenerlo per valente pittore. Era, dic' egli ,
di forme perfettamente ben falte, di belle sopracciglia ed inarcate, grassona,
di belle gote, di aspetto onesto, di grandi occhi, più bianca della neve,
delicata, una selva di grazie, di braccia bianche, dedita ai piaceri, spirante
vezzi, di faccia candida e grata, di gote del color di rosa , senza belletto,
distingueva la sua bianchezza un rosso di rose, come se alcuno mescesse
all'avorio la splendente porpora. E candidissimo era il lungo suo collo, onde
fu detta generata dal cigno. (3)
Igino in vece di
Climene pone Fisadia; e dice che queste due donne, la prima madre di Teseo, e
la seconda sorella di Piritoo, di regine, ch'erano prima, furono da Castore e
Polluce fatte schiave, e donate ad Elena loro sorella. Ecco la genealogia di
queste donne. Etra fu figliuola di Piteo, Piteo fu figliuolo di Pelope, e
fratello di Atreo; Atreo poi fu padre di Plistene, del quale Menelao fu
figliuolo. Di Clìmene non si sa nulla; ma se essa é Pisadia, sorella di
Piritoo, era cugina di Menelao anch' essa, sebbene di grado più remoto, giacché
Menelao ed Issione, padre di Pisadia, erano cugini in quarto grado. Si è
ridotto il vero senso del testo latino coll' ajuto del greco riportato dal Malala.





Capitolo IV.



Come i Principi greci sul fatto di Alessandro si radunarono
a Sparta, e mandarono Ambasciadori a Priamo per riavere Elena.



All'udire le cose avvenute Menelao quantunque molto si
dolesse della perduta moglie, più dolente mostrossi della ingiuria che gli
veniva per le sue cugine; e massimamente per Etra da lui tenuta sempre in concetto
di donna casta e buona. Ed intanto Palamede vedendo come per lo sdegno e la
collera Menelao era fuori di sè, ed incapace di prender partito, mise in ordine
le navi, provvedendo a quanto occorreva, e le fece accostare alla riva. Quindi
con poche parole consolato il re, come la circostanza comportava, ed ogni cosa
imbarcata, che loro era toccata nella divisione, lo fece montare in nave; e in
pochi giorni con favorevol vento furono a Sparta. Colà erano già arrivati,
spinti dal saputo fatto, Agamennone e
Nestore e tutti quelli che della stirpe di Pelope regnavano in Grecia: i quali,
udito il ritorno di Menelao, furono tutti a lui, tenendo consiglio intorno a
ciò che dovesse farsi. Nel che, quantunque l'atrocità della cosa e il desiderio
della vendetta fortemente gli animasse, pur di comune accordo stabilirono di
spedir prima ambasciadori a Troja Palamede, Ulisse e Menelao stesso, con
commissione che fatta doglianza della ingiuria domandassero Elena e quanto con
essa era stato portato via (1).



(1) Si è detto da
molti scrittori amichi che Ulisse non .voleva accettare questa missione, e che
a tal fine si finse matto, facendosi trovare in atto di seminar del sale con un
aratro a cui aveva attaccato un cavallo e un bue: e che Palamede mise d'innanzi
all'aratro Telemaco, per vedere se Ulisse fosse passato sul corpo di esso. Il
che però non fue: e così la sua finzione si scoprì, ed egli andò a Troja.





Capitolo V.



Come in questo mezzo Alessandro sbarcato a Sidone ammazzò il
re Fenice di quella città, e involò le cose più preziose del medesimo.



Gli ambasciadori in pochi giorni giunsero a Troja, ma non vi
trovarono Alessandro. Imperciocché costui navigando sollecito si lasciò dal
vento condurre a Cipro, d'onde prese altre navi andò a Fenice, re di Sidone,
che amichevolmente lo accolse. Ma egli la notte l'uccise a tradimento; e come
fatto aveva in Isparta, per somma cupidigia mise a ruba il palazzo,
indegnamente togliendone ogni più prezioso arredo e mandandone tutto alle navi.
Se non che per 1' alte grida di quelli che piangevano il morto signore e per la
fuga degli altri scampati alla strage, il popolo alzatosi corse alla reggia; e
perché Alessandro s' affrettava di guadagnare le navi colle cose rubate gli
abitanti prese le armi presto gli furono dietro; ed aspra zuffa s'incominciò,
nella quale molti dall' una parte e dall' altra ebbero a soccombere, questi
ostinatamente cercando di vendicare il re, quelli di mettere in sicuro la
preda. Fatto é, che due navi de' Trojani restarono incendiate; le altre furono
con grande coraggio difese; e stancati dal lungo combattere i Sidonii, gli
altri poterono fuggire.





Capitolo VI



Come il re Priamo diede la prima udienza agli Ambasciadori
greci.



In questo mezzo Palamede(1), uno degli ambasciadori in Troja,
il cui sapere in que' tempi così in pace
come in guerra era molto considerato, andò a Priamo e in pien consiglio
si lamentò della ingiuria da Alessandro commessa in Isparta, facendo sentire
come rotte avea le leggi della ospitalità comune. Indi accennò quanta discordia
per tal fatto andavasi a suscitare fra i due regni; ricordando anche quelle(2),
che state erano fra Ilo e Pelope, e quelle pur d' altri, le quali per cagioni
simili avevano dappertutto recato ammazzamenti e ruine. Oltre ciò ragionando
delle difficoltà della guerra e de'comodi della pace, disse non ignorare quanti
per sì atroce misfatto sarebbonsi mossi a giusto sdegno: onde gli autori di tali
iniquità abbandonati da tutti avrebbono infine pagato il fio di loro
scelleraggine. E seguitando a dire altre cose, Priamo sul più bello del
ragionare lo interruppe, dicendogli che fosse più moderato: perciocché non é
onesta cosa l'accusare un assente, il quale, se presente fosse, potrebbe
intorno agli opposti delitti discolparsi. Colle quali e simili considerazioni
Priamo stabilì che ogni querela si differisse fino all' arrivo di Alessandro.
Il che principalmente egli fece veggendo come tutti del suo consiglio al
discorso di Palamede meravigliosamente chiaro e calzante e a pietà con somma
forza movente gli animi, anche tacendo, coi sembianti mostravano di condannare
il misfatto. Fu dunque per quel giorno sciolto il consiglio. E intanto
Antenore, uomo ospitale e sopra gli altri amico del bene e dell' onesto,
condusse seco que' forestieri che di
buona voglia accettarono l' invito suo.



(1) Gli antichi hanno
attribuito a Palamede l'invenzione di alcune lettere dell'alfabeto, la scienza
de' numeri, de' pesi e delle misure ed hanno aggiunto che inventasse pe'
soldati , onde nell' ozio non si corrompessero, il giuoco degli scacchi, che
probabilmente imparò da qualche orientale. A lui si attribuisce l'arte di ordinare
la milizia, l'invenzione delle .sentinelle e la parola d'ordine.(2) Le prime
discordie, che qui si accennano, nacquero dal ratto che Tantalo, padre di
Pelope, fece di Ganimede, come Suida e Cedreno suppongono, dall' avere Tantalo
arrestato e fatto morir prigione Ganimede sotto pretesto che fosse un emissario
mandato in Grecia da Troo. Le altre più antiche furono quelle da' Lapiti e dei
Centauri per ratto di mogli. Così Ida e Linceo pugnarono contro Castore e
Polluce pel ratto di Febe e d'Ilera.





Capitolo VII.



Come Alessandro ritornò a Troja, e del consiglio, che il re
Priamo ebbe co' suoi figliuoli.



Né poi tardò molto a ritornare Alessandro co' suoi compagni
e con Elena. All' arrivo del quale tutta la città si levò a rumore, detestando
gli uni sì mal esempio d' iniquità, dolenti gli altri di sì grande ingiuria
fatta a Menelao: niuno essendovi che approvasse il fatto; e tutti infine
mostrandosene sdegnati. Per le quali cose contristato Priamo chiamò a sé i
figliuoli, e loro domandò cosa in tal frangente credessero doversi fare. Ma costoro
ad una sola voce risposero, Elena non doversi restituire: perciocché vedevano
quante ricchezze si fossero portate con esso lei, le quali tutte, se essa fosse
consegnata ai Greci, necessariamente sarebbero andate perdute. Si aggiunga
inoltre , che s' eran già commossi per la beltà delle donne venute con Elena, a
tal che ciascheduno aveva già seco stesso conceputo il pensiere di sposarne
alcuna; come coloro, che barbari di lingua e di costumi, operando
inconsideratamente, lasciavansi acciecare dall' avarizia e dalla libidine.





Capitolo VIII.



Come il re Priamo consultò i vecchi del suo regno; e dei
disordini, che nacquero nella città.



Priamo però non fu pago del divisamento de' figliuoli; e
perciò chiamò i vecchi a consulta e loro espose ciò che quelli pensavano,
richiedendogli del parer loro. Ma prima che i vecchi proferito avessero,
conforme l'uso, i proprj sentimenti, ecco improvvisamente i figliuoli del re
entrar dentro con furia e con ogni mal garbo minacciare ognuno, se diversamente
si deliberasse da quanto essi avevano dimostrato. Tutto il popolo intanto a
chiara voce biasimava l'ingiuria indegnamente fatta; e da ciò prendeva
occasione di gridare e bestemmiare per altre cattive opere di que' principi.
Per la qual cosa acciecato dalle sue passioni Alessandro e temendo che da'
popolani gli venisse oltraggio, accompagnato da' suoi fratelli tutti armati diede
addosso alla moltitudine ed ammazzò parecchi. Gli altri furono salvi per
essersi messi di mezzo i maggiorenti del consiglio con alla testa Antenore.
Così il popolo senza nessun effetto col male e le beffe si ritirò.





Capitolo IX.



Come il re Priamo visitando Elena intese da lei la parentela
sua con lui e con Ecuba; e come Elena se gli raccomandò.



Il dì seguente ad insinuazione di Ecuba il re andò a trovare
Elena e benignamente salutatala le disse di star di buon animo: poi le dimandò
chi fosse e di che famiglia. Alla quale richiesta ella rispose essere parente
di Alessandro e per sangue appartenere più a Priamo e ad Ecuba che ai figliuoli
di Plistene. E qui venne tessendo la genealogia (1) de' suoi maggiori:
imperciocché espose come Danao ed Agenore erano autori del casato suo e di
quello di Priamo: che da Pleiona figliuola di Danao e da Atlante nata era
Elettra, la quale ingravidata per opera di Giove partorito avea Dardano, che da
questo poi era venuto Troe, e in seguito gli altri re d' Ilio. Di Agenore era
nata Taigeta, la quale avea avuto da Giove Lacedemone, padre di Amicla, e da
questo era nato Argalo padre di Ebalo, che sapevasi essere padre di Tindaro,
dal quale credevasi essa generata. Ed aveva inoltre parentela per parte della
madre con Ecuba(2); posciaché Fenice figliuolo di Agenore, e Dima padre di
Ecuba, e Tindaro padre di Leda, avevano comune l'origine della consanguinità.
Come ciò ebbe ordinatamente esposto, incominciò a piangere ed a pregare che
avendola una volta accettata nella loro fede non volessero pensar di tradirla:
che della casa di Menelao tolto non aveva che quanto era suo. Non era però ben
manifesto se così ella si raccomandasse punta da vivo amore per Alessandro, o
veramente timorosa di ciò che far le potesse il marito per averne abbandonata
la casa.



(1) La genealogia, di
cui si tratta, é la seguente. Nettuno di Libia generò Belo ed Agenore: Belo
generò Danao; e cosi Agenore fu aio di Danao. Ditti poi procede come siegue:
Agenore generò Pleiona, madre di Taigeta, madre di Elettra, madre di
Lacedemone, padre di Dardano, padre di Amicla, padre di Erittonio, padre di
Argalo, padre di Troo, padre d' Ebalo, padre di Ilo, padre di Tindaro, padre di
Elena. Laomedonte, padre di Priamo, padre di Alessandro, ossia Paride. Da ciò
apparisce che la parentela tra Paride ed Elena era assai lontana. Si osserva da
alcuni che in questa genealogia Ditti si discosta da tutti gli altri scrittori,
facendo Pleiona figliuola di Danao, quando altri la fanno figliuola di Oceano,
e Taigeta figliuola di Agenore, quando altri la fanno di Atlante; e facendo
Ebalo figliuolo di Argalo. (2) Si é seguita in questo passo la fede di alcuni
MS. che presentano meglio il pensiero dell'A. Così dimostrandosi chiaramente
che i genitori di Ecuba e di Leda traevano origine dai posteri di Agenore. Dima
padre di Ecuba traeva i natali dai discendenti di Fenice; ma non si sa per
quali antenati. Cedreno solo ne ha parlato dicendolo proveniente dai posteri di
Danao: e seguendo quest' autore Ecuba ed Elena sarebbero state parenti dal lato
di madre quanto lo erano da quello del padre.





Capitolo X.



Come Ecuba muove Priamo e i figliuoli a favore di Elena; e
come Elena dichiarò in pubblico concilio di non voler ritornar a casa, né esser
moglie di Menelao.



Quando Ecuba ebbe intesa la risoluzione di Elena e la
parentela ch'era tra loro, teneramente abbracciolla, confortandola; poi con
ogni mezzo cercò che non fosse tradita. Nel che tanto più si adoperò, veggendo
che Priamo e i figli del re per la più parte incominciavano ad inclinare per
una soddisfazione agli ambasciadori, e a non ostinarsi a resistere alla volontà
del popolo.



Deifobo però (e in ciò era solo) sosteneva gl' impegni di
Ecuba, perciocché al pari di Alessandro essendo innamorato di Elena lasciavasi
trasportare dalla passione. Ed Ecuba intanto ferma nel proposito, or Priamo
scongiurava, ora i figli, non risparmiando né abbracciamenti, né preghiere,
sinché li ebbe tutti al voler suo. E per tale maniera, per dar mente a quella
donna, si sacrificò il ben pubblico. Intanto il dì seguente Menelao co'suoi
compagni si presentò d'innanzi al consiglio generale, domandando di nuovo che
gli venisse restituita la moglie e la roba sua; al che Priamo seduto in mezzo
a' suoi figliuoli, fatto fare silenzio, propose che Elena decidesse di sé per
girsene o restare, secondo che più le piacesse, avendola a tale effetto fatta
venire al cospetto dell' universo popolo. La quale parlando, vuolsi che dicesse
apertamente non voler ritornare alla patria né saper nulla di matrimonio con
Menelao. I principi, figli di Priamo, inteso ciò e sicuri di Elena, partironsi
lieti dall' assemblea.





Capitolo XI.



Come gli Ambasciadori greci sono licenziati dal re: come i
figliuoli del re pensano di ammazzarli a tradimento , e come Antenore li salva.



Allora Ulisse, più per modo di protesta che perché sperasse
alcun buono effetto dal suo parlare, riepilogò le indegne azioni di Alessandro
contro la Grecia, per le quali pronosticò che in breve sconterebbe le debite
pene. Menelao poi pieno d'ira e con atroce volto minacciando ruine uscì del
concilio. Il che riferito ai figliuoli di Priamo, essi di nascosto
complottarono tra loro di ammazzare insidiosamente gli ambasciadori, persuasi,
come di fatto avvenne poi, che se costoro fossero ritornati al paese senza
avere ottenuto quanto volevano, sarebbesi contro Troja eccitata funestissima
guerra. Ma Antenore, del cui buon carattere si é parlato già, andò al re Priamo
e si querelò della congiura, altamente dicendo che non contro gli ambasciadori,
ma contro sé stesso facevasi il tradimento; e che non avrebbe sofferta tale
indegnità. E poco dopo significò agli ambasciadori la cosa; e prese buone
misure, con grossa scorta, quando gli parve tempo opportuno, li mandò via.





Capitolo XII.



Come i Principi greci uniti a parlamento, udendo la
relazione degli Ambasciadori, propongono di far guerra a Troja.



Mentre queste cose accadevano in Troja, sparsa già dappertutta
la Grecia la notizia de' fatti, si radunarono insieme tutti i principi del
casato di Pelope e con giuramento stipularono che se non fosse restituita Elena
e quanto con essa era stato portato via, farebbero tutti d'accordo la guerra a
Priamo. Intanto gli ambasciadori arrivano a Sparta e danno conto di Elena e
della deliberazione sua, siccome avevano udito: poi aggiungono quello che detto
e fatto contro essi avevano Priamo e i figliuoli e grandemente commendarono la
fede di Antenore. Le quali cose udite da quei principi, si ordinò che ognuno
avesse ad allestire nelle sue terre e giurisdizioni quanto occorreva per la
guerra; e di comun consiglio per opportuno luogo a nuovo congresso e alla
trattazione degli apparecchi ulteriori, venne destinata la città di Argo, sede
del regno di Diomede(1).



(1) Diomede non era
che semplice luogotenente, o governatore d'Argo. Il re d'Argo era Agamennone,.





Capitolo XIII.



Come da tutte le parti della Grecia vennero in Argo i varj
Principi della stirpe di Pelope.



Venuto il tempo del congresso, di cui si é parlato, il primo
a comparire fu Ajace Telamonio, famoso in guerra per valore e per robustezza di
corpo; il quale menò seco Teucro suo fratello(1).Non molto dopo sopraggiunsero
Idomeneo e Merione, grandi amici fra loro. Con costoro venuto io scrissi quanto
più diligentemente potei le cose innanzi seguite a Troja, secondo che le seppi
da Ulisse; e così verrò con tutta veracità esponendo le succedute dopo, come
colui, che fu ad esse presente. Dico adunque, che dietro i già nominati vennero
e Nestore con Antiloco e Trasimede, avuti da Anassibia, e Peneleo (2) con
Clonio e Archesilao, suoi parenti, e Protenore e Leito, principi di Beozia; e
Schedio ed Epistrofo, della Focide; ed Ascalafo e Ialmeno di Orcomene; e Diore
e Mege, figliuolo di Amarunceo il primo e di Fileo il secondo: poi Toante di
Andremone, Euripilo di Evemone, e Ormenio, e Leonteo.



(1) Teucro era
fratello di Ajace soltanto dal lato del padre; giacché Ajace nacque di Peribea
e Teucro di Esione. (2) Peneleo fu figliuolo d'lpparco e di Asterope.Ctonio fu
figliuola di Lacreto e di Cleobula, Archesìlao fu figliuolo di Lieo e di
Teobula. Diodoro lo chiama Archiloco, ed Omero lo chiama Arcilico. Igino fa
Prote- nore fratello di Archesilao. Leito fu figliuolo di Aletrione e di Cleobula.
Omero ha suppotoi principi di Beozia non solo Prrotenore e Leito , ma eziandio
Archesilao, Ctonio e Peneleo. Schedio ed Epistrofo furono figliuoli di Naubolida
e d' Ippolita. Ascatafo e Jalmeno furono figliuoli di Marte e di Astioca. Leonico
ebbe per padre Corono, che Omero disse figliuolo di Ceneo.





Capitolo XIV.



Come vennero al congresso d' Argo altri principi della
stessa stirpe.



Dopo tutti questi giunse Achille(1), figliuolo di Peleo e di
Tetide(2), la quale dicevasi nata da Chirone e Fidippo, e Antifo, distinti per
isplendore d' armi, come quelli che avevano Ercole per avo: poi Protesilao,
figliuolo d' Ificlo, e Podarco suo fratello; e appresso Eumelo fereo, il cui
padre Admeto fu famoso per la moglie, che si contentò di morire in vece sua; e
Podalirio e Macaone di Trica, figli di
Esculapio, i quali furono chiamati a questa guerra per la eccellenza loro nell'
arte medica. Quindi venne Filottete(3) figliuol di Peante, che, stato compagno
d' Ercole, dopo che questi partì dal mondo, ebbe dagl' Iddii a premio della sua
industria le saette fatali; e vennero da Sime Nireo il bello, Mnesteo da Atene,
e Ajace di Oileo da Locri; come vennero da Argo Amfiloco di Amfiarao, e Stenelo
di Capaneo; e con questi Eurialo di Mecisteo; e dalla Etolia Tessandro di
Polinice; e in ultimo Demofonte ed Acama, tutti discendenti di Pelope. Né però
tutti questi furono i soli: imperocché molti altri, o del seguito de' re, o re,
o principi anch' essi, vennero da' loro paesi; i nomi de' quali non é affatto necessario
qui aggiungere specificatamente.



(1). Era Achille fin
da primi anni della gioventù grande di persona, bello d' aspetto, e sin d'
allora superava tutti per virtù e gloria militare. Era però inconsiderato
alquanto, e di una certa brutale intolleranza. A lui erano accompagnati
Patroclo e Fenice (a); il primo suo stretto amico, il secondo suo maestro e
guardiano. A questi vennero dietro Tlepolemo (b) , ed Eutrafate. (2) La stessa
cosa conferma Ditti nel libro VI. e si trova asserita anche dallo Scoliaste di
Apollonio al libro I. dell' Argonautica. Altri hanno detto che Achille nacque,
non da Tetide, ma da Filomena figliuola di Attore. (3) La madre di Filottete,
secondo Igino, fu Demonassa. Madama Dacerr , ricordando che Filottete ebbe
quesle saette da Ercole in premio di avergli acceso il rogo, rigetta Ditti,
quasi che l' una e I' altra cosa non possano combinarsi insieme.



(a) Patroclo fu
figliuolo di Menezio e di Stenda; e Fenice fu figliuolo di Amintore: il nome
della madre s'ignora. Patroclo era parente di Achille, perché Attore ebbe
Menezio da Egina, la quale prima aveva partorito Eaco da Jone. Ora da Eaco
nacque Peleo, padre di Achille. Eaco dunque e Menezio erano fratelli uterini, e
Peleo e Patroclo cugini. Altri suppongono Peleo e Menezio fratelli,. e in tal caso
Achille e Patroclo sarebbero stati cugini tra loro.(b) Tlepolemo fu figliuolo,
secondo che dice Omero, di Ercole e di Antioca. Protesilao ebbe per madre,
secondo Eustazio ed Igino, Diomedea, che Apollodoro chiama Automedusa. Dicesi
che Protesilao prendesse questo nome per essere sbarcato il primo a Troja,
innanzi chiamandosi Jolito. Eumelo fu detto fereo da Fera, città di Tessaglia.



(a) Oileo fu figliuolo
di Caropo e di Aliale. Mnesteo da Omero é detto Mnestreo, figliuolo di Teseo.
Omero non fa menzione veruna di Amfiloco tra quelli che andarono a Troja.
Stenelo fu figliuolo di Capaneo e di Evadne. Omero fa Eurialo compagno di
Diomede e di Stenelo. Omero non parla di Tessandro; ma ne parla Igino fra
quelli che andarono nel cavallo trojano. Demofonte ed Acama furono figliuoli di
Teseo e di Fedra: di

essi Onero non parla; ma ne parlano
Plutarco, Pausania, Euripide, Quinto Calabro, Trifiodoro ed altri. Madama Dacier
riprende Ditti perche dice che tutti questi capitani erano della stirpe di
Pelope, cosa contraddetta da Apollodoro, da Igino e da altri. Potrebbe essere
che Ditti avesse parlato sccoudo le pretensioni: e potrebbe essere che nel
testo sia incorso in errore e dicesse non tutti, ma quasi tutti, o cosa simile.





Capitolo XV.



Come giunge al congresso Agamennone; e con che cerimonia si
fa giuramento d' avere per nemico Priamo e di distruggere Troja e il suo regno.



Ora essendo tutti venuti in Argo, Diomede li accolse quanti
erano in casa sua e somministrò loro le cose necessarie, intanto che giunse da
Micene Agamennone, recando grossa somma d' oro che distribuì a ciascheduno: il
che accrebbe in essi 1' animo per la guerra. Ma, onde tenersi vieppiù fermi nel
proposto d'impegnarli nella impresa, fu d' accordo pattuito che si farebbe
solenne giuramento in questa guisa. Calcante indovino, figliuolo di Testore,
ordinò che si conducesse in mezzo alla piazza un porco; poi, tagliato questo in
due parti, una ne voltò all'oriente e l'altra all'occidente, facendo che
ciascuno, snudate le spade, vi passasse tra mezzo; indi bagnate nel sangue dell'
animale le punte delle spade e fatte alcune altre cerimonie necessarie al rito,
giurarono tutti con sacramento d' esser nemici a Priamo e di non mai cessar
della guerra fintanto che Ilio e tutto il suo regno non fossero distrutti.
Appresso purificaronsi, cercando di rendersi propizii con molti sacrifici
Marte e la Concordia.





Capitolo XVI.



Come tutti i principi greci nominano comandante supremo
della spedizione Agamennone.



A questa cerimonia un'altra si aggiunge, congregandosi tutti
nel tempio di Giunone argiva per nominare il supremo comandante della
spedizione. Al qual effetto, avendo ognuno una tavoletta(1) , su cui scrivere
il nome di colui nel quale egli avesse più fede, venne con caratteri punici
scritto quello di Agamennone. Ed ecco come per consenso comune e con grandi
sbattimenti di mani e con evviva, Agamennone prese in sé la direzione della
guerra e dell' esercito. E gli fu dato meritamente questo incarico, sì perché
era fratello di colui a contemplazione del quale s' intraprendeva la guerra,
come perché fra tutti gli altri re della Grecia a cagione delle sue ricchezze
era grande e famoso.



Nominato lui comandante supremo, furono destinati a capitani
e prefetti delle navi Achille, Ajace e Fenice. All' esercito campestre fu
preposto Palamede insieme con Diomede e con Ulisse, onde dividessero fra loro
gli officj e le guardie del dì e della notte. Disposte queste cose, ciascuno
ritornò al proprio paese per mettersi in punto di robe e di istrumenti all'
uopo. E già tutta la Grecia sonava guerra; ed armi e lancie e cavalli e navi s'
allestivano dappertutto; né altro fecesi per due anni; mentre la gioventù,
parte per impulso spontaneo, parte per l' esempio de' compagni, desiderosa
d'acquistar gloria, movevasi al servizio militare. Ma ciò che in ispezial modo
occupava tutti era l' immenso fabbricar navi, onde in tanta massa d' armati,
quando tutti fossero raccolti insieme, nissuno avesse da restare indietro per
mancanza di legni.



(1) Questo concorda
con quanto gli Eruditi hanno detto di Cadmo e di Vanno portatoti in Grecia
delle lettere fenicie.





Capitolo XVII.



Come tutti i re e principi greci mandano in Aulide le loro
navi allestite per la spedizione di Troja.



Passati i due anni, stati necessari all' apparecchio, tutti
i re mandarono in Aulide di Beozia, luogo già destinato alla unione, quanti
navigli le forze loro e de' loro regni avevano permesso di mettere in ordine(1).
Primo di tutti Agamennone mandò cento navi da Micene; ed altre sessanta dalle
diverse città signoreggiate da lui, e ne fece capitano Agapenore. Nestore ne
mandò novanta: e sessanta Menelao ne raccolse da tutta la Laconia. Mnesteo da
Atene ne trasse cinquanta; da Eubea trenta ne trasse Elefenore; dodici da
Salamina Ajace Telamonio; ottanta da Argo Diomede; trenta da Orcomeno Ascalafo
e Jalmeno, e quaranta ne mandò Ajace di Oileo. Da tutta la Beozia Archesilao,
Protenore, Peneleo, Leito, Clonio ne avevano raccolte cinquanta: quaranta
Schedio ed Epistrofo dalla Focide: da Elide e dalle altre città di quel paese
quaranta Talpio e Diore con Amfimaco e Polisseno. Toante dall' Etolia e Mege da
Dulichio e dalle Echinadi quaranta ciascuno; Idomeneo con Merione ottanta
raccolte da tutti i luoghi di Creta; dodici da Itaca Ulisse; Protoo di Magnesia
(in Tessaglia) quaranta; Tlepolemo da Rodi e dalle circonvicine isole otto; da
Fera Eumelo undici; cinquanta dal paese pelasgico Achille; tre da Sime Nireo;
da Filaca e da altri loro luoghi Podarce e Protesilao undici; Podalirio e
Macaone trenta; Filottete sette da Metone e da altre città; Euripilo orcomenio
quaranta; ventidue Guneo; Perebileonteo e Polibete dai loro paesi quaranta;
trenta Eutrafate, Antifo e Fidippo dalle isole Nisiro, Scarpanto, Coo, Caso e
Calidna. Tessandro di Polinice, mentovato di sopra, ne mandò cinquanta da Tebe;
venti ne mandò Calcante dall' Acarnania; venti da Colofone Mopso; Epeo dalle
Cicladi trenta. E tutte queste navi erano piene di frumento e d'altra vittuaglia:
che così indicato aveva Agamennone, onde esercito sì numeroso non avesse a
patire penuria.



(1) Non può
prudentemente supporsi che nei numeri scrini in quetto capitolo non sia corso
errore, dovendosi essere questo libro tante volte e da tante mani copiato.
Piacerà forse a citi legge vedere qui il quadro comparativo della flotta greca,
secondo che la rappresentano Ditti, Darete ed Omero. Esso é stato fatto da
Paolo Vindicio, uno dei commentatori di Ditti. Eccolo però corretto.



Ditti. Darete. Omero.



Agamennone che ne fece
ammiraglio Agapenore



Nestore



Menelao



Mnesteo



Elefenore



Ajftce Telamonio



Diomede



Ascalafo e Jalmeno



Ajace Oileo



Archesitao ec



Schedio ed Epistrofo



Talpìo e Diore



Toante



Mege



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Ulisse



Protoo di Magnesia



Tlepolemo



Eumelo. .



Achille



Nireo



Podarce



Podalirio e Macaone



Filottete



Euripilo Ormenio



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Leonteo 4°

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Eufrate eco 3o . . .
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  • -

Epéo 1 . . . . 3q ...
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Capitolo XVIII.



Come si preparano cavalli, e carri da guerra, e fanterie, e
uomini pratichi delle cose di mare. Come non si può ridurre Sarpedone ad unirsi
ai Greci; e come tutto é pronto per l' imbarco.



In mezzo a tanto apparecchio di navi non s'intralasciò
quello de' cavalli e de' carri da guerra, secondo che i paesi potevano darne; e
il grosso poi della cosa era la milizia a piedi, anche perché scarsi essendo
nella Grecia i pascoli non si fa uso di cavalleria. Né si mancò di provvedere
uomini pratichi delle cose di mare. Avevano i Greci fatte larghe condizioni ed
intromessi inoltre gli offici del re de' Sidonii(1), onde Sarpedone di Licia
fosse con essi contro i Trojani: ma tutto fu vano: perciocché Priamo se lo era
cattivato prima con doni maggiori, che aveva poscia duplicati. Cinque anni di
tempo si consumarono nel fabbricare ed armare quel numero di navi, che dai
diversi regni della Grecia abbiamo detto essere state mandate in Aulide. Onde
non mancando più per eseguire la spedizione se non che i soldati, i capitani
che li conducevano, come se fosse stato dato loro il segnale, tutti insieme e
nel tempo medesimo corsero colà.



(1) Il testo mette
Fulìde per nome del re, di cui si parla; ma tal nome non ha fondamento alcuno.
Comunque si chiamasse, egli doveva essere o figlio, o fratello, o parente del
re assassinato da Alessandro .





Capitolo XIX.



Come avendo Agamennone uccisa una capra cara a Diana, viene
la peste nell' esercito, e una donna predice che non cesserà, se Agamennone non
sacrifica sua figlia maggiore. Agamennone ricusa; i Greci gli levano il comando.



Intanto, mentre sollccitavasi l'imbarco, Agamennone, che
dicemmo essere stato da tutti dichiarato comandante supremo, allontanatosi
alquanto dall' esercito, vide per avventura vicino al bosco di Diana una capra
che ivi pascolava, e non sapendo essere sacro il luogo con una saetta la
trafisse. Poco dopo quel fatto, non si sa bene se per celeste sdegno o per la
mutazione dell' aria infesta ai corpi, la peste si dichiarò, la quale di giorno
in giorno vieppiù imperversando, fu cagione che a migliaja e bestie e uomini
morissero. Cosicché non v' era termine alla strage, né pace avevano i restanti;
ed ogni cosa era caduta in terribile confusione. Per le quali cose affannati i
capitani e cercando quale potesse essere la cagione di tanta sciagura, una
donna(1) ispirata da Dio dichiarò tutto succedere per lo sdegno da Diana
conceputo, attesa la morte della capra a lei diletta, e pel commesso sacrilegio
punire 1' esercito; né essere per placarsi prima che l'autore del misfatto non
le avesse immolata in compenso la sua figlia maggiore. Come ciò per lo esercito
s' intese, tutti i capitani andarono ad Agamennone; e prima colle preghiere,
poi veduto che non cedeva colla violenza si misero in punto di obbligarlo a por
rimedio al male. E quando videro ch' egli restava ostinato né potevano in alcun
modo piegarlo, primieramente di molte ingiurie il caricarono; poi lo
spogliarono della suprema autorità; ed affinché un si grande esercito rimanendo
senza capo non si sciogliesse o per indisciplina non s'indebolisse, misero primo
di tutti Palamede, poi per secondo Diomede, ed Ajace Telamonio per terzo, e per
quarto Idomeneo. In questo modo fu diviso 1' esercito in quattro parti.



(1) /ginn dice che non
una donna, ma Calcante fu quello che in questa occasione parlò.





Capitolo XX.



Come Ulisse con lettere contraffatte a nome di Agamennone
inganna Clitennestra, la quale gli consegna Ifigenia; e come la conduce all'
esercito per sacrificarla.



Ma le stragi della peste duravano ancora. Intanto Ulisse,
mostrandosi in collera per la ostinazione di Agamennone ed affermando di volere
ritornarsi a casa, trovò a sì gran male un rimedio da nissuno sperato.
Imperocché senza dir nulla ad alcuno andò a Micene e portò a Clitennestra
lettere contraffatte in nome di Agamennone(1), il tenor delle quali era ch'egli
aveva promessa Ifigenia, sua figliuola maggiore, sposa ad Achille, e che non
voleva andare a Troja se prima non avesse fatto quel parentado e mantenuta la
data fede: che perciò si sollecitasse ella a mandare la figlia e quanto fosse
necessario per le nozze. Ulisse per vieppiù meglio colorir la bugia aggiunse
altre cose verosimili; e s' acquistò credenza tanto che Clitennestra e per
amore di Elena, che desiderava tolta dalle mani de' Trojani, e per la
contentezza di veder maritata sua figlia ad uomo di sì illustre nome, lieta
consegnò Ifigenia ad Ulisse. II quale in pochi dì tornato all' esercito si fece
improvvisamente vedere colla donzella nel bosco di Diana. Agamennone, udito
ciò, mosso da paterna pietà pensò di fuggir lungi, onde non essere presente a
così scellerato sacrifizio: ma di tale sua intenzione accortosi Nestore, che
fra tutti i Greci era bel parlatore, piacevole e grato ad ognuno, con lungo
discorso il persuase a restare.



(1) I commentatori per
iscreditar Ditti citano Euripide, il quale suppone che Agamennone realmente
scrivesse a Clitennestra, onde gli mandasse Efigenia; e che di ciò furono
consapevoli Calcante, Ulisse e Menelao. Vuolci poco a comprendere fin dove può
giudicarsi in fatto di storia da ciò che gli autori di teatro espongono.
Euripide suppose che Clitennestra medesima conducesse la figliuola. Egli é lo
stesso che citare Racine.





Capitolo XXI.



Come essendosi sul punto di sacrificare Ifigenia, sorge un
gran turbine; e Diana significa non volere quella vittima, e ne addita un'
altra.



Intanto Ulisse, Menelao e Calcante, incaricati del
sagrifizio, fatto discostare ognuno, mettevano in ordine la donzella: se non
che improvvisamente incominciò ad oscurarsi il giorno e il cielo a coprirsi di
nubi e a udirsi tuoni, a vedersi lampi e a rumoreggiare all' intorno saette; e
la terra pur anche e il mar tremarono; e di tal modo si confuse 1'aria, che
sparito ogni lume, in poca ora di pioggia e grandine cadde giù precipitando un
diluvio. In mezzo a sì tetro e furioso fortunale, Menelao e quelli ch' erano
con esso lui, intesi a mettere in ordine il sacrifizio, stavano con gran paura
e travaglio, sì per la improvvisa mutazione dell' aria, la quale riguardavano
come un prodigio divino, sì ancora per le conseguenze, che dalla parte dell' esercito
potevano temersi se il sacrifizio non avesse luogo. Ma finalmente mentre erano
in tanta angustia di animo una voce si
fece sentire dal sacro bosco, la quale diceva, sprezzare il nume un tal genere
di sacrifizio e perciò non aversi a metter le mani sul corpo della donzella,
che alla Dea faceva pietà. Del resto serbarsi pel suo misfatto ad Agamennone
bastante fio da sua moglie, tornato che fosse vittorioso da Troja; e che
frattanto badassero a quello che vedessero presentato da immolarsi invece della
vergine. Da quel punto i venti e i fulmini ed ogni disordine di elementi che
suol nascere ne' grandi moti del cielo incominciarono a cessare.





Capitolo XXII.



Come Achille conosciuta la frode di Ulisse accorre per
salvare Ifigenia, che viene consegnata al re degli Sciti; e si sacrifica una
cerva, e cessa la pestilenza.



Mentre queste cose accadevano nel bosco, Achille ricevette a
parte lettere di Clitennestra, unitamente a grossa somma d' oro; e Clitennestra
raccomandava la figlia e tutta la famiglia sua(1). Le quali lettere poscia che
egli ebbe scorse, conosciuta l' astuzia di Ulisse, frettolosamente si portò al
bosco ed a gran voce chiamando Menelao e quelli, ch' erano con esso lui,
cominciò a gridare che si guardassero di far alcun male ad Ifigenia, altramente
minacciando loro ruine. Poi giunto presso e attonito per le osservate cose,
tornato già il ciel sereno e tranquillo, tolse loro la donzella di mano. E
stando tutti in pensiero e cercando quale e dove fosse la vittima che dovevano
sacrificare, improvvisamente comparve loro una cerva di mirabil bellezza(2), la
quale intrepida si fermò d'innanzi all'altare. Per la qual cosa, non dubitando
che non fosse quella l' ostia prenunciata e presentata dalla stessa Dea, la
presero e la immolarono. Le quali cose finite, la pestilenza cessò e il cielo
si fece puro e bello come nella estate. Achille intanto e gli altri, che
preseduto avevano al sagrifizio, segretamente consegnarono la donzella al re
degli Sciti(2) che trovavasi ivi ed alla fede di lui la raccomandarono.



(1) È cosa curiosa l'
udire Madama Dacier, la quale considerando altrimenti questo fatto riferirsi da
Euripide, dice non essere stats seguitato da Ditli per dar più colore alla
impostura ! (2) È strano assai che si sia tanto variato in opinione sulla qualità
dell' animale sostituito ad Ifigenia. Nicandro ha lasciato scritto che questo
fu una giovenca. Fenodemo lo disse un' orsa. Alcuni supposero che Ifigenia
fosse convertita in una vecchia sdentata. Esiodo, poetando certamente più degli
altri, scrisse che Diana aveva d' Ifigenia fatto Ecate. (2) Non essendo detto
chi fosse questo re, alcuni hanno pensato che fosse Toante: ma con che
fondamento lo sa Dio. Più generale é I' asseribile che Diana facesse scomparire
Ifigenia, e la trasportasse nella Tauride. Questo sia in ragione, perché é la
cosa meno probabile di tutte.





Capitolo XXIII.



Come Agamennone viene ristabilito nel carico di comandante
supremo della spedizione e l esercito parte da Aulide.



Ma i capitani, veduto che la pestilenza era cessata e che i venti
erano favorevoli al navigare e il mar presentava l' aspetto estivo, lieti
andarono tutti ad Agamennone(1); e lui dolentissimo della supposta morte della
figliuola consolando, richiamano all' onor primo. Di che tutto l' esercito fu
contentissimo; poiché, Agamennone era dall' esercito riputato ottimo in
consigli ed era amato come padre. Agamennone, o fatto più prudente per le cose
già succedute, o pensando alla necessità degli umani accidenti e perciò fatto
intrepido e fermo contro le sventure, dissimulò l'avvenuto, ripigliò il carico
e in quel giorno stesso convitò tutti i capitani. Non molto dopo, come parve
buon tempo, l' esercito diviso secondo i suoi capitani s'imbarcò sulle navi
cariche di preziosissime cose dagli abitanti del paese offerte. Il frumento, il
vino e le altre vittuaglie necessarie erano stale date da Anio e dalle sue
figliuole chiamate Enotrope e sacerdotesse della religione divina(2). Così si
parte da Aulide.



(1) Omero fa l'elogio
di Agamennone in un solo verso: era insieme, dic' egli , e buon re e valoroso
soldato.



(2) È degno di
singolare attenzione questo fatto, vero o falso che sia, poiché non manca di
conservare la tradizione di un' istiturzone divina. Ecco ciò che di questo Anio
racconta il commentatore di Licofrone. Apollo, dic' egli, portò Anio a Delo, ed
Anio presa a sposa Dorìppa generò le Enotrope, Oino, Spermo ed Elaida, alle
quali Bacco diede la virtù di mutare qualunque cosa volessero in vino, in
frumento e in olio, secondo che comportavano appunto i loro rispettivi nomi E
Ferecide dice che Anio persuase i Greci iti a Delo per consultare l' oracolo che stessero ivi nove anni"; nel decimo
li lasciò navigare a Troja per ruinarla. E ciò era conforme all' oracolo, il
quale portava che i Greci avrebbero presa Troja il decimo anno. Nel proporre
ciò a' Greci, Anio promise loro che avrebbero avuto dalle sue figlie ogni
necessario mantenimento. Di questo Anio, re di Delo e sacerdote delle sue
figliuole aventi l'accennata virtù, parlano e Ovidio nelle Metamorfosi e
Virgilio nella Eneide. E al passo di quest' ultimo Servio dice: Anio re di Delo,
sacerdote di Apollo, essendo padre di tre figlie, non contento della protezione
di un solo Dio consacrò le figlie al padre Libero : e questi in benemerenza
fece che qualunque cosa una di esse toccasse si convertisse in frumento, e
quello che l' altra in vino, e quello che l'altra in olio. Il che avendo saputo
Agamennone capitano degli Argivi, mentre stava per andare con mille navi all'
impresa di Troja, mandò a chiamar quelle donne, onde per loro mezzo avere
vittuaglia per l'esercito greco. Virgilio dice che Anio era vecchio amico di
Anchise. Palafate aggiunge, secondo Servio, che n' era anche parente.



Egli e assai
verosimile che i capitani greci avessero scelta Delo come luogo di deposito di
tutte le vittuaglie necessarie all'esercito, e che ne avessero data la cura ad
Anio, il quale poi avesse incaricate della soprintendenza le figlie. Forse
ancora Anio aveva grandi magazzini di generi portati in offerta al santuario, a
cui presiedeva, dai varj paesi della Grecia; e per una spedizione che aveva
l'approvazione dell'oracolo, ed interessava tutta la Nazione, non dubitò di
contribuire con tanta larghezza. Forse fin d'allora s'intendeva che alla causa
generale della Nazione, come interesse primo dei popoli, debbesi sacrificar
tutto
.

























LIBRO SECONDO.





Capitolo Primo.



Come i Greci giunti colla flotta sulle spiaggie di Misia
trovano impedimento a sbarcare, e combattono colle guardie del re Telefo.



Giunti tutti i navigli alle spiaggie della Misia(1), fu dato
il segnale perché si accostassero a terra; ma volendo sbarcare incontrarono le
guardie del paese, le quali ivi erano tenute da Telefo, che allora regnava in
Misia, onde difendere lo stato dalle incursioni de' pirati. Queste adunque si
misero al punto d'impedire che alcuno sbarcasse; né si permise loro di toccar
terra, se prima non fosse riferito al re chi essi fossero. I nostri sul bel
principio fecero poco conto di ciò che le guardie dicevan loro e incominciarono
a saltare fuori de' legni; ma siccome le guardie insistevano sulla
dichiarazione fatta, presero a resistere con quanta forza avevano e ad impedire
lo sbarco già incominciato. I capitani de' Greci, tolto ciò per ingiuria,
pensarono di doversene vendicare colla forza; e perciò data mano alle armi
sbalzarono dalle navi e pieni d' ira si gittarono addosso a quelle guardie,
facendo sopra esse man bassa, non perdonando a chi fuggiva e tagliando a pezzi
quanti nella fuga potevano prendere.



(1) La Misia dicevasi
anche Teutrania da Teutra re di quel paese, che adottò Telefo, figliuolo
d'Ercole e d'Auge, al quale lasciò anche il regno. Bisogna ben dire che questo
fatto dei Greci in Misia sia vero, poiché ne parlano a lungo tanto Eustazia
quanto Tzetze.





Capitolo II.



Come Telefo andò a combattere i Greci, e si fece aspra battaglia
, e tra gli altri morì Tessandro, il cui cadavere salvato da Diomede fu poi
abbruciato e sepolto.



I primi intanto, che avevano potuto scappare dal macello de'
lor compagni, giunsero al re Telefo, raccontando come tante migliaja di nemici
avevano assaltato il paese ed uccise le guardie preso posto in terra. La paura
faceva loro anche ingrandire le cose. Udito il fatto Telefo prese seco quelli,
che avea d'intorno e quanti altri nel subitaneo caso poté raccogliere e si mosse
immantinente contro i Greci; e dall' una e dall' altra parte si attaccò
ferocissimo combattimento; nel quale quanti potevan venire sotto la mano erano
ammazzati; e da ogni parte la morte de' suoi accresceva la rabbia e
multiplicava le stragi. Tessandro di Polinice, di cui s'é già fatta menzione,
affrontatosi con Telefo, cadde morto per ferita che n' ebbe, non senza però
aver egli prima uccisi molti de' nemici, fra quali fu uno dei compagni di
Telefo medesimo, da questi per valore ed ingegno tenuto fra principali, e che
aveva infatti combattuto egregiamente. Perì adunque Tessandro, perché superbo
delle prime imprese troppo presunse aspirando maggiori successi. Il cadavere di
lui tutto insanguinato Diomede, a cui era stato raccomandato dai genitori
d'entrambi e che gli era fedele amico, prese e sel portò sulle spalle; e poi secondo
l' uso patrio l' abbruciò e ne seppellì gli avanzi.





Capitolo III.



Come Achille ed Ajace si mettono alla testa de' Greci, e
fanno strage de' nemici, e Teutranio, fratello di Telefo vien morto da Ajace, e
Telefo vien ferito da Achille.



Ma Achille ed Ajace Telamonio, vedendo con molto danno de'
Greci durar la battaglia, divisero in due parti l' esercito; e confortati i
loro con buone parole, come la circostanza domandava, e con ciò rinvigoritili,
assaltarono con grande impeto il nemico; ed essi stessi si posero alla testa
delle truppe, ora inseguendo i fuggiaschi ora opponendo le loro persone
medesime come un muro a chi attaccava. Onde così o fossero i primi a battersi o
fossero tra i primi, insigne fama di valore si acquistarono tanto presso i
nemici quanto presso i loro. Teutranio intanto, che figliuolo era di Teutranio(2)
e di Auge, e fratello uterino di Telefo, avendo osservato come Ajace battevasi
con tanta gloria contro i suoi, presto si volse a lui; ma essendo stato colpito
da un dardo che quegli gli lanciò cadde morto. Del quale lagrimevol fatto
vivamente torto Telefo e volendo trarne vendetta, si gettò nel più fitto della
zuffa e da ogni parte fugando quanti aveva incontro, mentre ostinatamente cercava
di raggiungere Ulisse, che battevasi entro certe vigne vicine, inceppatosi in
un tronco di vite cadde a terra(2). Ond'é che, ciò veduto da Achille, il quale
n'era alquanto irritato, questi gli tirò addosso un dardo che andò a colpirlo
nella coscia sinistra e gliela trapassò. Ma Telefo, drizzatosi con grande
sveltezza e trattosi il ferro dal corpo, coll'ajuto dei suoi si liberò dall'
istante pericolo.



(1) Cioé da Polinice e
da Tideo, i quali aveano sposato due figliuole di Adrasto. (Vedi Stazio.) (2)
Mad. Dacier dice che non si sa chi sia questo Teutranio, perché se fosse figliuolo
di Teutranio e di Auge questi non avrebbe lasciato il regno a Telefo. Non osservò
essa dunque che il padre di questo Teutranio non é Teutranio, che adottò per
figlio Telefo, e cbe non è detto mai che avesse Auge per moglie, né osservò che
se era fratello uterino di Telefo non era figliuolo dt Teutranio E questa
circostanza basta per escludere ogni sua difficoltà, essendo il nome di
Teutranio dato qui a due portone diverse. Altri commentatori hanno ragionato a
un di presso come Mad. Dacier !! .(2) Tzetze ha lasciato scritto che Bacco fu
quegli che imbarazzò Telefo con quel tronco di vite. Eustazio soppone che non
Telefo, ma il suo cavallo s'imbarazzasse.







Capitolo IV.



Come avvicinandosi la notte si cessò di combattere con gran
conforto de' Greci stanchi eziandio pei sofferti disagi della navigazione; e
come il dì dopo si fece tregua per seppellire i morti da ambe le parti.



Era omai trascorsa gran parte del giorno e l' uno esercito e
l' altro, combattendo senza requie e dalla insistenza costante de' valorosi
capitani costretto a durar nell' azione, sentiva omai la stanchezza. E tanto
più che i nostri trovavansi deboli pel disagio della navigazione di molti giorni
e disanimati per la presenza di Telefo. Imperciocché era egli figliuolo
d'Ercole, grande di statura e gagliardissimo di forze, e colla propria virtù
eguagliato avea le virtù divine del padre. Adunque essendo imminente la notte e
desiderandolo tutti, si cessò dal combattere; ed alle loro case ritornaronsi i
Misii e i nostri alle navi. Molto però fu il numero de' morti da entrambe le
parti e il massimo fu dei feriti; perciocché niuno o pochissimi ritiravansi
senza qualche danno. Nel dì seguente furono dagli uni e dagli altri mandati
messi per seppellire i morti. Laonde stabilita la tregua furono raccolti i
cadaveri, abbruciati, e sepolti.





Capitolo V.



Come Tlepolemo con Fidippo e Antifo, essendo parenti di
Telefo, andarono a ritrovarlo, ed egli li accolse cortesemente; e delle altre
cose che ne vennero.



In questo mezzo Tlepolemo e Fidippo insieme con Antifo suo
fratello, il primo de' quali era figliuolo di Ercole e i due altri come figli
di Tessalo erano nipoti del medesimo, avendo imparalo che Telefo regnava in
que' luoghi, fidando sulla parentela, andati a trovarlo gli dissero chi essi
fossero e con qual gente navigassero. E dopo molti ragionamenti infine
acerbamente si dolsero, ch' egli si portasse come nemico con persone per sangue
a lui congiunte(1). Aggiunsero che Agamennone e Menelao, discendenti di Pelope
e suoi parenti, erano quelli, che avevano messo insieme quell' esercito. Indi
raccontarono quanto in casa dì Menelao fatto aveva Alessandro e il ratto di
Elena; e fecero sentirgli, come ragion voleva, che attesa la parentela ed in considerazione della scelleraggine della
violala ospitalità comune, egli ajutasse i Greci, in grazia.de' quali lo stesso
Ercole tante cose avea fatte, e d'esse lasciati monumenti che tuttora sussistevano
per tutta la Grecia. Telefo, quantunque tormentato assai per la ferita riportata,
benignamente rispondendo, disse tutta loro esser la colpa, se egli aveva
ignorato che uomini suoi amici e a lui tanto congiunti di sangue fossero
sbarcati nello stato suo: che avrebbero dovuto essi mandar innanzi persone, per
le quali informato della cosa avesse potuto venire ad incontrarli con quella
sincera festa, che fatta se ne sarebbe; e dopo averli amichevolmente accolti,
rimandargli poi con que' doni, che loro stati fossero più graditi. Non potere
per altro dar loro soldati contro Priamo, poiché egli aveva per moglie Astioca(3)
figliuola di quel re, dalla quale gli era nato Euripilo, pegno di strettissima
affinità. Quindi mandò bando subitamente perché tutto il suo popolo cessasse
dalle ostilità; e diede ampia libertà ai nostri di sbarcare. Tlepolemo, e gli
altri, che con esso erano andati al re, furono affidati ad Euripilo; e fatto
ciò che avevano desiderato, ritornarono alle navi portando ad Agamennone e agli
altri re per parte di Telefo pace e concordia.



(1) Telefo veniva ad
essere loro zio, perché fratello di Tessalo loro padre.(2) Tantalo padre di
Pelope e figlio di dove veniva ad essere fratello dl' Ercole, che era stato il
padre di Telefo. Agamennone poi e Menelao, figlj di Plistene, avevano per avo
Atreo, ed Atreo aveva avute per padre Pelope. (3) Eustazio chiama con questo
nome la moglie di Telefo, ma la dice sorella di Priamo, e non figliuola. Altri
dicono che la moglie di Telefo era Laodice figlia di Priamo.





Capitolo VI.



Come anche Achille ed Ajace andarono a trovare il re Telefo,
che informatosi de' Pelopidi, ch' erano nell'esercito, li volle veder tutti; e
come v'andarono anche Agamennone e Menelao, e questi fecero chiamare Podalirio
e Macaone perché medicassero la ferita di Telefo.



Agamennone e gli altri re udite queste cose cessarono d'
assai buon cuore da ogni ulteriore misura di guerra. Indi, così deliberatosi in
comune consiglio Achille ed Ajace andarono a Telefo e trovatolo gravemente
addolorato per la ferita gli fecero
animo a' sopportare quel male. Telefo, tosto che gli fu sopravvenuto qualche
momento di calma, si mise di bel nuovo ad accagionare i Greci di non avergli
mandato alcun messo, onde fosse avvertito del loro arrivo: indi si pose a
domandare quali de' Pelopidi e quanti fossero in quell' esercito; e quando ne l'
ebbero informato, egli con molte istanze richiese che tutti venissero a lui. I
nostri gli promisero di fare tutto ciò ch' egli desiderasse e riferirono agli
altri re la cosa. In conseguenza di che tutti i Pelopidi, ad eccezione di
Agamennone e di Menelao, portaronsi insieme uniti a Telefo, che nel vedergli
molto si rallegrò e chiamossi contento: ed alloggiati presso di sé li colmò di
doni. E non meno si mostrò egli liberale e munifico con tutti i soldati ch'
erano nelle navi: perocché fece a cadauna nave distribuire frumento ed altra
vittuaglia. Del resto, veduto che mancavano Agamennone e il fratello, prese
Ulisse e con molte preghiere lo impegnò sì che andasse a chiamarli; ed essi poi
vennero, e, secondo l'uso de' re, dati e ricevuti convenienti doni, fecero chiamare
Macaone e Podalirio, figliuoli di Esculapio, ordinando loro che avessero a
medicare la ferita di Telefo. Essi visitata che l' ebbero vi posero sopra
prontamente gli empiastri opportuni per sedare il dolore.





Capitolo VII.



Come fattasi stagione cattiva i Greci intendono da Telefo che
solo in primavera si può dal luogo in cui erano navigare a Troja e perciò
ritornano in Beozia(1).



Passati alcuni giorni incominciò a guastarsi il tempo, e il
mare di dì in dì a farsi cattivo pe' fieri venti contrarii al navigare verso
dove i Greci erano diretti, sicchè iti a Telefo e da esso cercando informazioni
e consiglio intorno alla stagione, udirono da lui che il tempo di navigare da que'
luoghi a Troja era quello del principio di primavera; e ogni altro
assolutamente contrario. Perciò tutti ad una voce stabilirono di ritornare in
Beozia; e così fecero. Dove giunti, tratte a terra le navi, ognuno andò a
svernare nel proprio regno. In mezzo a quell' ozio il re Agamennone ebbe comodo
di sfogarsi con Menelao suo fratello sul fatto d'Ifigenia, giacché Agamennone
credeva che Menelao fosse l'instigatore e la cagione di tanto suo cordoglio.



(1) Da questo passo si
vuole argomentare che Ditti fosse assai ignorante in geografia, perché per
andare dalla Misia a Troja bastava costeggiare essendo i due paesi vicini. Ma
oltre che con ciò non si ribatte la supposizione di Telefo né si avverte che potrebbe
essere stata da lui fatta anche ad arte; perché non si pensa al poco che i
Greci sapevano circa il navigare, alla debolezza delle loro navi, e al
pericolo, in cui ogni piccola tempesta poteva facilmente mettere tanta
moltitudine di legni, esposti ad essere battuti e dal mare e da essi stessi!.





Capitolo VIII.



Come la nuova dell' armamento dei Greci fu portata a Troja.
Della impressione che fece sul popolo e delle misure che furono prese.



In questo tempo erasi saputa in Troja la cospirazione di
tutta quanta la Grecia contro quella città; e la nuova eravi stata recata da
alcuni Sciti(1), i quali a cagione di commercio erano soliti a scorrere ogni
parte dell' Ellesponto cambiando generi cogli abitanti de' paesi. Tutti i Trojani
perciò furono presi da paura e da dolore, lamentandosi quelli, che da principio
biasimato avevano il misfatto di Alessandro contro i Greci, che per la
tristizia di pochi tutto il popolo avesse ad essere ruinato. Se non che in
mezzo a questi affannosi pensieri della moltitudine, Alessandro e i pessimi
suoi consiglieri (2) con grande cura scelsero molte persone di ogni ordine e le
spedirono a reclutare ajuti dai popoli confinanti, commettendo loro che fatta
la raccolta tornassero indietro, perché intendevano di prevenire i nemici,
portando eglino ne' paesi de' Greci la guerra, che i Greci volevano portare a
Troja.



(1) Questi Sciti
venivano dal Mar Nero , sulle cui coste abitavano. Essi conobbero la nautica e
la mercatura assai prima de'Greci.
(2) Questa fiase
dimostra meglio di ogni altra cosa, che l'autore dì questo libro è greco. Nou
erano certamente pessimi i consiglieri di Alessandro nel suggerirgli queste
misure , e nell' insinuargli di fare la diversione, di cui qui si parla, se non
perche tornava a danno de' Greci. Bensì fu pessima cosa pe'Trojani che non
fosse eseguita.





Capitolo IX.



Come Diomede sollecitò i Greci alla spedizione per prevenire
i Trojani: e come Ulisse rappacificò Agamennone con Achille informandolo di
quanto era accaduto intorno ad Ifigenia; e si fecero ottime disposizioni per
andare alla impresa di Troja.



Ma avvisato di questo loro disegno Diomede si mise a
scorrere con gran diligenza tutta la Grecia e andò a trovare a uno per uno i re
confederati, facendo loro noto quanto i Trojani meditavano ed esortandoli a
porsi in mare subito che avessero in ordine le cose necessarie alla guerra. E diffatti
altre nuove avendo confermato ciò che diceva Diomede, tutti furono in Argo,
dove trovarono che Achille era di assai male umore con Agamennone, il quale
ricusava di partire, troppo acerbamente punto ancora della sorte della
figliuola, ch'egli credeva già morta. Se non che Ulisse giunse a
rappacificarli, confortando Agamennone e levandogli l'aspro affanno che da
lungo tempo il rodeva col sincero
racconto di quanto era succeduto ad Ifigenia: così che Agamennone infine tornò
anzi allegro. Essendo adunque tutti i capitani raccolti ivi, quantunque niuno
d' essi trascurasse le cose necessarie alla guerra, sopra gli altri però vi si
distinsero Ajace Telamonio, Achille e Diomede, che della somma principale
s'incaricarono; e fra gli altri divisamenti questo singolarmente in pochi dì eseguirono,
di mettere in ordine, oltre alla gran flotta, una squadra di cinquanta altre
navi destinate a corseggiare sulle spiaggie nemiche e fornite per ciò d' ogni
cosa occorrente. Era già scorso l' anno ottavo, dacché s' erano incominciati i
preparativi per la grande spedizione, e si era al principio del nono.





Capitolo X.



Come tutto essendo pronto per la partenza, giunse ad Argo il
re Telefo per essere guarito secondo l' oracolo da Achille e da Podalirio e
Macaone che si prestarono alle sue preghiere; e come poi Telefo diresse la
navigazione a Troja, ove infine l' armata giunse.



Essendo tutto pronto e il mare dando comodità di navigare,
né rimanendo più ostacolo alcuno, si presero a guida del viaggio alcuni, che
commerciando pei mari d'intorno erano per avventura capitati ad Argo. In quella
congiuntura giunse in Argo Telefo, il quale martoriato continuamente pel dolore
della ferita avuta nel combattere, come già si disse, coi Greci, per
dichiarazione dell' oracolo di Apollo veniva a cercare di Achille e de' figli
di Esculapio, essendogli detto che da essi soli poteva trovare rimedio al suo
male (1). Ai capitani meravigliati del suo arrivo significò egli la cosa; e li
pregò di non negargli il conforto dal nume indicato. Né vi si ricusarono
Achille, Macaone e Podalirio; ed applicato alla piaga di lui quanto occorreva,
in poco tempo restò pienamente confermato l'oracolo. Dopo di che i Greci, fatti
molti sacrifizi per avere favorevoli nella loro impresa gli Dei, salparono da
Argo e vennero in Aulide con tutte le navi: di dove partendo ebbero seco loro
riconoscente del benefizio ricevuto Telefo medesimo, che diresse il viaggio; e
trovato buon vento in pochi dì furono d'innanzi a Troja.



(1) L'oracolo, secondo
che riferisce Igino, aveva detto che la sola asta che lo aveva ferito poteva
sanare Telefo, ed era appunto l' asta di Achille. Non fu da principio quesl'
oracolo inteso bene, perciocché quando Telefo si presentò ad Achille, questi
rispose ch'egli non s'intendeva di medicina. Fu l'accorto Ulisse che venne a
mettere in chiaro la cosa dicendo che Apollo non aveva nominato lui, ma l'asta,
che fatto aveva la piaga. Pare che s'usasse il ferro di quell' asta per
riaprire la piaga, facendone uscire la materia corrotta e tagliandone le cattive
carni. E siccome poi altri hanno detto che Achille adoperò un empiastro d'erba,
che perciò Plìnio dice chiamarsi Achillea, ben si comprende come alla prima
operazione doveva andare congiunta questa. Lo stesso Plinio, che sovente
raccoglieva tutto ciò che trovava scritto, senza prendersi la cura di ragionarvi
sopra, ricorda alcune pitture nelle quali Achille rappresentavasi in atto
d" infondere nella piaga di Telefo la ruggine che con un coltello andava
distaccando dal ferro della sua asta. Né certamente è fuori di verosimiglianza
che la ruggine servisse a mordere le carni cattive. In ogni maniera vedesi
confermata l' opinione che Achille avesse da Chirone imparato qualche poco di
medicina. Che se Igino avesse riferito il vero, quando fa dire ad Achille ch'
egli non sa di medicina, bisognerebbe concludere che Achille disse ciò per male
umore; essendo di carattere burbero e capriccioso.





Capitolo XI.



Come Sarpedone andò a Troja, e veduta l' armata dei Greci vi
si oppose, e .fu spalleggiato anche dai Trojani. Del combattimento, che allora
seguì; e della morte di Protesilao.



In quel punto giungeva a Troja con grosso corpo d'armati
Sarpedone di Licia, figliuolo di Xanto e di Laodamia, con frequenti messi
sollecitato da Priamo. Egli, veduta da lungi la numerosissima flotta
appressarsi al lido, immaginandola per quella che era di fatto mise prontamente
i suoi in ordine di battaglia per attaccare i Greci all'atto che incominciavano
ad isbarcare. Non molto dopo prese le armi accorsero anche i figliuoli di
Priamo, ed i Greci trovavansi in mal punto, avendo in tal modo innanzi i nemici
e non potendo sbarcare senza ruina né prender le armi e porsi in ordine per la
subita confusione che tra loro nacque. Ma infine quelli tra essi che in tale
pressura poterono armarsi, fattosi coraggio a vicenda, gagliardamente
affrontarono i nemici. Nel combattimento ch' ebbe allora luogo Protesilao, la
cui nave era stata la prima ad avvicinarsi al lido, essendo stato per
conseguenza anche il primo ad entrar nella zuffa, venne da un dardo di Enea
ammazzato.





Capitolo XII.



Come furono morti due figliuoli di Priamo; ed Achille ed
Ajace salvarono l' esercito de' Greci. Il re Telefo ritorna a casa sua; e
mentre si fa il mortorio a Protesilao, il re Cigno attacca i Greci; ma é
ammazzato da Achille.



Furono anche morti due figliuoli di Priamo: e dall' una
parte e dall'altra fu patita non poca strage della moltitudine. Ma Achille ed
Ajace Telamonio, col coraggio de' quali sostenevansi i Greci, combattendo
gloriosamente molto spavento incussero a' nemici e molto animo diedero ai loro.
Né omai si poté resistere ad essi; e perciò quelli che arditamente erano venuti
innanzi a poco a poco retrocedevano, e finalmente si misero tutti in fuga. Per tal
modo liberi da' nemici, ebbero tempo i Greci di mettere le loro navi a terra e
di collocarle in buon ordine e al sicuro. Poscia ad Achille e ad Ajace
Telamonio, nella cui bravura singolarmente fidavano, diedero la guardia del
campo ben assicurato ai fianchi. Così disposte le cose, Telefo, che loro aveva
servito di scorta nella navigazione a Troja, ringraziato meritamente dall'
esercito, ritornò a casa sua. Non molto dopo però ebbero i nostri un travaglio;
e fu che mentre stavano intenti a dar sepoltura a Protesilao e nulla temevano
per parte de' nemici, Cigno(1), il cui regno non era lontano da Troja, improvvisamente
e con insidia diede loro addosso per modo, che presi da subitaneo spavento e
fuori d'ogni ordine militare furono
obbligati alla fuga. Ma presto quelli che non avevano presa parte al mortorio,
intesa la cosa, si fecero innanzi ben armati; fra quali fu Achille, che
affrontato il re uccise lui e assai
numero de' suoi, liberando in tal modo i Greci che s'erano posti a fuggire.



(1) Questo Cigno era
figliuolo di Nettuno e di Calice, figliuola di Ecotone. Altri uomini illustri nell'
antichità sono conosciuti sotto questo nome. Il primo è Cigno figliuolo di
Sitarlo, re della Liguria; e di lui parla Ovidio nelle Metamorfosi. Il secondo è
Cigno figliuolo di Apollo, e di cui parlano e Ovidio e Antonio Liberale. Il
terzo è Cigno figliuolo di Marte e di Irene, e ne parlano Apollodoro ed Igino.
Il quarto é Cigno figliuolo di Marte e di Pelopia; e fu ammazzato da Ercole.
Igino parla di un quinto , figliuolo di Ocito e di Autofile. Si crede che
Cigno, di cui qui si parla, fosse re di Tenedo. Ovidio suppose che non potesse
ferirsi con alcuna arma , e che Achille volendolo uccidere dopo averlo
atterrato il soffocasse colla coreggia dell'elmo. Così disse anche Aristotile;
ma lo scoliaste di Licofrone suppone che fosse invulnerabile dappertutto
fuorché nella testa ; e che Achille per ammazzarlo gliela pestasse con una
grossa pietra.





Capitolo XIII.



Come i Greci stabilirono di impadronirsi de' paesi vicini a
Troja; e come quello di Cigno fu il primo ad essere devastato. Fu però salvata
la città per le preci degli abitanti, i quali consegnarono i figliuoli di Cigno
e si sottomisero ai Greci. Questi espugnarono Cilla e non toccarono Corone.



Però esitanti i capitani e dolenti della strage, che
facevasi de' loro per le continue sortite ed assalti de' nemici, vennero in
pensiero di dare alla guerra un nuovo ordine; e fu di mandare una parte dell'
esercito contro le città limitrofe a Troja ed in ogni modo farsene padroni. Il
primo paese in questa maniera invaso fu quello di Cigno, che devastarono tutto.
Ma quando, appressatisi alla città capitale, ov' erano tenuti i figliuoli del
morto re, furono per rendersene padroni, e già non trovando resistenza
incominciavano a mettervi il fuoco, vennero con preghiere e lagrime gli
abitanti d' essa a scongiurarli, abbracciandone le ginocchia, che in nome di
quanto v' ha di più sacro sulla terra e in cielo volessero dall' impresa
desistere, né fare che pel delitto di un pessimo re una innocente città, che in
avvenire sarebbe stata ad essi fedele, andasse in tanta ruina. E a questo modo
la loro città per commiserazione pietosa fu salva. Si volle però che
consegnassero Cobimo e Coziano(1), figliuoli di Cigno, e Glauce loro sorella,
la quale i nostri diedero in antiparte della fatta preda ad Ajace a premio
delle sue valorose azioni; e fu stipulata poi pace da quei popolani coi Greci,
a cui i primi promisero amicizia e tutto ciò che loro fosse comandato. I Greci
indi espugnarono Cilla(2); ma non toccarono Corone, che pur era poco discosta;
dal che si astennero a riguardo dei Meandrii, i quali erano padroni di quella
città e s' erano tenuti fedeli ed amicissimi a noi.



(1) Fuori di Ditti
nissun altro degli antichi fa menzione di Cobimo e Coziano. Bensì molti
nominano come figliuolo di Cigno un Tene, da cui pretendono che prendesse il
nome di Tenedo, chiamata prima Leucophrys. (2) Cilla era citià della Troade,
sacra ad Apollo: perciò Omero la chiama divina.. Strabone ne mette un'altra in
altro paese. Corone viene creduta la CoIona di Strabone, posta in faccia a
Tenedo. Non é agevole cosa il giudicarne. Chi dice, che non si sa su qual
fondamento Ditti la supponesse signoreggiata dai Meandrio non dice nulla. Come
sapremo noi le storie antiche, se non crediamo agli antichi storici? E se Ditti
non é l'antichissimo che si dimostra, perché saranno false tutte le antiche
cose che egli dice?





Capitolo XIV.



Come per oracolo fu destinato Palamede a fare un gran
sacrifizio ad Apollo Sminteo(1); ed Alessandro invano cercò di turbare quella
cerimonia, e fu con grave suo danno respinto; e come in quella cerimonia
Filottete fu morduto da un serpente, e mandato a guarire a Lenno.



Mentre succedevano queste cose fu recato al campo de' Greci
un oracolo della Pizia, pel quale era detto che dovesse per comun voto
concedersi a Palamede di far sacrifizio ad Apollo Sminteo: cosa, che fu grata a
molti per la considerazione speciale e per l'amore che avevasi da tutto l'
esercito a quel valentuomo; e recò per altro tristezza ad alcuni de' capitani.
Fu dunque fatto a norma dell' oracolo per tutto l' esercito questo sacrifizio,
con immolare cento buoi; e al rito presedette Crise, sacerdote del luogo. Ma
informato della cosa Alessandro, radunato un corpo di armati, andò per impedire
la cerimonia; il che non gli venne fatto, mentre prima di giungere al tempio se
gli opposero i due Ajaci, e con uccisione di molti de' suoi lo misero in fuga.
Crise, che abbiam detto sacerdote di Apollo Sminteo, temendo danno dai due
eserciti, preso aveva il partito di acconciarsi con chi venisse, se pure di
qualunque nazione, fingendo amicizia con ognuno. Mentre intanto facevasi quel
sacrifizio, Filottete, che non istava molto lungi dall' altare del tempio, fu
morduto da un serpente(2); il che suscitato avendo alto clamore per parte degli
astanti, accorse Ulisse e quel serpente ammazzò. Filottete fu colla compagnia
di pochi mandato nell' isola di Lenno per essere curato: imperciocché colà
abitavano i sacerdoti di Vulcano i quali, secondo che gl'isolani dicevano,
avevano la virtù di guarire di tai veleni.



(1) Strabone ha data
la ragione di questo soprannome di Apollo cosi chiamato da' Sorcj. Aveva in
questa qualità un tempio in Crise, città della Troade ed uno in Tenedo. Ditti
parla del primo.(2) Altri hanno supposto che questa disgrazia accadesse a
Filottete in un' altra Crisa, città di Lenno(3): altri in un sito di Lenno, ove
stava cercando l'altare su cui aveva sacrificato Ercole andando contro Troja.
Filostrato, che si unisce ai primi, aggiunge che cercava l'altare eretto non da
Ercole, ma da Giasone, quando andava verso la Colchide. Altri suppongono il
fatto nell' isola Nea, posta tra l'Ellesponto e Lenno. Teocrito ha detto che fu
morduto stando a contemplare il sepolcro di Troilo ucciso da Achille, il qual
sepolcro era nel tempio di Apollo Timbreo. Alcuni finalmente hanno negato che
fosse morduto da un serpente, ma bensì che fosse ferito per la caduta di una
delle saette di cui era depositario.(3) Tante misteriose virtù dagli antichi
attribuite ai sacerdoti di varie divinità, studiando bene i frammenti della

storia, potrebbonsi spiegare naturalmente. In Lenno eravi quella che diciamo
terra sigillata, la quale è un astringente utilissimo nella cura di ferite e di
piaghe; e Galeno che si portò ad osservarla sul luogo la dice buona anche pel
morso della vipera e di altri animali velenosissimi. E facile dunque credere
che i sacerdoti di Lenno l' applicassero a tali bisogni e ne facessero con
impostura un utile mercimonio.





Capitolo XV.



Come Diomede ed Ulisse si concertarono insieme per
assassinare Palamede; e come vi riuscirono. Dei funerali che gli vennero fatti.



Nello stesso tempo Diomede ed Ulisse s'intesero insieme per
toglier di mezzo Palamede, secondo che porta l' umana indole, la quale fa che gli animi deboli e pieni d'invidia non
soffrano d' essere sopraffatti dai migliori. Quindi avendo finto di voler
dividere con essolui un tesoro, che dicevano trovarsi in un certo pozzo,
allontanato ogni altro, proposero a lui che discendesse per primo; dove,
siccome non temeva di andare, si fece calare con una corda: ma appena fu al
fondo, che tolti a gran furia de' sassi, ch' erano sparsi all'intorno, là giù
l'oppressero. E in tale maniera quell'ottimo uomo, carissimo a tutto l'esercito,
il cui consiglio e la cui virtù non furono vani giammai, ingannato e tradito da
chi meno il doveva, indegnamente perì(1). E fuvvi chi tenne Agamennone di quel
complotto, perché Palamede amava assai il soldato ed era assai amato
dall'esercito, la massima parte del quale desiderava che n' avesse egli il
comando, e parlavasi già apertamente di deferirglielo. Tutti i Greci presero
parte al suo funerale come a cosa pubblica e dopo che il suo cadavere fu
abbruciato gli avanzi furono sepolti in un' urna d'oro.



(1) Altri in diversa
maniera hanno raccontata la morte di Palamede. Dicesi che mandato Ulisse in
Tracia per mettere insieme frumento, essendone ritornato senza, fu aspramente
rimproverato da Palamede; e che volendosi Ulisse giustificare della taccia datagli
di negligenza, dicendo che ne tornerebbe senza anche Palamede se vi fosse come
lui andato, Palamede v'andò e riportò copiosissima provvigione(2).Con ciò
crebbe l' odio di Ulisse contro di lui; il quale per vendicarsi inventò una
lettera di Priamo a Palamede, nella quale lo ringraziava di certo tradimento
concertato e ricordava una somma d'oro mandatagli. Ulisse consegnò la lettera
ad un prigioniero, che fece ammazzare per istrada, mentre secondo la direzione
datagli andava a ricapitarla. Le guardie trovando il cadavere presero la
lettera e la portarono ad Agamennone, il quale non mancò di farla leggere
nell'assemblea de' Principi. Ivi Ulisse fingendo di assumere la giustificazione
di Palamede disse altamente che se si credesse alla cosa potevasi fare una
perquisizione nella tenda dell' imputato e vedere s'egli avesse oro. Si andò e
si trovò una somma d'oro che Ulisse medesimo aveva fatto mettervi di notte
tempo, avendo guadagnato i servi di Palamede: e questi fu lapidato. Del resto
che con Ulisse a' danni di Palamede fosse d'accordo Diomede, lo dice anche
Pausania: e che d'accordo con Ulisse e Diomede fosse Agamennone, lo ripete Tzetze
e lo Scoliaste di Euripide. (2) Di questa cagione dell' assassinamento di
Palamede parlano Filostrato e Costantino Manasse, dicendo che Achille e Palamede
furono amicissimi; che andarono insieme a dare il guasto alle città limitrofe a
Troja; e che da ciò prese Ulisse occasione di accusare Palamede presso
Agamennone, come facesse partito per far eleggere Achille comandante supremo
dell' esercito, onde richiamato al campo fu lapidato. - Altronde vedi Darete.





Capitolo XVI.



Come anche Achille sì mosse contro i circonvicini popoli
amici de' Trojani, e devastò varj paesi, e prese alcune città con molto
bottino; e con altre fece trattati. Un re degli Sciti andò a' Greci con doni.



Achille anch' egli si volse alle città vicine a Troja, le
quali credeva che fossero a favor di Trojani ministre di guerra e come loro
arsenali. E con alquante navi primieramente assaltò Lesbo(1) e senza difficoltà
la conquistò, uccidendo Forbante che n'era re e che fatto aveva molte ostilità
contro i Greci; e conducendo via con assai bottino Diomedea(2), figlia del
medesimo. Andò poi addosso a Sciro(3) ed a Jerapoli, città opulentissime,
cotale spedizione addimandandogli i suoi soldati; e in pochi giorni, niun
ostacolo incontrando, le diroccò. Del resto, ovunque andava messe erano a ruba
campagne per lunga pace pienissime d'ogni buona cosa, e gli abitanti n' erano
da colmo in fondo ruinati: poiché ogni luogo creduto amico de' Trojani veniva
senza misericordia spiantato e devastato. Questo fu cagione che i popoli
circonvicini corressero a lui pacificamente; e perché i loro fondi non
patissero, pattuirono di dare a lui la metà de' frutti; di che diedero e
ricevettero promessa e fede a trattato di pace. Così pieno di gloria e di preda
ritornò poscia all' esercito; ed in quel tempo un re degli Sciti, avendo inteso
l' arrivo de' Greci nella Troade, andò a loro con molti doni.



(1) Isola dei mar Egeo
in faccia alla Troade. Prima chiamavasi Issa. (2) Onero la chiama Diamene. (3)
Generalmente si legge Firn: ma é
errore. Piotisi però che non é già Pisola di tal nome, ma una città della
Frigia. Veggasi Omero. Anche Jerapoli era città della Frigia, di cui parlano
Vitruvio e .Strabone.





Capitolo XVII.



Come Achille andò ancora contro i Cilici; e come col bottino
portò via Astinome ed Ippodamia, il padre della quale s' impiccò.



Né fu Achille contento della mentovata spedizione; che di
più si voltò contro i Cilici;(1) e prima assaltata Lirnesso, in pochi giorni
oppugnandola se ne fece padrone; poi andò contro ad Eetione, che regnava anch'
egli in que' luoghi, e l' uccise; ed empiute le sue navi di doviziosissimo
bottino, condusse seco Astinome, figliuola di Crisio, che era sposata al re. Di
là sollecito andò a Pedaso ed incominciò a combattere quella città de' Lelegi(2).
Ma Brise re di quel popolo veggendo la ferocia che nell' assedio i nostri
mettevano e pensando niuna forza poter reprimere i nemici, niuna difendere i
suoi, disperando di fuga e di salvezza, mentre gli altri erano intenti contro i
nostri, ritiratosi nel palazzo s'impiccò. Né tardò molto la città ad essere
presa, dove parecchi restarono morti, e fu portata via la figliuola del re,
chiamata Ippodamia(3).



(1) I popoli della
Cilicia erano a quel tempo divisi in due Provincie, di una delle quali era re
Mirteto, che risiedeva in Lirnesso; dell'altra era re Eetione, e Teba
chiamavasi ia sua capitale. Astinome da Omero é detta Criseide
. (2) Si narra che i Lelegi, popolo vicino alla Cilicia, vedendo il loro
paese devastato da Achille passarono nella Caria e si stabilirono vicino ad
Alicarnasso.(3) Questa é la famosa Briseide di Omero.





Capitolo XVIII.



Come Ajace andò nel Chersoneso di Tracia e pattuì con Polinnestore, che gli consegnasse
Polidoro, figliuolo di Priamo, oltre gran quantità e d' oro e d' altre cose; e
come andato contra i Frigj ammazzò in duello Teutrante e ne portò via Tecmessa.



Come Achille, Ajace Telamonio si mise in corso anch' egli,
infestando in ogni maniera il Chersoneso di Tracia; e gli avvenne di avere a
patti Polinnestore(1), re di quella regione: perciocché vedendo questi il
valore e la gloria di Ajace né fidandosi delle proprie forze, spontaneamente si
diede a lui. Ben é vero che quel principe comprò la pace colla nefandità di
consegnare al greco capitano Polidoro, figliuolo di Priamo, che questi aveva
dato nascostamente in cura a Polinnestore affinché glielo allevasse. E costui dovette
ancora sacrificare quantità d' oro e donativi di molte specie fatti ad ognuno
per conciliarsi il favore de' nemici; e promise di dare ogni anno frumento per
l' esercito, incominciando a riempierne le navi da trasporto che Ajace aveva
seco; ed aggiungere nel rinunciare all' amicizia di Priamo spergiuri ed
esecrazioni: a tai patti comprando la pace e la fede. Di là Ajace si mosse
contro i Frigj, e penetrando nel loro paese uccise in duello Teutrante(2), che
n'era il re; e presa ed arsa la città né portò via ricchissime spoglie ed
insieme Tecmessa figliuola di Teutrante.



(1) Polinnestore era
genero di Priamo, avendo sposata Ilione figliuola di quest' ultimo.
(2) Alcuni libri lo chiamano Teutandro e Sofocle nell' Ajace lo dice Trinità. Molle cagioni hanno potuto
indurre varietà ne' nomi di persone e cose antiche. Sofocle fa dire a Tecmessa
che suo padre s' ammazzò da sé; ma in Tecmessa ognuno vede la ragione di cosi
dire, ancorché il fatto fosse accaduto diversamente.







Capitolo XIX.



Come Achille ed Ajace tornano colle spoglie nemiche al
campo, e sono applauditi dai Greci; e come fu divisa la preda che portarono.



Così Achille ed Ajace, devastati ed espugnati tanti paesi e
rendutisi chiari e magnifici per gran nome, da diversi luoghi quasi d' accordo
ritornarono nello stesso tempo all' esercito. Quindi a voce di banditore
radunati soldati e capitani ed entrati nel campo, ognuno d'essi venne esponendo
in cospetto di tutti quanto aveva fatto ed ottenuto. Del che ebbero dai Greci
applausi e lodi senza fine e furono in mezzo all' esercito solennemente
incoronati con ghirlande di olivo. Cominciossi poscia a pensare di distribuire
la preda; e ne fu dato il carico a Nestore e ad Idomeneo, uomini estimatissimi;
e consentendo tutti dalla preda di Achille, eccettuatane Astinome, moglie di
Eetione, che dicemmo figliuola di Crisio, una parte fu offerta ad Agamennone,
in riverenza della regia sua dignità; ed Achille oltre la figliuola di Brise,
Ippodamia, tenne per sé anche Diomedea(1), per la ragione che essendo della
medesima età e pasciute alla medesima tavola, non senza sommo loro cordoglio
potevansi separare; e già s' erano gittate a piedi di lui, con grandi prieghi
scongiurandolo che non volesse che si distaccassero l' una dall' altra. Il
rimanente poi della preda fu distribuito a ciascheduno secondo i meriti
particolari. Ulisse e Diomede, così pregati da Ajace, fecero recare in mezzo la
preda che questi aveva fatta, della quale tanto oro ed argento fu dato al re
Agamennone quanto parve bastare; poi fu conceduta ad Ajace per merito degli
egregj suoi fatti la figliuola di Teutrante, Tecmessa; e, divise per testa le
altre cose, il frumento fu distribuito all' esercito.



(1) Mad. Dacier
domanda come potevano essere queste due donne state educate insieme, se una
veniva di Lesbo e l'altra di Lirnesso? Non si è essa certamente avveduta che
Ditti non dice che fossero state educate insieme, ma semplicemente ejusdem censu
et alimonia. Il che in uno scrittore vago di ricercati modi basta ad esprimere
ch' erano state insieme, dacché erano fatte preda d' Achille: nè vuolsi di più
per giovinette infelici a contrarre fra loro amicizia, consolandosi de' comuni
infortunii.





Capitolo XX.



Come narrato gli ebbe Ajace il trattato con Polinnestore, i
Greci mandano una imbasceria a Priamo per cambiare con Polidoro Elena, e le
donne e le cose portate via di Sparta; e come andato anche Menelao parlò ai
vecchi; e della impressione che a questi fece il discorso di Menelao.



Dopo ciò Ajace venne riferendo il trattato con Polinnestore
e la consegna fattagli di Polidoro. Su di che fu comune opinione che Ulisse e Diomede
andassero al re Priamo e ricevendo Elena e le donne e le cose con quella tolte
in Sparta, gli consegnassero questo suo
figliuolo. Andando costoro con tale commissione, volle aggiungersi loro per
terzo Menelao, giacché il passo che facevasi era tutto a riguardo suo. Andarono
dunque a' Trojani tenendo in mezzo a loro il giovinetto. I quali tosto che il
popolo vide e conobbe essere uomini di grande affare, presto fece radunare
tutti i vecchi di cui solea comporsi il consiglio; ma i figliuoli ritennero
Priamo, onde non intervenisse. Menelao intanto, presenti tutti gli altri, fra'
Greci prese a parlare dicendo essere quella la seconda volta che per la stessa
cagione si presentava; e rinnovare le sue querele per l'assenza della moglie,
riguardando tanto le molte ingiurie ch' egli e la sua casa aveva ricevute per
quel fatto quanto i continui gemiti di una tenera figlia(1) obbligata a
piangere veggendosi priva della madre; e tutte queste calamità ed offese
venivangli da uomo stato una volta suo amico ed ospite; né certamente da lui
meritate. Ora que' vecchi la dolente querela udirono lacrimando e tutto ciò che
Menelao diceva approvarono, come se sentissero eglino medesimi l' ingiuria ch'
egli aveva sofferta.



(1) Questa era
Ermionte, che Menelao aveva avuta da Elena.





Capitolo XXI.



Come dopo Menelao parlò al consiglio de' vecchi di Troja
Ulisse; e delle cose che loro dichiarò.



Dopo di che saltò su Ulisse; e fece il seguente discorso. «
Io credo, o Principi trojani, che ottimamente sappiate non essere soliti i
Greci a pigliare alcuna impresa a caso né senza prima assai maturarla: che
certamente, siccome da' loro maggiori fu fatto in addietro, cercano essi che
ogni loro intraprendimento ed azione risulti in loro lode; e non che debba loro
cadere in biasimo. E per tacere delle antiche cose ben consultate, abbiatevi
per esempio questo, che essendo poc' anzi la Grecia stata in sì notabil modo
ingiuriata e vilipesa da Alessandro, non é subito corsa né alla violenza, né
alle armi, come guida a fare la collera; ma posatamente consultando volle, se
ben vi ricorda, che noi venissimo con Menelao ambasciadori per ricevere Elena.
Né però intanto alcuna soddisfazione avemmo da Priamo e da' suoi figliuoli; ma
solo ci fu risposto con superbe minacce, e tese ci furono occulte insidie. Non
essendosi dunque fatta ragione alcuna alle giuste nostre istanze, uopo fu che
si prendessero le armi; e che colla forza si cercasse quella ragione, che per
amichevole mezzo non poté impetrarsi. Ma venuti qua con sì grande esercito raccolto
da tutta quanta la Grecia e con tanti e sì egregj capitani, non reputammo
ancora di dovere risolverci a decisivo combattimento; ma piuttosto seguendo il
costume e la modestia solita, veniamo a voi per la seconda volta a farvi l'
istanza che facemmo già. Siate voi, o Trojani, arbitri della cosa. Né a noi
rincrescerà d' avervi dato luogo a ben consigliarvi, se d' uomini di sano
giudizio é proprio correggere con salutare risoluzione le risoluzioni cattive
dapprima prese. E per quanto riverite gli Dei immortali, priegovi che vogliate
considerare le stragi, e dirò la pestilenza, che questo esempio può recare al mondo.
Imperciocché qual saravvi quind' innanzi uomo di alcun affare, che ricordandosi
di quanto ha fatto Alessandro, non sia costretto ad avere in ogni cosa sospetto
il suo amico, e non debba temere in esso lui un insidiatore? Qual fratello si
fiderà più di ricevere il fratello in casa sua? Chi non riguarderà omai
l'ospite e il più stretto parente se non come un nimico da fuggire? E se mai
foste per approvare, il che io non credo, il fatto di cui ci quereliamo,
dovrete volere che tra Greci e gli altri popoli sia per sempre tolta ogni
concordia, ogni patto, ogni principio di mutua pietà. Per la qual cosa, o
Trojani, giusto é ed é utile che i Greci, restituito loro tutto ciò che per
violenza fu loro tolto, siano amichevolmente mandati a casa; né fare che due regni
tra sé concordi ed in amicizia pienamente uniti abbiano a venire alle mani. Le
quali cose mentre io considero, non posso a meno di non trovare dolentissima la
sorte vostra, mentre innocenti e senza alcuna colpa vittima della libidine di
pochi sarete costretti a pagare il fio dell'altrui scelIeraggine! E siete voi
soli a non sapere come sieno state trattate già le città vostre amiche e vicine
a voi? o cosa già si prepari a quelle che vi restano ancora attaccate? Polidoro
é prigione de' Greci, e da essi ogni sua sorte dipende: il quale potrà
inviolato restituirsi a Priamo, se almeno ora ci si darà Elena con quanto
insieme con essa fu portato via da Sparta. Se ciò non fia, non più oltre si
differirà la guerra; né alla guerra si darà fine, se tutti i capitani, ognuno
de' quali basta a distruggere la vostra città, non restino morti; o se, come
spero che succeda, preso ed incendiato Ilio, non lascisi a' posteri l' esempio
della vostra empietà. Onde, finché avete tempo, sapientemente provvedete a'
vostri casi. »





Capitolo XXII.



Come al discorso di Ettore risposero Panto ed Antenore; e
del secondo discorso che tenne Ulisse essendo entrati in consiglio gli amici e
gli stipendiati di Priamo. Conclusione de' vecchi; chi contraddicesse; e del
rapporto ordinato a Priamo.



Come Ulisse ebbe finito di parlare, tutti aspettavano in
gran silenzio, conforme suole avvenire in simili congiunture, che altri
esponesse il suo parere; ognuno per sé non tenendosi da tanto in sì grande
argomento. Se non che sorto Panto(1) ad alta e chiara voce disse: Tu hai, Ulisse,
parlato ad uomini, i quali non possono alle cose usare rimedio, che col buon
volere. E dopo lui soggiunse Antenore: Tutte le cose, che voi avete rammentate,
noi conosciamo pienamente, e prudentemente comporteremo: né a ben deliberare
mancaci il buon volere; ma ci sono tolte le forze; le quali, siccome vedete,
stanno in mano di coloro che hanno l'imperio, e che alla utilità pubblica i
loro particolari appetiti prepongono. Dette le quali cose egli fece introdurre
per ordine tutti coloro i quali o per amicizia per Priamo od assoldati da lui
condotto avevano truppe ausiliarie. Ai quali venuti dentro Ulisse parlò con un
secondo discorso, tutti chiamandoli iniquissimi, né dissimili da Alessandro;
perciocché toltisi da ciò che é giusto ed onesto, si facean seguaci dell'
autore di una pessima scelleratezza. Né alcuno doveva ignorare che quando venisse
approvata l' atroce ingiuria, datosi agli uomini sì mal esempio, anche i meno
lontani commesso avrehbero tali e peggiori delitti. Che intanto come trattavasi
di cose sì turpi tutti ne sentivano tacitamente nell' animo loro il giusto
valore; ed abborrendo un tanto fatto ne prendevano lo sdegno che meritava. E
poiché i vecchi secondo l' usanza ebbero esposto il loro parere, per consenso comune
restò concluso che Menelao era stato indegnamente offeso; e Antimaco(2) fu il
solo che in grazia di Alessandro dicesse contro l' opinione di tutti gli altri.
Si nominarono due, i quali andassero ad informar Priamo di quanto si era
deliberato; e questi ebbero per commissione di riferirgli ciò che concerneva
Polidoro.



(1) Panto, secondo che
abbiamo nella storia di Darete, era figliuolo di Euforbo. Fu sacerdote di
apollo Delfico; e dicesi che il figliuolo di Antenore lo rapisse da Delfo, ove
Priamo lo aveva mandato, e lo conducesse in Ilio ed ivi pure attese alle cose
sacre. Sposò Pronome, figliuola di Clitio, e n' ebbe Polidamante, celebrato
sovente da Omero come uomo distinto per prudenza e per la preveggenza delle
cose future. Virgilio chiamò Panto ortriade. (2) Ditti pare l'unico che faccia
menzione di questo Antimaco, del quale non avendosi altra notizia é venuto in
testa a Madame Dacier di dubitare e di confonderlo con Archemaco, uno de'
figliuoli di Priamo. Potrebbe però essere che nel passare il libro di Ditti per
tante mani vi si fosse introdotto anche questo errore. Madama Dacier dice
essere falso che il solo Antimaco parlasse contro la proposta di restituire
Elena, mentre dello stesso sentimento furono Eleno, Deifobo, Polidamante ed
altri. Egli é evidente che Ditti non dice che Antimaco fosse il solo che stesse
per ritenere Elena, ma il solo , che nella congiuntura di cui si traita in
questo capitolo parlasse in tal senso: cosa ben diversa
.





Capitolo XXIII.



Come il re Priamo udisse i sensi de' Greci, e quanto
riguardava Polidoro; e come i suoi figli gli impedirono di portarsi al
Consiglio. Ivi Antimaco fa proposizioni combattute da Antenore, e per le quali
é cacciato fuori.



Priamo, udito ch' ebbe queste cose, costernato massimamente
per ciò che riguardava il figliuolo, alla presenza di tutti cadde tramortito a
terra. E posciaché da chi era presente fu sollevato e ripigliò le forze, il
primo suo pensiere fu di andare in consiglio: ma i figliuoli ne lo impedirono;
e abbandonato il padre corsero essi con impeto violento là ove ancora stavano
consultando i vecchi; e giunsero nel momento, in cui Antimaco seguitava a
vomitare improperi contro i Greci, altamente protestando che allora soltanto
sarebbesi lasciato partire Menelao, quando Polidoro fosse stato restituito; ed
in ogni caso dover essere la medesima la sorte dell' uno e dell' altro.
Incontro a queste cose, tacendo tutti, si fece animosamente Antenore, in ogni maniera
ingegnandosi d'impedire che si adottasse tale risoluzione. E siccome dopo
essersi acremente disputato prò e contro si veniva a' fatti, tutti quelli che
trovavansi presenti proclamando Antimaco per un inquieto e turbolento uomo lo
cacciarono fuori della curia.





Capitolo XXIV.



Come Panto con molte ragioni cercasse d' indurre Ettore a far
restituire Elena; e la proposta che fece Ettore di dare a Menelao una figliuola
di Priamo.



Ma usciti che furono gli altri figliuoli di Priamo, Panto
prese da parte Ettore e vivamente, siccome tra que'principi era creduto e per
valore e per consiglio uom buono, si pose ad esortarlo e a pregarlo che prima
di tutto amichevolmente si restituisse Elena, giacché i Greci erano venuti
supplichevoli a dimandarla. Né già era mancato tempo ad Alessandro di
soddisfare al suo amore con lei, se per avventura ne avesse avuto; e dovere
ognuno badare che i re greci erano presenti; e considerare gl' insigni loro
fatti e la gloria tuttora recentissima che s' erano acquistata nel distruggere
tante città amiche di Troja; e come per 1' orrore del commesso mal esempio
Polinnestore avea spontaneamente consegnato Polidoro a' Greci. Dal che sorgere
fondato timore, che tali sentimenti non entrassero eziandio nelle città
circonvicine; e non si dessero a risoluzioni funeste a Troja. Né esservi di che
fidarsi; anzi ogni cosa doversi avere per piena di contrarietà e d'insidie, se
avvenga che si stringa l' assedio. Le quali cose, se tutti si porranno a
riguardare nel vero loro aspetto, né più a lungo riterrannosi senza conclusione
gli ambasciadori; e rimandando Elena amichevolmente , maggiore e più stretto
vincolo di amistà stringerassi fra i due regni. Udite Ettore queste cose, sulla
ricordanza del misfatto di suo fratello si fece alquanto tristo, né poté
ritenere le lagrime. Però non pensava ch' Elena si dovesse tradire; perciocché
ella in casa supplicato l' avea di proteggerla, ed egli vi si era colla sua
parola impegnato. Disse nondimeno, che se provato si fosse che con lei altre
cose fossero state tolte, d' esse doveasi fare restituzione; e che in fine per
Elena data si sarebbe in isposa a Menelao con reali doni o Cassandra o
Polissena; quella delle due, che gli ambasciatori sceglierebbono.





Capitolo XXV.



Come rispondesse Menelao alla proposta di Ettore e come Enea
il ribattesse. Ulisse conclude; e il popolo si sdegna del discorso di Enea, e
ne augura male.



A questo discorso di Ettore atrocemente irato rispose
Menelao:" E bel trattamento invero sarebbesi questo, che ci verrebbe fatto, se
spogliato del mio, altro matrimonio venissi obbligato a fare a tutta voglia de'
miei nemici!". Incontro a cui disse Enea: Ma né pure questo ti sarà conceduto,
finché possiam parlare io e quanti siamo parenti ed amici, che le cose di
Alessandro abbiamo a cuore(1): perciocché né manca, né mancherà mai gente, che
la casa e il regno difendano del re Priamo; né se fia, che il re Priamo perda
Polidoro, starassi egli orbo di prole, tanti e tali figliuoli restandogli. Ed é
poi forse de' soli Greci il privilegio di tai ratti! e quello di trar da Sidone
Europa, e di portarla in Creta; e quello di rapire da questi paesi nostri e da
questo imperio Ganimede !.... E che poi dirò di Medea? Ignorate voi ch'essa da
Colco fu portata tra' Jolchi in Messenia? Né tacerommi pur qui quel primo
famoso ratto, quando Io da' lidi sidonj fu obbligata a girsi ad Argo. Fin qui
con voi s' é trattato in parole: or vi avviso, che se presto non isgombrate con
tutte le vostre navi da questi lidi, vedrete di che polso sieno le armi
trojane; perciocché a mercé grande degl' Iddii abbiam gioventù numerosa, che sa
fare la guerra ed ogni giorno rinforzi ed ajuti ci arrivano. - Come Enea ebbe
finito di parlare così, Ulisse con tranquillo tuono soggiunse: per ciò che
veggo, non é più in poter nostro il differire le ostilità. Date dunque il segnale
della guerra; e come da voi vennero le prime ingiurie, anche la guerra
incominci da voi: noi provocati risponderemvi. - Gittate invano dall' una e
dall' altra parte queste parole, gli ambasciatori si ritirarono. Il popolo
appena seppe quanto contro loro avea detto Enea, s'alzò in tumulto, gridando
che per cagione di lui andrebbe a ruina tutta la casa di Priamo, perciocché
aveva coperto di tanta odiosità il suo regno
e sì mal partito aveva scelto.



(1) Enea ed Alessandro
erano consobrini: perché, essendo nati da Troilo ed Assaraco, Ilo fu padre di
Laomedonte, avo di Alessandro, ed Assaraco fu padre di Capi, avo di Enea.
Madama Dacier anche qui oppone all' autore che Enea sempre operò per la
restituzione di Elena; e porta in prova l'autorità di T. Livio. Noi la
riguardiamo della stessa forza che quella di Virgilio. Però vedi Darete.





Capitolo XXVI.



Come gli ambasciadori ritornati al campo riferirono l' esito
della loro missione, e come si decretò e fu eseguita sotto le mura della città
la morte di Polidoro, il cui corpo però si diede ai Trojani(1). Spedizioni felici
di Ajace Telamonio.



Gli ambasciadori ritornati all' esercito riferirono a tutti
i capitani quanto contro d'essi i Trojani detto avevano e fatto. Laonde per
prima cosa si determinò che in cospetto di tutti e sotto le mura stesse della
città Polidoro fosse trucidato. Né si tardò a dare esecuzione a sì crudo fatto:
imperciocché condotto in mezzo al campo, veggenti dalle mura moltissimi de'
nemici, fu lapidato, vittima della empietà de'suoi fratelli. Dopo di che un
banditore fu mandato a Trojani per annunciar loro che potevano dimandarne il
cadavere, onde dargli sepoltura; e di fatti venne Ideo con alcuni servi del re
a prenderlo tutto rotto ed insanguinato qual' era, e lo portò innanzi ed Ecuba
sua madre. Intanto Ajace Telamonio, perché nulla fosse in quiete ne' paesi
vicini a Troja ed amici di quella città, andò ad assaltarli ostilmente; e prese
Botira e Cilla(2), ambe città nobilissime per ricchezze, nè contento di questo
si voltò a saccheggiare Gargaro, Arisba, Gergeta, Scepsi e Larissa; il che fece
con celerità mirabile. Indi avvisato dagli abitanti del paese, molti bestiami
d'ogni genere essere sul monte Ida, andò colà speditamente con truppa ed
ammazzati i custodi degli armenti e delle greggie condusse via quanti animali egli volle; e
poiché nissuno gli faceva fronte, volti già in fuga tutti ovunque egli
capitasse, con immenso bottino ritornò a' suoi.



(1) Madama Dacier per
convincere di falsità Ditti allega l' autorità di Virgilio e di Euripide, i
quali dicono che Polidoro fu ammazzato da Polinnestore. Confessa poi che Omero
ha detto una altra cosa, mentre ha asserito che Polidoro fu ammazzato da
Achille. Ecco la logica dei commentatori! (2) Forse dovrebbesi leggere All'ira, città posta tra Lampsaco ed Abido,
non lungi da Antandro. Botira non trovasi in nessuna parte. Cilla era nella
Troade, non lungi da Tebe. Gargaro era sulla sommità del monte Ida. Arisba
verso Abido nella Troade sul fiume Se
Unite.
Gergeta era nell'agro Lampsaceno.Scepsi altramente detto Palescepsi,
o Scepsi antica, sul fiume Cebrene, situata sul più alto del monte Ida, poi
trasportata in basso. Larissa era sul
Sigeo, dirimpetto a Tenedo. Nissuno de' commentatori avverte che di Cilla ha
detto già nel cap. XIII che fu espugnata dai Greci. O là dehbe leggersi il nome
d' altra città o qui debbesi supporre che Cilla avesse dato nuovo motivo ai
Greci di andarle sopra un' altra volta.







Capitolo XXVII.



Come Crise andò ad Agamennone col simulacro d'Apollo e con
doni per riscattare Astinome, che i Greci commossi giudicarono doversegli
rendere senza riscatto.



In questo medesimo tempo Crise, che già dicemmo essere
sacerdote di Apollo Smintéo, saputo che sua figliuola Astinome era presso
Agamennone, fidato nel carattere che gli dava la religione di quel nume andò
alle navi, portando in mano il simulacro del Dio e certi ornamenti del tempio(1),
per più facilmente commovere colla mostra della divinità presente i re a
portargli riverenza. E messi fuori assaissimi doni d'oro e d' argento, chiese
di riscattare la figliuola, invocando che si facesse il debito onore alla
immagine del Dio che seco veniva a pregare pel suo sacerdote. Espose ancora
quanta persecuzione soffriss' egli ogni giorno più da Alessandro e suoi parenti
a cagione che permesso aveva a' Greci poco innanzi di far sacrifizio ad Apollo.
Udite le quali cose tutti concordemente convennero che si restituisse al
sacerdote la figliuola né doversi accettare alcun riscatto(2); perciocché egli
era nostro fedele amico; e di più gli si dovea avere grande riguardo servendo
egli al culto di Apollo, a cui. e per le prove che se ne avevano e per la fama
che n'era sparsa tra paesani, destinato già avevano di rendere ossequio in ogni
cosa.



(1) Questi ornamenti
consistevano in una corona d' alloro e in uno scettro d'oro. (2) Madama Dacier
seguitando il suo sistema di giudicare dello storico opponendogli l'autorità
del poeta osserva a questo passo che i Greci, secondo che dice Omero,
convennero bensì che Crise, reverendo sacerdote di Apollo, dovesse riavere la
figliuola domandata, ma che s'avesse poi ad accettare il riscatto che ne
offriva.





Capitolo XXVIII.



Come Agamennone con mali modi cacciò via Crise; e i Capitani
dell' esercito ne furono indispettiti ed Achille gli disse villanie.



Ma a questa deliberazione comune si oppose Agamennone, il
quale acceso in volto d'ira minacciò al sacerdote la morte, se presto non si
ritirasse; e in questa maniera atterrito e mal sicuro, senz' altra conclusione,
fu quel vecchio cacciato del campo. I capitani però andarono ad Agamennone ad
uno per uno e molte aspre cose gli dissero, come a quegli che per innamoramento
di donna schiava sì mal conto faceva di sé stesso e, quello ch'era peggio, di
un sì grande Iddio; e quindi con esecrazione il lasciarono: tanto più che ben
rammentavansi come non senza consiglio suo Diomede ed Ulisse avevano a
tradimento ammazzato Palamede, uomo sì caro ed accetto a tutto l' esercito.
Achille fece di più, mentre in faccia di tutti coprì di contumelie lui e
Menelao.





Capitolo XXIX.



Come ritornatosi Crise a casa sorse una orribile pestilenza
nell'esercito de' Greci, e come l' indovino Calcante interrogato disse
procedere per lo sdegno d'Apollo, e doversi restituire Astinome al padre.



Crise carico di tanta ingiuria si ritirò in casa sua: né
passarono molti giorni, che o fosse accidente o, come da tutti si credea,
sdegno di Apollo, una malattia gravissima attaccò l'esercito. Incominciò essa
dagli animali, di poi a poco a poco crescendo si sparse per gli uomini, de'
quali miseramente gran numero moriva, dopo che da quella pestifera infermità
erano stati tormentati. Ma nissuno de' re fu morto di quel male né in alcuna
maniera da esso tocco. Bensì vedendo come sempre più crescea nella violenza ed
ogni giorno multiplicavansi le morti, si unirono a consiglio tutti insieme,
paventando di restar infine vittima anch' essi di tanto flagello; e domandarono
a Calcante, che dicemmo già essere indovino, onde la cagione esplorasse e
dicesse di sì grande calamità. Al che egli rispose vedere ottimamente quale ne
fosse l'origine; ma non essergli permesso di favellarne per non incorrere nella
disgrazia di potentissimo re. Le quali cose sentendo Achille, parlò a ciascuno
de' capitani, inducendoli a giurare con sacramento che non sarebbesi tenuto
offeso qualunque cosa Calcante avesse detta. Ed al solo Achille, che giurasse
di ajutarlo colle parole e coll'opera. Il che avendo Achille giurato di fare,
Calcante parlò. È facile, vedere cosa sia più verosimile.



(i) Omero dice a questo proposito , che Calcante dimandò
allora costui, come fu assicurato di ciò, altamente indicò lo sdegno di Apollo:
imperciocché irritato Co' Greci per l'ingiuria fatta al suo sacerdote, voleva
soddisfarsene sull'esercito. E cercando Achille qual dunque fosse il rimedio al
male, Calcante soggiunse a ciò solo poter giovare la restituzione della
donzella.





Capitolo XXX.



Come Agamennone per sicurezza di sé armò i suoi; e come
Achille fece fare un monte di cadaveri, onde render sensibile l' atrocità di
Agamennone, dichiarando di volere ammazzarlo se persisteva. E i Capitani
andarono ad Agamennone riferendogli tale risoluzione, ed egli stette ancora
ostinato.



Agamennone intanto, congetturando quello che poi accadde, uscito
taciturno del consiglio diede ordine che tutti quegli che avea seco si
armassero. Il che osservato da Achille, mosso a sdegno per questo fatto e
addolorato in veggendo la ruina del travagliato esercito, fece raccorre da ogni
parte i cadaveri de' morti, miseramente luridi e mal conci com' erano, e
gittarli in faccia a tutti nel luogo del congresso. Colpì gravemente questo
spettacolo i re e tutti gli altri, a modo che si deliberò di andare in corpo da
Agamennone con alla testa Achille, che promosse la cosa; e che disse che quando
Agamennone si fosse ostinato nel primo pensiere, se ne sarebbe fatta vendetta
colla morte di lui. E così fu detto al re; ma o per 1' animo suo pertinace o
per accecata passione che avesse per la schiava, disposto a venire ad ogni
estremità, per nulla si rimosse dal suo proposto.





Capitolo XXXI.



Come i Trojani prevalendosi della triste situazione de Greci
vennero fuori coll' esercito e si combattè sino a sera.



Poiché i Trojani videro dall' alto delle mura tanto spesso
abbruciar di cadaveri e tanti seppellimenti e furono informati che anche gli
altri erano assai indeboliti dal fiero morbo, fattosi animo, diedero mano alle
armi ed accrescendo le loro forze con ausiliari uscirono fuor delle porte
contro il nemico. Nel che fare divisero, subito che furono alla campagna, in
due corpi il loro esercito, mettendosi alla testa de' Trojani Ettore e Sarpedone
alla testa degli ausiliari. Allora i nostri, vedutisi venir contro i nemici,
prese le armi e postisi in ordinanza composero un corpo di fronte semplice(1),
al cui destro corno fu messo Achille con Antiloco, al sinistro Ajace Telamonio
con Diomede; e nel centro Ajace Oileo e il nostro Idomeneo; e così marciarono
al nemico. E come si fu per venire alle mani, ognuno confortò i suoi e si
cominciò a combattere: nel che procedendosi, moltissimi dall'una e dall'altra
parte caddero, distinguendosi in quella battaglia dal canto de' Trojani Ettore
e Sarpedone e da quello de' Greci
Diomede e Menelao. La notte che sopraggiunse fece cessar dalla pugna, chiamando
gli uni e gli altri al riposo; e ritirati gli eserciti, ognuno abbruciò i
cadaveri de' suoi e li seppellì.



(1) Pare che con ciò
voglia dire, che non vi fu corpo di rinforzo né di riserva.





Capitolo XXXII.



Come Agamennone pauroso di perdere il primato dichiarò di
voler restituire Astinome, ma di volere in cambio Ippodamia. E Achille tacque ,
e mentre Astinome fu mandata a Crise, i littori condussero Ippodamia ad
Agamennone, non resistendo nessuno. E come fu spedita a Filottete la sua parte
del bottino.



Dopo questo fatto i Greci deliberarono fra loro di
costituire re sopra tutti Achille, avendo in considerazione la distinta
sollecitudine che mostrata aveva in tutti gli avversi loro casi. Ma Agamennone
avendo paura di perdere il grado supremo di cui era investito parlò in
consiglio dicendo: la salute dell' esercito stargli a cuore sommamente; né
volere differir oltre la restituzione di Astinome al padre; massimamente se per
tale restituzione potevasi l' istante ruina evitare, che pareva minacciata. Non
dire egli né cercare di più; perché in luogo di Astinome, a cambio di quanto
per la onorificenza sua perdeva, gli si desse Ippodamia, che viveva presso
Achille. La qual cosa, quantunque come indegnissima facesse dispetto a tutti,
pure nulla dicendo in contrario Achille che avuta l' aveva per premio di tanti
egregj suoi fatti, fu eseguita. Tanto poté l' amore verso l' esercito e la cura del ben comune nell' animo di quel
giovinetto! Onde a contraccuore di tutti, sebbene niuno palesemente si
opponesse, Agamennone, come se la cosa fosse universalmente accordata, ordinò
ai littori(1) di levare Ippodamia dalla tenda di Achille; ed essi tosto
ubbidirono al comando. Dall' altra parte i Greci mandarono al tempio di Apollo
Astinome per mezzo di Diomede e di Ulisse con grandissimo numero di vittime.
Dove fatto il sacrifizio parve che la pestilenza a poco a poco si mitigasse;
che altri non ne venissero più attaccati e che quelli che n' erano già tocchi,
quasi per divino ajuto, migliorassero: così che infine poco tempo andò che la
sanità e il vigor solito rinnovaronsi per tutto quanto l' esercito. Fu in
questo tempo che si mandò(2) a Filottete, il quale era a Lenno, la sua porzione
della preda stata fatta da Ajace e da Achille e che già erasi distribuita,
siccome s' é detto.



(1) Omero riferisce i
nomi di costoro , dicendo che furono Taltllio ed Euribate. Omero dice di pi* ,
che beo altramente che tacendosi si stette Achille a tale sopraffazione di
Agamennone. (2) Omero nomina in questa commissione il solo Ulisse.





Capitolo XXXIII.



Come Achille punto della toltagli donna deliberò di non più
comunicare co' Greci , e si serrò nelle sue tende coi soli Fenice , Patroclo ,
e Automedonte.



Achille però sentendo in cuore tutta la sofferta ingiuria
stabilì di ritirarsi da ogni pubblica radunanza, massimamente per l'odio che
aveva contro Agamennone; e di dar bando all' amore che aveva avuto pe' Greci,
giacché questi avevano potuto sopportare che sì vituperosamente gli fosse tolta
Ippodamia, che stavagli per premio di tante vittorie e tanti fatti. Ed oltre
ciò non volle più ricevere presso di sé
nissuno di quanti capitani venissero a lui; né perdonò a veruno degli amici, che
abbandonato l' avevano quando pur dovevano difenderlo contro le contumelie di
Agamennone. Standosi adunque così ritirato, soli teneva presso di sé Patroclo e
Fenice, suo ajo questi e l' altro suo carissimo amico; ed oltre loro
Automedonte(1), ch'era il condottier del suo carro.























(1) Automedonte era
figliuolo di Diore.





Capitolo XXXIV.



Come i confederati e gli stipendiati de Trojani pensarono di
ritornare alle loro case; e come Ettore di ciò accortosi fece star tutti in
armi; e poi li condusse contro i Greci a battaglia. Esposizione de' re alleati, ed amici de' Trojani.



In Troja intanto sì l'esercito de' confederati che quelli
che condotto avevano a soldo truppe ausiliarie, vedendo che la guerra non
avanzava, fosse per tedio o fosse per tenerezza de' loro, desideravano di
ritornarsi alle loro case. Di che avvedutosi Ettore, pressato dal pericolo,
diede ordine che i soldati stessero in armi e che lo seguissero tosto che
avesse fatto dare il segnale. Laonde subito che gli parve tempo opportuno e che
fu certo tutti essere pronti, comandò che uscissero della città ed egli si mise
alla loro testa. Sembra conveniente l' esporre quali fossero i re, gli alleati
e gli amici di Troja e quali i presi a soldo come ausiliarii dai diversi paesi
attaccati all' imperio di Priamo. Primo ad uscire dalle porte fu Pandaro di
Licia(1), figliuolo di Licaone; poi Ippotoo e Pileo da Larissa(2)de' Pelasgi; poi
Acamante(3) e Piro di Tracia. Quindi seguirono Eufemo trezenio(4), signor dei
Giconii, Pilemene paflagone, glorioso per avere avuto Melio per padre; Odio ed
Epitrofo figliuoli di Minosse re degli
Alizoni(5); Sarpedone figliuolo di Xanto e capitano de'Licii, proveniente da
Solimo; Naste ed Amfimaco di Caria(6); Antifo e Mestle, meonii(7), figliuoli di
Pilemene; Glauco(8) d' Ippoloco licio, che Sarpedone s'era fatto compagno di
guerra, perché fra tutti distinguevasi nel suo paese per prudenza e valore; e
Forci ed Ascanio di Frigia; e Gromi di Midone di Misia; e Pirecme peonio, nato sull'Assio;
ed Amfio ed Adrasto, nati da Merope e venuti dalla contrada Adrastina; ed Asio
d' Irtaco da Sesto, ed un altro Asio, figliuolo di Dimante, fratello di Ecuba,
dalla Frigia(9). E tutti questi avevano seguito di molta gente ed erano di
costumi rozzi e di favelle diverse, usi a combattere senza alcun ordine e senza disciplina.



(1) Omero pone due
Licie, una prossima alla Caria, di dove erano Sarpedone e Glauco, e l' altra
nella Troade sotto al monte Ida. (2)Tre erano le Larisse, una in faccia d'Ilio,
una non lungi da Smirne, una prossima ad Efeso. Si crede che qui si parli della
seconda. (3) Questo Acamante era figliuolo di Easso re, per conseguenza diverso
da due altri dello stesso nome, uno de' quali era figliuolo di Antenore e l'altro
di Asio. Piro aveva per padre Imbraso. (4) Questo Eufemo era figliuolo di
Trezenio e di Ceo. I Ciconii erano popoli della Tracia. (5) Questi Alizoni, che
secondo alcuni degli antichi erano della Scizia europea e secondo altri della
Misia, secondo Strabone prima chiamavansi Calibi ed erano in Patagonia verso la
Colchide. (6) Erano figliuoli di Nominne.
(7) I Meonii, di cui qui si parla , furono poscia detti Lidii. (8) Questo Glauco
era nipote di Bellerofonte; ed era parente di Sarpedone, la cui madre, Laodamìa,
era sorella d' Ippoloco. (9) La Frigia qui nominata era la così detta minore,
molto lontana da Troja.





Capitolo XXXV.



Come i Greci si misero in buon ordine per sostenere l'
incontro de' Trojani, toltone Achille, che aveva nuova ragione di disgusto; e
come restati qualche tempo in faccia l' uno dell' altro gli eserciti si
ritirarono senza essere venuti al fatto d' armi.



Il che osservato dai nostri, messisi in campagna disposero
il corpo di battaglia secondo le regole militari, sotto la direzione e
magisterio di Mnesteo ateniese, distinguendo le truppe per ciascuna nazione e
per ciascun paese, restato in disparte Achille co' suoi Mirmidoni. Imperciocché
mentre era sdegnato della ingiuria sofferta da Agamennone e della toltagli
Ippodamia, nuovo motivo aveva inoltre avuto dall' altro fatto, che avendo
Agamennone invitati tutti gli altri capitani a cena Achille solo per isprezzo
aveva trascurato. Intanto per questa volta, mentre l'esercito era in ordinanza
e tutto pronto al combattimento, niuno né da una parte né dall' altra ardì
moversi: sicché dopo essersi i soldati per alcun tempo tenuti fermi, come quasi
d'accordo, di qua e di là fu sonato a raccolta.





Capitolo XXXVI.



Come Achille si mosse inaspettatamente per vendicarsi de'
Greci e come gli andò fallito il colpo, avendo i Greci per opera di Ulisse
potuto armarsi; e come Ettore, volendo sapere cosa fosse il disordine osservato
nel campo nemico, mandò un esploratore che fu preso ed ucciso.



E già i Greci erano tornati alle navi ed incominciavano a
metter giù l'armi e a ridursi ai luoghi ove per costume dovevano prender cibo,
quando Achille smanioso di vendicare le ingiurie avute cercò nascostamente di
assaltare i nostri, ignari di tal suo intendimento e lontanissimi del
sospettarne. Ma Ulisse rendutone inteso dalle guardie, che della cosa ebbero
qualche sentore, si mise a correre dappertutto, ad alta voce chiamando i
capitani ed esortandoli, che dato di piglio alle armi si ponessero in difesa,
manifestando ad ognuno il disegno e l' attentato di Achille. Per la qual cosa
s' alzò da ogni parte un grande clamore, tutti volgendosi in furia alle armi e
ciascuno a parte prendendo le misure opportune per la propria sicurezza. Ciò
fece che Achille trovandosi scoperto e vedendo tutti in armi non potesse più
tentar altro e ritornasse senza alcun costrutto alle sue tende. Intanto però i
nostri capitani, dubitando che a quel subito rumore dei Greci potessero quelli
d' Ilio macchinare qualche impresa, mandarono i due Ajaci, Diomede ed Ulisse a
raddoppiare le guardie; e questi dì fatto si divisero pe' varj luoghi, pe'
quali i nemici avrebbero potuto penetrare. Né la misura fu inutile,
imperciocché Ettore desideroso di sapere la cagione del tumulto, che scorto si
era nel campo de' Greci, aveva mandato Dolone, figliuolo di Eumede, ad
esplorare la cosa, a ciò allettatolo con grandi premj e promesse. Ma costui
venuto non molto lungi dalle navi per somma curiosità d' apprendere ciò che non
sapeva e in tal maniera servire a chi lo mandava, capitò nelle mani di Diomede;
il quale insieme con Ulisse faceva in quel luogo la guardia; e confessato tutto
fu ucciso.





Capitolo XXXVII.



Come pochi giorni dopo i Trojani e ì Greci uscissero in
campo per combattere.



Accadde poi dopo alquanti giorni d' ozio che dall'una e
dall'altra parte si pensò a mandar fuori gli eserciti; e divisosi il campo, che
si stendeva in mezzo fra la città e le navi, come parve tempo di combattere,
tutte le truppe ben armate, e trojane e greche, incominciarono ad avvicinarsi.
E quando fu dato il segno, strette nelle fronti le squadre attaccarono il fatto
d'armi, colla differenza che i Greci ordinati nelle loro file eseguivano ogni
comando de' loro capitani, laddove al contrario i Barbari senza disciplina e
senza ordine abbandonavansi al loro impeto.





Capitolo XXXVIII.



Come nella battaglia, in cui molti soldati morirono e
restarono feriti molti capitani, fuggendo Alessandro da Menelao fu da Ettore e
Deifobo obbligato a ritornare indietro e a sfidare Menelao; il che fece.



Molti perirono da un lato e dall' altro; perciocché né si
voleva da alcuno cedere il luogo al nemico, e cercavasi da altri di eguagliarsi
nella gloria ai più valorosi ch' eran d' appresso e che davano esempio. Molti
de' capitani essendo rimasti feriti furono obbligati ad abbandonare il campo.
Fra i Barbari così fecero Enea, Sarpedone, Glauco, Eleno, Euforbo e
Polidamante; fra i nostri Ulisse, Menelao ed Eumelo. Menelao avendo per
avventura veduto Alessandro gli corse addosso con grande impeto, che quegli
scansò; ma non avendo ardire di più a lungo sostenere l'incontro, prese le
fuga. Il che da lungi osservatosi da Ettore, accorrendo alla volta di lui con Deifobo,
amendue lo investirono con aspre ed ingiuriose parole, costringendolo a mettersi
nel folto dell' azione e a sfidare Menelao onde venisse a misurarsi corpo a
corpo stando gli altri a vedere. Tornato dunque Alessandro alla battaglia e
fermatosi d'innanzi alle squadre, che era il segno di sfida, appena Menelao il
vide da lungi, che pensando di aver finalmente opportuna occasione di assaltare
nemico tanto a lui odioso, e lusingandosi di potere una volta spegnere nel
sangue di lui tutte le ricevute ingiurie, con gran coraggio gli si mosse
contro. E subito che l'uno e l'altro esercito li vide prossimi ad azzuffarsi, ad
un segnale dato si ritirò.



(1) Madama Dacier
avverte che Omero non fa entrare da quella. (2) Un'altra avvertenza di Madama
Dacier. Omero scrive che i Greci e i Trojanì pattuirono che quale dei due
campioni viucesse s'avrebbe Elena, e le robe portate con essa. Non ha ella con
tutta la sua il olii ina pensato che il
poeta e lo storico non possono andare per la stessa via. Uno vuol colpire con
bui quadri, l'altro non ha che da narrare le cose come furono.





Capitolo XXXIX.



Come Alessandro e Menelao incominciarono il combattimento; e
Menelao avendo ferito Alessandro gli correva addosso colla spada per
ammazzarlo, ma Pandaro ferì lui con una saetta ed Alessandro fu portato via da'
suoi.



S'erano già avvicinati l' un l' altro di gran passo quanto
sia il trarre di un dardo, quando Alessandro desideroso d' essere il primo a
dar l'assalto e lusingandosi di trovar luogo a ferire, lanciò contro Menelao l'
asta, la quale percotendo lo scudo agevolmente strisciò via. Lanciò poscia
Menelao la sua con grande impeto e con effetto non molto dissimile; perciocché
essendo già preparato il nemico a schivare il colpo ed avendo per ciò declinato
della persona, l'asta andò a piantarsi in terra. Si mise quindi mano a' dardi
dall'uno e dall'altro, e tornarono per ferirsi; sinché da ultimo Alessandro
rimasto colpito in una coscia cadde a terra. E perché non fosse dato a Menelao
di trarre con somma sua gloria la tanto sospirata vendetta, con pessimo esempio
gli fu messo impedimento: imperciocché al momento in cui tratta fuori la spada
egli correva per ucciderlo, fu nel suo impeto ritenuto per una saetta, che
scagliatagli di nascosto da Pandaro lo ferì. Laonde si alzò da' nostri un
clamor grande misto a sdegno, perché mentre i due, in grazia de' quali facevasi
quella guerra, stavano per decidere tra loro ogni querela, da' Trojani fossero
stati interrotti. Un drappello di Barbari con molta furia si fece innanzi e
portò via Alessandro(1).



(1) E' inutile dire
come Madama Dacier ha notato tutte le circostanze diverse che in questo
comhattimento Omero accenna.





Capitolo XL.



Come Pandaro, che seguitava ad ammazzare molti Greci col suo
saettamento, fu morto da Diomede e come di nuovo azzuffatisi ì due eserciti si
batterono sino a notte. Poi restarono un poco accampati e finirono a cagione
della stagione col ritirarsi; e fu seminata parte del campo; ed Ajace andando a
fare scorrerie in Frigia ne riportò molto bottino.



Nella confusione che nacque allora, mentre i nostri sovrappresi
esitavano, Pandaro da lontano ne ferì molti di saetta; né dal saettamento suo
micidiale finì se non quando, commosso Diomede dall'atrocità del fatto,
venendogli vicino lo stese morto a terra con un colpo di dardo. E così colui
che violato aveva le ragioni della guerra ed ammazzati molti, finì pagando il
fio dell' iniquissimo modo suo di militare. Fu però il suo cadavere portato via
da' suoi e i figli di Priamo lo fecero abbruciare e consegnarne gli avanzi a suoi
compagni, i quali li recarono in Licia, seppellendoli nel suolo suo patrio.
Nuovamente intanto si diede il segnale per combattere ancora; e si combatté
dall' uno esercito e dall' altro con somma gagliardia e con incerta fortuna
sino al cadere del sole. Sopraggiunta poi la notte i re d'ambe le parti,
raccolte le loro genti a non molta distanza le une dalle altre, assicurarono
gli eserciti con buone guardie: nella quale situazione restossi da tutti
aspettando qualche occasione di attaccarsi di nuovo, tenendo i soldati sempre
sotto le armi. La qual cosa però riuscì vana: imperciocché cominciando a venire
1' inverno e la campagna empiendosi d'acqua per le copiose pioggie, i Trojani
si ritirarono in città; e i nostri non vedendo più i nemici nel contorno presero
il partito di andare alle navi, delle cose occupandosi che sono proprie
dell'inverno. Dippoi compartendo il terreno che rimaneva non opportuno alla
battaglia, si cominciò ad ararlo ed a seminarvi frumento ed a preparare quanto
la stagione concedeva. Ajace Telamonio, messi in ordine i soldati che avea
condotti seco ed alcuni anche avendone di quelli ch' erano nelle truppe d'
Achille, con essi entrò nel paese di Frigia, ne devastò molti luoghi, prese
varie città; e dopo pochi giorni carico di preda vittorioso ritornò al campo.





Capitolo XLI



Come Ettore fa una improvvisa sortita e sorprendendo i Greci
penetra sino alle navi e vi fa metter fuoco; e come i Greci vanno ad implorare
il soccorso di Achille.



Circa que' giorni stessi, mentre i nostri per l'inverno
tenevansi quieti né sospettavano di ostilità, i Barbari prepararono una forte
sortita, avendo Ettore per incitatore e capo. Uscì egli adunque sul primo
albeggiare fuor della porta con tutte le truppe ben armate; e a gran corso le
diresse immantinente alle navi, ordinandone 1' attacco. I Greci ch' erano
dispersi pel campo e non aspettavansi tale ventura, turbati per tanta forza che
sì all' improvviso veniva loro addosso e nel tempo stesso dai primi de' loro,
che assaltati dal nemico eransi volti in fuga, avendo impedimento ad armarsi,
restarono in buon numero morti. E così tolti tutti quelli ch' eran di mezzo,
Ettore penetrò fino alle navi; e già incominciato aveva a mettere fuoco alle
prore e le fiamme dappertutto si alzavano, niuno de' nostri avendo ardimento di
resistere; che anzi atterriti e per l'improvviso tumulto disanimati corsero a
mettersi alle ginocchia d' Achille, implorando soccorso da lui che pure
ostinatamente il negava. Cotanta mutazione di cose era sopraggiunta tra i
nemici ed i nostri!





Capitolo XLII.



Come Ajace accorse ed incontratosi con Ettore lo ferì con un
sasso; e come feriti molti de' capitani di Troja tutto l' esercito con grande
sua rovina si volse in fuga e da Ajace fu fatta strage alla porta della città
con morte di varj campioni.



Fortuna volle che sopravvenisse Ajace Telamonio in tale
congiuntura; il quale udito Ettore presso alle navi, con grosso corpo d' armati
si fece innanzi e molestando gagliardamente i nemici con gran pena infine
arrivò a cacciarli delle navi e dello steccato. E poiché vide che cedevano,
incalzandoli più fieramente vennero a trovarsi ov' era Ettore, che contro lui
animosamente si volgeva(1); e con un grosso sasso tal colpo gli scagliò, che
questi cadde a terra assai mal concio. Accorsero per altro pronti i suoi da
ogni parte e col numero gli fecero barriera, così togliendolo alla battaglia e
alle mani di Ajace; e il portarono mezzo morto in città: sì tristo fine per lui
avendo avuta una sì ben cominciata sortita! Ma furibondo Ajace per vedersi
tolto di mano sì bel trionfo, presi seco Diomede, Idomeneo e l' altro Ajace, si
gittò addosso gagliardissimamente ai Trojani dispersi; e i fuggiaschi o da
lontano col dardo facendo cadere od abbrancati da vicino ammazzando colle armi,
niuno fu che a quella parte scampasse. In tanta trepidazione de' nemici Glauco
d'Ippoloco, Sarpedone ed Asteropeo fecero per alcun tempo fronte al nemico per
impedirgli d'inoltrarsi; ma poi coperti di ferite dovettero dar luogo. Al
ritirarsi de' quali i Barbari, pensando di non avere più scampo perché restati
senza capitani, disordinatamente spargendosi si ritirarono con grande furia
verso la porta della città; ove impedito l'ingresso per la moltitudine di
quelli che volevano entrare e l'uno sopra l'altro precipitandosi ruinosamente,
furono sopraggiunti da Ajace e dagli altri, ch'erano seco. Grande fu il numero
d'essi, che in tanta angustia restarono o feriti o morti e fra gli altri v'ebbero
Antifo, Polite, Pammone e Mestore, figliuoli di Priamo; ed Eufemo trezenio,
egregio capitano de' Ciconii.



(1) Anche a questi due
capi Madama Dacier seguita a riferire ciò ohe di diverso ha scritto Omero. Il
che certamente non può essere per provare che Ditti ha copiato il poeta,
sebbene questo sia il suo tema principale.





Capitolo XLIII.



Come i Greci ritornati vittoriosi furono convitati da
Agamennone ed Ajace fu da lui e da tutti gli altri commendato; e si
restaurarono le navi a cui i Trojani avevano messo il fuoco e i Greci si
riposarono.



Per tal modo i Trojani, che dianzi erano vittoriosi, mutata
la fortuna delle armi alla venuta di Ajace e volti in fuga i loro capi, scontarono la
pena del loro disordinato modo di combattere. E poiché venuta sera si suonò a
raccolta, lieti i vincitori ritornarono alle navi; ed Agamennone poco dopo gl'
invitò a cena. Ivi egli molto lodò Ajace e di molti doni 1' onorò, né delle sue
inclite gesta tacquero gli altri; che anzi tutti ne encomiarono altamente la
virtù, rammemorando le grandi imprese e le tante città della Frigia da lui
distrutte ed il bottino trattone; e finalmente il gagliardo combattimento da
lui sostenuto contro Ettore presso le navi e queste liberate dal prossimo
incendio. Né alcuno dubitò che in quel tempo, attese le tante e sì grandi sue
imprese, in lui non istessero tutte le speranze e tutto il vigor della guerra.
Epio intanto in pochi dì restaurò le prore di due navi(1), alle quali il fuoco
avea distrutta soltanto quella parte; e i Greci, tenendo per sicuro che dopo
tanta rotta i Trojani non avrebbero pensato ad altra impresa, senza paura si
misero a riposare.



(1) Queste due navi
erano di quelle di Ajace e di Protesilao.





Capitolo XLIV.



Come per diligenza di Diomede e di Ulisse vedutosi arrivato
sotto Troja Reso, che vi conduceva soccorso, furono le guardie di lui trucidate
e lui stesso pur morto e se ne portarono via il carro e i cavalli; e come la
mattina l'esercito greco fu pronto a ricevere l' assalto de' Traci, che
volevano vendicare il loro re(1).



Se non che un altro fatto accadde, e fu questo. Reso,
figliuolo di Eione, amico di Priamo e condotto a soldo da lui, s' era messo in
cammino con gran numero di Traci. Egli al cader della sera fermatosi alcun poco
presso una lingua di terra posta innanzi alla città ed attaccata al continente
della medesima, circa alla seconda vigilia entrò ne'campi trojani e piantate le
tende aspettò ivi il giorno. Il che di lontano veduto da Diomede e da Ulisse, i
quali a quella parte facevano la guardia, pensarono tosto che quella fosse
gente mandata da Priamo a scoprir terreno; sicché prese le armi e
diligentemente considerato tutto all' intorno, mossero a quella volta. E poiché
trovarono addormentate le guardie, come quelle che del fatto cammino erano già
stanche, facilmente le ammazzarono; ed andati oltre sorpresero nelle tende il
re stesso ed ammazzarono anche lui. Né credendo di dovere azzardare di più,
presero il suo carro(2) e i cavalli nobilissimamente bardati e condussero tutto
alle navi: il rimanente della notte ritiratosi poi ciascun d'essi a riposare
ne' proprii alloggiamenti. E venuta la mattina riferirono agli altri capitani
ciò che avevano fatto; e come si stimò che i Barbari entrati in furore per la
morte del loro re avrebbero potuto assalirli, fecero che tutti i soldati
stessero pronti colle armi ed aspettassero il nemico.



(1) Che avremo
guadagnato udendo Madama Dacier ricordare che Omero ed altri mettono l' arrivo di Reso prima
dell' incendio delle navi e in quella notte stessa in cui fu preso Dolone? E i
testimoni di Madama Dacier sono sempre poeti.(2) Si noti, che Madama Dacier
dice risolutamente essere falso che i Greci conducessero via il carro di Reso,
per la ragione che Minerva presso Euripide dice a Diomede non avere essi un
luogo ove metterlo. Mi sarebbe paruto più convincente se Euripide avesse fatto
dire a Minerva che Diomede non poteva condur via il carro di Reso, poiché Reso
non aveva carro!!! Del resto Virgilio ha detto che Diomede fu sollecito di
condur via i cavalli di Reso perche era stato pronunciato che se potevano bere
l' acqua del Xanto e gustare il fieno di Troja, Troja sarebbe stata inespugnabile.
Si sa che secondo i poeti la presa di Troja dipendeva da un centinajo di Se.





Capitolo XLV.



Come i Traci la mattina veduto morto il re assaltarono i
Greci, ma furono esterminati; e i Greci presero ogni loro cosa.



E i Traci infatti tosto che risvegliati dal sonno videro
ucciso il loro re e tutto manomesso entro le tende e i segni del carro e de'
cavalli condotti via, tumultuariamente e senza nissun ordine, ma come il caso
li univa insieme, a grave furia volavano verso le navi. I quali veduti in lontananza
da' nostri, questi si strinsero tosto con buona disciplina onde sostenerne
l'incontro; e i due Ajaci furono quelli che animosi si scagliarono addosso ai
Traci e li ruppero. Poi si avanzarono gli altri capitani secondo l'ordine che
tenevano ed incominciarono a farne strage; e dove i Traci erano in due o in più
uniti insieme, li sbandavano con impeto e gli sbandati uccidevano, a tanto che
nissuno sopravvanzò al macello. Dopo di che senza perdere tempo i Greci dato il
segnale corsero alle tende, dove i pochi ch' erano rimasti alla guardia,
vedutosi venir contro i nemici e miserabilmente dal terrore avviliti, perduto
tutto corsero a rifuggirsi sotto le mura della città. Allora i nostri invadendo
ogni cosa presero armi, cavalli ed ogni prezioso arredo e il tesoro del re e
tutto quanto venne loro alle mani.





Capitolo XLVI.



Come i Trojani non diedero alcun ajuto ai Traci, e gli
avanzi di questi fecero trattato coi Greci; e come Crise venne a ringraziare i
Greci della figliuola restituita e la diede ad Agamennone; e come Filottete
ritornò da Lemno.



In questa maniera i Greci, distrutto avendo i Traci e il
loro re, vittoriosi con gran trionfo ritornarono carichi di preda alle navi:
intanto che i Trojani, veduta la ruina de' loro alleati, non che a favor loro
si fossero pur mossi, entro le loro stesse mura trepidavano. Quelli de' Barbari
ch' erano restati per tanta sciagura abbattuti mandarono ambasciadori ai Greci
per una tregua; e poco dopo colla solennità di un sacrifizio fu fatto tra essi
e i nostri un trattato. Quasi nel tempo medesimo Crise venne all'esercito a
render grazie ai nostri di quello che cortesemente si era fatto nel
restituirgli la figliuola; ed avendola condotta seco, in considerazione delle
magnifiche cose mandate e del liberal trattamento che udito aveva essersi fatta
alla medesima, la diede ad Agamennone. Né guari andò ancora, che Filottete
ritornò da Lenno con quelli che gli avevano portata la sua porzione di bottino;
ma debole ancora di salute e mal reggentesi in piedi(1).



(1) Ditti accenna con
molta semplicità il ritorno di Fitotlete e non ne dà la ragione. Ad onta di ciò
Madama Dacier ricorda, che tutti gli altri universalmente dicono che i Greci
mandarono ambasciadori a Lenno per farlo ritornare, non considerando che quelli
i quali gli avevano portata la sua porzione di bottino potevano avere avuto
questo incarico. Essa aggiunge che Igino dice quegli ambasciadori essere stati
Ulisse e Diomede; che Ovidio nomina Ulisse solo; che Pausania nomina solo
Diomede; che Sofocle accenna Pirro ed Ulisse. Tutto ciò le poteva più
agevolmente far credere che nessuno di questi vi fosse andato
.





Capitolo XLVII.



Come Ajace Telamonio propose di mandare oratori ad Achille
onde riconciliarlo coi Greci; e come invitò Agamennone a prestare in ciò l'opera
sua, al che egli acconsente; e vi sono spediti Ulisse, Ajace e Diomede.



Fattosi poi consiglio tra Greci, Ajace Telamonio avendo
preso a parlare disse(1) doversi mandare ad Achille oratori che in nome de'
capitani e dell' esercito lo pregassero a deporre gli sdegni e a ritornar in
buona amicizia come prima con essi. Perciocché non era da trascurare un tanto
uomo, spezialmente ora che andando bene le cose de' Greci e stati di fresco
vittoriosi, avrebbe potuto capire, non farsi tale officio con esso lui per
bisogno che se ne avesse, ma bensì per dimostrargli stima e per rendergli
onore. E nello stesso tempo aggiunse che si pregasse anche Agamennone, onde
coll' opera sua e di buona volontà coadiuvasse all' intento. Fece egli
osservare che le circostanze volevano che da tutti si mirasse al bene comune,
poiché si era lontani da casa e in
altrui paese e nemico, né con altra cosa meglio che colla concordia poter essi, in tanta guerra e circondati da
tanti pericoli per ogni verso, restarsi in sicurtà. Tutti, finito ch'ebbe di parlare,
lodarono il suo proposto, non saziandosi di predicarlo come uomo che più d'
ogni altro distinguevasi per forza di braccio e d'ingegno. Agamennone però
disse, avere assai prima mandati molti per riconciliare Achille, e niuna cosa
anche al presente stargli più a cuore. Quiudi ei pregò Ulisse ed Ajace onde
volessero assumersi il carico di andare a nome di tutti ad Achille; massimamente
che v' era da sperare che, essendo Ajace stretto parente di lui, più facilmente
potrebbe riuscir bene. Accettarono essi la commissione promettendo di fare
tutto ciò che potessero e Diomede di moto proprio dichiarossi pronto ad andare
con loro.



(1) Io prego chi legge
a fare le sue considerazioni sul ragionamento che Madama Ducier fa a proposito
del discorso di Aiace. Chiunque, dic' essa, attentarnente leggerà quest' obbliquo
discorso, sono certa che troverà in esso una meravigliosa inconseguenza. I
Greci dicono che non per bisogno ch' abbiano di lui, ma per dimostrargli stima
e per rendergli onore cercano l'amicizia di Achille: ma però lo pregano
vivamente che voglia unirsi alla impresa lor , singolarmente in un tempo in cui
lontani dalle loro case e in altrui paese e nemico, soltanto per la concordia
possono restarsi in sicurtà. E finisce: a stento posso contenere le risa! lo
non metto una parola del mio.





Capitolo XLVIII.



Come Agamennone fatto un solenne sacrifizio giurò che
Ippodamia era inviolata e che pronto a restituirla offriva ad Achille in
matrimonio una delle sue figlie con gran dote; e come Patroclo, udite sì liete
novelle, andò a riferirle ad Achille.



Ciò concluso, Agamennone fece per mano di littori condurre
la vittima per un sacrificio(1); e mentre due dai lati la tenevano sospesa,
egli sguainata la spada la tagliò pel mezzo e la fece esporre al cospetto dei suoi.
Quindi colla spada in mano ancora insanguinata passò in mezzo all' un pezzo e
all' altro della vittima così consecrata. Udendo quanto si preparava, Patroclo
sopraggiunse; ed allora appunto avendo Agamennone compiuto il rito ultimo,
dichiarò giurando aver egli sino a quel dì ritenuta Ippodamia inviolata; né per
cupidigia o per astio avere egli offeso Achille, ma unicamente per ira; che pur
troppo suole essere cagione di molti mali. Ed aggiunse desiderare inoltre, se
cosi piacesse ad Achille, di dargli in matrimonio quella delle sue figlie che a
lui fosse più gradita(2), colla decima parte di tutto il suo regno e con
cinquanta talenti per dote. Le quali cose udendo quelli che erano in consiglio,
non cessarono di ammirare la magnificenza del re; e Patroclo spezialmente, il
quale colla proposta di tante ricchezze e più ancora colla protesta che Ippodamia
era intatta, andò ad Achille e tutte le dette e fatte cose gli narrò.



(1) Presso Omero non
si parla che di aver fatto portare dell'acqua colla quale dopo lavate le mani
s' era fatta libagione a Giove. (2) Tre figliuole aveva Agamennone, che Omero
nominando comprende in un verso solo: Crisotemi, Laodìce e Ifianassa od Ifigenia. Presso Omero
parlandosi della dote offerta ad Achille dicesi di sette sole città e sarà ben
meraviglia, se queste non oltrepassino la decima parte del regno di Agamennone.
Omero non parla di cinquanta talenti; ma dice che darà dieci talenti d'oro,
venti tripodi, venti grandi vasi, dodici cavalli e sette lesbiote: cosa che
potrebbero avvicinare le somme, se ciò fosse necessario.





Capitolo XLIX.



Come gli oratori vanno ad Achille e sono ben accolti. Indi
Ajace ed Ulisse gli parlano tanto delle cose passate quanto delle presenti
offerte di Agamennone.



Avuta contezza Achille di tutto, incominciò a pensare in sua
mente; e frattanto ecco giungere Ajace coi compagni, i quali entrati e
benignamente salutati da Achille furono invitati a sedere, e volle Ajace
accanto a sé. Il quale, colta l'opportunità di parlargli famigliarmente, con
molta franchezza gli fece sentire il torto che aveva; perciocché in così gravi
pericoli de' suoi non aveva voluto in alcun modo placarsi, avendo avuto cuor di
soffrire la strage dell'esercito, quantunque tanti amici e parenti gli si
fossero venuti a raccomandare inginocchioni. Dopo Ajace parlò Ulisse dicendo le
cose accadute essere state di volontà degl' Iddìi; e passando poi ad esporre
quanto in consiglio erasi deliberato e quanto promesso avesse e giurato
Agamennone ed infine pregando che rigettar non volesse le preghiere comuni né
rifiutare le offerte nozze: ed annoverò infine ad una ad una tutte le cose che
gli si esibivano.





Capitolo L.



Come Achille rispose agli oratoti lamentandosi non tanto di
Agamennone . quanto di tutti i Greci; e come variò Diomede; e Fenice e Patroclo
si adoperarono perchè egli facesse pace.



Achille in risposta fece un lungo discorso. Incominciò dal
ricordare tutto quello che egli aveva fatto ed operato. Poi i travagli
sostenuti per comune utilità e le città prese nel tempo in cui tutti gli altri
tenevansi in ozio; ed egli solo sollecitavasi giorno e notte inteso alla guerra,
non avendo mai risparmiato né i suoi soldati né la persona sua e dando poi il
bottino, onde a comodo comune fosse diviso. Eppure in ricambio a lui solo
essersi fatto sì indegno smacco; e lui essere stato vilipeso a segno che se gli
era strappata da' fianchi Ippodamia sua, prezzo di tante fatiche sostenute. Né
di ciò essere del solo Agamennone la colpa; ma spezialmente essere degli altri
Greci, che dimentichi de' benefizj erano passati tacendo sopra a tanta
contumelia usatagli. Dopo ch' egli ebbe fatto fine al parlare, Diomede rispose.
Delle passate cose, diss' egli, non giova tener conto; né l' uom prudente deve
ricordarle, poiché a far che non sieno accadute niun desiderio vale. E intanto
Fenice e Patroclo si misero a baciare e le guancie e tutto il volto e le mani
d' Achille e ad abbracciargli le ginocchia, scongiurandolo che volesse dar
bando finalmente alla collera e far pace tanto per amore di coloro ch' erano
venuti a pregarlo, quanto per amore di tutto l'esercito, che tanto era di lui
benemerito.





Capitolo LI.



Come Achille si lasciò piegare, e andò all' adunanza de'
Greci; ed Agamennone lo complimentò, e l'invitò cogli altri a cena, ove mentre
tutti erano in festa, Agamennone diede Ippodamia a Patroclo perché la
conducesse alla tenda d'Achille. Durando l' inverno era una specie di tregua tra
Greci e Trojani.



Achille colpito dalla presenza di sì prodi personaggi, dalle
preci de' suoi famigliari e dalla considerazione che l' esercito era innocente,
si lasciò finalmente piegare; e rispose che fatto avrebbe la loro volontà. Indi
ad istanza di Ajace, allora per la prima volta dopo che s'era abbandonato alla
mala collera, unito ai Greci andò in consiglio, ove fu da Agamennone salutato
come re. Al quale atto acclamando gli altri, tutto poi fu pieno di lietissima
contentezza. Agamennone inoltre tenendo Achille per mano condusse lui e gli
altri capitani a cena; e non tardò molto, che mentre nel banchetto invitavansi
l'un l' altro con lieti brindisi, Agamennone incaricò Patroclo di condurre alle
tende di Achille Ippodamia con tutti quegli ornamenti che le aveva dati, e
Patroclo eseguì volentieri l'incarico. Durando ancora l'inverno, i Greci, e i
Trojani, o ad uno ad uno o più insieme, come l' accidente comportava,
mescevansi senza timore o sospetto
alcuno nel bosco di Apollo timbreo(1).



(1) Questo bosco era
presso il fiume Scamandro.









LIBRO TERZO.





Capitolo Primo.



Come durante l' inverno i Greci si esercitavano nelle cose della
guerra; e i Trojani stavano in ozio; e come gli uni e gli altri andavano senza
sospetti a far sacrifizi ad Apollo timbreo; ed erasi saputo, che le città dell
Asia s'erano tolte dalla ubbidienza ed amicizia di Priamo.



Intanto differita per tregua ad altro tempo la guerra, i
Greci attendevano diligentemente a tutte le cose che la buona disciplina
militare richiedeva. Quindi dai capitani si andavano esercitando in tutti i
modi i soldati; e distribuiti gli offici ad ognuno, nelle varie maniere di
guerreggiare e di combattere tutti s'istruivano, chi maneggiando dardi fatti a
guisa di aste, per lunghezza e peso alle aste non inferiori, chi pali
abbruciati alla punta, non avendo dardi; e chi l' arco e le saette, e chi i sassi:
in tutte queste cose occupati il più delle giornate. E tra i saettatori
distinguevansi sommamente sopra gli altri Ulisse, Teucro, Merione, Epio e
Menelao; tra quali però non é da mettere in duhbio che il più valente non fosse
Filottete, egli che possedeva le saette d' Ercole, meraviglioso nel trarre a
segno. Ma i Trojani e i loro ausiliari marcivan nell' ozio, non avendo
disciplina militare né badando punto ad esercitarsi; e come si é detto già
sovente, e Trojani e Greci senza alcun timore d'insidie o sospetto andavano a
far sacrifizj ad Apollo timbreo. E fu in que' giorni, che venne nuova qualmente
quasi tutte le città dell'Asia abbandonarono la causa di Priamo e ruppero ogni
amicizia con essolui; essendo i Trojani venuti in sospetto a tutti pel fatto di
Alessandro, da loro sostenuto di non avere alcun rispetto alle leggi della ospitalità;
e saputosi inoltre che in tutti i
combattimenti i Greci erano restati vittoriosi e molte città da questi essere
state prese e diroccale. Infine comune erasi fatto l' odio contro i suoi
figliuoli e la sua dominazione.





Capitolo II.



Come portatosi Achille a vedere un sacrifizio, che Ecuba
faceva ad Apollo, osservata Polissena se ne innamorò gagliardamente e mandò a
domandarla ad Ettore; e che risposta questi gli desse.



Ora accadde che andando per avventura un dì Ecuba a far
sacrifizio ad Apollo, venne desiderio ad Achille di vedere i riti e le costumanze
dei Trojani; e con pochi compagni si portò sul luogo. Moltissime matrone erano
con Ecuba; mogli de' principali di Troja e de' suoi figliuoli, le une per corteggiare
la regina, le altre per pregare a grado de' proprii desiderj. E v' erano pure
le due figliuole d' Ecuba stessa non ancora maritate, cioé Polissena e
Cassandra, sacerdotesse di Minerva e di Apollo, vestite con ornamenti barbarici
ed aventi sparsi sulle spalle di qua e di là i capegli; e Polissena medesima
aveva suggerito l' apparato del sacrifizio che si voleva fare. Voltò gli occhi
Achille per caso verso Polissena, e fu preso della bellezza di quella vergine
donzella; e tanto forte fu il desiderio che di lei concepì, che partitone e
ritornato alle navi il bollente affetto non si diminuì in esso lui alcun poco.
E come furono passati parecchi giorni e l' amor conceputo durava e cresceva
anzi più vivo, chiamato a sé Automedonte e comunicatogli l'innamoramento suo il mandò ad Ettore perché gli ricercasse la
donzella. Ma Ettore rispose essere bensì pronto a concedergli la sorella in
matrimonio, ma volere che Achille gli desse in mano tutto l'esercito de' Greci.





Capitolo III.



Come Achille ricusate le prime condizioni di Ettore altre ne
fece che furono rigettate da Ettore; ed Achille giurò di volere uccidere Ettore
al primo fatto d'armi che succedesse. Come intanto incominciò a delirare d'
amore, e finalmente raccontò ad Agamennone e a Menelao il trattato. Su di che
essi gli assicurarono in breve il possesso di Polissena, facendogli considerare
lo stato di Troja.



Achille offrì invece che avendo Polissena in matrimonio
farebbe che si finisse tutta la guerra: ma Ettore insistette in volere che o
s'impegnasse a dargli in mano l'esercito od almeno gli desse morti i figliuoli
di Plistene ed Ajace: senza di che non avrebbe più né detta né sentita parola
sul proposito di quel matrimonio. Udito ciò Achille, preso da grande sdegno, esclamò
che tosto che fosse venuto il tempo di combattere, al primo fatto d'armi
avrebbe ucciso Ettore. Indi preso da somma agitazione d'animo ora delirando
vagava incerto qua e là, ed ora ruminava nella sua testa come mai riuscir
potesse nel divisato suo intento. Automedonte, vedendolo tormentato da tanta
inquietudine ed ogni giorno più accendersi nel primo desiderio e girar la notte
come pazzo fuor delle tende, concepì timore che si lasciasse andare a qualche
eccesso o verso sé medesimo o contro i sopraddetti re. Quindi manifestò la cosa
tanto a Patroclo quanto ad Ajace. Ambedue i quali, senza dar segno di nulla, si
posero a stargli d'attorno. E non tardò molto che un giorno, rinvenuto a sé,
chiamati Agamennone e Menelao, tutta significò loro la cosa e quanto cioé aveva
fatto e qual era il desiderio suo; dai due re ottenendo in risposta che stesse
di buon animo; perciocché non andrebbe guari, che sarebbe padrone di ciò che
pregando non aveva potuto impetrare: nel che egli medesimo pose fede, mentre le
cose de' Trojani declinavano già al loro tramonto. Imperciocché le città dell'
Asia, che abbandonata avevano 1' amicizia de' figliuoli di Priamo,
spontaneamente venivano offrendo di dare ajuto a noi e a prendere con noi parte
alla guerra; e i nostri capitani anzi erano costretti a rispondere ad esse, che
di uomini avevasi già il bisogno né occorrere ausiliarj; accogliere essi però
l'amicizia che si esibiva; e la buona loro volontà non potere non essere grata
a tutti. Il che non dicevano senza rammentare che labile é la fede; e poco da
apprezzarsi né senza sospetto d' inganno un sì subito cambiamento degli animi.





Capitolo IV.



Come venuta la primavera i Greci e i Trojani vennero a
campo, e fattasi battaglia Diomede e ldomeneo fecero molta strage de' nemici;
ed Ettore corse in ajuto de' suoi.



Ma già passato l' inverno e giunta la primavera, fu pubblicato
presso i Greci l' ordine che ogni soldato fosse sull' armi; e dato quindi il
segnale fu messo a campo l' esercito. Né fecero meno i Trojani. Onde presto
usciti in ordine di battaglia gli uni e gli altri trovaronsi a fronte non
distanti più che un trarre di dardo; e collocata la cavalleria nel mezzo, onde
potesse per la prima muoversi, essendosi da ognuno per una parte e per l'altra
aringato si venne alle mani. I principali tanto de'nostri quanto de' nemici
montarono su loro carri per combattere ed ognuno era provveduto di un valente
auriga per guidare i cavalli. Il primo che così andasse innanzi tra nostri fu
Diomede, che con un colpo d' asta ammazzò Pirecmone re de' Peonii; quindi gli
altri de' quali a cagione del lor valore quel re s' era circondato e che
stretti insieme facevano resistenza, in parte da lontano a furia di dardi
dissipò ed in parte schiacciò ed arruotò sotto il suo carro. Altrove Idomeneo,
che aveva per condottiere de' suoi cavalli Merione, rovesciò Acamante re de' Traci
e subito gli fu addosso e l' uccise(1). Ettore, che combatteva in altra parte,
subito che seppe che i suoi nel centro erano in rotta, lasciati in suo luogo
alcuni assai valorosi si voltò a portare ajuto colà, seco menando Glauco,
Deifobo e Polidamante: né v'é dubbio che ivi i Trojani sarebbero stati
distrutti, se col suo arrivo egli non avesse obbligato i nostri ad arrestarsi e
i suoi a non fuggire. Laonde i Greci impediti a più oltre far macello degli
altri, a piè fermo si misero a menar le mani contro i sopraggiunti.



(1) Omero suppone, che
questo re fosse ucciso da Merione; qui la ragioue dell' equivoco é manifesta.





Capitolo V.



Come Ettore fece molte prodezze; e ferì vari Capitani greci;
e come Achille andando contro lui uccise il re Pilemene.



Saputosi a un tratto da tutto l'esercito dove il forte dell'
azione erasi ridotto, tutti gli altri capitani, avendo provveduto a quanto abbisognava
nel luogo in cui erano, corsero a quella volta. Per conseguenza ivi si fece grande
massa di gente e la battaglia diventò più gagliarda. Ettore, tosto che vide aver
presso gran numero de' suoi e si credette sicuro, prese assai animo; e a gran
voce chiamando ciascuno a nome, li eccitò a battersi arditamente; ed intanto
procedendo innanzi nella mischia venne a ferire Diore, Polisseno(1) ed Epio,
che pur si battevano con valore. Ma quando Achille lo vide tanto valido contro
i nostri, desiderando da un canto di soccorrere quelli che Ettore combatteva e
dall' altro inviperito del rifiuto fattogli di Polissena, gli andò contro; e
per primo colpo, entrato in mezzo alla folla, rovesciò di fronte Pilemene(2),
re de' Paflagoni, poiché faceva impedimento al suo inoltrarsi. Pilemene passava
per consanguineo de' Priamidi, poiché tenevasi per uno di quelli, i quali
ripetevano la loro origine da Fineo(3), figliuolo di Agenore, da cui era venuta
Olizone, data in matrimonio a Dardano.



(1) Omero suppone che
Diore fosse ucciso da Piroo imbraside e non parla della morte di Polisseno.
Darete dice uccisi Diore e Polisseno da Ettore. (2) Omero suppone Pilemene
morto per mano di Menelao. (3) Ditti é il solo che racconti questo aneddoto.
Apollodoro parlando di Fineo lo dice bensì figliuolo di Agenore, ma gli dà per
moglie Idea nata di Dardano, anzi che avess' egli data per moglie a Dardano sua
figliuola Olizone.





Capitolo VI.



Come Ettore scappò per Achille, che gli uccise l'auriga; e
come punto Achille della fuga di Ettore ammazzò molti Trojani; e come Eleno
ferì lui in una mano; onde finì di combattere.



Ma Ettore, vedendo tanta furia di gente venirgli contro e pensando
alle cagioni dell' odio che gli portava Achille, non ebbe ardimento di
affrontarne l' impeto e si sottrasse. Achille però l' inseguì quanto l'
affollamento de' combattenti gliel permetteva; e non potendo raggiungerlo gli
tirò da lontano un dardo che ne colpì e stese morto l' auriga(1), dappoiché
Ettore sceso del carro erasi già fuggito verso altra parte. Ma quanto fu
Achille punto vedendosi tolto dalle mani l' uomo che più di ogni altro teneva per
nemico altrettanto diventò più accanito; e cavato del corpo dell' auriga il
dardo col quale l'aveva ucciso, incominciò a dare addosso a tutti quelli che gli
si presentavano e ad atterrarli e a calpestarli e a farne scempio di ogni
maniera. Mentre così da ogni parte il terrore faceva fuggirli d' innanzi la
gente, Eleno lo adocchiò e cercando ove poterlo sicuramente ferire, tenendosi
dietro a qualch' uno, gli tirò da lungi una saetta la quale andò a passargli
una mano(2). E così quel tanto valoroso campione, pel cui arrivo sul luogo
Ettore era fuggito e molti erano stati uccisi insieme coi loro capitani, per
tal cagione in quel giorno restò di combattere.



(1) Questo auriga
chiamavasi Cebrione , ed era un bastardo di Priamo. Omero suppone ch'egli fosse
morto da Patroclo con una
pietra aguzza. (2) Tolommeo Efestione dice che Eleno aveva
avuto quella saetta da Apollo. La invulnerabilità di Achille non era dunque che
una favola immaginata da' poeti Perciò Omero non parlò di questa ferita.





Capitolo VII.



Come Agamennone e Menelao combattendo in altra parte
uccisero molti figliuoli di Priamo; e come Patroclo si batté con Sarpedone e lo
trasse a morte.



Mentre queste cose seguivano, in altra parte Agamennone e i
due Ajaci facendo crudel macello della turba volgare incontrarono parecchi
figliuoli di Priamo e li uccisero. Agamennone uccise Arreto, Dejopite,
Archemaco, Laodaco e Filemone; Ajace Oileo e il Telamonio misero a terra Melio,
Astigono, Doriclo, Ippotoo e Ippodamante(1). Non era meno viva in altra parte
la battaglia, dove Patroclo e il licio Sarpedone(2) collocati ne' corni e
rimasti lontani dagli altri combattenti vennero in disparte a duello fra loro.
I quali, dopo che s' ebbero reciprocamente tratto i dardi senza ferirsi,
scesero dei carri loro e, messa mano alle spade, si azzuffarono insieme. E già
da molto tempo battevansi senza che alcuno d'essi fosse rimasto ferito, quando
Patroclo vedendo necessario un ardito colpo, strettosi nelle armi e ben coperto
si buttò addosso al nemico e colla destra lo ferì alla gamba in modo, che
tagliati i nervi, non potendo più reggersi, Sarpedone vacillò, cadde e fu
ucciso.



(1) Si sono
rettificati alcuni di questi nomi col testo di Apollodoro alle mani, giacché
come corrono nelle edizioni di Ditti non corrispondono al complesso dei
documenti che si hanno. (2) Omero descrive questo combattimento tra Patroclo e
Sarpedone in diversa maniera. Dic' egli che Patroclo avendo scagliata l'asta
pel primo ammazzò Trasimede, auriga di Sarpedone; e che questi aveva ammazzato
coll' asta sua Peduso, cavallo da maneggio di Patroclo: che poi pel movimento
inopportuno de'cavalli essendo andato a vuoto il secondo colpo d'asta di
Sarpedone, Patroclo fatto impeto contro di lui lo aveva ferito ai precordi.





Capitolo VIII.



Come i Trojani si volsero contro Patroclo; ed egli ferì
Deifobo e gli ammazzò un fratello; e come Ajace ammazzò e disperse i Trojani ch'
erano intorno a Patroclo; e venuto ivi Ettore la battaglia si fece più forte,
ma non si decise; e giunta sera gli eserciti cessarono di combattere.



Vedendo tal fatto i Trojani, ch' erano presso, alzarono
dolentissime strida ed usciti degli ordini ad un segnale che fu dato si volsero
contro Patroclo, tenendo perduto tutto per la morte di Sarpedone. Ma Patroclo
avendo preveduta la cosa presto levò di terra il suo dardo e ben fermo nelle
armi con grande ardimento si piantò saldo per resistere. E come gli stava sopra
Deifobo coll'asta, avendolo sotto il colpo lo ferì nella tibia e l' obbligò a
lasciare il campo; ma prima gli aveva ammazzato il fratello Gorgizione(1). Di
lì a poco sopraggiunse poi Ajace, e quanti nemici erano ancora lì presso furono
dispersi. In questo mentre avvisato Ettore di ciò che era accaduto arrivò a
quel luogo e richiamati i suoi tosto in buona ordinanza, gridando a' capitani,
fece voltar faccia agli altri: così che per la presenza sua vennero a prendere
coraggio tutti; e la battaglia si ripigliò. E allora dall'una e dall'altra
parte fattosi cuore per opera de' capi dell' esercito fieramente si combatté
con varia fortuna, gli uni incalzando i fuggiaschi, gli altri ritornando
sostenuti da chi entrava fresco nella zuffa. Dell' uno e dell' altro partito
moltissimi furono morti, senza che l' esito della battaglia si decidesse. E
poiché si fu durato per molta parte del giorno ed ognuno era già stanco,
avvicinandosi la sera, conforme ognuno desiderava il combattimento cessò.



(1) Omero suppone che
questo Gorgizione fosse ucciso da Teucro in un altro fatto d'armi. Di questo
Gorgizione parla anche Apollodoro.







Capitolo IX.



Come in Troja si fece gran piagnisteo per la moria di
Sarpedone; e i Greci andarono a visitare Achille e gli altri feriti; e come,
quando questi furono risanati, si ripresero le armi.



Allora portato in Troja il cadavere di Sarpedone fu
universale piagnisteo e delle donne massimamente che di lutto e di disperazione
empivano tutta la città, alle quali la morte de' figliuoli di Priamo non
sarebbe stata di tanto affanno; perciocché in Sarpedone ponevasi ogni speranza
e mancato lui non credevasi di poterne aver più. I Greci dall'altro canto,
ritornati che furono ai loro alloggiamenti, prima d' ogni cosa andarono a
vedere Achille, ricercando che fosse della sua ferita; e vedendo che non se ne
doleva lietissimi si posero a raccontare le valorose imprese di Patroclo. Indi
si mossero a visitare in giro gli altri feriti; e poscia ognuno si ritirò alla
sua tenda. Achille molto lodò Patroclo quando questi ritornò, forte animandolo onde
anche in seguito, memore delle belle cose già fatte, più gagliardamente e
valorosamente si diportasse contro i nemici. In questa maniera fu da Greci
passata quella notte; e venuto poi giorno da ogni parte si andò a raccogliere i
cadaveri de' suoi e si abbruciarono e seppellirono. E dopo alquanti giorni,
risanati già quelli che erano stati feriti, si diede mano di nuovo alle armi e
si posero i soldati in ordine di battaglia.



(1) Omero dice che i
Trojani non poterono portar fuori del campo il cadavere di Sarpedone, ma che lo
lasciarono in potere de' Greci, i quali lo spogliarono. E dice che Apollo
avendolo unto con ambrosia e vestito di abiti immortali lo consegnasse alla
Morte ed al Sonno, affinché lo portassero in Licia ove da suoi fu seppellito.





Capitolo X.



Come i Trojani misero fuori l' esercito prima del tempo,
sorprendendo i Greci, e molti di questi restarono o morti o feriti; e come
accorso Patroclo fu ucciso da Euforbo ed Ettore voleva portarne via il
cadavere, impeditone poi da Ajace; e viene ammazzato Euforbo.



Ma i Barbari, secondo la pessima loro costumanza, non tenendo
conto della buona disciplina e fidando soltanto nel disordine e nelle insidie,
tacitamente e prima del tempo uscendo a campo, anticiparono la battaglia; e come ruinoso
torrente con altissimo clamore e con dardi e saette assaltarono i nemici, che
trovavansi ancora senz'armi e senza ordine(1). Quindi vennero morti assai de'
nostri, fra quali furono Arcesilao beozio e Schedio crisseo(2), entrambi ottimi
capitani: gli altri per la massima parte furono feriti; e tra essi Mege ed
Agapenore, l' uno comandante nelle Echinadi, l'altro in Arcadia. Nella quale
luttuosa angustia de' Greci, volendo Patroclo vincere la fortuna della guerra,
mentre fa coraggio a'suoi e dà addosso ai nemici con più ardore che non s' usa
in guerra, cade al suolo trafitto da un dardo di Euforbo(3); ed Ettore
volandogli sopra immantinente l' opprime e lo copre in ogni parte di ferite;
quindi tenta di trarlo fuori della battaglia, per farne spettacolo di ludibrio
alla insolenza de' suoi(1). Ma di ciò avvedutosi Ajace, lasciato il luogo in
cui combatteva, corse ratto e coll'asta fece forza, onde quel cadavere non
fosse strascinato via siccome s' incominciava a fare. Intanto Menelao e l'altro
Ajace circondarono Euforbo, che ucciso aveva quel giovin guerriero, e gliene
fecero scontare la pena. Venendo sera la battaglia ebbe fine, con danno e
disonore de' nostri, ch' ebbero tanta gente uccisa.



(1) Madama Dacier si
ride di Ditti, che chiama pessima costumanza quella di assaltare i nemici in
tempo, in cui non sono preparati. Io credo che ciò mostri piuttosto il
carattere dello storico. (2) Omero suppone Arcesilao ucciso da Ettore, e non
con Schedio, ma con Stichio, compagno di Mnesteo. In quanto a Schedio lo suppone
ucciso parimente da Ettore,. ma accanto al cadavere di Patroclo. (3) Anche
Omero attribuisce la morte di Patroclo ad Euforbo, dicendo che gli conficcò l'
asta in mezzo alle spalle; e che poi Ettore correndogli addosso gli aprì colla
sua il fianco. In quanto appartiene alla morte di Euforbo, Omero l'attribuisce
a Menelao.





Capitolo XI.



Come tutti i re Greci finita la battaglia vanno a condolersi
con Achille, ch' era inconsolabile per la morte di Patroclo e per la qualità
delle ferite.



Separatisi gli eserciti ed i nostri ridotti in sicuro, tutti
i re furono ad Achille, contraffatto pel tanto piagnere e come morto per la
forza del suo dolore; al quale non potendo resistere, non trovando quiete siffattamente
s'era abbandonato, che ora vedevasi prosteso per terra, ora buttato sul
cadavere(1). E tanto lo stato suo colpì gli animi degli astanti, che Ajace, il
quale erasi mosso per consolarlo, finì egli stesso con piangere amaramente. Né
era tanto la morte di Patroclo che a tutti recasse sì grande angoscia, quanto
il considerare fin dove la rabbia de' nemici lo avesse voluto offendere, le più
sacre parti del corpo suo veggendosi crudelmente traffitte(2). Ed era questa la
prima volta che tra gli uomini vedevasi uno scempio di tale maniera, per
l'addietro ignoto a' Greci. Adunque i re con molte preghiere e con ogni specie
di conforto fecero che Achille s' alzasse di terra; indi lavato il cadavere fu
coperto con una veste, massimamente per coprir le ferite, le quali per la
singolare loro quantità non potevano mirarsi senza eccitare gemito in tutti.



(1) Omero dice che
Achille si bruttò di nera polvere. (2) Omero non parla di questo genere di
ferite.





Capitolo XII.



Come per consiglio di Achille si mettono guardie perché i
nemici non assaltino il campo mentre si fanno i funerali di Patroclo; e come
con molta pompa il cadavere di lui viene abbruciato.



Fatte queste cose Achille ricorda la necessità di mettere
buone guardie, onde i nemici, vedendo i nostri intesi ai funerali, non
intraprendano secondo il loro uso d' assalire il campo. E diffatti furono a
tale uopo distribuiti gli uomini opportunamente; ed accesi qua e là i fuochi
tutta la notte si stette sull' armi. Venuto poi giorno fra i capitani si
scelsero cinque, i quali andassero sul monte Ida a far legna per abbruciare il
cadavere: imperciocché era stato per universale consenso determinato che se gli
farebbe un funerale pubblico. Andarono dunque Jalmeno, Ascalafo, Epio, Merione
e l'altro Ajace. Poi Ulisse e Diomede stabilirono il luogo in cui s'aveva a
fare il rogo, che fu lungo quanto comportano cinque aste, e largo egualmente(1).
Quindi portata la legna si costrusse il rogo, e messovi sopra il cadavere se
gli diede fuoco. Il cadavere era stato adorno regalmente con ogni sorta di
preziosissime vesti, di tale faccenda essendosi incaricate lppodamia e
Diomedea, la quale seconda era stata al giovine singolarmente carissima.



(1) Omero dice che il
rogo di Patroclo fu di cento piedi per ogni verso.





Capitolo XIII.



Come i Trojani alcun tempo dopo improvvisamente vennero una
mattina a dardeggiare i Greci sin sotto i ripari e infine furono messi in fuga.



Passati pochi giorni e ristorati i capitani dalle fatiche di
tante veglie, una bella mattina di assai buon' ora fu messo in campo l'esercito
tutto armato e vi stette la giornata intera aspettando che i Barbari si
presentassero. Ma essi stettero a contemplarli dalle mura e rimisero la
battaglia ad altro giorno. Dunque i Greci al tramontar del sole ritornarono
alle navi. Ma la susseguente mattina i Troiani credendo di trovare ancora i
Greci in disordine saltarono repentinamente con molta petulanza ed audacia, com'erano
soliti, fuori delle porte; ed avvicinatisi allo steccato di circonvallazione
cominciarono a gara a far piovere loro addosso un nembo di dardi; non però con
un esito corrispondente, poiché i nostri seppero porsi in misura per ripararsene;
e fu questa la cosa sola che potessero fare. Gran parte della giornata
consumarono i Barbari in questa opera e stanchi già vedevansi nè più veementi
come prima: onde preso quel contrattempo i nostri uscirono fuori da un lato ed
urtandogli gagliardamente sul fianco sinistro li ruppero e li misero in fuga;
né guari andò che fecero la stessa cosa
dall' altro fianco coll'esito stesso.





Capitolo XIV.



Come molti de' Trojani in questo fatto et anni furono morti,
e furono morti ancora o feriti alcuni de' Greci; e come essendosi presi vivi
parecchi de' primi e due figli di Priamo,
furono dati ad Achille che gli fece
scannare sul rogo di Patroclo e diede ai cani i corpi dei due Priamidi,
giurando di non cessare di dormir sulla terra finchè non si fosse vendicato di
Ettore.



Così gran numero de' Barbari, ignominiosameme voltate le
spalle e come vigliacchi inseguiti, fu rotto e fracassato. E fra i più distinti
che in quella occasione caddero, furonvi Asio(1), figliuolo d'Irtaco, e Pileo(2)
ed Ippotoo; questi due signori de' Larissei, il primo di Sesto. E Diomede in
quel dì ne prese dodici vivi(3), ed Ajace cinquanta; ed oltre questi furono
presi Iso ed Evandro(4), ch' erano figliuoli di Priamo. De' Greci poi restò
ucciso Guneo(5) re di Cifo; e Idomeneo, capitano nostro, restò ferito. I nostri,
quando i Trojani si furono chiusi in città e tutto all'intorno fu quieto, spogliarono
i cadaveri de' nemici e portatili in riva al fiume di là li precipitarono
nell'acqua; il che fecero in vendetta dell' insolenza che poc' anzi i Trojani
usata avevano con Patroclo: i prigionieri furono consegnati ad Achille. Aveva
Achille spento già il fuoco del rogo con molto vino, e le reliquie raccolte del
suo amico, volgendo in mente o di riportarle alla patria ritornando o, se altro
di lui la sorte facesse, di farle unire alle sue in un medesimo sepolcro; sì
cara avendo egli sopra tutto la memoria di quell'amico carissimo. Adunque i
prigionieri offertigli fece condurre là ov' era il rogo di Patroclo, insieme
coi due figliuoli di Priamo; ed ivi un poco lungi dalle brage li fece scannare,
dedicandoli ai mani del morto: de' reali giovani dando poscia i cadaveri da
straziare e divorare a' cani; e che Achille trovatili sul monte Ida li fece prigioni
e li mandò con riscatto. (6)



(1) Omero suppone Asio
ucciso da Idomeneo. (2) Darete dice che Pileo fu ammazzato da Achille. (3)
Omero attribuisce questo fatto ad Achille. (4) Apollodoro mette Evandro fia i
figliuoli di Priamo; ma Omero non ne fa menzione. Egli nomina soltanto Iso come
bastardo; ed auriga di Antifo , uno dei figliuoli legittimi di Priamo; e dice,
giurando, che non avrebbe cessato di passare tutte le notti sul nudo suolo, fin
tanto che non gli fosse riuscito di vendicarsi col sangue dell' autore di tanto
suo lutto. (5) Omero parla di Guneo, ma non dice che fosse ammazzato. (6) Omero
, che come si é detto , fa menzione di dodici prigionieri fatti da Achille , li
dice abbruciati sullo stesso rogo con Patroclo. Presso Omero Achille aveva già
ucciso attore quando fece i funerali a Patroclo.





Capitolo XV.



Come Achille sorprende Ettore al passaggio di un fiume,
mentre questi andava incontro alle Amazoni, e lo ammazza con tutti i suoi, e fa
tagliare le mani ad un altro figlio di Priamo e poi lo manda a Troja; e come
attaccato il cadavere di Ettore pei piedi al carro, lo strascina a gran furia
al campo.



Ma non passò molto, che seppesi come Ettore con pochi armati
era ito ad incontrare Pentesilea, regina delle Amazoni(1), la quale non si sa
se per soldo o per solo desiderio di far prove di sé venisse in ajuto di Priamo. Erano queste
Amazoni donne bellicose, formidabili a' loro vicini e celebri nel mondo pel
valore nelle armi. Achille pertanto presi seco alcuni suoi fidati con assai
prestezza andò a mettersi in agguato e a tagliare la strada al nemico non
sospettoso di ciò. Così avvenne(2) che mentre Ettore incominciava a entrar nel
fiume per passar oltre, fu ad un tratto circondato; e così, tanto egli quanto
tutti quelli ch' erano con esso lui, ignari delle insidie, furono
improvvisamente colti ed ammazzati; e ad un altro figliuolo di Priamo, preso vivo,
vennero tagliate le mani e in quella figura mandato a Troja a dar la nuova di
quello ch' era succeduto. Achille inferocito dalla stessa morte del maggior suo
nemico e dalla memoria del tanto dolore che gli aveva cagionato lo spogliò
delle armi e legatolo pei piedi(3) lo attaccò al suo carro: poscia salì su questo;
ed ordinò ad Automedonte che lasciasse sciolte ai cavalli le redini. In tal
maniera strascinollo a tutta corsa per la campagna, sicché potea vedersi da
tutti lo strazio miserabile che faceva del suo nemico; e fu questo un genere
quasi nuovo di pena e miserabilissimo.



(1) Molti altri
scrittori hanno detto che le Amazoni andarono in soccorso di Troja. È
meraviglia che Omero non abbia parlato dì esse. Madama Ducier dice che credette
indegno del suo poema il mescervi donne. A me pare che lo avrebbe abbellito di
più. Né certamente Marfisa, Bradamante, Clorinda pregiudicano al Furioso e alla
Gerusalemme. Mad. Dacier, che riguarda Omero considerino rigoroso almeno quanto felice poeta, aggiunge che le
Amazoni non sono che un soggetto favoloso. Ma di Amazoni é piena la storia
dell' Asia, dell' Africa e dell' America; ed é più inverisimile che tante
nazioni fra esse lontane per lingua, per tempi e per luoghi si sieno accordate
in queste finzioni, di quello che sia inverosimile l'esistenza di donne
guerriere, viventi abitualmente senza uomini ed usando con alcuni soltanto a
certe epoche per averne figliuole. Veggansi le lettere americane del Carli. (2)
E' noto a tutti che Omero racconta la morte di Elitre in assai diversa maniera.
(3) Questo crudele costume fu proprio dei Tessali, che strascinavano i corpi
degli uccisori de' loro amici sul sepolcro di questi. Dicesi che il primo a
darne l' esempio fosse certo Simone di Tessaglia, che così fece col cadavere di
Euridamante, figliuolo di Mìdio, il quale aveva ammazzato Trasuno, fratello
d'esso Simone.





Capitolo XVI.



Come alla nuova della morte di Ettore i Trojanì caddero in
inesprimibile dolore, e disperarono delle loro cose.



Quando dalle mura di Troja si videro le spoglie d Ettore che
i Greci per ordine di Achille misero in mostra, e 1' altro figliuolo di Priamo,
conciato come s' é detto, arrivò colà e raccontò il fatto, sì grande fu per ogni
parte della città il lutto e tanto forti s'alzarono le strida, che si credette
che gli stessi uccelli dal rumore cadessero a terra tramortiti: molto più che
alle strida dei dolenti Trojani s' aggiunsero i clamori insultanti di tutto 1'
esercito nostro. Immantinente gli usci di tutte le case furono chiusi e le
botteghe ed ogni altro luogo; e la corte mutò gli abiti; e di squallore e
tristizia tutto si empì, non riconoscendosi più Troja per dessa. E come appunto
al divulgarsi pessime nuove accade, di subito grandi crocchi di gente si videro
per le strade e le piazze; e di subito questi sciogliersi, ponendosi gli uomini
in una specie di fuga e facendo solitarj i luoghi dianzi pienissimi di gente.
Poi s' udivano spessi gemiti; poi succedere tristissimo silenzio: né ben
sapendosi come la cosa fosse, e massima però essere la calamità, molti
temettero che alla notte i Greci sarebbero venuti ad assaltare le mura e a
diroccar la città, se erano sicuri della morte di tal capitano. Alcuni tenevano
inoltre per cosa certa che Achille avesse tratto a sé l' esercito che
Pentesilea conduceva in ajuto di Priamo. Ed infine, morto Ettore, ripudiavasi
tutto come già perduto; già i nemici padroni della città; già tutte depredate
le ricchezze; già niuna speranza più di salvamento; poiché Ettore solo era
quello che sempre bilanciando la vittoria aveva combattuto contro tante
migliaja di soldati e di capitani nemici, famosissimo presso le nazioni come
guerriero, in cui erano del pari forza e consiglio.





Capitolo XVII.



Come i Greci all' opposto confortatisi fecero grandi giuochi
in onore di Patroclo; e dei premj che ebbero Eumelo , Diomede e Menelao.



Al contrario, ritornato che fu Achille alle navi e il
cadavere di Ettore esposto alla vista di tutti, il dolore per la sorte di
Patroclo venne alquanto mitigato nei Greci, vedendo in fine morto il più formidabile
loro nemico e di ciò concependo naturale allegrezza. Quindi, poiché non s' aveva
timore d' essere disturbati, fu comune piacere che ad onore di Patroclo si
facessero solenni giuochi, come era costume. Non però lasciossi di provvedere che
tutti quelli dell' esercito i quali non prendessero parte ne' certami stessero in armi e fossero pronti ad ogni
congiuntura, caso mai che il nemico, quantunque abbattuto, con qualche insidia
com' era solito fare, pensasse ad alcuna sortita. Fu poi pensiero di Achille
che si destinassero ai vincitori premj, che a lui parevano maggiori. Il che
fatto e data ogni altra disposizione necessaria, invitò i re tutti a prender
posto per assistere allo spettacolo; ed egli si stette nel mezzo seduto più
alto degli altri. Il primo ad essere proclamato vincitore fu Eumelo, che corse
colla quadriga. Diomede ebbe il primo premio della biga e Menelao il secondo(1).



(1) Omero non parla
che di bighe; e furono cinque, secondo lui, i contendenti. cioé Eumelo,
Diomede, Menelao, Antiloco e Merione. Vinse Diomede, dopo lui Antiloco, terzo
Menelao, Merione il quarto ed ultimo Eumelo, il quale sarebbe stato il primo,
se Minerva non gli avesse spezzata la biga!!





Capitolo XVIII.



Come Merione ed Ulisse ebbero il premio del tirare a segno;
e come Filottete si ebbe uno doppio per una sua maggiore virtù in tal genere(1).



Vennero poscia le prove di quelli che erano più valenti nel
trarre a segno; e Merione ed Ulisse piantarono due alberi, dall' uno all' altro
de' quali tirarono di traverso un sottilissimo filo di lino ben assicurato ad
ambi i capi; e in mezzo al medesimo fu attaccata una colomba, che il vincitore
doveva colpire. I molti che provaronsi mandarono a vuoto le freccie: Ulisse e Merione
furono quelli che ferirono la colomba.



(1) Secondo Omero, Achille
piantò un albero a cui con una fune legò una colomba, la quale chi colpisse
sarebbe il vincitore; e da meno sarebbe chi colpisse la fune. Sorse, dic'egli,
Teucro e torse Merione. Teucro tirò pel primo la saetta e tagliò la fune
precisamente nel punto in cui teneva legati i piedi alla colomba la quale
liberata volò per aria. Merione le tirò mentre s'alzava alle nubi e la ferì
sotto l'ala, di modo che ritornò a posarsi sull' albero, allungò il collo,
stese le ali e cadde. Ai quali mentre tutti applaudivano, sorse Filottete, il
quale si proferse di colpire non la colomba attaccata al filo, ma il filo
medesimo: e poiché l'impresa parve ai re difficilissima, Filottete vi si accinse;
e non meno felicemente che accortamente riuscì nell' intento, così che rotto il
filo videsi cader giù la colomba con infiniti evviva de' circostanti. Ebbero
Ulisse e Merione i premj destinati alla prima prova; e per la seconda Achille
ne diede straordinariamente a Filottete uno doppio.





Capitolo XIX.



Come altri ebbero i premj per altri giuochi: come non fu
dato premio per quello della lotta; e come Achille oltre a premj distribuì
anche dei doni onorevolissimi a tutti.



Nella corsa distesa fu vincitore Ajace Oileo(1); e il secondo
Polipete(2). Della doppia ebbe il premio Macaone; e della semplice l' ebbe
Euripilo. Al salto vinse Tlepolemo: al cesto Antiloco. Nissuno ottenne il premio
della lotta(3), perché Ajace avendo abbrancato a mezzo il corpo di Ulisse
cacciandolo a terra, questi nel cadere lo imbarazzò nelle gambe e tanto strinse,
che impedito di tal maniera, nell' atto ch' era per rimanere vittorioso, cadde
a terra anch' egli. Ma Ajace ebbe la palma nel giuoco dei cesti(4) e in ogni
altro di mani. Diomede riportò da ultimo il premio per la corsa colle armi in
dosso(5). Distribuiti poscia che furono tutti i premj, Achille presentò il
primo dono, che a lui parve onoratissimo, ad Agamennone(6); il secondo diede a
Nestore ed il terzo ad Idomeneo: quindi altri ne distribuì a Podalirio e a
Macaone e agli altri capitani a proporzione del loro merito; ed altri in fine
ne offrì pe' loro compagni morti in guerra, onde, quando fosse venuto il tempo,
li portassero ai parenti di quelli. Finite le prove e la distribuzione dei
premj, essendo già venuta sera, ognuno si ritrasse alle sue tende.



(1) Secondo Omero
Ajace Oileo precedeva già Ulisse ed Antiloco; ma nell' atto ch' egli era ornai
alla meta, cadde sopra una massa di letame bovino, onde Ulisse potè corrergli
avanti ed ottenere il premio. (2) Omero dice che Polipete vinse al cesto. (3)
Ecco come Omero racconta il fatto. Ajace ed Ulisse per quanti sforzi avessero
fatto, nissuno d' essi poteva, non che mettere a terra l'altro, nemmeno
smoverlo del posto. Finalmente il Telamonio disse: Ulisse generoso, o alza me o
lascia che io alzi te; ed alzò egli per primo Ulisse; ma Ulisse gli ferì il di
dietro della coscia e così lo cacciò a terra a pancia in su e gli andò sopra.
Poi ambedue si drizzarono in piedi. Allora U/iise abbrancò alla meta del corpo
Ajace e mentre cominciava ad alzarlo di terra, l' altro colle ginocchia lo
imbarazzò e caddero entrambi. Volevano fare il terzo tentativo, quando Achille
li separò, dichiarando che erano vincitori ambedue.(4) Omero scrive che Epeo
vinse nel pugillato.(5) Omero suppone che Ajace si battesse con Diomede non
alla corsa, ma a duello vero, cioè a chi farebbe il primo far sangue al suo
avversario.(6) Secondo Omero Achille aveva proposto il premio per chi meglio
saettasse; Agamennone e Mertone s' alzarono per mettersi alla prova; e Achille
diede il premio ad Agamennone perché per universale consenso superava tutti in
forza e in abilità nel saettare.





Capitolo XX.



Come Priamo si mosse per andare ad Achille, e della comitiva
che aveva seco; e come incontrato dai re Greci fosse trattato da Nestore e da
Ulisse; e come Achille mandasse Automedonte a riceverlo.



Ma appena sorta l'alba(1) Priamo coperto di lugubre vesta,
non più pel dolore avendo segno alcuno della maestà di re né vestigio del nome
e della fama, di che in addietro era sì grande, colle mani piegate e
supplichevole in ogni suo atto venne a trovare Achille, accompagnato(2) da
Andromaca, che non faceva minore pietà di Priamo: tanto era per ogni maniera
contraffatta! e seco erano Astianatte, ch' altri chiamano Scamandro, e
Laodamante(3), piccoli suoi figliuoli, presi per far valere di più le preghiere
del re, il quale dal dolore egualmente che dalla vecchiezza indebolito
sostenevasi appoggiato alle spalle di Polissena sua figliuola. Venivano poi dietro
ad essi alquanti carri carichi d'oro, d' argento e di mobiglia e suppellettile
preziosa(4). I Trojani dalle mura vedevano questa comitiva, la quale giunta
all' esercito greco grande ammirazione e silenzio universale cagionò. E i re
curiosi di sapere la cagione di tal venuta gli si mossero incontro. Priamo,
tosto che li vide presso, cadde boccone per terra; e sparso di polvere e d'
ogni altra sordida cosa il capo, si pose a pregarli, perché commiserando la
cattiva sua fortuna volessero seco lui venire ad intercedere presso Achille.
Nestore rammentando i bei tempi e la prospera fortuna di Priamo n' ebbe pietà.
Al contrario Ulisse si pose a dirgli villanie, commemorando ciò che in Troja
nel consiglio prima che s'intraprendesse la guerra egli aveva detto agli
ambasciadori. Portato l' annunzio della venuta del re ad Achille, questi mandò
a riceverlo Automedonte; ed egli prese in grembo l'urna contenente le ossa di
Patroclo.



(1) Omero dice che
Priamo andò alle navi di sera, avendo trovato Achille a cenare. Servio dice che
Priamo trovò Achille a letto; ed aggiunge che lo risvegliò dal sonno, onde
pregarlo a dargli il cadavere del figlio, quando poteva ucciderlo, sebbene Omero
per vergogna di Achille abbia ciò taciuto. (2) Omero non dà altri compagni a
Priamo fuori d' Ideo, suo banditore, che guidava il carro. Vi aggiunge poi
Mercurio, onde farlo entrare nel campo e nella tenda d' Achille senza essere
veduto dalle guardie. Ma questa é poesia.(3) È notabile questo secondo figlio
di Ettore, Laodamante. Ornero non gliene ha dato che uno, e questi fu Animane,
ossia Scamandro. Anassicrate gliene dà due; ma mentre ne indica uno col nome di
Scamandro, all'altro dà quello di Amfìneo. (4) Omero suppone tutto il convoglio
di Priamo fatto di un carro solo, in cui sedeva egli; ed in esso era posto
quanto portava ad -Achille. Se per avventura Ditti avesse finto tutto ciò che
dice, sarebbe qui più poeta di Omero stesso e forse anche più conseguente..





Capitolo XXI.



Come entrato Priamo ad Achille gli fece una dolentissima
orazione.



Entrato insieme co'nostri capitani, Priamo abbracciando le
ginocchia d'Achille gli disse: « Di questa mia fortuna non se' tu la cagione;
ma bensì un qualche Dio, il quale mentre dovea aver pietà di questi miei ultimi
anni, ne ha cacciato in tante disgrazie, consumando gli avanzi della mia vita
col lutto di tanti figli. Essi fidando nella gioventù e nella potenza del regno
e abbandonandosi ad ogni loro desiderio hanno di loro propria mano fatta la
loro e la mia ruina. Né v' é dubbio che i giovani hanno a sprezzo la vecchiaja.
Che se colla mia morte fia possibile che gli altri riducansi a temperanza,
possa pur io morire! e se vuolsi, m'offro a tal pena, poscia ebe ridotto
all'estremo delle disgrazie, col debil fiato che mi avanza, mi torrai da tutte
le miserie che oggi mi rendono spettacolo infelicissimo all'universo. E son qui
pronto né prego in contrario. O se così piacciati, abbimi prigioniero; che già
nulla più mi rimane della condizione passata, mentre ucciso Ettore tutta la
potenza del regno cadde seco lui. Ma se alla Grecia, quanta essa è, per
l'imprudenza de'miei abbastanza si é soddisfatto mediante il sangue de' miei
figliuoli e le tante calamità mie, abbi pensiero agli Dei; e moviti a pietà,
concedendo almeno a questi fanciulli che te la domandano, non la vita, che non
é più in mano di alcuno , ma la salma del loro padre. Vogliti ricordare delle
cure e delle vigilie per te sostenute dal genitor tuo; e possa a lui tutto
sortire secondo che il cuor suo desidera; ed avere una vecchiezza tutta
differente da quella che é toccata a me! »





Capitolo XXII.



Come non potendo Priamo per isfinimento di forze parlare di
più, destò gran compassione; e di ciò che disse Andromaca e della oltre parole
di Priamo poiché sì riebbe.



A mano a mano ch'egli parlava vedevasi mancargli il fiato ed
illanguidire le membra; onde non poté più proseguire: e questo miserando
spettacolo addolorò tutti quelli ch' erano presenti. Indi Andromaca mise a'
piedi di Achille i piccoli figliuoli d'Ettore; ed essa con doglioso pianto
pregò che almeno le fosse dato di vedere il cadavere del marito! In mezzo a sì
luttuosa scena Fenice si mosse ad alzare da terra Priamo, insinuandogli di
confortarsi. Il quale, ove fu alcun poco riavuto, stando com' era sulle
ginocchia e con ambe le mani lacerandosi il capo, disse: ove, ove é essa la
misericordia, che tanto grande soleva esser ne' Greci ? Si é ella spenta
solamente per Priamo?





Capitolo XXIII.



Come Achille fieramente rispose a Priamo; e di ciò che disse
sui motivi della guerra fra Greci e Trojani.



E stando tutti dolorosamente commossi Achille disse aver
esso Priamo dovuto fin da principio contenere i figliuoli da sì indegne azioni,
onde colla sua connivenza non rendersi complice del loro mal fare. E non essere
stato dieci anni innanzi tanto dalla vecchiezza consunto, da essere venuto a
sprezzo a' suoi. Il desiderio dell' altrui roba averli tentati; né per una sola
donna, ma per le ricchezze di Atreo e di Pelope in villana maniera essersi essi
costituiti rei di rapina: per lo che bene stavano loro le sofferte pene, ed
altre loro sovrastarne maggiori. I Greci fino a quel tempo, usando buona
ragione anche in guerra, essere soliti a restituire per dar loro sepoltura i
corpi di tutti i nemici morti in battaglia. Ma Ettore al contrario avere oltrepassato
questa legge di umanità cercando di portar via dal campo il cadavere di
Patroclo per villaneggiarlo e bruttarlo: cosa, che appunto meritava d' essere
scontata con giuste pene e supplizi; onde i Greci ed ogni nazione quind'innanzi
memori della presa vendetta difendessero le ragioni della condizione umana. Che
finalmente non per Elena né per Menelao erasi condotto qua l'esercito,
abbandonando il proprio paese e i figliuoli; né per essi tolleravasi con tanto
sangue e loro e de' nemici ogni crudo servigio di guerra; ma per sapere se i
Barbari od i Greci dovessero prevalere nel mondo; quantunque pur fosse che
giustissima cagione di portar qua la guerra aveva potuto essere il fatto della
donna: perciocché se di ciò che i Trojani avevano rapito altrui si
compiacevano, gravissimo doveva essere il dolore di quelli a cui recato erasi
ingiuria e danno. E qui molte maledizioni imprecò ad Elena; e protestò che
preso Ilio, primo di tutto, avrebbe fatto a lei scontare col sangue il fio del
commesso peccato: in grazia solo della quale lontano dalla patria e dai
genitori perduto aveva anche Patroclo, unico suo conforto nella solitudine che
soffriva.





Capitolo XXIV.



Come i Greci conclusero doversi prendere i doni di Priamo, e
dargli il corpo di Ettore: come Polissena commosse Achille; e come Priamo si
lasciò indurre ad abbandonare le insegne del lutto.



Quindi s' alzò per consultare cogli altri capitani: i quali
tutti furono della unanime opinione che ricevuti i regali portati si
consegnasse il chiesto cadavere; e cosi concluso ognuno ritornò alle sue tende.
Poi Polissena, rientrato che fu Achille, buttatasi alle ginocchia di lui
spontaneamente esibì di starsi sua schiava, con che egli concedesse il corpo di
Ettore. Al quale spettacolo Achille talmente si commosse, che d' inimicissimo
ch' egli era per la morte di Patroclo a Priamo ed al suo regno, in
considerazione della figliuola e del genitore non poté trattenere le lagrime.
Quindi stesa la mano a lei l'alzò di terra, dato prima gli ordini a Fenice onde
facesse mettere Priamo in buon assetto. Ma Priamo altamente dichiarò non poter
esso dar triegua al lutto e all'angoscia sua. Se non che rispondendo Achille che
non avrebbe compiaciuto all' espostogli desiderio suo se prima mutato in meglio
d' abito non avesse mangiato in sua compagnia, temendo egli che col suo rifiuto
non venisse a torglisi quanto pareva esserglisi ormai conceduto, si propose di
fare tutto ciò che si volesse da lui(1).



(1) Niuna cosa
dimostra la piccolezza dello spirito di Madama Dacier più della cura che essa ha
posto a questo luogo. Le cose, dic' ella, che seguono sino al fine del discorso
di Achille mi tembrano inette e futili (inepta et futìlia) E nissun pensiero né
più profondo né più bello cadde mai dalla penna di quanti vecchi o moderni
scrittori parlarono della guerra di Troja ! E i Gìreci furono fortunati ! . . .
. perché i Greci ne'grandi cimenti sentirono reamente. Questo passo di Ditti
apre l'adito a gtandi considerazioni, a grandi reminiscenze, a grandi
rimproveri!





Capitolo XXV.



Come Priamo lavato e mondo da ogni squallore fu chiamato
alla tavola di Achille insieme co' suoi; e delle cose che Achille gli domandò.



Adunque nettatisi i capegli dalla polvere e lavato tutto,
egli e quanti erano venuti con esso lui furono da Achille invitati a tavola. E
dopo che s'ebbe mangiato Achille parlò in questa conformità: « O Priamo! dimmi
per tua fé qual motivo siavi stato per cui, mentre a voi ogni giorno andavano
mancando le truppe e crescevano le sventure e i danni, pur nondimeno pensaste
di dover ritenere fino a questo dì Elena; e non anzi la cacciaste come una
peste di cattivo augurio, che pur sapevate avere tradito patria e parenti, e
quello che é più notabile, i santissimi suoi fratelli(1), i quali tanto
detestavano la condotta di lei che non vollero prender parte a questa guerra
con noi per paura di vederla ritornare sana e salva e di passare per averle
procurato il ritorno alla patria? Perché dunque considerando ch'essa era
entrata nella vostra città per danno di tutti non la cacciaste? Perché
piuttosto non l' accompagnaste fuori delle vostre mura colle esecrazioni che
meritava? E che dicevano essi que' vecchi, i cui figliuoli perivano ogni giorno
ne'combattimenti? E non si accorsero eglino, ch'essa era la cagione di tanti
mortorj! A tal segno adunque gli Dei v' hanno tolto il senno, che in sì grande
metropoli niuno abbiasi potuto trovare che dolente dell' eccidio della patria
non abbia creduto doversi la comune ruina redimere colla ruina di lei? Io a
contemplazione della tua età e per le preghiere di codeste donne ti restituirò
il cadavere che domandi; né per certo farò mai che ciò che si riprende nei
nemici serva ad accusa contro di me.»



(1) Castore e Polluce
erano fatti Dii.





Capitolo XXVI.



Come Priamo rispose alla domanda di Achille; e di ciò che
disse riguardo alle cose di Troja e a sé medesimo.



Priamo tornando dì nuovo a piangere miseramente rispose: non
senza decreto degli Dei giungere agli uomini le avversità: essere Dio autor del
bene e del male che ad ogni uomo succede; né, finché può uno esser felice, potere
sopra di lui la forza e l' inimicizia di qualunque. E così essere avvenuto a
lui, che di diverse donne avea avuto cinquanta figliuoli ed era stato tenuto
per re sopra gli altri beatissimo fino al giorno in cui nacque Alessandro.
Essere stato quello il punto fatale che nemmeno pei presagi degli Dei aveva
potuto evitare. Imperciocché ad Ecuba gravida di colui era paruto di partorire
una fiaccola, d'onde l'Ida veniva incendiato, e continuando la fiamma vedevansi
abbruciati i templi degli Dei e tutta ridotta in cenere la città diroccata,
salve soltanto ed inviolate le case di Antenore e di Anchise. Le quali cose gl'
indovini avendo detto che annunciavano la pubblica ruina(1), erasi pur anche
proposto di ammazzare quel bambino. Ma Ecuba per femminile pietà lo aveva dato
di nascosto ai pastori d' Ida a nutrire; e tenne così mano all' inganno fino a
tanto che fatto già grande il figlio e saputasi la cosa non poté partirsi, che quantunque riguardato
come nemico perniciosissimo fosse ucciso, mentre egli era sì ben formato e
bello, che anzi se gli diede Enone per isposa. Venne poi volontà a lui di veder
paesi e regni lontani; e fu in quella occasione che condusse via Elena,
certamente per impulso di qualche nume; perciocché tutti gli abitanti della
città ed egli pur con essi ne presero allegrezza. Né poi quando ad alcuno
accadde di vedersi tolto od un figlio od un parente si cessò di amare d' averla
bene accolta e di tenerla; e solo fu contrario in ciò Antenore: il quale, uomo
invero in pace e in guerra prudentissimo, fin da principio, subito dopo il
ritorno d'Alessandro, cacciò di casa suo figliuolo Glauco, perché era stato
compagno a lui nel viaggio. Del resto, giacché le cose di Troja volgono a
precipizio, desideratissimo essere per esso lui il fine della natura, che già
gli si avvicina, ed avere abbandonato ogni governo ed ogni cura del regno; e
solo suo tormento essere il pensiero di Ecuba e delle figliuole, le quali pur
troppo, caduta la patria, diventeranno schiave; e chi sa alla superbia di qual
padrone destinate!



(1) Licofrone, Apollodoro,
Servio dicono che Eleno, figlinolo di Priamo, interprete così il sogno di Ecuba.
Un antico poeta citato da Cicerone dice che fu Apollo. Pausania dice che fu la
sibilla Jernfilo. Ovidio, Igino e lo
Scoliaste di Omero convengono con Ditti.





Capitolo XXVII.



Come Achille, ritenuto l' oro e l' argento portato da Priamo
ed alcune vesti, il rimanente donò a Polissena, e a Priamo che gliela offeriva
disse che parlerebbesene in altro tempo; e la rimandò a Troja col padre.



Poscia fa mettere d'innanzi ad Achille tutte le cose che
portate aveva pel riscatto del morto figliuolo. Dalle quali Achille ordina che
si prenda tutto 1' oro e l'argento ed una parte delle vestimenta; le altre
unite insieme dà a Polissena; e poi consegna il cadavere. Ricevuto il quale in
riconoscenza della grazia impetrata e sicuro già del figliuolo qualunque
accidente sopravvenisse a Troja, abbracciando le ginocchia d' Achille lo prega
che voglia ricevere Polissena e tenersela. Ma Achille in altro tempo e luogo di
ciò disse potersi trattare; e intanto la fa ritornare col padre. Così ottenuto
il cadavere di Ettore e montato sul suo carro, Priamo inviossi alla città con
tutti quelli che l' avevano accompagnato.









LIBRO QUARTO,



Capitolo Primo.



Come i Trojani furono meravigliati del ritorno di Priamo dal
campo de' Greci col corpo di Ettore. De' funerali fatti a questo e del gran
pianto di tutti.



Quando i Trojani seppero che il re ritornava sano e salvo
con tutta la sua comitiva ed aveva ottenuto l'intento, meravigliati si misero
ad esaltare sino al cielo la pietà de' Greci; poiché d' altronde avevano fisso
nell' animo non potersi sperar d' impetrare il cadavere di Ettore ed anzi
andare Priamo e quanti erano con essolui
ad essere ritenuti da' Greci, a cagione che non si era voluto restituire Elena.
Poi fattosi il mortorio tutti i cittadini e tutti i confederati accorrendo si
misero in altissimo pianto, strappandosi i capegli e lacerandosi il volto; né
in tanta moltitudine di popolo fuvvi chi credesse avere in sé virtù alcuna o potere alimentare alcuna buona speranza,
mancato lui, che famoso giustamente presso le nazioni per incliti fatti dì
guerra, non minor gloria erasi acquistato anche in pace per distintissima
pudicizia. Non lungi dalla tomba dell'antico re Ilo(1) gli venne data sepoltura;
al qual momento, che metteva termine alla cerimonia, uu orribile ululato
s'alzò, qui delle donne che piangevano con Ecuba, là degli uomini e Trojani e
Confederati, i quali Ettore ancora a grandi voci chiamavano. Durarono le
esequie per dieci giorni(2), essendo stata accordata a tal fine una tregua; e
dal nascere sino al tramontare del sole per tutti quei dieci giorni i Trojani
non fecero ehe piangere.



(1) La tomba d'Ilo era
alla pianura di Troja presso il Simoenta.
(2) Omero dice
che i funerali di Ettore durarono undici giorni, cioé nove consecrati al lutto,
il decimo alla sepoltura e l' uudecimo a
costruirvi sopra un tumulo.





Capitolo II.



Come arrivò a Troja Pentesilea regina delle Amazoni; e come
col suo esercito volle dar battaglia ai Greci; e mentre i suoi saettieri
ammazzarono gran numero de' nemici, Ajace distrusse tutti i suoi fanti.



In que' giorni appunto(1) sopraggiunse Pentesilea con un
grosso corpo di Amazoni e con molti armati popoli circonvicini del paese suo;
la quale udito ch' ebbe la morte d'Ettore avea voluto ritornare indietro; ma
poi allettata dal molto oro ed argento che proferivagli Alessandro s'era
risoluta di fermarsi. Quindi dopo alquanti giorni messe in buon ordine le sue
truppe, senza punto mischiarsi co' Trojani perché in sé stessa avea molta
fiducia, andò per combattere co' nemici, avendo posto i saettieri nel destro
corno, i fanti nel sinistro e gli uomini a cavallo nel centro. E i nostri le si
mossero contro, opponendosi a' suoi saettieri Menelao, Ulisse, Teucro e
Merione; ai fanti i due Ajaci insieme con Diomede, Agamennone, Tlepolemo,
Ascalafo e Jalmeno; e agli uomini a cavallo Achille e gli altri capitani. Così
disposte le forze, dall'una e dall'altra parte s' attaccò la battaglia. I
saettieri della regina fecero cadere moltissima gente; né diversamente fu combattuto
da' Teucri. Ma Aiace e quelli ch'erano seco incominciarono a fare mano bassa
sui fanti che avevano d'incontro e ad urtare cogli scudi quelli che facevano
testa e quindi a tagliarli a pezzi; né si finì la giornata finché non furono
distrutte affatto le schiere de' fanti.



(1) Pare impossibile
che, trovando Madama Dacier scorsi ventitre giorni da quello della morte di Ettore
all' altro della sua sepoltura, domandi onde mai tanto ritardo di Pentesilea;
quando il testo stesso ne accenna sì chiaramente la cagione ! massimamente che
nissuno ha detto quanto Pentesilea fosse distante dal luogo , in cui Ettore
incamminato verso lei fu sorpreso da Achille





Capitolo III.



Come Achille ferì a morte Pentesilea, e i suoi si misero in fuga:
e come volendo Achille salvare il cadavere di lei per la sepoltura, Diomede per
volere de Greci la gittò nello Scamandro.



Achille, avendo veduta Pentesilea tra la cavalleria, andò ad
affrontarla coll' asta e con non più difficoltà che vi sia con una donna la
fece piegar sul cavallo; quindi presala pe' capegli, gravemente ferita com'
era, la gittò a terra. Il che veduto dai combattenti di lei, nulla più sperando
essi nelle armi, si diedero alla fuga. Le porte della città allora furono
chiuse; ond' é che i nostri inseguendo i fuggiaschi a mano a mano poterono
trucidarli; risparmiando però le donne, per amore del sesso. Nel ritornarsi
ognuno de' nostri vincitori dopo avere ucciso chiunque s'era lasciato raggiungere,
videro Pentesilea moribonda ed ebbero agio di ammirarne l' aria sua risoluta ed
audacissima. Il quale spettacolo avendo ivi chiamati tutti, fu deliberato che
mentre ancora le restava qualche fiato di vita, in pena di avere voluto
oltrepassare la condizione della natura e del sesso fosse gittata nel fiume o
data da sbranare ai cani. Voleva Achille, che l'aveva uccisa(1), darle
onorevole sepoltura(2); ma Diomede gliel vietò, imperciocché, domandato ai
circostanti cosa se ne dovesse fare, di comune consenso presala pe' piedi la
precipitò nello Scamandro, intendendo di trattarla da disperata e da matta. Per
tale maniera la regina delle Amazoni, perduto l esercito che condotto avea in
soccorso di Priamo, finì con dare uno spettacolo degno de' suoi costumi!



(1) Licofrone, Quinto
Calabro, Tzetze, Eustazio, Servio dicono tutti che Pentesilea fu uccisa da
Achille. Darete però la suppone ammazzata da Pirro. (2) Tzetze narra la cose
diversamente. Egli dice che Achille ucciso ch' ebbe Pentesilea si fermò ad
ammirarne la robustezza e la bellezza; ed a persuadere i Greci di farle un monumento;
che Tersite vi si oppose, dicendo che Achille parlava così perché n' era stato
amante: del che Achille srlegnato aveva con un pugno ammazzato Tersite: che
Diomede avutosi a male di tal fatto, essendo Tersite suo parente, aveva preso
Pentesilea pei piedi e l' aveva gittata nel fiume.





Capitolo IV.



Come in ajuto di Priamo Memnone condusse un grande esercito,
che si accampò ne' contorni di Troja; e come venendone una parte per la via di
mare, essendosi Fala sidonio fermato nell' isola di Rodi, gli abitanti lo
screditarono presso i soldati, talché fu dai medesimi lapidato.



Il dì seguente giunse Memnone, figliuolo di Titono(1) e
d'Aurora, con copiose schiere d'Indiani e di Etiopi(2), preceduto da grande
rinomanza: il quale menando seco molte migliaja di armati di diverse nazioni,
le speranze e i voti aveva superato di Priamo. Uomini e cavalli, che di sé
empivano tutta la terra ne' contorni di Troja ed oltre, splendevano d'armi e
d'insegne superbamente. Memnone li traeva sullo Xanto dalle rupi del Caucaso.
Altri poi v' erano, che venivano per la via del mare sotto la condotta di Fala.
Costui era dianzi approdato a Rodi; ma, vedendo che l'isola aveva lega co' Greci,
stette con forte sospetto che gli si abbruciassero le navi, se si vedesse ov'
egli tendeva; e nel fermarsi ivi divise la sua flotta tra Camiro e Jaliso,
ricchissime città. Né i suoi sospetti furono vani, poiché accortisi di lui i
Rodiotti incominciarono ad accusarlo come quegli, che sapendo essere stata poco
tempo innanzi Sidone sua patria manomessa da Alessandro, desse ajuto a colui
dal quale era stato in sì nobile e viva parte offeso; e per muovere gli animi
degIi uomini ch'egli conduceva, vennero dicendo che non dissimili dai Barbari
dovevansi riputare coloro i quali difendevano un tanto misfatto; e molte altre
cose contro lui sparsero, atte a riscaldare le teste del volgo e confacenti al
disegno loro; né ciò fecero senza costrutto. Imperciocché i Fenicj, che in gran
numero trovavansi in quell' esercito, commossi dalle querele dei Rodiotti o
fors' anche dalla cupidigia di far proprie le cose che portavano seco, misero
Fala a' sassi e l' ammazzarono; e distribuiti per le sopraddette città si divisero
l'oro e tutta l'altra roba che era sulla flotta.



(1) Quasi tutti gli
scrittori convengono di questo. Titono fu fratello di Priamo. Eschilo chiama la
madre di Memnone fistia. Virgilio
qualifica Memnone per negro. Diore suppone che avesse dieci mila Susiani e
dieci mila Etiopi. Vedi Diodoro siculo. (2) Non sembra facile combinare come,
se Memnone regnava in Etiopia, conducesse i suoi dal Caucaso. Alcuni hanno detto
che regnava in Africa, in India, in Etiopia e rimane sempre la medesima
difficoltà. Al tempo in cui si suppone essere vivuto Settimio, la geografia era
abbastanta conosciuta per non credere che un falsario studiasse tanto
sottilmente gli spropositi. Rispetto a Memnone, chiamato capitano de' Persi da
Darete, si vedrà giustificato quell' autore senza ammettere l' assurdità
premiata qui da Ditti. Ma potrebbesi forse levare ogni apparenza di quesia
assurdità, se si potesse penetrare nel mistero delle antiche lingue perdute.
Egli è probabile che la qualità che fece dare il nome di Caucaso alla catena di
montagne che noi chiamiamo così si trovasse anche in qualche altra catena di
montagne dell' Africa e che i traduttori abbiano preso per nome proprio un nome
puramente comune.





Capitolo V.



Come Memnone diede battaglia a' Greci, che furono impauriti
pel gran numero de' Barbari; e come i Greci dovettero abbandonare la vittoria
a' nemici.



L' esercito condotto da Memnone si accampò nella larga
campagna, poiché in città non era sito per tanta moltitudine; e si pose ad
esercitarsi secondo gli usi di guerreggiare proprii delle diverse nazioni che
lo componevano. Perciò non tutti erano armati ad un modo; e diverse erano le
freccie, diversi gli scudi, diversi gli elmi e così ogni altra cosa; e tanta differenza
presentava un orrendo aspetto di guerra. Passati alcuni giorni e i soldati
domandando d'essere coudotti al nemico, sul far dell' alba tutto 1' esercito
dato il segnale fu messo in battaglia; ed uscirono nel medesimo tempo anche i
Trojani e i loro Confederati. All' opposto i Greci ben ordinati si misero ad
aspettare, perciocché erano essi alquanto intepiditi per la paura di sì
numerosi e non conosciuti nemici. Giunti i due eserciti in vicinanza tra loro
quanto sia il trar di un dardo, i Barbari con grande fracasso a guisa di
ruinoso torrente si slanciano innanzi; e i Greci stretti tra loro con bastante
forza sostentano l'impeto violento de' nemici. Ma poiché le schiere furono
allargate e poste in nuova ordinanza, un grande saettamento incominciò dall'una
e dall'altra parte di freccie e dardi; e molti furono i morti d' entrambi gli
eserciti. Né si finì la giornata che Memnone raccolti intorno a sé i più
valorosi del suo esercito saltò col suo carro in mezzo ai Greci, rovesciando e
ferendo quanto gli si facesse incontro. Ond'é che uccisi i primi de'nostri,
vedendo i capitani tal rovescio di fortuna e la sola fuga dare scampo,
abbandonarono la vittoria ai nemici. In quel giorno tutte le nostre navi
sarebbero rimaste abbruciate e distrutte, se sopraggiunta la notte a dar
rifugio agli stanchi rattenuto non avesse gl' impetuosi nemici dal procedere
oltre: tanta era in Memnone la forza e la perizia nel combattere, e tanta la
sfortuna de' nostri!





Capitolo VI.



Come i Greci consultano sul modo di meglio combattere
Memnone, e tirano a sorte chi abbia a misurarsi con lui, toccando la sorte ad
Ajace; e come dopo che Memnone ebbe ucciso Antiloco fu sfidato da Aiace, il
quale foratogli lo scudo il fece voltare di fianco, ed Achille coll' asta lo
ferì al collo, e l'ammazzò.



I Greci, poiché furono in quiete, sbigottiti ancora e
dubitando di sé e delle cose loro impiegarono la notte in seppellire quelli che
nel combattimento avevano perduti. Indi postisi a consultare come potessero
rinnovar con frutto la battaglia contro Memnone, fu parere comune che si traesse
a sorte il nome del capitano che doveva battersi con lui. Allora Agamennone volle
eccettuare Menelao; e Idomeneo fece così di Ulisse(1). La sorte poi cadde sopra
Ajace Telamonio con piena soddisfazione comune. Dopo di che rinforzati tutti
col cibo, il resto della notte passarono riposando. Venuta la mattina e ben
armati ed ordinati, i Greci uscirono in campo; né fu Memnone meno di loro
diligente e con esso tutti i Trojani. Quindi da una parte e dall' altra
disposto l' esercito si venne alla battaglia; nella quale moltissimi d'entrambi
gli eserciti o furono morti o gravemente feriti dovettero ritirarsi. In questa
battaglia Antiloco, figliuolo di Nestore, incontratosi con Memnone fu da lui
ucciso. Quindi Ajace, quando credette essere giunto il momento opportuno,
spintosi tra le squadre dell' un partito e dell' altro si mise a provocare il
re, intesosi prima con Ulisse, con Idomeneo e cogli altri che badassero a guardargli le spalle. Memnone
intanto, veduto che si cercava di lui, sbalzato giù del suo carro si mise a
battersi a piedi con Ajace; il che pose in timore ed aspettazione l'uno
esercito e l'altro. Il nostro capitano col dardo di gran forza gli passò lo
scudo; indi spingendogli addosso con impeto veementissimo lo fece voltar di
fianco. Il che osservatosi dai compagni del re, questi si mossero ratti per
disturbare Ajace. Ma quando Achille vide come i Barbari s'interponevano, si fece
innanzi e preso dì mira Memnone al collo non più coperto dallo scudo con un
colpo d' asta lo trafisse.



(1) Anche Cedrano noia
questo fatto. (2) Anche Omero suppone Antiloco ucciso da Memnone. Pindaro
scrive che Nestore investito da Paride ( Alessandro ) e ferito già un cavallo
del suo carro, chiamò suo figlio Antiloco in ajuto. Il quale mentre resisteva a
Paride fu ucciso da Memnone.





Capitolo VII.



Come morto Memnone i suoi si misero in gran disordine; e ne
fu fatto macello, e come molti distinti Troiani, e figliuoli del re furono
uccisi.



Per tale maniera contro ogni speranza ucciso Memnone, gli
animi de' nemici mutaronsi e ne' Greci la fiducia crebbe. E già le squadre
degli Etiopi voltavano faccia e i nostri premendoli ne ammazzarono parecchi.
Perloché volendo Polidamante rinnovare il combattimento, dopo alcune prove
circondato infine dai nostri cadde(1) per mano di Ajace, che lo ferì all'
anguinaglia; e Glauco(2), figliuolo di Antenore, mentre era per battersi con
Ajace, fu con un dardo buttato morto a terra da Agamennone. Ed allora avresti
veduto qui gli Etiopi e i Trojani senz' ordine e disciplina fuggirsi dal campo
e per la moltitudine e la furia imbarazzarsi tra loro, cadere e dai cavalli
loro proprii che dappertutto trascorrevano conculcarsi e schiacciarsi: là i
Greci, ripigliato coraggio, inseguirli, tagliarli a pezzi raggiugendoli nella
corsa e tagliarli a pezzi parimente, se li trovavano caduti e imbarazzati.
Tutta all' intorno la campagna era piena di sangue, di morti, di moribondi e d'
armi. In questo fatto molti figliuoli di Priamo restarono uccisi; Arejo(3) ed
Echemone per mano di Ulisse; per mano d'Idomeneo Driope, Biante e Coritone(4); Ajace
Oileo ammazzò Ilioneo(5) e Filemone; Diomede ammazzò Tieste e Telesia; l'altro
Ajace ammazzò Antifo, Agavo, Agatone e Glauco(6); ed Asteropeo cadde sotto i
colpi di Achille. Non ebbe fine la stragge se non quando i Greci furono stanchi
del macello.



(1) Omero non ha parlato
in nissun luogo della morte di Polidamante. (2) Fuvvi un altro Glauco,
figliuolo d' Ippolito, che si azzuffò con Diomede: riconosciutisi, in riverenza
d'antica ospitalità, barattarono le armi e si lasciarono. Alcuni hanno detto,
che Glauco, di cui qui si parla, fu ucciso da Diomede e non da Agamennone. (3)
Egli non parla di questo Arejo, che Apollodoro ha chiamato Arreto. Di Echemone
parla Omero. Egli però dice essere stato ammazzato da Diomede. (4) Driope e
Biante vengono da Apollodoro annoverati tra i figliuoli di Priamo. Omero
suppone Driope ucciso da Achille. Non si sa chi fosse Coritone. Seguendo Madama
Dacier si potrebbe leggere Gorgizione, quantunque uno di tale nome siasi già
detto ucciso, come qui pure é un Antifo, sebbene un altro Antifo, sia stato
dato altrove per morto. Non vi é difficoltà ad ammettere che diverse persone
abbiano avuti gli stessi nomi, specialmente ove non trattasi di persone
eminentemente insigni. (5) Dicesi non trovarsi un figliuolo di Priamo con
questo nome: si suppone che questo Ilioneo sia precisamente quello che in
Apollodoro é detto, forse per errore di scritiura, linmeneo e la supposizione
ha un grado maggiore di probabilità considerandosi che tra le figlie di Priamo
era una lliona. Fors'anche Ditti intende qui Ilioneo, figlio non di Priamo, ma
di Forbante, che Omero dice ucciso da Menalo. (6) Omero nomina Antifo, Agatone
e Glauco ed Apollodoro dice che Antifo fu ucciso da Agamennone, ma non parla
della uccisione di Agavo, di Glauco e di Agatone. Omero dice anch'egli che
Asteropeo fu ucciso da Achille.





Capitolo VIII.



Come si raccolsero e si abbruciarono i morti da entrambe le
parti; e le reliquie di Memnone furono messe a parte in un' urna, e date a'
suoi, perché le portassero al loro paese; e come mentre i Greci tripudiavano
per la vittoria i Trojani caddero in grande disperazione.



Poscia che i nostri ritornarono agli alloggiamenti, da Troja
presentaronsi loro araldi venuti a chiedere di poter dar sepoltura ai morti.
Ognuno quindi raccolse i suoi e secondo l' usanza del suo paese li abbruciò. Fu
fatta a parte questa funzione a Memnone; e le sue reliquie si misero in un'
urna e si consegnarono a' suoi parenti, onde le portassero alla patria(1). I
Greci per parte loro presero il cadavere di Antiloco, lo lavarono e fattegli le
esequie convenienti lo consegnarono a Nestore, confortandolo a soffrire con
rassegnazione i colpi della fortuna e della guerra. Quindi per ricrearsi molta
parte della notte passarono mangiando e bevendo ed empiendo tutto di
acclamazioni e di evviva ad Ajace e ad Achille. Ma in Troja, poscia che s' ebbe
data sepoltura ai morti, altamente si fece sentire non il dolor solo per
Memnone, ma il terrore della ruina e la disperazione; perciocché la morte di
Sarpedone da un canto, dall' altro la strage di Ettore ogni speranza avevano
tolta; e non si aveva più nemmeno quel filo d'essa, che colla venuta di Memnone
la fortuna parea avere offerto. In tanta massa di disgrazie s' era da ognuno
perduto sino la voglia di rimettersi in forze.



(1) Eliano ha lasciato
scritto che Aurora tolto il corpo del figliuolo lo portò a casa e gli fece
erigere un monumento.





Capitolo IX.



Come venuti i Greci a sfidare i Trojani, questi usciti,
invece di attaccare la zuffa, fuggirono, e fu fatta di loro grande strage; e
come Achille indispettito contro Priamo fece scannare due de' figli di quel re
presi nel combattimento.



I Greci alcuni giorni dopo venuti a campo di bel nuovo si
misero a provocare i Trojani onde uscissero a battersi; ed Alessandro cogli
altri fratelli mise in ordine le schiere e venne fuori. Ma prima che s'
appiccasse la zuffa, anzi prima che fosse tratto un solo dardo, i Barbari in
gran disordine si diedero a fuggire; e perciò moltissimi d'essi furono o
tagliati a pezzi o precipitati nel fiume; poiché da tutte le parti i nemici li
circondarono né poterono avere scampo. Furono presi Licaone e Troilo, due figliuoli
di Priamo, i quali condotti in mezzo all' esercito, Achille fece scannare,
indispettito contro Priamo perché nulla avea fatto di ciò ch'erasi detto(1). Il
che vedutosi dai Trojani, alzarono essi grida di pianto e con lugubre clamore
orrendamente deplorarono il caso di Troilo, che di tal maniera periva nel primo
fior della età. Eglì fin da primi anni mostrato erasi verecondo e buono, come
amabile e caro a tutti era eziandio per le belle forme del corpo.



(1) Omero suppone che
Licaone fosse ucciso da Achille combattendo; e lo stesso suppone Virgilio di
Troilo. Così dice anche Darete. Tzetze scrive che Troilo s'era rifuggito nel
tempio di Apollo Timbreo, dove Achille, non potendolo far uscire di là,
l'uccise accanto all' altare. Onde poi simile ventura accadde a lui,





Capitolo X.



Come per la festa di Apollo Timhreo fattasi triegua, Priamo
mandò ad Achille pel matrimonio di Polissena, e i Greci ebbero sospetto che
Achille volesse tradirli; e Diomede ed Ulisse andarono al bosco d' Apollo per
parlargli.



Non molto dopo venne la festa d'Apollo Timbreo; e fu fatta
triegua. L'uno esercito e l'altro attese dunque a far sacrifizi; e Priamo prese
quel contrattempo per mandare ad Achille Ideo con commissioni riguardanti
Polissena(1). Ma perché fu osservato che Achille erasi ritratto alle navi
negoziando con Ideo, entrò ne' Greci sospetto che quel capitano volesse
alienarsi da loro; e dal sospetto essi passarono allo sdegno: perciocché la
voce del tradimento, da principio vaga e leggiera, facilmente diventò comune e
ferma, come se avesse fondamento sicuro di verità. A mettere calma negli animi
così esasperati sorsero Diomede ed Ulisse, i quali portaronsi al bosco d'
Apollo e fermatisi d' innanzi al tempio
stettero ivi aspettando per vedere se Achille ne uscisse e riferirgli lo stato
delle cose; ed in caso anche per mettergli paura, se mai di nascosto trattasse
co' nemici.



(1) Pare che qui
vogliasi alludere alla cacciata di Elena; se non se forse ad un trattato di
nozze di Polissena, come potrebbesi argomentare dal seguente capitolo.





Capitolo XI.



Come Alessandro e Deifobo ammazzarono a tradimento Achille
nel tempio di Apollo Timbreo; e come accorsi Ulisse ed Ajace, questi gli parlò;
e cosa Achille gli rispose; poi Ajace ne portò via il cadavere.



In questo mezzo, concertata la cosa con Deifobo, Alessandro
munito di pugnale entrò accostandosi ad Achille, come se volesse confermargli
quanto Priamo prometteva; e per non dargli sospetto di tradimento si mise
innanzi all'altare tenendo a lui volte le spalle. Poi, quando parve tempo,
Deifobo si mosse abbracciando Achille, che nel sacrario d'Apollo, nulla temendo
d'ostile, era senz' armi; e baciandolo e congratulandosi seco lui sopra ciò che
s' era trattato, da lui non distaccavasi; né parole e modi ometteva di affetto.
Prese quel momento Alessandro; e slanciatosi d' improvviso addosso ad Achille,
col pugnale gli diede due colpi nel fianco e il trapassò(1). Il che fatto e
vedendolo già cader morto, egli e il fratello ratti s'involarono per altra
parte da quella, per la quale erano venuti, rendendosi alla città lieti di una
impresa che nissuno dei Trojani aveva mai sperata. Ulisse al vederli: non é
senza perché, disse, che di codesta maniera turbati e trepidanti sì repentemente
essi fuggono. Ed entrato con Ajace nel bosco e guardando intorno, loro si
presenta alla vista Achille strammazzato a terra, esangue e moribondo. A cui
volgendosi Ajace: é ben vero, disse; e tutti il sanno, che niuno te poteva
superare in valore; ma eccoti dalla irriflessiva tua temerità tradito! Achille
raccogliendo allora il poco fiato che rimauevagli: a tradimento, rispose,
Deifobo ed Alessandro mi hanno colto per cagione di Polissena; ed intanto lui
spirante i capitani abbracciarono con grande gemito, e baciato lo salutarono
per 1' ultima volta. Ajace poi si mise il morto sulle spalle e lo portò via dal
bosco.



(1) Altri dissero che
Achille fu ucciso con una freccia, lanciatagli da Alessandro, che si era
appostato di dietro alla statua di Apollo. D'onde nacque fama che Apollo stesso
aveva diretto il colpo. Darete narra che Achille insieme con Amtiloco si battè
lungamente cogl' insidiatori, ma che entrambi restarono morti.





Capitolo XII.



Come i Trojani vollero levare il corpo d'Achille, ed
uscirono a tal effetto fuori e si fece grande combattimento con molta ruina
loro.



E i Trojani, che lo videro, uscirono tutti delle porte della
città a gran furia, facendo ogni sforzo per togliergli quel cadavere e portarlo
entro le loro mura, bramosi di fargli ignominia secondo il loro uso. Se non che
avvertiti i Greci prese le armi accorsero; e a poco a poco messe in ordinanza
le schiere incominciò da ambe le parti un aspro combattimento. Ajace, consegnato
a quelli ch'erano seco quel cadavere, caldo d'astio si volse a' nemici; e il
primo che incontrò stese a terra; e fu questi Asio, figliuolo di Dimante e
fratello di Ecuba(1). Poi altri moltissimi ferì, secondo che venivano sotto a'
suoi colpi; fra quali furono Naste ed Amfimaco, signoreggianti nella Caria. A lui
si unirono e l' altro Ajace e Stenelo, che molti ammazzarono e molti misero in
fuga. Laonde i Trojani, morti assaissimi de' loro, restando senz'ordine e senza
speranza di resistere, dispersi d'ogn' intorno corsero precipitosi verso le
porte della città, entro le mura soltanto credendo di potersi salvare. E ciò fu
cagione che grande moltitudine di loro dai nostri, che gl' inseguivano,
restasse trucidata.



(1) Omero, Igino,
Ovidio, ed altri dicono che Ecuba fu figliuola di Dimante. V'ha però altri che
la dicono figliuola di Cisseo : e questi fanno Asio suo fratello uterino. In
Omero non leggesi che Asio fosse ucciso.





Capitolo XIII.



Come la morte di Achille recò dolore ai Capitani e poco o
nulla dispiacque agli altri fanti; e come gli furono fatti i funerali, a ciò
essendosi sopra gli altri distinto nella cura Ajace.



Quando chiuse le porte della città fu finita la strage, i
Greci recarono Achille alle navi; e compianto molto si fece dai capitani pel
tristo fine di sì grand' uomo. Ma la maggior parte de' soldati non si dolse, né
quanto almeno comportava il caso parve commossa; perché credevasi che Achille
spesso avesse pensato di tradire l'esercito e darlo a' nemici. Morto però lui,
di grande appoggio restava priva la parte de' Greci e molto era tolto all' onore
della milizia, oltre che a campione sì illustre nella guerra vedevasi negata
l'onorevol morte di che pure era degno, una avendone dovuto soffrire propria di
uomo oscuro. Intanto fu tosto dal monte Ida raccolta grande quantità di legna;
e s' alzò il rogo nel sito medesimo in cui erasi abbruciato Patroclo e, messovi
sopra il cadavere ed abbruciato, tutta la solennità delle esequie si compì. Del
che più d' ogni altro si diede grande cura Ajace, il quale per tre giorni
vegliando continuamente non riposò mai, finché non ne fossero tutte raccolte le
reliquie. E fu egli fra tutti quegli che sopra ogni umano modo si mostrò
costernato per la morte di Achille, cui più di ognuno aveva riverito ed amato e
come amicissimo e parente e come superiore a tutti di gran lunga in valore.





Capitolo XIV.



Come i Trojani festeggiarono la morte dì Achille; e come in
loro soccorso arrivò con esercito Euripilo figliuolo di Telefo.



I Trojani all' incontro menavano gran festa e facevano
tripudio per la morte di colui che più d' ogni altro nemico temevano; e non
cessavano di altamente commendare l'astuzia di Alessandro, che fatto aveva
colle insidie un colpo il quale in aperta battaglia non avrebbe avuto ardimento
nemmeno d'immaginare. Così stando le cose, ecco giungere a Priamo un messo, il
quale gli portava la nuova, come veniva dalla Misia Euripilo(1), figliuolo di
Telefo, che dianzi con molti presenti e in ultimo colla offerta delle nozze di
Cassandra era stato da Priamo indotto a portargli soccorso. Dicesi che tra le altre
bellissime cose mandategli quel re avesse aggiunta una certa vite d' oro(2), di
tal lavoro fatta che era la meraviglia di tutti i popoli. Ed Euripilo, già
chiaro per valore e possente per le legioni di Misia e d' altri paesi che seco
conduceva, fu con sommo plauso e con allegrezza ricevuto dai Trojani poiché in
lui solo omai stavano tutte le speranze de' Barbari.



(1) Molti hanno detto
che Priamo aveva con doni sedotta la moglie di Euripilo, perché questi si
movesse a soccorrerlo; ed Omero ne dà un cenno, ove parla della morte di questo
principe. (2) E curioso il vedere come i popoli dell'Oriente si dilettassero di
codeste viti d' oro e di pietre preziose. Giuseppe Flavio fa menzione di quella
che Pompeo ebbe da Aristobulo re de' Giudei. Eustazio parlando della vite di
Priamo dice essere fama che Giove la desse a Troo, padre di Ganimede, in
compenso di quel ragazzo, che Priamo l'aveva avuta per successione e la promise
ad Asttoca, sua sorella, che era madre di Euripìlo, se mandato avesse d
figliuolo in ajuto de' Trojani, mentre Euripilo diceva che l'andata sua colà
dipendeva da lei.





Capitolo XV.



Come si seppelliscono insieme le ossa di Achille e di
Patroclo, ed Ajace fa a sue spese costruire un sepolcro; e come giunto al campo
de' Greci Pirro Neottolemo, figliuolo di Achille, fa terminare quell' opera e
si dichiara volere compiere cogli altri la distruzione di Troja.



I Greci intanto chiuse in un'urna le ossa d'Achille e messevi
insieme quelle di Patroclo le seppellirono nel Sigeo; ed Ajace pagò del suo gli
abitanti del luogo perché ne
costruissero il sepolcro, sdegnato dei Greci che per la perdita di sì grande
eroe niuna cosa avevano fatta degna del dolore che dovevano sentire. Circa quel
tempo, e mentre il sepolcro era per la massima parte costrutto, giunse Pirro,
chiamato Neottolemo(1), figliuolo di Achille e di Deidamia, il cui padre fu
Licomede(2). Domandò egli conto della morte del genitore; e poiché intese il
fatto, volto ai Mirmidoni, valorosissima gente ed inclita in guerra, nel
coraggio e nell'armi li confermò; e dato a Fenice l'incarico di terminare 1'
opera del sepolcro, andò alle navi e tende del padre, ove alla custodia delle
cose d'Achille trovò stare Ippodamia. Colà, saputo il suo arrivo, accorsero
tutti i capitani, i quali complimentandolo molte cose gli dissero per
confortarlo; ed egli benignamente rispose dicendo: non ignorare, che tutto ciò
che gli Dei fanno debbesi sostenere con forte animo; né essere dato a veruno di
vivere oltre i termini destinati: essere turpe cosa pe' valorosi e detestabile
la vecchiezza: e doversi desiderare soltanto dagl'imbelli. Del resto alcun
temperamento ricevere il dolor suo per l'accaduto, che non combattendo e nella
luce delle battaglie Achille non sia morto; perciocché né prima né allora erasi
dato uomo più valoroso di lui, eccettuato il solo Ercole. Aggiunse però essere
stato Achille 1' uomo solo a quel tempo, per le cui mani doveva Troja
distruggersi: ma poiché suo padre aveva lasciata imperfetta tale opera, non
ricusare di unirsi a' circostanti per mettervi fine.



(1) Fu dato a Pirro
questo soprannome di Neottolemo volendosi significare ch'egli era stato mandato
giovanissimo alla guerra, avendo appena dodici anni. (2) Licomede era re di
Sciro; e alla corte di lui era stato Achille mandato dalla madre, onde tra le
figliuole di quel re stesse nascosto e non andasse alla guerra di Troja.





Capitolo XVI.



Come Pirro fu ben trattato alla cena di Agamennone; e come
la mattina dopo Diomede ed Ulisse andarono a dirgli che prima di dar la
battaglia a' Trojani si era pensato di far riposare i suoi soldati.



Finito ch' ebbe Pirro di parlare, si stabilì che il giorno
seguente sarebbesi data battaglia. E quando fu venuto il tempo, tutti, secondo
il solito, andarono a cena da Agamennone; ed Ajace, Diomede, Ulisse e Menelao
presero posto con Neottolemo. Nel banchetto poi molte delle belle e grandi imprese
di Achille vennero commemorate e molto si lodò il suo valore: di che Pirro fu
lietissimo; e caldo di tanto esempio dichiarò che ogni sforzo avrebbe fatto per
non mostrarsi indegno di sì gran padre. Poscia ognuno andò alle sue tende. Alla
mattina alzatosi il giovine di buon' ora ed uscito fuori, trovò Diomede ed
Ulisse, i quali dopo averli salutati addimandò della cagione di loro venuta; ed
essi gli dissero essersi pensato, che i soldati di lui avessero bisogno di alcun
poco di riposo, poiché il lungo viaggio di mare doveva averli defatigati, né altrimente
avrebbero avuto tutti usata loro forza
in combattere.





Capitolo XVII.



Come i Trojani sentendo presente Pirro ebbero paura; ma
Euripilo li confortò e li trasse alla battaglia, nella quale egli uccise Peneleo
e Nireo; ma poi fu ucciso egli da Pirro; e i Barbari fuggenti soffrirono grande
strage.



Fu dunque secondo il loro parere differito per due giorni,
passati i quali ogni capitano e re mise in ordinanza i suoi soldati; e li
condussero alla battaglia. Ed essendo toccato a Pirro il luogo nel centro, egli
mise intorno a sé i Mirmidoni ed Ajace, che come parente suo teneva in cambio
di padre. I Trojani furono colti da grande paura udito ch'ebbero presente
Pirro; nondimeno ad esortazione di Euripilo presero le armi; ed egli unito ai
figliuoli di Priamo condusse fuor della porta le sue schiere miste alle
Trojane, e disposto l'esercito si collocò nel centro del medesimo. Enea però, e
fu questa la prima volta, restossi in città, esecrando il misfatto da Alessandro
commesso contro Apollo, del cui santuario era egli principal custode. Intanto
fu dato il segnale della battaglia e si venne alle mani e con grande valore si
combatté da entrambe le parti; e fuvvi uccisione di moltissimi. Euripilo avendo
per caso incontrato Peneleo(1) lo rovesciò coll'asta e l'ammazzò: indi con maggiore
veemenza attaccò Nireo e l'ammazzò parimente; se non che Neottolemo vedendo il
fatto s' avvicinò rapidissimo; e come Euripilo era saltato giù del carro, saltò
giù del suo anch' egli e fattoglisi sopra colla spada l' uccise: il cui
cadavere immantinente preso da' suoi fece portare alla navi. Il che veduto dai
Barbari, che tutta la loro speranza avevano in Euripilo, senza regola e senza
scorta abbandonarono la battaglia e ritiraronsi in città, molti però rimanendo
estinti nell' atto stesso della fuga.



(1) Peneleo fu
figlinolo d' Ippoloco: Omero non dice che tosse ucciso.





Capitolo XVIII.



Come i Greci fanno i funerali ad Euripilo e ad alcuni
altri e come sono avvertiti da Crise,
qualmente Eleno scappato di Troja si é rifuggito nel tempio d'Apollo, onde gli
mandano messi. Dichiarazioni di Eleno ai Greci(1).



I Greci, ritornati alle navi, di comune accordo abbruciato
il cadavere di Euripilo ne raccolsero l'ossa e riposte entro un' urna le
mandarono al padre di lui m memoria de' benefizj avuti e dell'amicizia loro con
esso. Furono abbruciati anche quelli di Nireo e di Peneleo, ciascuno a parte. Il
giorno dopo seppesi da Crise che Eleno, figliuolo di Priamo, preso d'orrore per
l'atroce fatto di Alessandro, fuggendo di Troja erasi ricoverato da lui nel
tempio: il che inteso furono mandati colà Diomede ed Ulisse ai quali Eleno si
diede, pregando in prima che alcun paese gli venisse conceduto, in cui potesse
vivere il rimanente de' giorni lontano dagli altri. Fu egli condotto alle navi
ed indi ammesso al consiglio, dove premesse molte cose: non per paura della
morte, diss' egli, avere abbandonato patria e genitori, ma costretto dall'
avversione degli Dei, i cui templi da Alessandro violavansi; né tanta scelleratezza
essersi potuta soffrire da lui e da Enea; il quale temendo l'ira de' Greci
erasi rifuggito presso Antenore col vecchio suo genitore Anchise, dal cui
oracolo aveva uditi i disastri imminenti a Troja; e che non perciò tralasciava
di ricorrere supplichevole a loro. Essendo i nostri ansiosi di couoscere quest'
oracolo, Crise fece cenno che tacessero; ed egli condusse Eleno seco, dal quale
avendo udito tutto venne poi a riferirlo; aggiungendo come il tempo della ruina
di Troja era giunto; e che Enea ed Antenore avrebbero dato mano. Ricor- dandosi
allora i Greci di quanto aveva detto Calcante, capirono tutto essere omai
verificato.



(1) Intorno a questo
passo di Eleno abbiamo varj ragguagli. Tzetze dice che Eleno, figliuolo di
Priamo ed indovino, spontaneamente si rifuggì fra' Greci, siccome riferiscono
Orfeo e Trifiodoro; oppure, come dice Sofocle, che fu da Ulisse preso
fraudolentemente e detenuto. Coitone
dice che morto Paride, Eleno e Deifobo, figliuoli di Priamo, vennero tra loro a
contrasto per isposare Elena: che vinse per forza e per ricchezza Deifobo,
quantunque minore di età: sdegnato Eleno dell' ingiuria andò a ritirarsi sul
monte Ida, ove a suggestione dì Calcante i Greci che assediavano Troja lo
presero con insidia: che egli parte per minacce, parte per inganni o piuttosto
per odio di Troja, indicò ai Greci come i destini avevano stabilito che Troja
dovesse essere presa da un cavallo di legno: e di più quando gli Achivi
avessero preso il Palladio di Minerva caduto dal cielo ec.





Capitolo XIX.



Come i Greci desiderando di finire la guerra nella battaglia
che di nuovo si appiccò deliberarono che i capitani si battessero corpo a
corpo; e come Filottete sfidò Alessandro a combattere seco colle freccie, e l'
uccise.



Il giorno dopo tornarono da ambe le parti gli eserciti in
campo; e i più de'morti furono nella parte massima della giornata quelli di
Alessandro. I nostri pressavano nell' azione più vivamente che mai, perciocché
desideravano di por fine in ogni modo alla guerra: al qual' effetto si stabilì
che fra loro si battessero a petto a petto l' uno l'altro i capitani; e dato il
segnale s' incominciava già quando Filottete fattosi innanzi sfidò Alessandro,
onde vedere se ardisse di fare seco lui un duello a freccie. Al che Alessandro
annuendo, Ulisse e Deifobo fissarono il terreno pel combattimento. Alessandro
fu il primo a tirare; e il colpo gli andò fallito. Tirò in seguito Filottete e
gli passò da parte a parte la mano sinistra, e mentre pel dolore della ferita
gridava, con altra freccia gli forò l' occhio destro: dopo di che essendosi
egli posto in fuga, con una terza freccia gli trafisse entrambi i piedi; onde
mal potendosi di poi reggere l' uccise(1). Erano quelle freccie state tinte nel
sangue dell' Idria; né ferivano mai senza portare la morte(2).



(1) Quasi tutti dicono
che Alessandro fu ucciso da Filottete: però Darete lo dice ucciso da Ajace e
Tolommeo Efestione Io suppone morto da Menelao. (2) E Dotp ciò che riguarda l'
Idra della palude lernea, avente nove teste ed ammazzata da Ercole. Non nel suo
sangue, ma nel suo fiele voglionsi bagnate le freccie famose, che poi Ercole
lasciò a Filettete.





Capitolo XX.



Come i Trojani presero il corpo di Alessandro, e si volsero
disordinatamente in fuga con grande esterminio de' loro; e come Ajace fattosi
sotto le mura della città sostenne una grande tempesta di sassi e terra, che i
Trojani gli gettavano addosso; e la notte sola impedì che i Greci non
entrassero in Troja.



I Trojani veduto Alessandro cadere con gran forza vennero
dov' egli era per portarlo via; e quantunque Filottete ne ammazzasse molti,
pure ottennero l' intento loro e sel recarono in città. Ajace Telamonio si pose
ad inseguire i nemici sino alle porte, ove molti perdettero la vita, a ciò la
folla e la confusione operando al par de' nemici. Accadde poi che parecchi di
quelli che erano scappati pei primi, andati sulle mura, a furia di sassi e di
terra gittata sopra Ajace cercarono sia di opprimerlo sia di farlo ritirare; ma
egli riparandosi collo scudo e da sé scotendo terra e sassi che gli piovevano
sopra, resistette fieramente; e intanto Filottete da lontano colle sue freccie
incominciò a tempestare coloro ch' eran lassù e ne uccise molti. Né meno
felicemente menarono le mani i Greci, ch' erano in altra parte; ed in quel
giorno le mura stesse della città sarebbero state rotte e rovesciate se la
notte sopraggiungendo non avesse rimossi i nostri dalla incominciata impresa. I
quali ritornati alle navi alle belle imprese di Filottete applaudendo e lui con
somme lodi celebrando s' empirono di nuova e assai fondata fiducia. Ed egli poi
la seguente mattina, presi seco gli altri capitani, andò ancora per dar
battaglia a' nemici; ma essi erano presi da tanto timore che appena si credettero sicuri entro le mura.





Capitolo XXI.



Come Pirro andò a piangere al sepolcro di suo padre; e come
i figliuoli di Antimaco essendo andati a persuadere Eleno acciò si
riconciliasse co' suoi, ritornando a Troja furono presi da Greci e lapidati; e
come portato il cadavere di Alessandro ad Enone, questa morì di dolore e fu
sepolta insieme col marito.



Neottolemo intanto, poiché vide fatta vendetta contro 1'
autore della morte di suo padre, ito al sepolcro dì questo incominciò il
funereo pianto che gli doveva; e con Fenice e con tutto l'esercito de'
Mirmidoni depose su quel sepolcro le chiome ed ivi vegliò la notte. Nel tempo
medesimo i figliuoli di Antimaco, del quale si parlò già, affezionati alle cose
di Priamo vennero a trovar Eleno ed a pregarlo che tornar volesse in amicizia
co' suoi: il che non avendo potuto ottenere e ritornandosi in città,
s'imbatterono a mezza strada con Diomede e coll' altro Ajace, dai quali presi e
condotti alle navi furono dimandati e chi fossero e perché fossero venuti. E
ricordandosi i nostri del padre loro e di quanto detto e macchinato avea, li
consegnarono all' esercito, che messi in faccia de' Trojani li ammazzò a furia
di sassi. Il cadavere di Alessandro introdotto in città, siccome si é detto,
per altra parte della porta fu da' suoi parenti recato ad Enone, da lui già
sposata prima ch' egli rapisse Elena, e dicesi che Enone vedutolo sì fortemente
ne fu commossa, che perduto ogni senso istupidì e a poco a poco, per la
tristezza mancando di forze, lasciò la vita. Laonde fu sepolta poi insieme con
Alessandro(1).



(1) È questo presso
gli Eruditi un passo di Ditti importantissimo perciocché dove qui dicesi che
Enone pel dolore mori svenuta, nel testo greco dicendosi che s'impiccò,
argomentano che né la storia latina sia stata tradotta dalla greca, né la greca
dalla Iatina. Quasi sia impossibile che nel ricopiarsi tante volte un testo
greco non possa insinuarvisi una parola, od una frase, che alteri il senso, e
guidi a diversa lezione!!!





Capitolo XXII.



Come i pìncipali di Troja vedendosi in angustia vollero
trattare co' Greci, e rimandare Elena; e come Deifobo se la tolse per moglie.
Priamo poi acconsentì che andasse Antenore a trattare; e costui ordì il
tradimento, ingannando i suoi nella relazione che ritornato fece.



Come poi in Troja si vide che il nemico attaccava fieramente
le mura né più restava speranza di resistere e mancavano di fatto ognor più le
forze, tutti i principali si ammutinarono contro Priamo e i suoi figliuoli; e
chiamato Enea e i figliuoli di Antenore stabilirono che si conducesse a Menelao
Elena con quanto insieme con essolei era stato levato di Sparta. Ma Deifobo,
inteso ciò, fattasi andare Elena a casa se la fece moglie. Intanto entrato
Priamo in consiglio, dopo essersi sentite dire da Enea molte contumeliose
parole, ad ultimo col parere di tutti fece che a' nemici andasse per trattare
di pace Antenore, il quale, indicata dalle mura la sua commissione e datogli
da' nostri cammin sicuro, venne alle navi. Ivi fu egli benignamente salutato ed
accolto, come quegli della cui fede e benevolenza verso i Greci aveasi prova; e
massimamente ciò venne ratificato da Nestore, ricordando come salvato aveva coll'
opera sua e de' suoi figliuoli Menelao dalle insidie tesegli da' Trojani: del
che, distrutta Troja, venivagli promesso che insigne retribuzione otterrebbe.
Laonde gli si fece animo affinché alcuna cosa suggerisse degna di memoria a
favore de' suoi amici contro gente sì perfida. Antenore allora incominciò un
lungo discorso, e disse che sempre i Principi trojani furono dagli Dei puniti
pe' loro imprudenti consigli. E qui ricordò i famosi spergiuri di Laomedonte ad
Ercole(1) e la seguitane sovversione del regno di colui: nella quale
congiuntura Priamo, allora assai giovinetto ed innocente di ciò che fatto si
era, ad istanza di Esione era stato messo in trono(2): che Priamo, fin d'allora
mal cervello, tutti s'era avvezzo a perseguitare, o ammazzando od ingiuriando;
parco del suo e cupido dell'altrui: al cui cattivissimo esempio allevati i suoi
figliuoli come con peste contagiosa eransi essi poi accostumati a non rispettare
cosa alcuna né sacra né profana! Essere lui medesimo della stessa stirpe di
Priamo(3); ma da Priamo per sentimenti sempre alieno e congiunto a' Greci: che
Plejona, figliuola di Danao, era stata madre di Elettra, dalla quale nato era
Dardano, che sposo di Olizona figliuola di Fineo, ne aveva avuto Erittonio, e
da questo era venuto Troo, da Troo Ilo, Ganimede, Cleomestra ed Assaraco; e da
questo Capi, padre d' Anchise: che Ilo era stato padre di Titono e di
Laomedonte; e Laomedonte di Ittaone, di Clizio, di Lampo, di Timete, di
Bucolione e di Priamo; e ch' egli poi era figliuolo di Cleomestra e di Esiete:
che del resto Priamo conculcando tutte le leggi dell' affinità, co' suoi
principalmente erasi mostrato pieno di superbia e d' odio. Le quali cose
posciaché ebbe finito di dire, domandò che essendo stato dai maggiorenti mandato
per trattare di pace volessero nominare alcuni di loro co' quali di tal negozio
potesse discorrere. Furono adunque destinati a ciò Agamennone, Idomeneo, Ulisse
e Diomede, i quali in secreto convennero con Antenore del tradimento della
città; e nel tempo stesso fu concertato che se Enea volesse mantenersi nella
fede verso i Greci avrebbe una parte della preda e tutta quanta la casa sua
rimarrebbesi intatta. In quanto ad Antenore gli si concederebbe la metà de'
beni di Priamo e sarebbe dato il regno ad uno de' suoi figliuoli, qualunque
fosse quello ch' egli scegliesse. Trattate queste cose, Antenore ritornò in
città, riferendo a' suoi cose assai differenti dalle stipulate; tra le quali
prepararsi da' Greci un dono a Minerva, ed essere essi disposti a finir la
guerra e a ritornare a' loro paesi tosto che avessero avuta Elena e certa
quantità d' oro. Con questa trama adunque e con Taltibio, che gli era stato
dato per meglio mandarla a termine, egli ritornava a' suoi.



(1) Laomedonte aveva
promesse ad Ercole le cavalle cha Giove gli aveva date in cambio del rapito
Ganimede, se liberava sua figliuola Esione dal mostro marino, a cui per comando
dell'oracolo dovea essere esposta: ma quando Ercole ebbe liberata Esione
uccidendo il mostro, Laomedonte non mantenne la promessa. Di ciò adirato Ercole
si volse contro Troja. (2) Presa Troja da Ercole, Priamo, che allora chiamavasi
Podarce, fu tra i prigionieri; ed avendo Ercole conceduto ad Esione che si
scegliesse qual più volesse tra qnelli, essa scelse suo fratello e lo riscattò
dando il suo velo, che si tolse di testa. Podarce fu detto Priamo, quasi
comprato. (3) In quanto a questa genealogia leggasi il lib. I. né forse sarà da
meravigliarsi , se il testo contiene oggi qualche inesattezza. Del resto molti
dicono che la moglie di Dardano non fu Olizona, figliuola di Fineo, ma bensì
Balia, figliuola di Tataro. Apoltodoro in vece di Cleomestra pone Cleopatra,
che probabilmente è errore di scrittura. È notabile poi rispetto ad Antenore
questa Cleomestra, per la quale viensi a fissare il grado di parentela tra
Antenore e Laomedonte e per conseguenza tra Antenore e Priamo. Anche Eustazio
ricorda Esiete come padre di Antenore.









LIBRO QUINTO.





Capitolo Primo.



Come Antenore ritornato dal campo de' Greci mise tutti in
aspettazione di quanto aveva trattato. Delle cose che disse a' suoi figliuoli;
e come la mattina dopo andò in consiglio.



Appena che da' Trojani e da' confederati si seppe il ritorno
di Antenore con Taltibio, tutti gli furono intorno desiderosissimi di sapere
cosa si fosse concluso coi Greci. Ai quali Antenore disse che detto 1' avrebbe
il giorno seguente; e così egli per allora se ne sbrigò. Essendo poi a tavola
presente Taltibio si mise a predicare ai suoi figliuoli che in vita loro niente dovessero avere più a
cuore che di tenersi amici i Greci, di ciascheduno de' quali esaltò sino alla
meraviglia la probità, la fede e l'innocenza. Finito il convito ognuno andò pe'
fatti suoi. Ma la mattina di buon' ora tutti erano già in consiglio ansiosi di
sapere se rimedio alcuno potevasi sperare ai tanti mali, onde la città era
travagliata: sicché Antenore vi si portò in compagnia di Taltibio; né molto
dopo v' andò Enea; e poi comparve Priamo coi figliuoli che gli restavano ancora.





Capitolo II.



Come domandato in consiglio Antenore di riferire fece un
lungo discorso e delle cose che disse.



Antenore, domandato di esporre quanto udito aveva dai Greci,
in questo modo favellò:" Dura cosa, o Trojani e confederati, é stata per noi 1'
esserci chiamata addosso questa guerra coi Greci; ma più assai dura e molesta
cosa é stata che a cagione di una donna ci siamo fatti nemici i Greci ch' erano
amicissimi nostri, i quali fino dal tempo di Pelope sono a noi congiunti anche
per parentela! Imperciocché, se si ha a riandare partitamente i passati travagli
e danni, quando fu mai che la città nostra potesse respirare libera da
disgrazie? Mancò forse mai cagione di pianto a noi e a' nostri confederati di
affanno? Quand'é che non ci siamo veduto per la guerra tolti amici, genitori,
parenti, figliuoli? E per rammemorare da me il lutto degli altri, che non ho
dovuto soffrire nella perdita di Glauco mio, la cui morte, quantunque mi sia
stata acerba, non però tanto mi ha addolorato, quanto m' addolorò quel tempo,
in cui praticando Alessandro, gli fece compagnia nel ratto di Elena? Ma basti intorno
al passato. Almeno prendasi provvidenza per 1' avvenire! I Greci, custodi di
fede e di verità, furono i primi a praticare co' Trojani benevolenza e
cortesia. E di ciò buon testimonio ne sia Priamo, il quale in mezzo allo stesso
strepito delle discordia, pur da essi riportò un chiaro pegno della loro
misericordia. E noi dobbiamo ricordarci come, nel portarci la guerra, un atto
solo d' ostilità essi non fecero prima di quella perfidia che venne usata ai
loro ambasciadori e delle insidie che a' medesimi i nostri tesero. Rispetto a
che io dico liberamente quello che sento: autori di ciò furono Priamo e i suoi
figliuoli, e con essi Antimaco, il quale recentemente, perduti avendo i suoi,
ha così scontato il fio della propria iniquità. E tutte codeste cose sonosi
fatte in grazia di Elena; vale a dire di una donna che i Greci stessi non
mostrano di curare in alcuna maniera. Ritengasi dunque in città questa donna, a
cagione della quale nissuna nazione, nissun popolo fu mai amico di questo
regno; o per la quale, dicendo meglio, tutti furono nemicissimi. E non ci
toccherà piuttosto d'irci spontaneamente a supplicare perché la ricevano? Non
cercheremo in ogni maniera di dar loro, che tante volte furono da noi offesi,
una giusta soddisfazione? Non faremo almeno che per l'avvenire si riconcilino
con noi? Io al certo m'andrò di qui più lontano che possa; né mi porrò in caso
di più oltre trovarmi presente a' mali nostri. Fu un tempo, in cui era gioconda
cosa lo stare in questa città: i confederati, gli amici, la salute de' congiunti,
la patria stessa ancora sussistente vi ci hanno trattenuti fino al giorno d'
oggi. Ma al presente quale di tutte queste cose non é scemata miseramente? o quale
non é del tutto perduta? No, io non sopporterò più a lungo di starmi con
costoro per opera de' quali tutto insieme colla patria io m' ho perduto. Quelli
che la fortuna ci rapì in guerra seppellimmo già in qualunque maniera dandocene
di lor piacere il permesso i nemici; ma dopo che gli altari e i templi degli
Dei sono stati per pura scelleraggine contaminati di umano sangue, anche questo
conforto abbiamo perduto, portati così a dover soffrire dopo la morte de'
nostri più cari angoscia maggiore di quella che ne porti la loro perdita. Ma io
vi prego che almeno provveggiate onde tanto non succeda. Con oro e con
altrettali dovizie preziosissime dee riscattarsi la patria. In questa città
sonovi molte case ricche; e dobbiamo ciascuno presentare quanto le proprie
facoltà comportano. Trattasi di offrire ai nemici per la vita ciò che fra poco
per la morte nostra sarà loro. E se fia pur necessario per la salvezza della
patria dovrà darsi di mano anche agli ornamenti de' templi. Priamo solo guardi
negli scrigni le sue ricchezze; egli solo tenga anche le migliori de' suoi
concittadini; e con tutte queste godasi lieto le rapite insieme con Elena; e
vegga quando possa servirsene per le calamità della patria. Noi siamo omai
vinti dai nostri mali ».





Capitolo III.



Come udito il ragionamento di Antenore tutti si
costernassero, e quale risoluzione facessero; e del discorso, che fece Priamo.



Dicendo Antenore queste e simili cose e lagrimando, tutti
gli altri concordemente misero un alto gemito ed innalzando le mani al cielo
esclamarono pur troppo in mezzo a tante disgrazie Priamo starsi fermo; e
ciascheduno a parte o tutti insieme si misero a pregare che avessero termine le
comuni angustie, gridando infine ad una voce doversi la patria redimere. Priamo
allora con dirotto pianto strappandosi il crine miseramente si dolse che non solo
fosse in tanto odio agli Dei, ma divenuto come nemico a' suoi, non trovando più
né amico tra quelli che dianzi aveva né parente né cittadino che abbia
compassione delle sue miserie. Né le cose che propongonsi, avere egli
desiderato soltanto oggi; ma avere cercato che si trattassero viventi ancora
Alessandro ed Ettore. Ma giacché il fare che le passate cose ritornino non é
conceduto a veruno, delle presenti e future abbiasi adunque considerazione.
Tutto ciò, ch' egli ha, darlo ampiamente a redenzione della patria; farne
arbitro Antenore; e poiché é caduto in odio a' suoi, allontanarsi dal loro
cospetto e dichiararsi consentire appieno a quanto sieno tra loro per
risolvere.





Capitolo IV.



Come si decretò che Antenore tornasse al campo; e come Elena
andò a raccomandarsi perché fosse messa nel trattato. Antenore ed Enea andati
insieme confermano coi Greci il tradimento della città, e ritornano con Ulisse
e Diomede, bene sperando i Trojani; e nel consiglio venne sbandito Antimaco da
tutta la Frigia.



Partito il re, fu decretato che Antenore ritornasse a' Greci
per esplorare quale fosse la precisa loro volontà; e ad Antenore fu aggiunto
Enea, com'egli aveva voluto. Così fermate le cose il consiglio si scioglie. Ma
verso mezza notte Elena nascostamente andò ad Antenore, sospettando che volesse
consegnarsi a Menelao, e forse temendo quanto poteva accaderle per lo sdegno di
un marito la cui casa ella avea abbandonata. Laonde preghiere non tralasciò,
onde fra le altre cose di lei ancora Antenore parlasse a' Greci , e per lei
provvedesse affinché fosse salva da male. Elena, siccome si vede, morto
Alessandro, ebbe in odio tutto ciò ch'era in Troja e desiderò di ritornare a' suoi.
Intanto venuto giorno Antenore ed Enea vennero alle navi ed esposero quanto era
stato risoluto da tutti i cittadini. Perciò furono chiamati a stretto ragionamento
con quelli, che avendo dianzi trattato dovevano ora maneggiare le cose secondo
1' opportunità; ed ivi dopo avere parlato di quanto riguardava le cose
pubbliche, esposero anche la volontà di Elena ed interposero i loro officj onde
fosse ricevuta in grazia; e finalmente confermarono fra loro i patti del
tradimento. Quindi allorché parve tempo vennero a Troja con Ulisse e Diomede, impedito
da Enea ad Ajace 1' unirsi loro per la considerazione che tal uomo, il solo che
i Barbari temessero al pari d'Achille, non facesse per insidia il tristo fine
di quello. Poiché adunque i capitani greci furono veduti in Troja, tutti i
cittadini presero cuore, credendo il fine della guerra e delle discordie essere
giunto. E radunatosi il consiglio, presenti i nostri, fu per prima cosa fra
tutte decretato che Antimaco, autore di tanti disastri, fosse sbandito da tutta
la Frigia.





Capitolo V.



Come, mentre cogli Ambasciadori greci si trattava in
consiglio, nacque trambusto sospettato per una insidia; e come avendo Antenore
in casa sua quegli Ambasciadori disse loro del Palladio, e promise di portarlo
via.



Di poi s' incominciò a trattare delle condizioni della pace.
Ma nel mentre che si era intesi in queste cose ecco che s' ode grande clamore
uscito di Pergamo, ov' era la reggia di Priamo. Laonde turbati tutti quelli
ch'erano nel consiglio escono fuora in gran furia, credendo che qualche insidia
fosse tramata secondo il loro solito dai figliuoli del re. Perciò tutti corsero
a rifugiarsi nel tempio di Minerva. Ma non guari andò che da quelli che
venivano dalla rocca si seppe come i figliuoli che Alessandro aveva avuti da
Elena, per la caduta della camera in cui stavano, eran rimasti morti. I loro
nomi erano Bunomo, Corito e Ideo(1). Onde differito il consiglio i nostri
andarono a casa di Antenore ed ivi mangiarono e pernottarono. In quella
occasione seppero anche da Antenore, avere i Trojani un oracolo il quale
portava che la città ruinerebbe interamente se fosse tratto fuori delle sue
mura il Palladio(2), che conservavasi nel tempio di Minerva. Era questa una
statua di legno antichissima, la quale dicevasi venuta dal cielo nel tempo che
Ilo fabbricando il tempio di Minerva era giunto quasi alla sua cima: onde non essendo
ancora messo il coperto quella statua aveva preso ivi luogo. Sicché i nostri
dicendo ad Antenore che dunque li ajutasse a portarlo via, rispose egli che
avrebbe fatto ogni loro piacere.



Nel tempo stesso, li prevenne che in consiglio egli avrebbe
liberamente parlato sulla qualità delle cose che erano per domandare; e ciò
perché altrimente facendo i Barbari non sospettassero di lui. Così convenuti, a
giorno chiaro Antenore e gli altri principali andarono da Priamo; e i nostri
ritornarono alle navi.



(1) Tzetze aggiunge un
quarto figlio, di nome Agao. Licofrone però dice che Elena non aveva partorito
né a Menelao né ad Alessandro nè a Deifobo alcun maschio, ma soltanto femmine.
Tzetze in opposto aggiunge che Elena
aveva fatto de' maschi anche a Menelao e a Teseo; e nomina Nicostrato, FJìnla e Menelao. Gli antichi hanno
tanto parlato di Elena che se fu singolare per la sua bellezza lo fu ancora per
la moltitudine degli uomini coi quali visse e pel lunghissimo tempo, in cui si
suppose aver durato ad essere desiderata, quantunque a ragione degli anni
dovesse essere assai vecchia.
(2) Codesta statua era
dell' altezza di tre cubiti, aveva i piedi in tal mossa che pareva camminare.
Nella destra poi aveva un' asta e nella sinistra aveva una conocchia e un fuso.
Apollodoro racconta che Ilo, fabbricata ch' egli ebbe la citlà , pregò Giove a
dargli una qualche statua: e il giorno dopo vide innanzi al suo alloggio il
Palladio. Dice pure che essendo venute a contesa tra loro Minerva e Pallade,
Minerva ammazzò Pallade (il che deve intendersi figuratamente) onde poi tocca
di dolore fece una statua somigliantissima, recata in seguito da Elettra ad
Ilio. Altri dicono che al tempo di Troo un certo Asio che sapeva di astrologia
e di magia feoe una statua di legno per oroscopo della inespugnabilità della
città, in cui fosse conservata. Così Eustazio, Tzetze, Svìtl.i ere. Dionigi di Alicarnasso riferisce che Dardano avendo
sposato una certa Crisi, ebbe da lei due Palladii: che uno di questi dal
Peloponneso fu trasportato in Samotracia ed indi nell'Asia. Clemente
Alessandrino ed altri dicono che codesto Palladio fu costrutto colle ossa di
Pelope. Altri dicono, che questo Palladio cadde in un campo della Frigia e
quindi fu portato a Roma. Molte altre storie ancora si sono fatte del Palladio,
inutili a rammentarsi .





Capitolo VI



Come ritornati al consiglio gli Ambasciadori greci, Lampo
fece un' apologia de' Trojani; e parlandosi delle condizioni del trattato,
Diomede domandò tal somma, che Antenore disse impossibile; e come dopo molti
diverbj Panto fece differire al dì seguente la conclusione.



Ne' tre giorni susseguenti si fecero ì funerali ai fanciulli
estinti: e al quarto Ideo andò a chiamare i sopraddetti capitani greci, presenti
i quali Lampo e gli altri che nel consiglio provalevano si misero a dir molte
cose e a toccare quanto inconsideratamente erasi in addietro fatto, non per
istigazione o consenso loro, che anzi erano dai figliuoli del re sprezzati e
tenuti a vile, ma per capriccio altrui. Però, che avessero essi portate le armi
contro i Greci non era cosa che stata fosse di propria scelta, sapendosi che
chi vive soggetto all' imperio altrui dee conformarsi al comando che gli vien
dato. Per il che era cosa conveniente che i Greci passando sopra quel fatto
avessero riguardo a coloro i quali sempre erano stati per la pace: che
d'altronde se i Trojani avessero peccato ne aveano anche fatta aspra penitenza.
Sopra le quali cose essendosi assai parlato, infine si venne a trattare di
quanto dar dovevasi a' Greci. E a questo proposito Diomede domandò che per
dieci anni si dovesse dar loro cinque mila talenti d' oro, altrettanti d'
argento ed in oltre cento mila moggia di frumento. E come a tale proposta si
tacquero tutti, parlò Antenore dicendo che non a costumanza de' Greci
precedevasi così parlando, ma bensì secondo che usano i Barbari; perciocché era
chiaro che domandavansi cose impossibili e sotto pretesto della pace
intendevasi di preparare la guerra: né tanta somma d' oro e d' argento essere
stata mai nella città nemmeno prima che si smungesse, come erasi fatto, pagando
ausiliarj. Che se i Greci volevano persistere in tanta avarizia, una cosa sola
restare a' Trojani, ed era che chiuse le
porte della città ed attaccato il fuoco ai templi degli Dei incontrassero essi
medesimi la stessa ruina che toccava alla loro patria. Al quale discorso
rispose Diomede: noi non siamo già venuti da Argo per vedere la vostra città;
ma per farvi la guerra. Laonde, se anche ora avete volontà di battervi, i Greci
sono pronti al cimento: che se, come tu dici, attaccherete fuoco ad Ilio, noi
non vel vieteremo: giacché 1' oggetto de' Greci punti delle ingiurie che loro
avete fatte é di aver vendetta de' loro nemici. Allora Panto domanda che la
deliberazione si rimetta al dì seguente; e i nostri vanno a casa di Antenore e
quindi al tempio di Minerva.





Capitolo VII.



Come ì Trojani facendo sacrifizio ebbero presagi terribili;
e come Diomede ed Ulisse non si diedero per intesi della costernazione del
popolo: al contrario al campo de' Greci furono i portenti avuti di buon augurio
per loro.



In questo mezzo un grande portento si osservò all'atto che
s'era dietro a dare culto agli Dei. Imperciocché nel disporre il sacrifizio
ecco che all' improvviso, messo il fuoco sull' altare per consumare la vittima,
né le fiamme la cinsero né in alcun modo essa restò distrutta, siccome in
addietro accadeva; che parea anzi dal fuoco stesso sdegnata. Per lo che turbato
il popolo e volendo verificare il misterio corse all' altare di Apollo, ivi
collocando le viscere dell'animale sacrificato; ma appena vi fu acceso il
fuoco, tutte si contrassero e cadder per terra. Al quale spettacolo, che già
per sé stesso tutti gli animi atterriva, l' altro sì aggiunse di un'aquila
improvvisamente comparsa, la quale con acute strida si gettò sull' altare e,
rapita parte di quelle viscere, dandosi al volo andò alle navi de' Greci ed ivi
lasciò cadere la preda. Né i Barbari tennero il fatto per cosa leggiera o d'
ignoto significato; ma palesemente lo reputarono e lo credettero di
perniciosissimo presagio. Intanto Diomede ed Ulisse, facendo vista di non
badare a ciò che succedeva, andavano passeggiando per piazza, considerando e
lodando i begli edifizj e le altre
insigni cose della città. Ma alle navi in quel tempo 1' auspizio avuto metteva
in commozione tutti; e Calcante gridava che il tenessero per buono;
imperciocché esso voleva dire che in breve sarebbero padroni di quanto era in
Troja.





Capitolo VIII.



Come anche i sacrifizj, che volle far Ecuba, ebbero simile
sorte; e Cassandra fece portare le vittime al sepolcro di Ettore. E come
Antenore portò via il Palladio, e lo diede ai Greci; e gli Ambasciadori di
questi conchiusero in Troja il trattato.



In Troja quando Ecuba seppe il mal augurio uscì per placare
gli Dei, e Minerva spezialmente ed Apollo, ai quali recò molti doni e vittime
opime. Ma nell'abbruciarne sull' altare le parti consecrate, nella stessa
maniera di prima videsi il fuoco destarsi e in un subito estinguersi. Al che
piena d' affanno Cassandra, ed invasa dallo spirito del nume, diede ordine che
le vittime si portassero al sepolcro di Ettore, gridando sprezzare gli Dei
oggimai i sacrifizj per lo sdegno del sacrilegio commesso contro Apollo. Onde,
così trasportati al rogo di Ettore, i tori già immolati tosto che vi si mise
sotto il fuoco restarono interamente consunti. Venuta poi la sera, ognuno si
ritirò al suo alloggio; ed Antenore nella notte medesima ito nascostamente nel
tempio di Minerva con molte preghiere miste alla violenza indusse Teano(1),
sacerdotessa del santuario, a consegnargli il Palladio, promettendole per tal
cosa grandi premj. Il quale poiché ebbe, egli venne a' nostri e loro il
presentò, adempiendo la data parola; ed i Greci avendolo diligentemente
avviluppato onde nissuno capir potesse cosa fosse lo misero sopra un carro e lo
fecero per fidate persone recare alla tenda di Ulisse. La mattina, essendosi
radunato il consiglio a cui intervennero anche i nostri, Antenore come se
temesse l'ira de' Greci incominciò a perorare pregando che si volesse passar
sopra a ciò che con animo alquanto caldo avesse detto spinto dall' amore della
sua patria. A cui Ulisse rispose non essere egli di ciò né commosso né
sdegnato; bensì di non vedere venirsi a conclusione sul trattato; massimamente
considerando come andava in breve a trascorrere il tempo opportuno alla
navigazione. Quindi ripigliati i discorsi sull' argomento fu l' affare ridotto
finalmente a due mila talenti d' oro e di argento; e i nostri andarono alle
navi per riferire la cosa. Infatti, convocati i capitani, esposero quanto era
seguito; e dissero pure del Palladio che Antenore avea tolto dal tempio; e di
comune consenso fu per tutto l'esercito pubblicata ogni cosa.



(1) Omero suppone che
Teano, sacerdotessa di Minerva, fosse moglie di Antenore, bella donna e figlia
di Cisseo. Del resto gli altri quasi tutti danno detto che il Palladio fu
portato via da Ulisse e Diomede. Suida però segue Ditti.





Capitolo IX.



Come i Greci dicono di fare un gran dono a Minerva; ed Eleno
suggerisce il cavallo, per introdurre il quale si dovrebbero rompere le mura
della città; e nel profetizzare la ruina di Troja Eleno ricordandosi del padre
e de' fratelli tramortisce; poi a Pirro, che lo faceva guardare, dice non
essere per distaccarsi da lui.



Da ciò nacque la determinazione di offrire a Minerva un
onorevolissimo dono. E chiamato Eleno a consulta, egli tutto ciò che seguito
era seppe ordinatamente dire, come se fosse stato presente; ed aggiunse essere
già venuto il fine delle cose trojane; giacché quello che massimamente
sosteneva la sorte della città era il Palladio, portato via il quale la ruina
della medesima era certa. Ma che egualmente funesto a' Trojani stato sarebbe il
fatal dono fatto a Minerva, perciocché doveva questo consistere in un cavallo
di legno di forma gigantesca(1); per introdurre il quale in città a cagione
della enorme grandezza sua sarebbe stato d'uopo rompere le mura, a ciò
prestando servigio ed opera Antenore. Indi rammentando il padre Priamo e i
superstiti fratelli si diede miserabilmente a piagnere; e trafitto dal dolore
cadde come tramortito. Se non che Pirro il rialzò e confortollo e lo fece
condurre alla sua tenda, e gli mise guardie per paura che non facesse sapere a'
nemici alcuna delle cose divisate. Del che avvedutosi Eleno disse a Pirro che
stesse pure di buon animo e sicuro di lui e del secreto; poiché anche dopo la
ruina di Troja lo avrebbe avuto a' fianchi, e per molto tempo sarebbe dimorato
in Grecia. Epeo intanto ed Ajace Oileo prepararono il legname necessario alla
costruzione del cavallo indicato da Eleno.



(1) Non ben creduta
alla lettera la storia di questo cavallo, in varie maniere fu interpretata,
siccome abbiamo da Servio. Igino e Tuberone dissero di quella età una macchina
di guerra chiamata cavallo, come altre chiamavansi ariete o testuggine, con cui
rompevansi e conquassavansi le mura. Altri dicevano intendersi la porta della
città che Antenore aprì ai nemici ed in cui eravi dipinto un cavallo. Altri,
che il cavallo fu un segnale dato perché i Greci distinguessero i loro dai
Trojani. Altri dissero che nel tradimento si fosse convenuto che si sarebbero
rispettate le case, sulla cui facciata fosse dipiuto un cavallo. Altri, che la
storia del cavallo non signilìca se non che Troja fu vinta con battaglia
equestre. Altri infine, che venne dal monte Ippia , che voleva dire monte cavallo,
o monte de' cavalli, dietro ai quali i Greci s'erano nascosti per sorprendere
la città. È noto che Virgilio pone codesto cavallo non solo sì grande quanto lo
dice Ditti, ma portante ascosi nel ventre molti Greci.





Capitolo X.



Come vennero dieci Ambasciadori greci a ratificare la pace,
la quale fu giurata solennemente; e il popolo trojano festeggiò i Greci ed
Antenore; e come i Confederati de' Trojani partirono pe' loro paesi.



Dieci de' loro capitani scelsero i Greci, che dovessero ratificare
il trattato di pace; e andarono a Troja. Erano questi Diomede, Ulisse, Idomeneo,
Ajace Telamonio, Nestore, Merione, Toante, Filottete, Neottolemo ed Eumelo. I
quali poscia che dal popolo furono veduti raccolti in piazza, lieto li confortò
credendo giunto finalmente il termine di tanti patimenti e di tante angoscie.
Perciò o ad uno ad uno o molti insieme, come 1' accidente portava, i Trojani
benignamente li abbordavano salutandoli e baciandoli con ogni maniera di
congratulazione. Priamo li pregò per Eleno e con molte istanze raccomandò loro
quel suo figliuolo, che gli era carissimo sopra tutti per la sua grande
prudenza. Poi venuta l'ora si diede ad essi un convito pubblico e per onorare
le loro persone e per celebrare la fatta pace; ed Antenore era quegli che
serviva i Greci e che cortesemente offriva e porgeva ogni cosa. I vecchj poi la
mattina dopo si radunarono nel tempio di Minerva, ove Antenore riferì de' dieci
mandati per fermare le condizioni della pace, i quali vennero introdotti, e
date a vicenda e prese le destre fu stabilito che nel prossimo giorno in mezzo
al campo ed in cospetto di tutti si sarebbero alzati gli altari, innanzi ai
quali colle debite cerimonie i patti della pace sarebbonsi giurati
solennemente. E di fatto, ove poi si fu al luogo, Diomede ed Ulisse
incominciarono, giurando che stato sarebbesi a quello che si era accordato con
Antenore: del che chiamavano in testimonio Giove sommo e la Madre Terra e il
Sole e la Luna e 1' Oceano. Quindi divise in due parti l' ostie recate a tal
fine, così che da un canto erano volte verso il Sole e dall'altro verso le navi,
passarono in mezzo ad esse. Antenore confermò con eguale sacramento la cosa.
Fatto ciò ognuno ritornò a' suoi. E i Barbari intanto s'udirono alzare al cielo
con somme lodi Antenore; e dove compariva vidersi andargli incontro e venerarlo
come se fosse un Dio; poiché lo credevano il solo autore di quella pace e
dell'amicizia fatta co' Greci. E per tal maniera sopita da quel momento la
guerra, ognuno come più gli pareva, trojano o greco, andava liberamente su e
giù, quegli alle navi, questi in città; e a gruppi molti dell'una e dell'altra
nazione uniti insieme. Frattanto, visto fatta quella pace, tutti i confederati
de' Trojani ch' erano rimasti, congratulandosi della felice avventura, partirono
pe' loro paesi, non aspettando nemmeno di ricevere i premj dovuti a tanti
travagli e pericoli occorsi; ed a ciò li mosse il timore che per qualche
accidente i Barbari rompessero la data fede.





Capitolo XI.



Come terminata la costruzione del cavallo i Trojani lo
vollero introdurre in città rotto il muro; e i Greci non vollero, se prima non
era pagata la somma convenuta; e come intanto Ulisse mandò tutti gli artefici trojani
a racconciare le navi de' Greci; il che fatto il cavallo fu introdotto in Troja
con gran festa.



In questo mezzo Epeo stava fabbricando, siccome Eleno aveva
indicato, il cavallo, il quale era alto immensamente; ed alcune ruote gli si
erano poste sotto i piedi, onde più facilmente potesse esser mosso: tutti
dicendo maravigliati essere in vero un dono degno della Dea a cui era
destinato. E mentre ciò facevasi presso alle navi, in Troja si radunava l' oro
e l' argemo che pagar dovevasi a' Greci; ed erano Antenore ed Enea quelli che
avendo tale incombenza lo facevano portare nel tempio di Minerva. I Greci poi,
veduto che i confederati de' Trojani erano partiti, con assai diligenza si
attennero ai termini della pace e dell' amicizia stipulata; né occorse fatto
per cui alcuno de' Barbari restasse morto o ferito, tal contegno avendo i Greci
onde rimovere ogni sospetto. Ed intanto, essendo il lavoro del cavallo compiuto,
fu condotto presso le mura della città e fermato lì, con avviso a' Trojani che
lo dovessero ricevere con somma religione, come cosa a tanta Dea consecrata: onde
infinita turba di popolo uscì di Troja festeggiante e con sacrificj solennizzò
il ricevimento; e più d' appresso accostò il cavallo alle mura. E poiché videsi
che attesa l'enorme sua grandezza non era possibile farlo entrare per la porta,
si prese la deliberazione di atterrare un pezzo di muro; né fuvvi alcuno che
pensasse diversamente. Per tale maniera l' opera di quelle mura, inviolate per tanti
e tanti anni e monumento massimo, per ciò che stimavasi, di Nettuno e di Apollo(1),
per mano degli stessi cittadini e di pieno intendimento loro vien guasta! E
quando ciò fu fatto, avvedutamente i Greci sorsero ad interrompere il trasporto
del cavallo in città, dichiarando che non permetterebbero che fosse tratto
dentro se prima essi non avessero ricevuto l' oro e l'argento pattuito. Intanto
Ulisse condusse tutti gli artefici di Troja a lavorare intorno al restauramento
delle navi e soltanto quando fu messa in ordine la loro flotta e tutti i legni
disposti e pagata la pecunia convenuta, diedero libertà a' Trojani di
effettuare il trasporto. Allora, tra feste e tripudii donne e uomini traendo a
gara le funi, il cavallo fu introdotto in città, restandone pel rotto muro
spalancato l' accesso.



(1) Omero fa dire a
Nettuno ch'egli insieme con Apollo aveva fabbricate ad istanza di Laomedonte le
mura di Troja. Osservisi però che in altro luogo Omero stesso attribuisce la
costruzione di quelle mura a Nettuno solo, mentre Apollo pascolava la greggia
di Laomedonte!!





Capitolo XII.



Come i Greci imbarcato tutto si ritirarono al Sigeo, d' onde
la notte entrando in Troja ne ammazzarono gli abitanti, ed incendiarono tutti
gli edifizj; e di quello che successe a Priamo , e agli altri.



Come poi i Greci ebbero imbarcato tutto, abbruciate le baracche
ov'era stato l'esercito si ritirarono al Sigeo(1) ed ivi aspettarono che
facesse notte. La quale venuta, mentre i Barbari erano già stanchi pel bevuto
vino e pel sonno, cose che avevano cagione del pari nell' allegrezza e nella
sicurtà della pace, in gran silenzio s' appressarono tenendo l' occhio ad un
segnale, per mezzo di un fuoco a quell' oggetto da Sinone acceso in certa
altura; e quindi entrati tutti in città si divisero pe' varj quartieri della
medesima, conforme era loro stato indicato; ed ivi a furia si posero ad
assaltare e a trucidare quanti trovavano per le strade, per le case, per ogni
luogo sacro e profano ed a fare man bassa in ogni maniera ove alcuna mossa
immaginassero, prima che si avesse tempo di prendere le armi o misura qualunque
per salvarsi. Né pietà alcuna né misericordia vi fu: perciocché palesemente ed
alla vista de' loro figli e genitori in mezzo al gemito de' circostanti ammazzavansi;
e i circostanti, stati testimonj del tremendo spettacolo, finivano col venire
ammazzati anch' essi. Né con minore furia per tutta quanta la città si sparsero
gl'incendj, appostate prima le guardie alle case di Enea e di Antenore per
salvarle(2). Priamo veduta la desolazione corse a rifuggirsi all' altare di
Giove posto innanzi al suo palazzo; e molti del palazzo andarono ne' templi
degli Dei: Cassandra corse a quello di Minerva. I Greci, fatta man bassa sopra
quanti miseramente ed invendicati erano loro venuti sotto, incominciando a
spuntare il giorno assaltarono la casa di Elena, ove Menelao, sorpreso Deifobo,
che dicemmo essersi dopo la morte di Alessandro tolta quella donna in isposa,
tagliategli prima le orecchie, poi troncategli le braccia, indi il naso, in
fine in ogni parte il mutilò e con atrocissimi tormenti in tale maniera
martirizzato l'uccise. Neottolemo si buttò addosso a Priamo e senza rispetto
alcuno né alla età né alla dignità regia, afferratolo con ambe le mani e
addossato all' altare lo scannò. Ajace Oileo strappò dal sacrario di Minerva
Cassandra e la fece sua prigioniera.



(1) È noto che
Virgilio dice i Greci essersi nascosti di dietro a Tenedo: ma Tenedo é distante
dal Sigeo settaniacinque stadj. Palefato scrive che i Greci si ritirarono in un
certo luogo cavo, che anche al suo tempo chiamavasi Insidia de' Greci. (2) Strabone dice che a quelle case non fu
messa che una pelle di pantera per segno che nissun Greco entrasse per
saccheggiarle .





Capitolo XIII.



Come furono scannati tutti i Trojani rifuggitisi nei templi,
e la città messa a sacco, e divisa la preda, incominciandosi dalle più nobili
donne.



In questa maniera distrutti colla loro città i Barbari, si
venne da' Greci a deliberare sulla sorte di quelli che dagli altari degli Dei,
a cui eransi rifuggiti, imploravano la vita; e da tutti fa stabilito che per
forza tratti di là senza pietà si ammazzassero: tanto era il dispetto della
ingiuria sofferta e la smania di estinguere per sempre il nome trojano! Adunque
tutti que' miseri che s' erano sottratti all' angoscia della funesta notte
antecedente furono presi e come vili bestie scannati. Indi, come accade in
città presa d'assalto, un saccheggiamento fu fatto d' ogni cosa e ne' templi e
nelle mezzo abbruciate case; e per più giorni si tennero guardie dappertutto
percbé nissuno de' Trojani fuggisse, essendo tutti irremissibilmente consecrati
alla morte: intanto che a deporre l'oro e l' argento ammucchiato furono
destinati gli opportuni luoghi; ed altri a deporre le vesti e mobiglie
preziose. Poi quando si fu sazj del sangue trojano e la città dal fuoco restò
diroccata tutta ed eguagliata al suolo, si venne a divider la preda. E come s'
incominciò dalle donne prese e dai fanciulli imbelli, prima di tutte e fuori di
sorte Elena(1) fu conceduta a Menelao; poi Polissena, così consigliando Ulisse,
fu da Neottolemo destinata in olocausto ad Achille(2); ebbe Agamennone
Cassandra(3), perché innamorato della bellezza di lei non aveva dissimulato il
desiderio di possederla; e Demofone ed Accamante s'ebbero uno Etra e l'altro
Climene(4). Le altre si misero a sorte; ed a Neottolemo toccò Andromaca(5) e vi
furono aggiunti poscia i figli di lei ad onore di tanto capitano; ed Ecuba
toccò ad Ulisse. Questo fu il riparto delle nobili donne destinate ad esser
serve: gli altri, conforme portò la sorte, ebbero preda e schiavi quanto
conveniva a' meriti di ciascheduno.



(1) Virgilio a vituperio
di Elena fa dire a Deifobo che gli tolse di sotto al capezzale la spada e
chiamò Menelao e gli aprì la porta. Fa dire in oltrr ad Enea ch' egli vide
Elena rifuggita nel tempio di Vesta! Due cose difficili a combinarsi insieme.
Omero suppone che Menelao andasse in casa di Deifobo in compagnia di Ulisse.
Del resto Darete solo pone Deifobo ucciso in battaglia da Palamede. (2) Quasi tutti
gli altri scrittori dicono che l'ombra e
la voce di Achille uscita del sepolcro chiese che gli s'immolasse Polissena.
Filostrato e Tzetze dicono che Polissena fu sì percossa dalla morte di Achille,
che s' ammazzò sul sepolcro di lui.(3) Cassandra, secondo Omero, fu insieme cou
Agamennone uccisa da Clitennestra. (4) Di queste si é già parlato. Etra fu
madre di Teseo ed avola di Accamante e di Demofone. (5) Eccetto Ditti gli altri
scrittori non danno ad Andromaca altro figliuolo come moglie di Ettore se non
che Astianatte, che Pirro, e alcuni dicono Ulisse, gittò giù di una torre.





Capitolo XIV.



Come contendendosi pel Palladio tra Ajace, Diomede ed
Ulisse, essendosi Diomede ritirato dal contenderlo a contemplazione di Ajace,
fu dato ad Ulisse.



Ma un' aspra quistione insorse ira i capitani a cagione del
Palladio(1), domandato avendolo Ajace Telamonio in premio di quanto colle opere
del braccio suo valoroso e della sua sagacità avea fatto. Ond' é che quasi
tutti, anche perché non restasse disgustato un tant'uomo di cui erano note le
grandi azioni e le cure e vigilie a favor dell'esercito, il concedettero a lui,
non altri fra tanti opponendovisi che Diomede ed Ulisse. Dicevano questi che
per le sole loro instigazioni erasi quel Palladio ottenuto. Diceva Ajace, non
fatica o valore essere ad essi costato; perciocché Antenore era stato quegli
che in contemplazione della comune amicizia l'aveva rapito. Diomede per una
certa verecondia volle rendere onore ad Ajace e desistette dalla domanda. Rimasero
contendenti Ulisse ed Ajace, ognuno de' quali faceva somma forza per averlo,
mettendo innanzi entrambi quanto aveano fatto. Ulisse era spalleggiato da
Menelao e da Agamennone in grazia di avere poco prima preservata Elena coll'
opera sua(2); giacché dopo che Troja fu presa, ricordandosi Ajace di quanto per
tanti anni si era sofferto da' Greci a motivo di quella donna, era stato il
primo che dato avesse l'ordine di ucciderla: e già i buoni in gran numero
approvavano quel consiglio. All'incontro Menelao, durando ancora ad amarla, era
andato a raccomandarsi in particolare a ciascheduno; e a forza di preghiere e
di suppliche finalmente aveva ottenuto, ajutato dai buoni offìcii di Ulisse,
che gli fosse consegnata senza discapito alcuno8£9. Adunque fattasi in
apparenza una specie di giudizio sopra i meriti d' entrambi, mentre pur s' era ancora
in uno stato di guerra e circondati per ogni verso da nazioni nemiche, diessi
il Palladio ad Ulisse, non avutosi riguardo alcuno agli uomini valorosi, e
negletti gli alti fatti di Ajace e quello del frumento, ch'egli portato avea
dalla Tracia e distribuito a tutto l' esercito.



(1) Sulda e Cedreno
hanno seguito Ditti parlando del Palladio: Omero, Sofocle e gli altri tutti,
fra quali Ovidio, suppongono , che si trattasse delle armi di Achille. (2) È
stato osservato che presso nissun altro autore trovasi accennata questa particolarità
riguardo ad Ajace. Ben é vero che Virgilio attribuisce ad Enea il pensiero di
uccidere Elena, ma che Venere nel distolse. (3) Il testo presenta qui un torno
di parole, che oscuramente esprimono un senso ironico. Volgendolo alla lettera
sarebbe stato difficile il serbar la debita convenienza.





Capitolo XV.



Come Agamennone e Menelao, poiché spalleggiavano Ulisse
contro Ajace, vennero in odio all' esercito; e maggiormente quando si trovò
Ajace morto a tradimento. E come Neottolemo fece l' esequie, e fabbricò un
sepolcro ad Ajace; ed Ulisse si ritirò dall' esercito.



Laonde tutti i capitani, i quali ricordevoli della virtù di
Ajace non credevano alcuno degno d'essere a lui preferito, e gli altri che
favoreggiavano Ulisse si divisero in due partiti. Ajace dal canto suo pieno di
dispetto e di dolore andava palesemente dicendo a tutti di volere vendicarsi
nel sangue di coloro i quali opponevansi alla sua domanda. E per questo Ulisse,
Agamennone e Menelao, ponendosi ben in guardia, per essere più sicuri niuna
parte di vigilanza intermisero. Né senza ragione; perciocché venuta la notte,
nell' andar che tutti facevano alle loro baracche, prorompevano in
escandescenza contro ambedue i re, né risparmiavano bestemmie e maledizioni a
loro carico, trattandoli da persone in cui poteva più il capriccio e la
libidine per una donna che la giusta considerazione delle imprese e del valor
militare. Ma intanto venuta l' alba ecco che trovasi in mezzo al campo Ajace
morto(1); ed esaminatone il cadavere si vide ch' egli era stato ucciso di ferro.
Gran tumulto adunque s'alzò fra i capitani e nell'esercito, che in breve
prorruppe in aperta sedizione, deplorandosi da tutti che come in addietro
Palamede, uomo in pace ed in guerra prudentissimo, ora Ajace, inclito per tante
battaglie sostenute, era per le insidie di que' re miseramente perito. Pe'
quali clamori spaventati e temendo che l' esercito facesse loro qualche
violenza, si chiusero nei loro alloggiamenti e vi si assicurarono coll' ajuto
dei loro amici. Neottolemo in questo mezzo fatta portare la legna necessaria
abbruciò il cadavere di Ajace e chiuse in un' urna le ceneri le fece seppellire
nel promontorio Reteo, ove in breve tempo fece alzare un monumento in onore di
quel gran capitano. Né v' é alcun dubbio che se queste cose fossero succedute
innanzi che Troja fosse stata presa non avessero grandemente giovato a' nemici
e l' impresa non fosse divenuta incerta. Ulisse intanto temendo qualche offesa
dall' esercito nascostamente scappò ad Ismaro(3); e il Palladio restò nelle mani
di Diomede.



(1) Omero, Sofocle,
Ovidio dissero che Ajace s'era ucciso da se medesimo, Darete lo suppone morto per
ferite riportate da Paride. (2) Plinio dice che Ajace fu sepolto presso il
Sigeo. Il promontorio Reteo fu cosi detto da Reteia, città ivi sussistente; e
Strabone chiama quel promontorio Ajanteo, quasi Ajaceno, ove, dice egli, è il
monumento e la statua di Ajace, la quale, essendo stata da Antonio trasportata
in Egitto, Augusto fece restituire ai Retejesi. La cura poi che Ditti
attribuisce a Neottolemo, Sofocle l'attribuisce a Teucro. (3) In Omero pare che
Ulisse andasse ad Ismaro per sola forza dei venti ciconii.





Capitolo XVI.



Come Ecuba fu lapidata; e come Cassandra presagì gl'
infortunii di Agamennone, e degli altri Greci. Di ciò, che disse Antenore ai
Greci, e i Greci ad Enea; e delle esequie di Ajace. Agamennone e Menelao dovettero
fuggire. Poi di altre cose.



Dopo la partenza di costui, Ecuba desiderosa di togliersi dalla
servitù mediante la morte si mise a vomitare ingiurìe e maledizioni d'ogni
maniera contro l'esercito greco; onde i soldati irritati di ciò la lapidarono e
n' alzarono il sepolcro presso Abido, a cui misero nome Cinossema, volendo con
tale parola significare la lingua proterva e l'impudente petulanza di quella
donna(1). In quel tempo ancora Cassandra, inspirata da furor divino, molte
profezie annunciò a danno di Agamennone, predicendogli occulte trame
d'insidiatori e morte violenta in propria casa per opera stessa di quei del suo
sangue. Ed all'universo esercito ancora un ritorno al paese presagì pieno di
travagli e di ruine. Nel qual mezzo Antenore insieme con quei ch' erano seco si
mise ad esortare i Greci che lasciassero gli sdegni e che essendo già il tempo
propizio al navigare(2) prendessero le risoluzioni più convenienti al comune
vantaggio. In quella occasione menò tutti i capitani a mangiar seco e li colmò
di grandissimi doni. I Greci persuasero ad Enea che volesse navigare insieme
con essi al loro paese, promettendogli che ivi avrebbe regno e potenza al pari
degli altri capitani(3). Neottolemo concedette ad Eleno i figliuoli di Ettore(4);
e gli altri capitani gli diedero tanto oro ed argento, quanto a ciascuno parve.
Indi tenuto consiglio tra essi fu
deliberato di fare solenni esequie ad Ajace per tre giorni continui; dopo i
quali tutti i re deposero una parte de' loro capegli sul sepolcro di
quell'eroe. E d'allora in poi di contumelie coprivano Agamennone e il fratello,
chiamandoli entrambi non più Atridi, ma Plistenidi, il quale ultimo nome era
tenuto per ignobile. E tanto furono da questi sprezzi colpiti i due re, che,
onde per la lontananza l' odio che mostrava loro l' esercito si temperasse,
chiesero di potere senza danno partire; e ad una voce cacciati dai capitani
furono i primi di tutti ad imbarcarsi(5). Intanto i figliuoli di Ajace, Eantide
cioé, avuto da Glauca, ed Eurisace(6) da Tecmessa, vennero consegnati a Teucro.



(1) Altri dicono che
Ecuba si precipitò in mare: altri, che fu lapidata dai soldati di Polinnestore.
Invece poi di Abido, alcuni pongono il Sigeo ed altri il Chersoneso. Cinossema
vuol dire monumento del cane. (2) Da queste parole si arguisce che Ditti
suppone che Troja fosse presa in autunno; e Servio fu della stessa opinione.
Scaligero al contrario suppone che fosse presa dì primavera. (3) Alcuni hanno
scritto che Enea fu dato prigioniero a Neottolemo, e da questi condotto in
Farsaglia: che ucciso poi Neottolemo da Oreste e fatto libero, Enea andò in
Macedonia e poi venne in Italia. Altri dicono che poco prima della presa di
Troja si ritirò sul monte [da; e che navigò in Italia tre anni dopo. Altri
scrivono che rimase nella Frigia ed ivi regnò lungamente. Altri finalmente
dicono altre cose. (4) Virgilio suppone che Neottolemo conducesse seco iu
cattività Eleno, ma che poi gli concedesse Andromaca in moglie, mentre egli
chiedeva Ermione e Giustino consente con Virgilio. (5) Ditti é solo a
raccontare questo fatto, leggendosi in contrario presso altri e segnatamente
presso Omero che dopo la presa di Troja nacque diverbio tra Menelao ed
Agamennone, volendo il primo che tutti i Greci s'imbarcassero e partissero, e
il secondo che si fermassero sino a tanto che egli avesse sagrificato a Minerva
con alcune ecatombe; e che poi la meta de'Greci partì con Menelao, l' altra
meta restò iu Troja con Agamennone. (6) Eustazio é il solo che faccia menzione
di Eurisace: nissun altro fuori di Ditti ha parlato di Eantide.







Capitolo XVII.



Come i Greci finalmente partirono: e come Enea avendo voluto
cacciare Antenore da Troja, non poté, e dovette partire; e navigando sino nell'Adriatico
fabbricò Corcira Melena.



In mezzo a queste cose temendo i Greci che col ritardare di
più, avvicinandosi l' inverno, potesse loro togliersi il navigare, messe in
mare le navi le provvidero di remiganti e di ogni cosa opportuna; e con ciò che
ognuno d'essi aveva guadagnato per molti anni di guerra partirono. Enea rimase
presso Troja, il quale, partiti i Greci, andato a quei di Dardano e della vicina
penisola parlò loro, onde seco si unissero affinché Antenore non tenesse il
regno. Di che avvisato questi, Enea ritornando verso Troja non poté riuscire
nell' intento, e fu costretto a pigliare ogni suo avere e ad andarsene lungi.
Navigò egli adunque; e finalmente giunse nel mare Adriatico, passando per molte
barbare genti; e con quelli che lo accompagnavano fabbricò una città che
chiamossi Corcira Melena(2). Presso Troja poi, essendosi sparsa la voce che
Antenore aveva regno, tutti quelli ch' erano avanzati dalla guerra e sfuggiti alla
strage notturna della città andarono a lui ed in breve tempo trovaronsi in una
gran moltitudine: tanto essendo l' amore che gli volevano e l' opinione di
sapienza che godeva. Fu il primo degli amici suoi Enideo, re dei Cebreni(3).





Queste cose ho scritte io, Ditti Cnosio, compagno d'
Idomeneo, coi caratteri punici datici da
Cadmo e da Danao(4), ed in quella lingua la quale in mezzo a tante e sì diverse
che se ne parlano io potei apprendere.
Né fa meraviglia, se mentre tutti sono Greci parlano però lingue differenti;
poiché lo stesso succede perfino entro una medesima isola, dove lungi dall'
usare tutti la stessa abbiamo diversità e mischianza. Io adunque sapendo quanto
a' Greci ed ai Barbari accadde e gran parte sofferto avendo di que' travagli,
ne tenni memoria. Di ciò che riguarda Antenore e il regno suo riferii quello
che intesi dire. Ora prendo a raccontare quello che riguarda il ritorno de'
nostri.



(1) E' notabile questo
passo, singolarmente messo in confronto coi lunghi ragiouameuti di Giuseppe
Scaligero intorno al preciso tempo in cui Troja fu presa. Egli dice che questo
grande avvenimento succedette ai aa di giugno dell'anno del periodo Giuliano
3531 , corrispondente all' anno del mondo 3767, e a 47 anni dalla prima
Olimpiade. (2) Corcira Melena, cioé Corcira nera, un'isola dell'Adriatico posta
in faccia all'Illirio; e gli Eruditi diranno se sia Meteda d'oggi, o quale
altra. Strabone scrive che in essa fuvvi una citta fabbricata dai Cnidii. È
notabile che l'autore fa navigare Enea nell' Adriatico e restare Antenore a
Troja, con che distruggonsi le tradizioni di Padova e di Alba. Un falsario, che
nel secolo III dell' era nostra volgare scrive ne' ristretti termini, che qui
Ditti presenta , é il più singolare fenomeno che si trovi nella storia; e mi
pare che non siasi ancora detto tutto ciò che il fatto, qualunque sia,
esigerebbe per essere o in un senso o in un altro ben illustrato.(3) I popoli
Cebreni abitavano una parte della Troade sullo Siamandro. Ne parla Strabone. Dicendosi
che la Troade era staio il dominio di Priamo, si domanda da alcuni onde dunque
desse fuori

  • 'desio re Enideo. Ciò vuol dire che gli Eruditi sanno molto

(4) Madama Dacier non
manca di osservare, che Ditti qui mette Danao insieme cen Cadmo autore,
(avrebbe detto meglio introduttore in Grecia) delle lettere puniche, cioè
fenicie , quando Settimio ne ha fatti autori Cadmo ed Agenore. Questa
osservazione non porta a conseguenza veruna. La sos:anza del fatto é , chele
lettere fenicie dovettero essere portate in Grecia da Fenicj , che vi si
stabilirono . e questi furono e Cadmo , e Danao , ed Agenore , e forse anche
altri.







LIBRO SESTO.





Capitolo Primo.



Come la flotta de Greci partita da Troja con buon vento nel
mare Egeo fu dispersa; ed Ajace fatto naufragio miseramente perì per inganno di
Nauplio agli scogli Cheradi(1).



Poichè si furono da' Greci caricate le navi del bottino che
a ciascuno era toccato, sciolte le ancore essi navigarono; e col vento in poppa
in pochi giorni giunsero nel mare Egeo. Ma, arrivati in quelle acque, le
pioggie, i venti e il mar tempestoso gravemente li travagliarono a modo che di
tratto in tratto la flotta ebbe a vedersi separata e dispersa. E la squadra de'
Locresi in ispecie per l'imperversare della tempesta, rendute vane le diligenze
de' piloti e tra sè inviluppatesi le navi, pativa già gravemente quando di più
vi si aggiunse che vi caddero sopra i fulmini e restò incendiata e rotta. Lo
stesso re dei Locresi, Ajace, dopo che nuotando cercò di scampare dal naufragio
e poté ritrarsi all' isola Eubea cogli altri, che o sopra tavole, od in altra
maniera s'erano abbandonati alle onde e si salvarono sugli scogli Cheradi, ivi
poi miseramente perì. Fu questo per cagione di un inganno di Nauplio, il quale
veduto il disastro di quel re e della sua gente e desiderando di vendicare la
morte di Palamede, accese colà di nottetempo de' fuochi, a quei luoghi traendo
i naufraganti come a porto sicuro.



(1) Questi scogli
furono anche chiamati Cafaridi.





Capitolo II.



Come Eace andò in Argo a suscitare contro i loro mariti
Egiale e Clitennestra: di ciò che colà avvenne, e della sorte ch' ebbero varj
capitani de' Greci ritornati da Troja.



In quel medesimo tempo Eace, figliuolo di Nauplio(1) e
fratello di Palamede, inteso avendo che i Greci ritornavano a' loro paesi, andò
in Argo ed ivi con false novelle armò contro i loro mariti Egiale(2) e
Clitennestra, dicendo ad esse che coloro conducevano nuove mogli da Troja; e
tutt'altro aggiungendo, che atto fosse a mettere a soqquadro la testa leggiera
delle donne e ad irritarne gli animi. Perlocché quando Diomede arrivò Egiale
messigli contro i cittadini gl' impedì di sbarcare; e Clitennestra(3) per opera
di Egisto suo adultero tese insidie ad Agamennone e lo ammazzò; poscia sposando
Egisto da lui ebbe Erigone. In quella occasione Taltibio(4) salvò dalle mani di
Egisto il fanciullo Oreste e lo consegnò ad Idomeneo, che allora trovavasi in
Corinto. Diomede(5)intanto cacciato del regno e Teucro impedito da Telamone di
sbarcare a Salamina, perché non aveva ajutato il fratello contro le insidie
tesegli, si unirono insieme; e Mnesteo(6) d' altra parte fu accolto dagli
Ateniesi insieme con Etra e sua figliuola Climena; mentre Demofone ed Accamante
si rimasero fuori. Quindi avvenne che molti di costoro, che vedevansi rigettati
in un modo o in un altro da' loro paesi, trovatisi in Corinto si unirono insieme
per assaltare i loro regni e colla forza delle armi farsi strada a ricuperare
le contrastate regioni. Se non che vi si mise di mezzo Nestore, esortandoli a
tentar prima di ridurre gli animi de' cittadini, grave essendo che tutta la
Grecia per interne discordie ed a furore di guerra fosse guasta. Non molto dopo
Diomede vedendo come in Etolia da gente, che per l' assenza di lui infestava il
regno, gravissime molestie in molte maniere pativa Oeneo(7); e andato a quella
volta tutti uccise gli autori di tali iniquità ed incusso timore per tal fatto
a quanti erano nel paese fu da' suoi ricevuto. Nè andò guari che di queste cose
e del ritorno sparsasi la voce per tutta Grecia ognuno accolse i suoi re, presi
dalla doppia considerazione dell' alta virtù di coloro che avevano guerreggiato
a Troja e della impotenza delle loro forze per resistere. Così anche noi
andammo col re Idomeneo(8) in Creta, nostro suolo patrio, e vi fummo ricevuti
con lietissima festa de' cittadini.



(1)Tzetze dice queste
ribalderie essere state commesse dallo stesso Nauplio e le descrive più
particolarmente. Messosi, dice egli, a girare pei varj paesi rendette adultere
le donne de'Greci e indusse Clitennestra, moglie di Agamennone, a farsi
corrompere da Egisto, Egiale, moglie di Diomede, da Stenelo, Medea, moglie di
Idomeneo, da Leucone. (2) Il fatto di Egiale é da Licofrone raccontato e il suo
Scoliaste dice come siegue: Presa Troja, Diomede ritornato ad Argo, sua patria,
trovò sua moglie Egiale corrotta da Cometa, figliuolo di Stenelo, e ciò per l'
ira di Venere che da lui era stala ferita sotto Troja . E come doveva essere
ucciso da essa, si rifuggì presso l'altare di Giunone Argiva, ove trovò
salvezza. E finalmente giunse in Italia presso la nazione daunia, a cui
comandava Dauno e che era barbara. (3) Omero ha detto che Agamennone fu ucciso
in una cena, la quale al suo arrivo Egisto gli diede. Alcuni tragici supposero
che Clitennestra lo strangolasse con una specie di camicia, la quale non poteva
cavarsi. Si sa da tutti che Egisto era figliuolo di Tieste. (4) Invece ch« da
Taltibio, altri dissero che Oreste era stato salvato da Elettra e da lei
mandato nella Focide e raccomandato a Strofio. Così infatti suppongono Sofocle
ed Igino. Pindaro dice che lo salvò la nudrice , di nome Arsinoe. (5) N»n si è
scritto da altri fuori che da Ditti che Diomede cacciato dal regno andasse a
Corinto, mentre tutti dicono che venne in Italia. Egli é poi vero che Telamone
vedendo Teucro ritornare senza Ajace lo cacciò di Salamina; per lo che andò a
Sidone e di là in Cipro, ove edificò una città che chiamò Salamina anch'essa,
come più innanzi l'autore stesso racconta.(6) Altri autori hanno scritto
diversamente, dicendo che gli Ateniesi cacciarono Mnesteo e diedero il regno a
Demofonte. (7) Oeneo fu padre di Tideo, avo di Diomede e re di Calidone in
Etolia. (8) Altri scrissero che Idomeneo cacciato di Creta occupò i campi salentini iu Italia, di drive
ritornato in Asia morì. Scrissero altri che andò a fissarsi nel tempio di
Apollo Clario.





Capitolo III.



Come Oreste fatto adulto ebbe uomini da Idomeneo, e dagli
Ateniesi per far l'impresa del regno paterno, e come consultato l' oracolo
questo gli disse, che bisognava ammazzare Clitennestra ed Egisto; e del modo
con cui queste cose furono effettuate(1).



Tosto che poi Oreste ebbe passato i primi anni della
adolescenza, cominciando a far da uomo pregò Idomoneo che dar gli volesse buona
mano de' suoi, intendendo di navigare con essi ad Atene; ed ottenutone un certo
numero, da lui creduto atto alla impresa, andò ad Atene: ed ivi pure impegnò gente a
seguirlo contro Egisto. Prima però volle andare all' oracolo, dal quale ebbe in
risposta che dovesse ammazzare la madre ed Egisto con essa: con che avrebbe
ricuperato il regno paterno. In questa maniera fortificato dall'assicurazione
avuta dal Dio, co' suoi andò a trovare Strofio(2) focese, la cui figliuola era
moglie di Egisto; e che sdegnato con costui tanto per lo sprezzo fatto alla
figliuola, al cui posto nel talamo conjugale avea messa Clitennestra, quanto
pel tradimento fatto ad Agamennone, re di tutti, spontaneamente gli offrì ajuto
contro persone da lui tenute per nimicissime. Onde concertata la cosa insieme
con grosso nerbo di armati girono a Micene, dove essendo Egisto assente prima
di tutto uccisero Clitennestra e molti che ardito avevano di far resistenza;
indi saputo che Egisto ritornava gli tesero imboscata e lo oppressero. Per
questo fatto grande scisma nacque tra il popolo degli Argivi, i quali volgendo
in animo interessi diversi finirono col dividersi in fazioni.



(1) Tutti i Tragici ,
ed altri poeti hanno supposto , che Oreste andasse ad uccidere la madre ed
Egisto non con uomini armati ma con insidie. Ditti solo é quegli che racconta
una spedizione in regola.(2) Similmente Ditti e il solo, che accenni, che
Strofio fosse suocero di Egisto.





Capitolo IV.



Come Menelao andò in Creta con Elena, e tutti correvano a
veder quella donna; e come andò in Creta anche Oreste, già assoluto del
parricidio per giudizio dell' Areopago, e Idomeneo gli fece far pace con
Menelao, il quale poi gli diede Ermione per moglie(1).



Menelao, circa l'epoca che di sopra abbiamo accennata,
approdò in Creta ed ivi(2) seppe quanto era succeduto ad Agamennone e nel suo
regno. E come s'intese che aveva seco Elena, uomini e donne in gran numero da ogni
parte accorsero per veder quella in
grazia della quale quasi tutto il mondo erasi posto in guerra. Ivi tra le altre
cose Menelao raccontò qualmente Teucro cacciato della patria aveva in Cipro
edificata una città nominandola Salamina; e raccontò pure molte mirabili cose
vedute in Egitto e come aveva in quel paese eretto un sepolcro magnifico a
Canopo(3), suo ammiraglio, che era morto pel morso di serpenti. Poi navigò, quando
gli parve tempo, a Micene dove molte macchinazioni fece contro Oreste: se non che
la moltitudine de' popoli gli fece resistenza e dovette desistere, nel
rimanente essendosi stabilito che Oreste difendesse il suo fatto presso gli
Ateniesi, ov'era il consiglio degli Areopagiti tenuto da tutta Grecia per
tribunale severissimo. Innanzi a questi adunque Oreste perorò la sua causa e
venne assolto(4). Ma Erigone(5), che Clitennestra aveva avuta da Egisto, udendo
l' assoluzione data al fratello, tratta da dolor sommo si appiccò; e Mnesteo,
poiché vide Oreste liberato del delitto di parricidio e purgato(6) secondo I'
uso del paese con tutti que' riti, ch'erano soliti adoperarsi per rendere un
tal fatto dimenticato, lo rimise in Micene; ed ivi gli fu conceduto il regno.
Passato poi alcun tempo egli venne in Creta, chiamatovi da Idomeneo; né guari
andò che vi giunse anche Menelao; ed essendosi Oreste aspramente querelato
dello zio per le macchinazioni contro lui fatte e per lo sconcettamento in cui aveva tentato
di metterlo presso il popolo, eccitando a suo danno discordie in varie maniere,
Idomeneo si frappose e li riconciliò insieme: onde ambedue partendo di là
andarono a Sparta. Ivi Menelao, siccome era stato d' accordo, diede in moglie
Ermione ad Oreste(7).



(1) Questo capitolo
contiene, come si vede, un puro episodio; nel seguente I'autore ripiglia
l'ordine della narrazione interrotta.(2) Omero, che dice Menelao essere andato
dal Sunio in Creta, non suppone che ivi intendesse il fatto di Agamennone; ma
racconta essergli stato esposto nell' isola del Faro dal vecchio Proteo.



(3) Pare che questo Canopo desse il nome alla
città di tal nome; Strabone lo dice ianzi apertamente. Alcuni però suppongono
che questo nome sia più antico di Menelao; e che in lingua egiziana Canoboum
volesse dire terra d'oro. Tutti i commentatori parlano di un serpente, che
Eustazio ha detto chiamarsi emmorroide: e intanto il testo dice serpenti.
Potrebbe congetturarsi che considerata la situazione del luogo realmente
l'ammiraglio di Menelao fosse stato vittima di un gruppo di rettili; caso che
non sarebbe raro né presso gli storici nè presso i poeti.(4) Euripide suppone,
che il popolo avesse condannato Oreste ad essere lapidato; e che egli si
salvasse pei consigli di Pilade. (5) Alcuni hanno scritto che Oreste sposasse
Erigone e che ne avesse un figlio di nome Pontilo. (6) A proposito di questa
purgazione di Oreste, Pausanla dice che la pietra che vedesi innanzi al tempio
e chiamasi pietra sacra può essere quella sulla quale nove uomini di Trezene
espiarono Oreste dalla morte data a sua madre. E poco dopo: innanzi al tempio di
Apollo é la cosi detta tenda d' Oreste, poiché prima che fosse purgate della
morte data alla madre nissuno de' Trezenii volle riceverlo in casa sua: ma lo
misero in quel sito ed ivi il purgavano e gli davano a mangiare, finché fosse
espiato. Ed anche oggi i nipoti di quelli che lo espiarono in certi giorni
dell'anno cenano in quel sito. Non lungi da quella tenda furono sepolte le cose
che servirono a purgarlo: e dicesi che vi nascesse sopra un lauro, il quale ivi
si vede tuttora. Dicesi ancora che i Treienii adoperassero molte altre
purgazioni e dell' acqua tolta dall' Ippocrene. (7) Intorno al matrimonio di
Oreste e di Emìone gli scrittori variano. Igino dice che Ermione promessa a Neottolemo
subito dopo la presa di Troja fosse data in isposa ad Oreste; e che Menelao di
poi gliela portasse via, e la desse a Neottolerno. Altri al contrario dicono
che promessa ad Oreste dal padre fosse data a Neottolemo e poi ad esso da
Oreste portata via.





Capitolo V.



Come Ulisse capitò in Creta, e raccontò ad Idomeneo i suoi
errori; e come Idomeneo diede ad Ulisse due navi per andare ad Alcinoo.



Approdò circa quel tempo stesso in Creta Ulisse con due navi
fenicie prese da lui a nolo; perciocché le sue coi compagni e co' soldati che
aveva avuti sotto Troja gli erano state tolte violentemente da Telamone(1), che
gli era nemico per la morte del figlio; ed a stento coll' accortezza sua aveva
potuto scampare egli medesimo dalle insidie di lui. E domandandogli Idomeneo
per quali cagioni foss' egli venuto in tanta miseria, incominciò a narrargli i
suoi errori; come, approdato ad Ismaro, molta preda guerreggiando avesse ivi
fatta e portata seco; e capitato poi al paese de' Lotofagi(2) e per contraria
fortuna di là balzato in Sicilia, molti pericoli avesse incontrati per parte
de' fratelli Ciclope e Lestrigone(3) e de' loro figliuoli Antifate e Polifemo.
Indi per commiserazione di Polifemo, preso da questi in amicizia, aveva tentato
di rapire Arene(3), figliuola del re, innamorata di Elpenore di lui compagno:
del che accortosi il genitore della donzella sopraggiuntolo gliel'aveva per
forza tolta. Di là spinto alle isole Eolie era capitato da Circe, indi da
Calipso, entrambe regine delle isole che abitavano e donne che con vezzi e
carezze loro proprie potentemente innamoravano i loro ospiti. Dalle quali
liberatosi, era giunto a certi luoghi in cui con alcuni sacrifizi per mezzo
delle anime de' morti potevansi conoscere i secreti delle cose future. Ed era
quindi stato agli scogli delle Sirene, d'onde con asluzia era scampato; ed in
fine trovato erasi tra Scilla e Cariddi, ove é mar crudelissimo che
inghiottisce qualunque cosa gli si presenti; e perciò perduto vi aveva molte
navi e i compagni. Nel quale disastroso stato caduto nelle mani de' Fenicj, che
corseggiavano pe' mari, per somma loro misericordia aveva potuto restar salvo.
Avendogli Idomeneo date due navi, conforme gli aveva chiesto, e regalatolo di
molta preda, Ulisse passò ad Alcinoo, re de' Feaci.



(1) Né Omero né Igino
nè Antonio parlano di questa violenza fatta ad Ulisse da Telamone. (2) I
Lotofagi de'quali si parla qui erano abitanti dell'isola Meninge, posta presso
la Sirte minore; e Simbotte dice che anche ai suoi tempi mostravasi colà l'altare
di Ulisse. (3) Se si considera essere più natural cosa che un uomo distinguasi
per un certo siugolar suo carattere che una generazione intera, si vedrà più
vicino alla verità storica che siavi stato un Ciclope ed un Lestrigone che de'
Lestrigoni e de' Ciclopi. Ma questi erano più atti a colpire l' immaginazione,
la quale si pasce volentieri del maraviglioto. Tucidide ha detto:perdendovi la
maggior parie de' suoi compagni. Dicesi che in certa parte della Sicilia
abitassero antichissimamente i Ciclopi e i Lestrigoni, de' quali non posso dire
né la stirpe né donde venissero o dove siano andati. Se si dovesse dar mente
agli Etimologisti, il Dome di Lestrigone vorrebbe dira uomo l'ione, perché
9ecendo Borhnrl Txiestrigon e lo stesso che Laistriecan, che io lingua fenicia
significa liane mordente; e da ciò trae poi il greco leontino: onde i Leontini
di Sicilia furono lestrigoni. II fatto è però che Omero non mette Lestrigoni in
Sicilia. Secondo Plinio le sedi dei Lestrigoni furono ne'contorni di Formia,
verso Gaeta. (3) I commentaiori non sanno onde Ditti abbia tolta la storia di
questa Arene. Tiene racconta che
Ulisse dopo aver accecato Polifemo gli portò via una figliuola, che rhiamavasi
Elpene; ma che poi i Lestrigoni gliela tolsero e la consegnarono al genitore. Il re di cui Arene era figlia chiamnvasi
Polifate. Quando si considera la nostra storia de'tempi di mezzo e le leggende
che di essi ci sono restate, non fa più meraviglia che Ulisse non abbia potuto
o credere o dare ad intendere ogui genere di stravaganza.





Capitolo VI.



Come Ulisse intese de' Proci, che volevano sposare Penelope,
ed andò ad ammazzarli; e come fu ben ricevuto da suoi, e fece sposo Telemaco,
nel qual tempo Idomeneo morì.



Ivi Ulisse a cagione del suo celebre nome fu per molti
giorni benignamente trattato; ed ivi seppe come Penelope da trenta illustri
personaggi di diversi luoghi era domandata in isposa. Erano questi da Zacinto,
dalle Echinadi, da Leucade, da Itaca. Il perchè Ulisse con molte preghiere
sollecitò il re a voler navigare seco ed ajutarlo a vendicare l'ingiuria che
facevaglisi. E poiché vennero sul luogo(1), occultato Ulisse da prima ed
informato Telemaco(2) di quanto preparavasi, entrarono in casa di nascosto e
trovati i Proci gravati dal soverchio vino e dal pasto li ammazzarono(3). Indi
sparsasi per la città la nuova che Ulisse era giunto, i popolani lo ricevettero
con ogni maniera di cortesia e di affetto e lo informarono di quanto in casa
sua era occorso. Su di che estimando egli seco stesso tutto, altri regalò altri
dannò, secondo che s' erano diportati. Di Penelope e della pudicizia sua,
preclara é la fama. Né molto dopo a preghiera ed a conforto di Ulisse fu data
in moglie a Telemaco Nausicaa, figliuola di Alcinoo. In quel tempo Idomeneo,
nostro capitano, morì in Creta, lasciato per successor suo nel regno Merione; e
tre anni dopo che Ulisse fu ritornato a casa, morì Laerte. Nausicaa partorì a
Telemaco un figlio, a cui Ulisse mise nome Ptoliporto(4).



(1) Omero dice che i
Feaciì condussero Ulisse in Itaca e che lo lasciarono ivi solo. Penelope fu
lacedemone e figliuola d'Icario. Questi veggendo che molti aspiravano ad averla
in isposa la propose per premio a chi vincesse alla corsa; ed Ulisse vinse: onde
poi fabbricò dentro Sparta tre templi a Pallade in riconoscenza dell'ajuto che
supponeva essergli stato dato da codesta Dea in tale cimento.(2) Omero dice che
quando Ulisse andò ad Itaca Telemaco trovavasi presso Menelao a Sparta.(3)
Secondo Omero Ulisse uccise dodici ancelle e Melanzio. (4) Altri hanno chiamalo
questo figliuolo Perseptoli: ma Esiodo lo dice nato di Policasta , e non di Nausicaa.
Alcuni poi hanno detto che Perseptoli nacque di Ulisse e di Penelope; e che
Telemaco sposò Circe, o Cassifone, figliuola di Circe.





Capitolo VII.



Come Neottolemo seppe che Peleo, suo avolo, era stato
discacciato dal regno da Acasto; e come mandò ad esplorare le cose; e di ciò,
che gli fu riferito.



Mentre succedevano queste cose in Itaca, Neottolemo ristaurò
presso i Molossi le sue navi sconquassate dalle tempeste; e come ivi udì che
Peleo era stato discacciato dal regno da Acasto, volendo portarsi a vendicare
le ingiurie fatte all' avo suo, mandò prima in Tessaglia ad esplorare lo stato
delle cose due suoi fìdatissimi e in que' luoghi sconosciuti; e questi furono
Crisippo ed Arato. Dove giunti appresero quanto si tentava e facevasi; ed
Assandro, amico di Peleo, gl' informò di tutte le trame di Acasto. Assandro
fuggendo le inique macchinazioni del tiranno erasi riparato presso Peleo; ed
era tanto istrutto de' fatti della famiglia, che egli aveva potuto raccontare a
Crisippo e ad Arato anche l' origine delle nozze di Peleo con Tetide(1), figliuola
di Chirone. In quell' incontro molti re invitati in casa di Chirone a banchetto
avevano la nuova sposa festeggiata e commendata, celebrandola come una Dea; e
chiamando Chirone Nereo e Nereide lei. E siccome ognuno di que' re, ch'erano al
convito, molto distinguevasi chi nel ballo e chi nell' armonia de' versi, così
fu dato loro il nome di Apollo e di Libero, e le donne intervenute furono
nominate Muse; onde a quel tempo quel convito fu chiamato il convito degli Dei.



(1) Tetide, o Teti, è
personaggio famoso Della mitologia. Apollodoro racconta l' origine delle sue
nozze in questa maniera. Peleo sposò anche un' altra donna, e questa fu Teti
figliuola di Nereo, che Giove e Nettuno
si contesero per farsela ognuno di essi sua moglie. Ma avendo Teti predetto che
avrebbe partorito un figliuolo più prestante del padre, Giove abbandonò il
pensiero di quelle nozie. Non manca poi chi scriva che andando Giove per
giacersi con lei, Prometeo gli disse che chi fosse nato da lei avrebbe dominato
in cielo. Ed altri v' ha ancora che dice come Teti fu da Giunone persuasa a
schivar Giove; onde questi sdegnatone volle ch' essa fosse moglie di un
mortale. Quindi per consiglio di Chirone Peleo si mise a studiare il modo di
pigliarla e ritenerla: cosa non facile, perciò ch' essa usava mutarsi in cento
forme diverse, prendendo l'aspetto ora di fiamma, ora d'acqua, ora di qualche
animale. Peleo adunque si mise all' opera, ed avendola una volta potuta
abbrancare, non la lasciò più se prima non ripigliasse la sua forma naturale. Poi
In condusse sul monte Pelio ed ivi a lei si congiunse.





Capitolo VIII.



Come Neottolemo udito il ragguaglio de messi partì a mar
tempestoso; e trovò Peleo: indi accostandosi ai figliuoli di Acasto con frode,
li ammazzò.



Inteso che ebbero i due messi quanto cercavano di sapere,
ritornarono a Neottolemo ed ordinatamente gli riferirono ogni cosa. Il quale,
non ostante che il mare fosse contrario e molti del paese il dissuadessero,
pure allestì la sua squadra e s' imbarcò. Soffrì però molto nella navigazione;
così che gittato al lido delle Sepiadi, che tal nome esse hanno per gli aspri
sassi, perdette quasi tutte le navi e a grande stento scampò con quelli ch'
erano nel legno da lui montato. Ivi egli trovò l' avo suo nascosto in una profonda
e tenebrosa caverna, rifugio preso per salvarsi dalle insidie di Acasto. Peleo
dalla punta di quelle rupi di tratto in tratto spiava se gente giugnesse che alcuna nuova gli recasse del nipote, e
dopo che Neottolemo ebbe dal vecchio inteso lo stato della casa e delle fortune
comuni cominciò a pensare al modo di assaltare i nemici. Seppe per avventura
che Menalippo e Plistene, figliuoli di Acasto, erano venuti in que' luoghi a
cacciare: ond' é che cambiato vestimento e fingendosi locrese, presentossi a que'
due giovani e recò loro la desiderata nuova della propria morte. Quindi unitosi
ad essi nella caccia, ove vide separato dagli altri Menalippo, datogli di
repente addosso, e così poco dopo al fratello gli venne fatto di ammazzarli
entrambi. In traccia de' quali venendo un servo di nome Ciniro, uomo ad essi
fidatissimo, questi cadde nelle mani del giovine; e preso, mentre avvisava non
essere lungi Acasto, fu da lui ucciso.





Capitolo IX.



Come Neottolemo con altra fraude condusse Acasto ove era
Teti; e come dopo esserglisi rimproverate le iniquità commesse gli fu salvata
la vita, e gli restituì il regno; e Neottolemo fu riconosciuto da tutti.



Egli intanto preso abito frigio e fingendo d' essere Mestore
figliuolo di Priamo, che prigioniero di Pirro era capitato navigando a que' luoghi,
andò incontro ad Acasto e gli disse chi egli era; e di più, che Neottolemo
stanco del navigare giacevasi dormendo in una spelonca che gl' indicò. Il che
udito, Acasto che era ansioso di toglier del mondo una persona tanto nemica
corse alla spelonca, dove sulla soglia stessa da Tetide, che a que' luoghi era
capitata cercando di Peleo, istrutta già del fatto, fu obbligato a dare
addietro. Indi rinfacciategli tutte le iniquità commesse contro la casa di
Achille ed ogni disonesta opera sua, ad intercessione di lei fu liberato dalla
morte che il giovane gli preparava, dicendo essa al nipote che non volesse
vendicare con altro sangue le cose avvenute. Laonde vedutosi Acasto contro ogni
speranza salvo, spontaneamente e subito consegnò a Neottolemo tutte le cose del
regno. Quindi il giovine in compagnia dell' avo, di Tetide e degli altri, ch'
erano venuti seco, investito della reale autorità andò alla sede sua, dove da
tutto il popolo e da' vicini, ch' erano soggetti al suo dominio, fu benignamente
e con gran festa ricevuto; e in breve tempo si confermò nell' amore di tutti.





Capitolo X.



Come Ditti dà ragione delle cose raccontate intorno ai fatti
di Neottolemo e di Acasto; e parimente di quelle che riguardano la sorella di
Memnone.



Io feci memoria di tutte queste cose avendole udite da
Neottolemo stesso, chiamato presso di lui in occasione che condusse sposa
Ermione, figliuola di Menelao. Seppi pure da esso lui quanto concerne le
reliquie di Memnone e come le sue ossa furono consegnate in Rodi(1) a coloro i
quali nell'andare a Troja con Fala, ammiraglio di Memnone, dopo che Fala fu
ucciso e tutto il convoglio fu derubato, s' erano ivi fermati; e come ancora
Imera, sorella di Memnone, che alcuni chiamavano Emera, nome della madre,
andata colà in traccia del cadavere del fratello, trovatene le reliquie ed
inteso il rubamento di quanto era del morto, desiderando di ricuperare le une
cose e le altre, per interposizione de' Fenicj , che moltissimi di essi erano
stati in quell'esercito, avea potuto scegliere tra l'avere le cose rubate e le
reliquie del fratello. Essa preferita la ragione del sangue si accontentò di
queste ultime, e coll' urna andò in Fenicia; d'onde poi passata a Pallioca,
paese di lei, diede sepoltura alle medesime; né più essa si vide. Su di che tre
opinioni corsero: cioé, o che dopo il tramonto del sole insieme colla madre
Emera scomparisse dal cospetto degli uomini; o che punta sopra ogni misura dal
dolore che cagionato le aveva la morte del fratello, precipitasse in deserto luogo
da qualche rupe; o che fosse a tradimento ammazzata da que' del paese per
appropriarsi essi le robe che aveva seco. Queste sono le cose che intorno a
Memnone e a sua sorella io intesi da Neottolemo(2).



(1) Il testo dice
Pafo: questo sembra un errore introdottosi dai copisti, poiché si disse già che
i soldati condotti da Fala s'erano stabiliti in Rodi. (2) Madama Dacier
dichiara non saper dire d'onde Ditti abbia tolta la storia di questa sorella di
Memnone; e merita attenzione il modo, con cui essa spiega il nome dato a questa
sorella. Memnone, dic'essa, fu figliuolo dell' Aurora: dietro l'Aurora viene il
giorno; e i Greci chiamano il giorno Emera. Così l' Aurora ebbe una figliuola,
e Memnone una sorella. Madama Dacier si é dimenticata di spiegare come l'Aurora
abbia avuto un figliuolo, che fu Memnone. Bensì osserva che Ditti dopo avere da
principio detto che Memnone era figliuolo di Aurora, qui lo dica figliuolo di
Emera. Essa non ha potuto figurarsi che Memnone fosse nato veramente da una
donna, come tutti gli altri uomini, la quale poteva aver nome /f urini et Emera: piuttosto che da un essere mitologico, (i) Nissun
antico Geografo ha parlato di Paliochi, o Patioca. Forse i copisti hanno
alterato questo nome. Giuseppe Flavio suppone il sepolcro di Memnone in Galilea
sopra il fiume Beleam presso Tolemmaide. Strabone lo mette sul fiume Raduni
presso Patto, città della Siria. Altri in Ellesponto, altri in Etiopia. Nissuuo
dee meravigliarsi di queste inesattezza, quando consideri che in tre mila anni
si sono cambiate lingue, dominazioni e generazioni
.





Capitolo XI.



Come Ditti andò all'oracolo per aver rimedio contro le
locuste che desolavano Creta e della risposta che vi ebbe; e come essa si
verificò.



Un anno appresso partii di Creta per pubblica commissione e
con due altri andai all' oracolo di Apollo per domandare rimedio ad una
sopraggiunta calamità. E la calamità fu che all' improvviso, senza che se ne
intendesse la cagione, tanta moltitudine di locuste venne a piombare sull'
isola che fu distrutto ogni frutto della campagna. Ed alle nostre caldissime
preci, congiunte a sacrifizj , s'ebbe per risposta che coll' ajuto divino quegli
animali sarebbero morti e l'isola in breve ridonderebbe d' ogni raccolta di
cose. Indi desiderando di navigare, ne fummo dissuasi da quelli di Delfo,
dicendoci che il tempo non era opportuno e che altrimenti ce ne sarebbe venuta
ruina. Ma Licofrone ed Isseo, che meco erano venuti a consultare l'oracolo,
ebbero a sprezzo il consiglio; e montati in nave a mezzo viaggio incirca morirono
percossi da fulmine. Intanto, siccome era stato predetto dal Dio, per quel
medesimo colpo di fulmine la violenza del male fu sedata ed affogata nel mare.
Tutto il paese poi fu pieno di biade e di ogni altro prodotto.





Capitolo XII.



Come andato Neottolemo a Delfo, Ermione, sua moglie, volle
vendicarsi di Andromaca, che godeva il favore del marito; e chiamato a lei
Menelao gli propose di ammazzare il figlio di Andromaca, la quale scampò il
pericolo coll' ajuto del popolo.



Circa quel tempo medesimo Neottolemo, confermato avendo già
il matrimonio suo con Ermione, andò a Delfi per ringraziare il Dio(1), perché
conceduto avesse la vendetta della morte di suo padre contro Alessandro. Egli
partendo aveva lasciata in casa Andromaca col figliuol suo Laodamante, il solo
che restava del sangue di Ettore(2). Ma Ermione dopo la partenza del marito,
covando già in petto altissimo dolore per la grazia che godeva la schiava
presso Neottolemo né a ciò potendosi in alcun modo acconciare, mandò a pregar
suo padre Menelao onde venisse a lei; al quale, tosto che egli fu giunto, aprì
l'animo suo querelandosi della ingiuria che le veniva fatta dal marito col
preporle nell' amore quella schiava; e volle indurlo ad ammazzare il figlio di
Ettore. Ma Andromaca penetrato tal disegno di Ermione poté sottrarsi da tanto
pericolo, liberatane coll' ajuto de' popolani i quali mossi a pietà per le
disgrazie di lei coprirono di contumelie Menelao e a stento si ritennero dal
mettergli le mani addosso.



(1) Altri, e sono gli
Scoliasti di Pindaro, di Euripide e di Omero, supposero che Neottolemo andasse
a Delfo per consultare l' oracolo sopra la sterilità di Ermione. Euripide dice
ch' andò a Delfo per placare Apollo, coutro cui avrà fatte querele per la morte
del padre. Strabone riguarda come più probabile l' opinione di quelli i quali dissero che Neottolemo era andato a
Delfo per saccheggiare il tempio.(2) Stando ad Euripide, questo figliuolo
sarebbe stato, non di Ettore ma di Neottolemo, e di nome Molosso.





Capitolo XIII.



Come Oreste incoraggiò Menelao all' impresa contro Neottolemo;
e Menelao vedendo le insidie di Oreste tornò a Sparta: e come Neottolemo fu
trovato morto; ed Oreste sposò Ermione; e Teti e Peleo salvarono la prole che
Andromaca era per dare a Neottolemo.



Capitato colà in quel tempo Oreste ed informato della cosa,
fece animo a Menelao a proseguire nell' ideato disegno, dolente, che Neottolemo
gli avesse tolto il tratto nello sposare Ermione; ed incominciò a pensare di
tendere insidie al medesimo quando fosse ritornato. Adunque per prima cosa
mandò alcuni suoi fidati a Delfo perché gli sapessero dire quando egli fosse
per giungere. Menelao volendo esser fuori di quella briga ritornò a Sparta; e
intanto i messi spediti a Delfo vennero riferendo che Neottolemo non era colà:
il che obbligò Oreste ad andare egli in persona a cercarlo. Oreste ritornò il
giorno stesso in cui era partito e, secondo che ne corse voce, spedito l'affare
che si era proposto. Pochi giorni poi dopo si sparse la nuova che Neottolemo
era morto; e dissero tutti, e si diffuse pel popolo, essere morto vittima delle
insidie di Oreste(1). E come la cosa fu assicurata, Oreste si prese per moglie
Ermione che prima gli era stata promessa; e se ne andò a Micene. Peleo intanto
e Tetide, intesa la morte del nipote, andati a riconoscere il fatto seppero
essere esso stato sepolto in Delfo; ed ivi gli fecero, com'é di costume, i
funerali; e seppero essere esso morto in quel luogo in cui Oreste non era stato veduto. Ma il
popolo non diede credenza a tal fatto: tanta era la preconcetta opinione di
tutti riguardo alle insidie di quell' ammazzatore di sua madre. Del resto tosto
che Tetide vide che Ermione si era congiunta con Oreste mandò Andromaca già incinta(2) di Neottolemo a
partorire tra i Molossi in una casa che Neottolemo aveva colà; così provvedendo
che né Oreste né sua moglie avessero modo di ammazzare la prole.



(1 )Euripide suppone
cha Neottolemo fosse ucciso da Orette entro lo stesso tempio di Delfo. Tutti
haouo detto cbe Neottolemo fu sepolto in Delfo. Igino solo disse che le sue
osta erano state sparse per Ambracia: al che piacque ad Ovidio di alludere.(2)
Gii antichi diedero ad Andromaca tre figliuoli avuti da Pirro, cioè Pirro,
Molosso ed Eacide; o come altri dicono, Pergamo, Molosso e Pitia. Euripide però
glie ne dà un solo, Molosso .





Capitolo XIV.



Come Ulisse fece brutti sogni, e chiamò gl' indovini, i
quali gli dissero, che suo figlio lo avrebbe ammazzato. E come Telemaco fu mandato
in Cefalonia, ed Ulisse andò a ritirarsi molto dentro il paese.



Circa il medesimo tempo Ulisse, atterrito dai frequenti
pronostici e sogni sinistri che il tormentavano, da ogni parte chiamò a sé chi
sapesse interpretarli; ed a codesti indovini si mise a riferire come fra le
altre cose soventi volte gli era parso di vedere un simulacro di volto tra
l'umano e il divino(1), stupendamente bello, venirgli in un subito innanzi da
uno stesso luogo; il quale, avendo egli sommo desiderio di abbracciarlo e
porgendoli le braccia, gli aveva risposto con voce umana essere sacrilego tale
abbracciamento, perciocché erano entrambi dello stesso sangue e della origine
stessa; e che uno dei due morir doveva per opera dell' altro. E pensando egli sempre
più vivamente e desiderando di sapere la cagione di tal cosa, eragli paruto che
dal mare fosse venuto fuori un non so che, il quale al comando di quel simulacro
erasi lanciato contro lui e li aveva separati entrambi. Tutti coloro ch' erano
stati chiamati a consulta dissero concordemente che la cosa era mortale; e lo
avvisarono che si guardasse dalle insidie del figlio. Laonde, fatto per ciò
Telemaco sospetto a suo padre, venne relegato nelle campagne di Cefalonia e vi
furono aggiunti fidatissimi custodi; ed Ulisse medesimo per evitare il
pronostico di sì cattivi sogni andò a rimpiattarsi in luoghi solinghi ed assai
rimoti.



(1) Questo simulacro
di volto Ira l'umano e il divino rappresentava Telegono, nato da uom mortale,
Ulisse, e da una Dea, Circe. ln Omero Tiresia, indovino famoso, aveva detto ad
Ulisse che la morte verrebbe a lui dal mare. Ed altri poeti hanno ripetuto il
presagio dell' osso o spina di pesce con
cui sarebbe stato ferito. Omero però suppone che Ulisse fosse morto dì
vecchiezza; e perciò Luciano fa dire alla Podagra ch' essa é quella, e non la
spina di tortore, che ammazzò Ulisse. Eusiazio dice che l'asta, o dardo che
fosse, di Telegono gli era stata fabbricata da Vulcano; che la sua punta era d'
osso di tortore marina e l' altra parte era d' oro e di diamante. Igino
racconta il fatto come siegue: Telegono, figliuolo di Ulisse e di Circe, dalla
madre mandato a cercare il padre, fu da una burrasca portato in Itaca, ed ivi
fonato dalla fame si mise a dare il sacco al paese. Accorsero Ulisse e Telemaco;
e vennero alle mani con lui, che non conoscevano e da cui non erano conosciuti.
In quella mischia Ulisse fu ucciso da Telegono, Oppiano scrisse che Telegono
uccise Ulisse mentre questi voleva impedirgli di portar via gli armenti che
aveva presi.







Capitolo XV.



Come Telegono andò a cercare suo padre Ulisse; e pervenuto
in Itaca, volendo vederlo le guardie glielo impedirono, ond' egli ne uccise
alcune; e come accorso Ulisse fu, non conosciuto, ferito a morte dal figliuolo.



Ma sorse intanto Telegono, che avuto da Ulisse Circe aveva
educato nell' isola Eea; e venuto giovinetto si mosse a cercare suo padre. Andò
egli in Itaca, portando in mano una specie d' asta la cui cima era armata di un
osso di tortore marina, insegna dell' isola nella quale egli era stato generato;
ed informatosi ove Ulisse fosse, si portò colà. Ma i custodi della campagna gli
vietarono d'inoltrarsi; su di che con grande forza insistendo egli e vedendosi
sempre più respinto, incominciò a gridare contro 1' indegnità usatagli
d'impedirgli che potesse abbracciare il genitore. Per lo che assai più fu
creduto che fosse Telemaco e che venisse per attentare alla vita del re: onde
con più veemenza gli si resistette, niuno sapendo che Ulisse avesse un altro
figliuolo. Il giovine intanto, vedendo che sempre più vivamente venivagli fatta
forza per respingerlo lontano, tratto da aspro dolore uccise molti custodi e
molti ne ferì. Le quali cose tutte avendo Ulisse intese, pensando che quel
giovine fosse uno sgherro mandato da Telemaco, uscito fuori, scagliò contro
Telegono una lancia ch' egli era solito portare per ogni caso in propria
difesa; il cui colpo avendo il giovine per certa combinazione schivato, questi
vibrò contro il genitore 1' asta che portava e ne vide ampio l' effetto. Ulisse
caduto a terra per quel colpo seco stesso si rallegrò della sua fortuna e si
chiamò avventurato, poiché moriva per mano di uomo estraneo; ed il carissimo
suo Telemaco era. puro da parricidio. Poi raccogliendo il fiato che gli restava
domandò al giovine chi egli fosse o dove nato, e come avesse avuto ardimento di
uccidere Ulisse figliuolo di Laerte, uomo inclito in pace e in guerra. Allora
Telegono, riconosciuto il genitore, con ambe le mani lacerandosi capegli e
faccia, in alto pianto miserabilmente proruppe, da orrenda angoscia colto per
la morte data al padre. E detto ad Ulisse, siccome ne lo aveva ricercato, il
nome suo e quello della madre, ed accennata l'isola nella quale era nato e
mostrata l'insegna dell' asta, ricordando quegli la forza de' sogni avuti e la
predizione degl'indovini, ferito da chi punto non s'aspettava, il terzo giorno
dopo che questo fatto era accaduto mancò di vita, in età invero provetta ma non
senza gagliardia di forze.






Fine Della Guerra Trojana




Scritta Da Ditti Cretese.








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