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lavoro pubblicato martedì 18 settembre 2012
ultima lettura sabato 30 novembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Lo Scrittore

di Peppone. Letto 739 volte. Dallo scaffale Fantasia

Gli scrittori spesso traggono la loro ispirazione da quel calamaio di inchiostro colorato che è la fantasia umana, forse questo scrittore nel sedersi al suo tavolo di lavoro per trascrivere le sue idee su carta non si è accorto che sta per usare un po tro

Lo scrittore

Gli scrittori spesso traggono la loro ispirazione da quel calamaio di inchiostro colorato che è la fantasia umana, forse questo scrittore nel sedersi al suo tavolo di lavoro per trascrivere le sue idee su carta non si è accorto che sta per usare un po troppo di questo prezioso fluido.

Tutto comincia da un sogno del suo personaggio.

“Conosco i miei limiti, ma ne tu ne nessun altro potrete mai fermarmi. Ho in me il potere di sconfiggervi e ho delle doti incredibili, nulla che la vostra limitata ottusa testaccia possa comprendere, io sono…” il giovane Gius si sveglia di soprassalto fra le sue coperte, nella camera da letto ove dormiva da quando era piccolo.

Era a casa sua, doveva aver sognato. Non c’è altra spiegazione, ma quel sogno era veramente realistico difatti sentiva di viverlo in prima persona e quella voce era la sua, ma si rasserenò.

I sogni sono solo sogni.

La mattina, calda e assolata, lo sveglia.

“E’ ora di alzarsi” bisbigliò assonnato.

Si mise in piedi e andò in bagno.

Si susseguì una serie di gesti abitudinari, quasi meccanici, come quello di guardarsi allo specchio.

“Ma! Cosa sta succedendo?”.

Perché aveva quell’espressione così stranita? Certamente la mattina notoriamente non dona facce sveglie, ma quelle erano smorfie di paura.

“Il mio occhio” sobbalzò sul posto, poi urlando corse dai suoi in cucina.

“Il mio occhio. Guardate il mio occhio!” Urlò una volta lì ma non vi trovò nessuno.

“Mamma, Papà, Giov” si disperò poiché abbandonato con un bulbo oculare che era diventato di un’intensa e sanguigna tonalità di viola.

Per le strade la mattina accoglie una città cambiata.

“Gius, hai visto che è successo?” era Cristina, la sua ragazza, dall’aspetto evidentemente affaticata per una lunga corsa, entrò senza invito in casa del giovane, non era una pratica inconsueta, ma quel giorno era uno strano giorno.

“Gius, dove siete tutti” la ragazza prese a girare per le stanze.

“Dobbiamo scappare, l’esercito è intervenuto c’è un casino terribile, Gius” urlò spaventata.

Il fidanzato gli apparve davanti e non era solo il suo occhio a essere viola, ma anche il braccio sinistro, parte del collo e strane formazioni ossee e squamose ne fuoriuscivano.

“Cris” esordì lui con strana e rauca voce.

La vedeva rabbrividire a e la esortò a fuggire: “Devi scappare loro ti vedono se stai qui, loro ti sentono” .

Si accorse che stava per reagire e la zittì: “Non parlare vai dove sai di dover andare, dove avresti portato pure me, ma io non sono più esattamente me stesso” parlava come se non fosse mai stato normale, come se avesse perfetta percezione del contingente.

La televisione accesa in soggiorno trasmetteva un’edizione straordinaria del notiziario: “Le autorità non sanno dare risposte, gli sfollati sono centinaia, la città e devastata, vengono allestiti rifugi e centri assistenza in zone sicure fuori dal perimetro interessato…” interferenze bloccarono il segnale.

“Dove sono i tuoi genitori, che ti è successo?”.

Evidentemente il primo quesito era finalizzato a capire se avesse o meno ucciso la sua famiglia, in virtù della sua risposta si sarebbe comportata di conseguenza.

“Non lo so”, fu rincuorata.

“Sono solo, solo e deforme, scappa, non sei al sicuro”.

“Potresti farmi del male?” chiese lei dubbiosa e stranamente incuriosita. Lui era invece stupito della tanta noncuranza con la quale lei gli si rivolgeva, ma comunque rispose: “Mai, io ti amo, lo sai, ma non” si interruppe e fissò la ragazza con ancor più sospetto, poiché adesso questa sorrideva con sordido ghigno.

“Dov’è lei, dove l’avete portata?” prese a parlare con calma inquisitoria.

“Bravo che intuito stai presto sviluppando le tue doti e sarai all’altezza di stare con noi, sempre che tu voglia rivedere viva e in salute questa femmina”.

“Lo sapevo” si rimproverò Gius “Ho parlato troppo ma sono un mostro mutante da sole due ore, mi si dia almeno il tempo” non fece in tempo a terminare la frase quando la sua mutata mano si era insinuata tramite la cavità oculare nell’apparato celebrale della creatura.

“So dove sei”.

Caos per le strade.

Sub creature melmose e vermiformi infestano numerose le strade divorando i malcapitati che non avevano necessaria preparazione atletica.

Gius è in strada, annusa l’aria, si accorge di aver un vero e proprio sensore cercapersone al posto delle narici.

“I miei sono vivi, sono con altra gente, a ovest, verso il mare si va bene, Cri, non la sento. Tutto torna, intanto devo pulire po’ il passaggio”.

Impugna un palo al quale era avvitato un segnale di divieto di sosta, si sentiva forte e lo estirpò dalla base di cemento.

Nel luogo ove era stato impiantato il rifugio si radunò tutta la cittadinanza spaventata e incredula. Le urla degli adulti si confondevano ai pianti dei più piccoli, amici e parenti si ricercavano vicendevolmente sbracciandosi nella folla, spesso invano.

Illimitato il numero dei feriti e la paura, la rabbia nonché l’opprimente sensazione di impotenza attanagliavano gli animi di tutti, adesso tesi ad ascoltare speranzosi le parole di quello che sembrava essere un generale o comunque una persona importante.

“Ascoltatemi tutti” esordì l’autorità urlando in un megafono.

Quest’ultimo si decise a non dire, come comune abitudine nei momenti di crisi, che la situazione era sotto controllo.

“Vi dirò la verità, non sappiamo cosa stia accadendo, ma qui siamo la sicuro” un attimo di pausa

“Quelle creature sbucate dal suolo non sembrano aver fatto breccia in questa zona, siamo protetti dagli edifici che chiudono tutt’attorno il porto e le nostre forze sono ben disposte nella perimetro, inoltre stiamo cercando di organizzare dei traghetti per trasportavi in zone più sicure”.

Un discorso coerente e veritiero, ma il rifugio è preso d’assedio dalle viscose e fameliche creature. La risposta delle forze armate è immediata ma non reggeranno.

“Verme più verme fa un schifissimo vermone” disse canzonante dopo averne impalato uno e conficcatogliene, di peso, sopra un altro.

Il tragitto verso la zona portuale veniva da lui percorso rapidamente ma era continuamente ostacolato.

Resosi conto che non avrebbe più potuto perdere tempo si mise a correre a perdifiato.

Nello slancio si accorse di aver sviluppato una incredibile potenza di spinta, era molto veloce, ma percepiva che quella strane e impressionante metamorfosi continuava il suo ciclo evolutivo.

Strappò la maglietta del pigiama che ancora aveva indosso e si accorse con terrore che non vi era più un lembo di pelle che non fosse violastro e squamoso.

“Sto diventando uno schiferrimo” ironizzò per allontanare la paura, non c’è tempo per paura e dubbi, c’è chi ha bisogno di lui.

“Bravo maestro sei forte” un esserino fatto di fumo scuro comparve sulla sua spalla.

“Chi sei, non sai che fai male alla salute? Cercati un posacenere” ormai nulla lo intimoriva.

“Maestro ora che siete un apocalittico avete diritto a un attendente, io modestamente sono il migliore, il più esperto, sono stato ai servizi dei più grandi dittatori e condottieri della storia, offrendo loro i miei consigli e i miei servigi”, “Un tipetto raccomandabile, vero, ma io non sono uno di loro”.

“Maestro forse ancora avete sembianti e coscienza umani, ma non vi preoccupate, non appena sarà ultimato il processo si metterà tutto per il meglio e i piani saranno compiuti. Non vi accorgete di quanto vi appaia naturale la situazione che state affrontando, siete nato in previsione di ciò ”.

Sebbene si fosse impegnato in quell’improbabile dialogo con una superba nuvoletta di fumo, non rallentava il passo.

“Ma dimmi fumetto, predestinazioni a parte, questa incursione, queste trasformazioni, tutto questo insomma, come mai lo avete pensato così da un momento all’altro?”.

“Ma no, da secoli ci siamo preparati, pensate alle grandi catastrofi che hanno percorso la storia dei vostri simili umani dall’inizio dei tempi. L’era glaciale, le esplosioni vulcaniche, le malattie, le guerre espansionistiche, la nascita del mercato e della finanza, abbiamo destrutturato la fibra del genere umano fin dall’inizio e voi vi siete fatti plagiare senza opporre troppa resistenza”.

Gius apparve disinteressato, non aveva ricevuto la risposta che cercava, effettivamente non aveva posto bene il quesito: “Senti, venticello fuligginoso, chi è che gestisce la baracca”, “Maestro un apocalittico del vostro rango non può parlare così dei ministri della Setta Sotterranea, ne siete rappresentante ufficiale per diritto ereditario”.

“Quindi fammi capire, terremoti, inondazioni, catastrofi, deragliamenti, disastri e via dicendo sono tutti frutto dei complotto della Setta, dico bene?”, “Ma maestro, non mi ascoltate, voi ne siete membro”, “Si si ho capito, sangue demoniaco e robaccia simile”.

La sua strafottenza e il suo sangue freddo lo avevano sempre aiutato nel corso della vita, il suo motto era quello di non prendere nulla troppo sul serio, altrimenti, a suo dire, avrebbe potuto rischiare di reagire troppo negativamente ai risvolti negativi da affrontare giornalmente.

“Ma no, io ho una famiglia amorevole e sono felice, salvo loro e poi vado a liberare Cris, senti se sei al mio servizio devi scegliere di aiutarmi qualunque sia il mio proposito oppure ritorna pure nel tuo comignolo”.

Capiva che la mutazione che stava vivendo lo trascinava lentamente verso, ma riesce ancora a controllarla e a rimanere cosciente, anche se sente la sua umanità sfuggirgli dalle dita.

“Maestro io starò con voi, non posso fare altrimenti”, “Bravo, allora senti, io so che c’è una sorta di base da qualche parte in mare, se mi dai la posizione precisa e qualche informazione unica mi alleggerisci il lavoro”.

Le forze militari stanno cedendo, le perdite umane in aumento, lo spettacolo di distruzione e goduto con sadico ghigno da un mostruoso figuro dalla pelle viola e ricoperta da scure e spesse placche squamose. Stringeva un curioso amuleto nella ruvida e rugosa mano destra, non era che una pietra grezza simile all’ossidiana nella sua superficie nera e lucida.

L’orrido spettatore stava appollaiato su un braccio di una gru del porto, il perché di tale scomoda posizione potrebbe essere additabile a una malsana necessità di teatralità insita nelle psiche più sordide e malate. Dall’espressione era visibile il piacere che provava nell’incutere ulteriore timore in coloro che alzando lo sguardo al cielo invece di scorgere un angelo di misericordia lo avrebbero visto li seduto come corvo in attesa di carcasse fresche.

Cambiò la sua espressione nel momento in cui vide le sue belve venire velocemente sconfitte da una sfuggente figura colorata che di tutto ciò che lo circondava sapeva ottenere ottime armi, dai parafanghi delle automobili, alle antiche ancore da esposizione.

Si pentì, il malefico corvaccio, di essersi scelto un tanto appariscente punto di osservazione, nel momento in cui uno pneumatico con tanto di cerchione il lega, lanciato a guisa di peso dopo tre giri di spinta, lo colpì in pieno sterno stordendolo e facendolo piombare nelle acque del porto.

Nella caduta, il mostro, perde la pietra che dispersa anch’essa nelle acque perde quello che evidentemente era il suo potere di controllo, difatti, le verminose creature sparse ovunque in città prendono a fuggire spaventate nei solchi da dove erano affiorate solo poche terribili ore prima.

Un’ondata di festeggiamenti seguirono il silenzio più totale della folla incredula.

Il padre e la madre di Gius alla ricerca dei figli, videro un uomo che di spalle assomigliava al loro secondogenito. Si affrettarono in sua direzione chiamandolo a gran voce, poiché più si avvicinavano, più gli sembrava familiare, certo, non potevano sbagliarsi era Gius.

La felicità di averlo ritrovato diede velocità ai loro passi, ma il figlio, accortosi di loro raccogliendo un impermeabile da terra provvedette a coprirsi come meglio poteva.

I genitori lo raggiunsero e lo abbracciarono, ma subito si accorsero della sua mutata forma e di quel batuffolo di fumo che gli ronzava attorno, ebbero paura.

“No, sono io, non vi preoccupate”. La madre involontariamente scoppiò in lacrime, il padre cercò qualche risposta, voleva capire cosa gli fosse accaduto, chi lo avesse ridotto così, aveva capito che era davvero il figlio e istintivamente cominciò a cercare una soluzione logica per provvedere, ma il tutto non si ridusse che a una serie di idee e affermazioni alquanto confuse.

Gius lo interruppe bruscamente: “Pa dov’è Giov” chiese ansioso.

Il rattristito genitore, quasi dimenticatosi dell’aspetto del ragazzo prese a raccontare che dopo una lunga serie di terremoti, il figlio maggiore, uscito di casa per rendersi conto di cosa stesse accadendo, venne preso da uno di quei mostri.

“Preso? Papà, preso, mangiato, catturato e poi da chi da un vermone, da uno che assomigliava a me”.

Parlava al padre con estrema freddezza e si riferiva all’ipotesi del fratello morto come se non gli interessasse: “Dai parla, forse posso fare qualcosa”, “Si, l’ho visto io” intervenne la madre: “Lo ha rapito, era come, come” non riusciva a dirgli che gli rassomigliava.

“Va bene, sentite, fidatevi di me, qui siete al sicuro adesso, io so cosa fare, non fatemi domande, non saprei che dirvi, state al riparo, risolveremo anche questa”.

Il padre attingendo a tutto il suo sconfinato amore genitoriale strinse forte a se Gius.

La madre asciugate le lacrime lo baciò affettuosamente sulla fronte, sebbene al contatto era ispida e rugosa sulle labbra. Quella forte stretta protettiva e quel bacio, conferirono al suo cuore rinnovato calore umano tanto che per la commozione si rese conto di aver versato una lacrima.

Un brivido lo attraversò, quella cappa opprimente che fino ad un attimo prima stava ottenebrandogli i pensieri si andava diradando.

“Papà, ora devo andare”, un ultimo saluto ai suoi cari prima di correre via.

“Maestro dovete recuperare il talismano” riprese a parlare il fumoso aiutante.

“Cosa, dove, come, rapido non perdiamoci in particolari”, “Maestro, non avete visto cadere dalla mano di quel apocalittico, che avete tanto bizzarramente abbattuto, un oggetto, che poi è caduto in acqua?”.

Gius fermo sulla banchina del porto guardava le melmose e stagnanti acque portuali.

“No li dentro no” prese a ironizzare “Potrebbe spuntarmi il terzo occhio, no mi contento di questo sano colorito”, “Maestro non siate assurdo, per riceviate il dono del terzo occhio dovreste compiere prove iniziatiche per cent’anni umani”. Guardò disgustato la nuvoletta.

“Non perderti in chiacchiere, rispondi, rapido”, “Prendete la pietra e ottenete potere di controllo sulle creature sotterranee, si la pietra la vedo, non la vedete risplendere di luce oscura? Tuffatevi presto”.

“Si ma poi andiamo subito alla base, capito”.

Si tuffò, con sgradevole sensazione al contatto con il liquido verdastro, individuò il bagliore e nel momento di stringere l’oggetto ebbe un’esitazione.

“La mia mano, sta ulteriormente mutando”, “Maestro” sentì nella sua mente le parole dell’attendente: “Maestro prendetela, dovete correre dei rischi se volete salvare i vostri congiunti”.

Non era convinto da quel discorso, capì di poter resistere a lungo in apnea e prese per se un po’ di tempo per riflettere.

“Tu, caro fumetto, oltre a leggere nel mio pensiero, punti a farmi diventare un ottimo apocalittico, pensi che non lo abbia capito, vuoi aggiungermi alla lista dei tuoi successi, ma per questa volta

faresti meglio a passare la mano”.

Il talismano rimase nel fondale del porto, lui risalì in superficie. “Fumetto, non tentare mai più di trarmi in inganno”, “Perdonate maestro” gli si accostò servile: “Non era mia intenzione”.

“Mannaggia con questo giochetto la situazione è peggiorata, parla ora c’è la possibilità una volta li dentro di invertire il processo”, “Si” rispose senza più alcuno indugio: “Dovrete distruggere il nostro generatore di onde, tramite queste si risveglia il sangue apocalittico nei predestinati.

“Ma quanto siete scontati, ma non potevate evitare di comportarvi come i cattivi dei videogiochi, insomma millenni di catastrofi, secoli di pianificazione e andate a proclamare apocalittico, sulla stupidità di questi nomi potremmo avere molto di cui discutere, comunque, l’unico che non dovevate, magari mi attirate in trappola rapendo persone a cui voglio bene, si molto carino ma è un cliché spaventosamente vecchio, ma li avete scritti voi tutti quei fumetti e quei romanzi che riportavano la stessa trama, aspetta fumetto, scherzi a parte, perché io sono predestinato e mio fratello no, o altri membri della mia famiglia”, “Maestro perdonatemi ho perso il filo del vostro discorso, se volete proseguire sarò lieto di farvi da guida, ma per favore, smettete di blaterare”.

Gius fu divertito, poi, seguendo precedenti istruzioni, a nuoto raggiunse un punto preciso a 600 metri dalla riva e si immerse.

“Vedete quelle luci in profondità?” l’altro confermò, “Offrite la mano destra ala lucentezza”.

Gius allungò il braccio e immediatamente una forza attraente lo risucchio velocemente all’interno di una grotta sottomarina.

“Ok nuvoletto, direzioni”. L’aiutante lo guidò per anfratti abbastanza sicuri all’interno di quel labirintico nodo di condotti sotterranei e subacquei.

Si stava spazientendo poiché il punto d’arrivo tardava a farsi raggiungere.

“Cris, Cris sei tu, è tutto buio e non vedo niente”, “Ma chi sei, chi sei”, “Giov, sono Giov”, “Ma che è successo, chi ci ha portato qui?”.

Il ragazzo, di cinque anni più grande del fratello, si accostò allora alla ragazza: “Non so che dirti, mi hanno rapito per la strada e poi, nulla mi sono svegliato da poco, qui dentro e ti ho sentita”.

Cris lo abbracciò cercando in lui conforto.

“Maestro manca poco” lo informò l’attendente, ma Gius non gli prestava attenzione, più si inoltrava in quei cunicoli più la rabbia lo invadeva, era come se un’insostenibile irrequietezza lo prendesse da dentro, la mutazione, evidentemente, stava degenerando.

“Bastardo, mi stai facendo perdere tempo” inveì furioso, “Ma no maestro ecco, entriamo in quel tunnel a destra, c’è una camera naturale li ci sono vostri cari”.

Entrò con nevrotico scatto nello scuro ambiente, i suoi occhi, però, squarciavano la cortina tenebrosa.

Non fu lieto di ciò che vide, poiché in quello stato di crescente nervosismo non affrontò lucidamente l’immagine del fratello che stringeva forte a se la sua ragazza, anche perché era sempre stato costume di quest’ultimo, nel corso della sua vita, sfruttare ogni buon pretesto per stare con una donna, ma ovviamente non era quello il caso.

“Giov” esordì a denti stretti: “Staccati subito”. I due sciogliendo l’abbraccio lo fissavano terrorizzati e attoniti. “Che avete paura” continuò irritato: “Che c’è Cris no ti piaccio più, ma come, finalmente ho perso qualche chilo come volevi tu” a questo punto non era più in se e dalle sue spalle la palla di fumo gioiva del fatto che ormai la trasformazione era quasi giunta a termine.

“Gius che ti è preso, che ti hanno fatto” tentò di rapportarsi Giov, ma il suo fratellino non cera più.

“Aspetta caro scrittore, non andare avanti”, “Ma che diamine succede, chi è che si è inserito nel mio portatile, non sono mica in chat!”, “Ma no, nessuna chat, senti un pò te lo dico io che succede, mi ravvedo, li salvo, ammazzo tutti, distruggo tutto, sono a un passo dal baratro ma un aiuto improvviso di qualcuno che sembra un nemico, ma che invece è amico, non lo uno qualsiasi, a tua preferenza, mi salva scappiamo, ci ricongiungiamo, abbracci lacrime, finale a effetto, oppure vuoi fare un finale a sorpresa con me che mi sveglio in camera mia e si scopre che il tutto non è altro che quel sogno che stavo facendo all’inizio, sei scontatuccio come scrittore, per non parlare dei verbi sbagliati, della punteggiatura, delle discontinuità nella trama, non si scrive così”.

“Razza di impudente, mi hai rovinato il finale ahahahahaha e poi, questa è una bozza, dammi tempo”, “Ahahahaha sei simpatico scrittore”, “Mi chiamo Giuseppe”, “A ecco il Gius, non mi piace troppo come nome”, “Si lo so doveva essere provvisorio, te l’ho detto, una bozza, era tanto per scrivere qualcosa, ma come ti sei accorto di essere un personaggio”, “Ma sai, c’erano troppe incongruenze, cose strane e inoltre tentando di farmi sembrare incredibilmente arguto mi hai fatto nascere, tu stesso, certi sospetti e, alla fine tutto mi è stato chiaro”.

“E adesso cosa sta succedendo di preciso”, “Caro amico stai scrivendo un racconto fantasy, volevi un po’ di fantasia, di sogno e più fantasia di parlare con una tua fantasia, cosa potresti desiderare di più. Aspetta”, “Cosa c’è? Dimmi tutto”.

Lo sento ridere anche se nulla compare nel mio schermo.

“Allora scrivi esattamente queste parole, mi raccomando fai copia e incolla, fidati”,

“Mi fido, detta!”.

“Gius dopo la sua incredibile avventura e, dopo aver riacquistato il suo normale aspetto, si ritrovò finalmente alla scrivania ove si dilettava nello scrivere racconti avventurosi. Ok copia e incolla, tutto tranne copia e incolla J”.

“Gius dopo la sua incredibile avventura e, dopo aver riacquistato il suo normale aspetto, si ritrovò finalmente alla scrivania ove si dilettava nello scrivere racconti avventurosi”. “Bravo, adesso goditi il viaggio”, “Cosa? Gius sta succedendo qualcosa, mi sento strano, Gius, Giu…….”.

Giuseppe si vide trasportato di centinaia di anni nel passato, nella mano destra stringeva un lucido e pesante spadone, mentre alla destra portava un grande scudo finemente intarsiato.

La sua robusta e imponente corporatura era protetta da una corazza di grigio acciaio e in lontananza da un bastione sotto assedio e dato alle fiamme sentiva le urla di una fanciulla in pericolo.

Giuseppe sapeva che una nuova incredibile avventura lo aspettava, sapeva cosa avrebbe dovuto fare e rideva. “Perché ridi, combatti piuttosto, amicone!”, “Ahahahahah e poi sono io lo scontato”…



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