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lavoro pubblicato martedì 18 settembre 2012
ultima lettura giovedì 26 novembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Miraggio

di michele87. Letto 696 volte. Dallo scaffale Generico

Un incontro con la malinconia e l'evasione dal presente e dalla sensazione di essere soli che assumono le sembianze di una donna. Una speranza di un sociale diverso che a volte non si riesce ad afferrare nella realtà, ma, forse, solo con il pensiero...

Luglio torrido. Cammino velocemente tra la gente solitaria, sudando deliri. C'è una bella differenza tra la gente solitaria e la gente sola. Due tipi intriganti, non c'è che dire, ma preferisco comunque di gran lunga la gente sola; è sempre quella più evitata, più stupidamente chiacchierata, più sofferente, più delirante, annoiata e a volte schiva, è sempre quella che di tanto in tanto sa gustarsi un sorriso e di rado sa ridere di gusto, è sempre quella più vera. È quella che mi somiglia di più, o almeno credo sia così. La gente sola è difficile riconoscerla, si confonde tra i solitari, ma si riesce a percepire distintamente la forza dei loro deliri, se almeno una volta li hai provati. Una forza che ti da un senso di finto benessere e ti culla, alleggerendo la tua solitudine. Poi ci sono quelle persone sole ben riconoscibili che sono i cosiddetti ultimi, ma la loro è un altro tipo di solitudine, la loro è un’emarginazione: ben peggiore di tutto il resto. Forse, alla fine, è nella maggior parte di questi ultimi che si può trovare quella ancestrale umanità perduta.

Percorro il viale per tutta la sua lunghezza, poi svolto a destra. Non c’è tanta gente in questa piccola piazzetta: sono leggermente sollevato.

Cammino fino alla parte opposta dello spiazzo e mi immetto nel vialetto stretto. Degli operai sono al lavoro: tubature rotte, credo; c’è abbastanza acqua sprecata per terra che, se fosse stata pulita, avrebbe potuto dissetare una ventina di bambini africani.

Buon lavoro.

Proseguo.

Poco prima della fine del vialetto, giro a sinistra e mi dirigo su per la salitella. Arrivato in cima mi trovo in mezzo ad un via vai di gente mostruosa e frettolosa. Mi fermo un attimo, senza volerlo, di riflesso. Poi di nuovo proseguo. Sono nei pressi della stazione e devo prendere il trenino che mi porta in centro. Ho una paura tremenda di questa massa umana, ma ormai ci ho fatto il callo e amaramente, senza grosse alternative, provo a conviverci. Compro il biglietto e noto la routine automatica dei movimenti di ogni giorno del venditore. Ampliando lo sguardo, questa routine la vedo in tutti. Non mi sembrano uomini, ma macchine.

Salgo sul trenino, non bado molto alla carrozza sulla quale salire: la scelgo così, con nonchalance, tanto una vale l’altra e prima torno a casa, meglio mi sento; forse.

Oblitero il biglietto e mi metto seduto. Non è l’ora di punta, evito sempre di salire su quei puzzolenti segni di progresso nelle ore in cui grondano umani. Quindi, posti a sedere ce ne sono abbastanza.

Si chiudono le porte. Parte il treno. Mi infilo gli occhiali da sole e mi appoggio allo schienale del sedile. Mi lascio cullare dal rumore della corsa provocato dalle rotaie. Non è la migliore sensazione di relax che abbia provato, ma meglio di niente… Tanto la poca gente che mi sta intorno non si accorge nemmeno di questa piccola emozione, bella o brutta che sia, a seconda dei gusti; non sa assaporarla.

Il treno rallenta. Si arresta. Prima fermata. Me ne restano ancora cinque per arrivare al capolinea dove devo scendere. Si aprono le porte.

D’improvviso l’estasi. (ora cambierò il tempo verbale perché le righe che seguono mi piacciono scritte come un ricordo rivissuto aleggiando tra le nebbie della memoria).

Si chiusero le porte e ripresi a viaggiare non badando più a quello che avveniva intorno.

Nonostante stessi viaggiando nel caldo bestiale di luglio, tra la poca gente presa ad ammazzare il tempo, con feroce assurdità e nella noia, quando si aprirono e poi si richiusero le porte, tutto l'intorno d’improvviso si bloccò, come se si fosse piacevolmente ghiacciato, e nulla ebbe più senso.

Entrò e si sedette di fronte a me.

Occhi azzurri, capelli di grano fin sulle spalle, bionda, ma non se ne curava molto, non si dava arie per questo.

Presa dai pensieri, vagava tra se e se.

Cosa avrei dato per scrutare in quegli occhi, per viaggiare nella sua immaginazione. Si mise gli occhiali da sole che le diedero un'aria più intensa, più riflessiva, come un'attrice ermetica da film muto.

Potevo captare lo stesso, attraverso le lenti scure, la potenza del suo sguardo e la forza del suo delirio.

D'improvviso una smorfia, sembrava quasi che piangesse. Una morsa nel mio cuore.

Ma poi il suo viso dai lineamenti delicati, tornò a brillare di pensieri, a splendere di impenetrabilità.

Chissà chi eri, così donna, così enigmatica, così tristemente pensierosa, affascinante.

Poi il treno si fermò e raggiunse il capolinea.

Scendemmo alla stessa fermata.

Avrei voluto parlarti, avrei voluto liberarti da quella noiosa malinconia, avrei voluto raccontarti la mia, per disfarcene insieme.

Ma la folla mi avvolse; la folla di gente solitaria, ma mai sola come me, come te. Ho sentito bene la forza dei tuoi deliri. Tristi e soli come una fredda stazione di periferia.

Ti ho lasciato solo un infelice pensiero perché ti ho perso tra la gente che va di fretta, tra la gente che non si accorge

dell'inganno del tempo; e corre, e corre ancora.

Ti ho lasciato tra la gente che non sa respirare questi attimi di delirio.

Ti ho perso tra la gente che se ne frega.

Ti ho perso veloce così come ti ho trovata, veloce come il treno che prosegue sempre uguale, nella sua noiosa quotidianità, nella sua assurda abitudine.

Ti ho perso tra la noia dell'umanità.

Miraggio di bellezza dell'essere umano; e ti ho perso

come si perde un sogno. (ed è così che ritorno con un tonfo pesante nel presente opprimente).

Attimi di un miraggio.

Attimi di un delirio. Ho bisogno di bere per vivere ancora un po’ quella sensazione orgasmica di quel momento ben stampato in mente, prima che il ricordo inizi a perdere la potenza e diventi indistinguibile tra i fumi della nebbia del tempo e della memoria. Prima che diventi un vago ricordo di beltà.

Entro in un bar.

Il ricordo si fa sempre più fragile. Ho bisogno di inebriarmi ancora di quella visione.

Per assaporare ancora quel delirio ordino tre birre.

E bevo.



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