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lavoro pubblicato martedì 4 settembre 2012
ultima lettura giovedì 14 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

... l'ombra...

di mariapace2010. Letto 1082 volte. Dallo scaffale Fantasia

.........Continuò a navigare all'interno di quel sogno, ma si sentì nuovamente aggredire da quelprofondo senso di perdita. Era come se l...


.........

Continuò a navigare all'interno di quel sogno, ma si sentì nuovamente aggredire da quel
profondo senso di perdita. Era come se lo spirito gli si staccasse dal corpo e
se ne liberasse.

Una sensazione davvero indicibile.

Non era il Ka, però, a lasciare il Djet. Non era lo spirito a lasciare il
corpo. Questo giaceva sul pavimento della She-Maaty, la
Sala d'Iniziazione, incosciente ed immobile. Più simile ad un Khat, un
corpo inerte dopo il trapasso, che ad un Djet, un corpo ancora vivo. La
"parte di sè" che lo stava abbandonando, era quella che lo aveva sempre seguito
come l'ombra: era l'Ombra.

Dopo il Nome-Ren e il Cuore-Ib, anche l'Ombra-Shut lo stava abbandonando. Non lo
faceva di corsa, come aveva fatto il Ren; nè quasi di nascosto, come
aveva fatto l'Ib, ma se ne stava andando in modo dolce e sottile. Senza
strappi, nè violenze, ma con la struggente tenerezza di un tramonto sul Delta.
La vide sgusciare via ed allontanarsi. Provò ad inseguirla, ma quella cominciò
a correre sempre più spedita, trascinandolo via veloce.

"Aspettami. Aspettami. Non andare via... Dove stai correndo così? Aspettami. Fermati, ti
prego!" la richiamò, ma l'Ombra non si fermò. Lo aveva distanziato in misura
ormai irraggiungibile. Fu lui a fermarsi, ansante per la corsa e con il fiato
corto e le spalle curve in avanti per riprendere respiro.

"Dove starà andando? - continuava a chiedersi - Vorrà tornare al mio corpo lasciato
incosciente nel Mondo-di-Sopra?... Anche il Cuore e il Nome saranno tornati
lassù?"

Corpo e Ombra, Cuore e Nome, pensava con preoccupazione, erano doni che l'uomo riceveva dal Creatore con l'alito della Vita. Riferendolo al Guardiano del Ro-Stau, il suo Ren aveva, forse, perso di sostanza e di potenza? Per questo Cuore e Ombra si erano allontanati
dal Ka?

"Come farò adesso? I Custodi delle Porte non mi faranno proseguire da solo e senza di
loro."

Dove stava correndo la sua Ombra? Qualcuno la stava inseguendo? Forse i Sorveglianti delle
Ombre dei defunti? Quelle sfuggite al castigo, in cui si era imbattuto prima di
infilarsi nel Labirinto? La sua Ombra non era colpevole, si disse, e nessun
Demone poteva catturarla e trattenerla là sotto... E le altre identità? Dove
erano finite tutte le altre identità?

Con sgomento realizzò quanto vulnerabili
fossero le sue Identità agli attacchi ed alle trappole tese da Demoni e Spiriti
Malvagi.

"Per la Barba di Seth! - imprecò - Nessuna delle tre perdute identità di Djoser è provvista di
incantesimi e formule magiche. Come faranno a ritrovare la via giusta per
tornare dal povero Ka lasciato da solo?" Che pena frugare nella memoria alla ricerca di quelle formule che al Tempio da studente aveva copiato e ricopiato su tavolozze di pietra allo
scopo di imprimerle nella mente.

"L'Occhio di Horo stabilisca il suo splendore,

mentre l'ombra del crepuscl lo è sul volto

di coloro che sono nelle mani di Osiride - recitò -

I Custodi non imprigionino la mia Ombra.."

Vide la sua Ombra-Shut fermarsi immediatamente. La vide chinarsi sulla sponda di un lago,
poi vide una nebbia azzurrognola levarsi dalla superficie delle acque ed
inghiottirla.



"Il Sa-nesert, lo Stagno di Fuoco, e ha portato via la mia Ombra."



Di fronte a lui
c'era lo stagno più grande ed esteso mai visto. Ne aveva visti tanti nella sua
vita. Lui e l'amico d'infanzia Sikty giocavano sempre in quello che si trovava
proprio dietro la sua casa e in cui un brutto giorno il suo amichetto era
annegato. Da allora sua madre gli aveva vietato di stare vicino alla più
piccola delle pozzanghere. Questo che aveva di fronte, però, sembrava davvero
infinito, così grande da non riuscire a vederne la sponda sull'altro versante. Si fermò ad
osservare; un pò sconcertato. Quel posto era ameno e delizioso. L'atmosfera era bucolica. Assai diversa dalle tenebre angoscianti del Labirinto.

Dalle sponde, un'esplosione di piante e fiori si protendeva sulle acque; canne e mangrovie
ricoprivano gli argini. Ne riconobbe alcuni: iris e loti, rampicanti. Altri no.
Bianchi, rossi, gialli e blu. Profumi e colori come non n'aveva mai visti nè
sentiti in tutta la sua vita. Canneti di papiri, alla sua destra, frusciavano
leggeri. Le Sat, le Montagne-del-Tramonto, fiammeggiavano alle loro
spalle, incendiando il cielo di un rosso corniola.

Djoser rimase a guardare incantato; l'affanno per la perdita della Shut era quasi scomparso al cospetto di tanta meraviglia.

Improvvisamente la gran distesa di canne, apparentemente immobile ed impenetrabile, si aprì
sotto i suoi occhi. I pennacchi di papiro si separarono e due esseri luminosi
fecero la loro comparsa. Avanzarono fino al ciglio del Lago dove si fermarono
per rinfrescarsi. Djoser sentì uno schianto dentro il petto: aveva riconosciuto
i suoi genitori. Più precisamente, gli Akh, i Corpi Gloriosi, di
Pthahotep e di sua moglie Nsitaten. Incantato, sopraffatto dall'emozione,
Djoser fissava ammutolito i genitori adottivi. I loro corpi erano circondati da
un'aura luminosa, i volti erano raggianti e gli sguardi colmi di splendore;
anche la polvere che copriva le loro parrucche e i sandali sembrava d'oro.
Perfino i loro Geni brillavano di quella gloriosa luminosità.

"Qualità", amava chiamarli il caro maestro Pthaotep quando ancora era in vita e gli spiegava che
ogni uomo era indissolubilmente legato ad almeno quattordici di loro.
Quattordici Geni che completavano l'essenza umana di un individuo: la forza, la
potenza, la volontà, il carattere, la stabilità, la coscienza... In quel momento non ricordava gli altri, ma
era certo che fossero quattordici, come assicurava suo padre. Troppo
emozionato!

Fu Nsitaten, più bella, più giovane, più splendente che mai, ad accorgersi per prima della sua
presenza. Il volto coperto di lacrime e le braccia spalancate, sua madre corse
verso di lui; le sue prime parole furono:

"Djoser, bambino mio, fatti guardare... Piccolo mio, ma come sei sciupato. Non ti danno da mangiare a sufficienza, dove vivi?"

Djoser sorrise: solo una madre poteva notare quello, tra i tanti cambiamenti di un bambino che
arriva all'adolescenza. Non il fatto che era diventato tanto più alto, che gli
erano spuntati i primi peluzzi sul mento e sotto il naso o che le spalle s'erano
irrobustite; suo padre sorrideva indulgente.

"Sto bene,madre." la rassicurò, ma rabbrividì, come attraversato da un soffio d'aria
fresca quando, nel tentativo di abbracciarla, le sue braccia racchiusero aria
luminosa. Arretrò di un passo, quasi spaventato, con l'animo in tumulto e i
luccicori agli occhi.

"Il corpo appartiene alla Terra e lo spirito al Cielo!" sospirò l'architetto Pthahotep
alle sue spalle, poi cercò di consolarlo. "Tua madre ha già preparato un posto pieno di delizie per quando ci raggiungerai nei Sekhet Jaru per restare sempre con noi."

Se il ragazzo sembrò un pò confortato dalla promessa, non altrettanto si mostrò Nsitaten.

"Questo significa che il nostro figliolo non resterà con noi?"

La udì domandare Djoser con affanno improvviso.

"Lo sai, Nsitaten. - la voce di Pthahotep era suadente, come si fa con un bambino
caparbio o uno studente ribelle - Lo sai che non può restare con noi. Te l'ho
spiegato prima di lasciare i Sekhet Jaru. Te l'ho detto
che era solo per farti rivedere tuo figlio che abbiamo intrapreso questo
viaggio. Tu non puoi tenerlo con te."


( brano tratto dal libro DJOSER e lo Scetto di Anubi)


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