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lavoro pubblicato martedì 21 agosto 2012
ultima lettura sabato 20 aprile 2019

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Il Principe Scomparso ( Versione Completa )

di peppers. Letto 477 volte. Dallo scaffale Fantasia

Curhan si guardò attorno per l'ennesima volta. Fin dove i suoi occhi da elfo riuscivano a spingersi, scorgeva solo enormi sequoie innalzarsi imponenti e maestose sul terreno scosceso e accidentato. Per quanto camminasse da ore, aveva l'impressi...

Curhan si guardò attorno per l'ennesima volta.

Fin dove i suoi occhi da elfo riuscivano a spingersi, scorgeva solo enormi sequoie innalzarsi imponenti e maestose sul terreno scosceso e accidentato. Per quanto camminasse da ore, aveva l'impressione di trovarsi sempre nello stesso punto. Non l'avrebbe mai ammesso al compagno, ma sospettava di essersi perso. Del resto, aveva sempre avuto l'impressione che le foreste della Norvegia fossero un vero labirinto.

“Hai con te la mappa, Malhor?”.

“Certo, non avrei mai lasciato la città senza portarla con noi”.

“Riesci a capire dove siamo?”.

Come ogni volta che gli veniva posta una domanda del genere, l'elfo rispose senza nemmeno fermarsi a riflettere.

“Troppo lontani da Nainiel”.

Curhan sbuffò. Fra tutti i compagni che potevano accompagnarlo nei boschi che circondavano la città elfica, la sorte aveva scelto proprio Malhor Cuor di Leone, il più codardo fra gli elfi del crepuscolo.

Chiunque avesse visto Malhor per la prima volta sarebbe rimasto certamente intimorito dalla possente muscolatura dell'elfo, dalla corazza spartana, dai selvaggi capelli castani e perfino dagli aspri lineamenti del viso. Malhor aveva tutta l'aria di un guerriero ma Curhan sapeva bene, come ogni altro elfo che abitasse fra le mura di Nainiel, che nel cuore del compagno il coraggio abbondava quanto l'acqua in un deserto.

“Secondo me dovremmo tornare indietro”.

Bisbigliando flebilmente, Malhor stette all'erta con fare guardingo. Qualsiasi posto diverso dalla propria casa – certe volte persino quella – gli sembrava una minaccia.

“Indietro?!”.

Gli occhi verdi di Curhan traboccarono d'orgoglio, come un anfora piena fin oltre l'orlo. Qualsiasi cosa potesse anche lontanamente ledere il proprio onore di guerriero, infiammava immediatamente il giovane elfo. Per quanto fosse una spanna più basso di Malhor e di ben più esile costituzione, Curhan riuscì a spingere indietro il compagno con lo scudo, fino a bloccarlo contro un albero.

“Scappa via se hai paura” bisbigliò l'elfo ad un soffio dal viso del compagno “ma io giuro sul mio nome che rimarrò a cercare il principe, al costo di setacciare questi boschi per l'eternità”.

“Tornare a Nainiel da solo?”. Al solo pensiero, denti di Malhor battevano già uno contro l'altro per la paura. “Neanche per sogno, certamente morirei prima di giungere al sicuro”.

Curhan sorrise, riavviandosi i capelli cinerei. Sapeva che l'amico sarebbe rimasto. Solo un pericolo ancor più grosso poteva convincere Cuor di Leone ad affrontare una situazione rischiosa.

“Ripetimi ciò che hai visto, Malhor. Ci deve pur essere qualcosa che stai dimenticando”.

“Ti ho già detto tutto. Ho sentito qualcuno che urlava. Urla spaventose, Curhan. Così terribili da farmi rizzare i capelli”.

“Era solo il comandante che allenava i cadetti, Malhor. Sai bene quanto Edheldur richiede il massimo da ognuno di noi”.

“Il comandante, dici”. L'elfo si mordicchiò le labbra, tamburellando le dita con impazienza sull'armatura bruna. “Temevo fosse un nemico. Per evitare che mi scovasse mi sono nascosto in una botte”.

“Sei un codardo. Che gli Dei possano annodarmi le viscere se io fuggirò mai di fronte ad un nemico”.

“Non sono codardo, semplicemente attento. Cautela, Curhan. Qualcosa che tu non conoscerai mai” bofonchiò Malhor, fissando l'amico con aria imbronciata. “E poi dovresti ringraziarmi. Solo grazie al mio nascondiglio sono riuscito a vedere il piccolo Uriel Arhathel che lasciava la città”.

Mentre depose il proprio scudo a terra, Curhan si appoggiò contro una sequoia aggrottando la fronte pensieroso.

“Com'è possibile che un bambino sia riuscito ad eludere la sorveglianza delle guardie?”.

“Quella peste è un demone, non un un elfo” continuò stizzito Malhor. “Ha aperto una scatola, liberando dei topi. Ratti grandi quanto gatti, con zanne affilatissime. I più pericolosi che io abbia mai visto, Curhan”.

“Erano solo dei topi innocui”

“Ti ripeto, erano pericolosi! Si sono infilati nella bottega di Tarel il falegname. Quando la ragazza ha visto quei mostri ha iniziato a strillare, invocando aiuto”.

Curhan stava iniziando a capire come erano andate le cose.

“Così le guardie, allarmate dalle urla di Tarel, hanno lasciato le porte incustodite?”

“Sono stati dei folli ad allontanarsi, anche solo per pochi minuti”. Incrociando le braccia al petto, Malhor mostrò tutta la propria disapprovazione. “Se fossero entrati dei nemici? Saremmo certamente morti tutti!”.

“Tutta questa confusione, solo per distrarre tutti e svignarsela dalla città”.

Per quanto Curhan fosse abituato alle bravate del piccolo Uriel, doveva ammettere che il principe riusciva ad inventarsi qualcosa di nuovo ogni giorno. “Quel bambino è davvero il figlio di Edheldur”.

“Sai cosa penso, Curhan?” intervenne Malhor, incurante di esprimere il proprio severo parere sul figlio del comandante. “Quella peste porterà Nainiel alla rovina prima o poi”.

“Se hai visto Uriel scappare via, perché non lo hai fermato?”.

Qualcosa nel racconto del compagno continuava a non convincere l'elfo.

“Quei topi erano ancora in giro!” sbottò Cuor di Leone, cercando di giustificarsi. “non avrei osato metter piede fuori dalla botte in cui ero rintanato”.

“Ma stiamo parlando del principe!”

“Non potevo fare nulla! Credimi, Curhan”

“È solo un bambino, Malhor” sospirò rassegnato l'elfo, massaggiandosi lentamente la fronte. “Un bambino solo in un bosco pieno di pericoli. Che gli Dei possano vegliare sul principe di Nainiel”.

“P-Pieno di pericoli?”

Stringendosi le spalle, Cuor di Leone si guardò attorno impaurito.

Le fronde delle sequoie frusciavano ad ogni alito di vento, mostrando a sprazzi il cielo stellato. La pallida luce della luna sembrava lottare col groviglio di rami per poi ricadere stanca al suolo, proiettando lunghe sul terreno le ombre degli alberi. Ammantato dall'ombra, Curhan era riconoscibile solo per il luccichio dello scudo e della spada.

Malhor sentì un brivido solleticargli la nuca e scivolargli giù lungo la schiena.

Non era raro che l'elfo avvertiva sensazioni del genere. Erano tremori d'avvertimento, come un sesto senso che lo metteva in guardia contro un imminente pericolo.

“Curhan, questo posto non è sicuro” frignò Malhor, rabbrividendo una seconda volta. “Dovremmo spostarci da qui”.

“Ho trovato qualcosa!”

Senza badare alle parole del compagno, Curhan si chinò sul tronco di un albero.

“Hai sentito cosa ti ho detto?” lo incalzò Cuor di Leone con voce tremante.

Nessun uomo avrebbe visto ad un palmo dal proprio naso in quell'oscurità, solo la vista di un elfo riusciva a squarciare quello scuro velo che li circondava. Qualcosa fra gli alberi stava terrorizzando Malhor, più del solito.

Continuando a scrutare il bosco, Cuor di Leone allungò il guanto tremante verso l'amico. Scosse la spalla del guerriero, ancora intento ad armeggiare con la punta della spada contro l'albero.

“Tracce di Uriel” esultò Curhan, stringendo fra le dita un piccolo frammento di stoffa rossa “Siamo sulla strada giusta”.

Era il lembo sfilacciato di una seta pregiata. l'elfo lo osservò per bene. Dal modo in cui le fibre erano intrecciate capì che solo una mano elfica avrebbe potuto tessere una veste del genere.

“Gli abiti del principe” sorrise il guerriero “Siano lodati gli Dei, non può essere lontano. Dovremmo affrettarci Malhor”.

Stavolta era Cuor di Leone a non prestare attenzione al compagno. Stringendo con le mani tremanti la propria lancia, Malhor iniziò ad indietreggiare fino a trovare la schiena del compagno.

“Ho l'impressione che qualcuno ci stia osservando”.

L'elfo ne era certo. Si sentiva addosso decine di occhi, intenti a studiare anche il loro più piccolo movimento.

“Che sia Uriel?” azzardò Curhan, per niente preoccupato quanto l'amico.

Mettendo le mani ai lati della bocca, il guerriero prese ad urlare il nome del principe.

“Sei impazzito forse? Che stai facendo?”.

“Se il piccolo Arhathel è nei dintorni ci sentirà”.

Cuor di Leone deglutì, strabuzzando gli occhi.

“... e se non fosse lui?”.

“Sempre a preoccuparti! Che gli Dei possano schiacciarmi coi i loro calzari se mento, la città umana più vicina è a dozzina di leghe da Nainiel”.

Malhor fece una smorfia, disgustato dalla leggerezza con cui il compagno sottovalutava il pericolo.

“per cui” continuò Curhan, imbracciando di nuovo lo scudo “chi vuoi che ci sia fra questi boschi?”.

Dalle profondità della foresta si levò un ululato sinistro e selvaggio.

“Lupi!” urlò il compagno indicando una sagoma non lontana da loro, intenta a raschiare il terreno con gli artigli. Una seconda belva annunciò la propria presenza, ringhiando rocamente dall'alto di una roccia alle spalle degli elfi.

“Sei solo uno sciocco, Curhan. Li hai attirati” singhiozzò allarmato Cuor di Leone alla vista di una terza bestia che camminava silenziosa fra gli alberi come un'ombra.

“Per la punta delle orecchie degli Dei, ovunque attorno a noi”

“Sono numerosi, affamati e pericolosi” constatò tristemente Malhor. “C-Che facciamo, Curhan?”.

“Sarà solo questione di tempo prima che saremo circondati, non ci rimane che combattere”.

Il guerriero sapeva di non poter battere i lupi in velocità. Del resto, anche se avesse potuto, non sarebbe mai fuggito via come un codardo.

Lasciando che il vento portasse via il frammento della veste di Uriel, Curhan fece brillare la propria lama nella notte.

“Per la gloria e l'onore di Nainiel!”.

“Combattere?!”.

Malhor non ne aveva la minima intenzione. L'unica cosa che desiderava fare era fuggire lontano da lì e nascondersi da ogni pericolo.

“Non fare l'eroe, Curhan. Ci farebbero a pezzi” ammonì l'elfo, cercando con gli occhi una via d'uscita.

Lì, sulla destra. Proprio fra l'enorme roccia che sorgeva alle proprie spalle e un grosso albero abbattuto che vi si adagiava accanto.

Senza nemmeno avvisare il compagno, Cuor di Leone si lanciò in quello stretto passaggio. Prese a correre col cuore in gola, schivando la possenti sequoie che si ponevano sul suo cammino. Sentendo i rami graffiargli il volto, cercò di coprirsi il viso proteggendosi con le braccia.

“Malhor! Così attirerai solo la loro attenzione” imprecò Curhan, alla vista dei lupi che inseguivano l'amico. “Fermati e cerca di tenerli lontani con la tua lancia”.

Tutto inutile.

Le parole del guerriero furono ascoltate solo dal vento. Malhor continuava a correre a perdifiato, senza una meta precisa verso cui dirigersi. L'elfo non aveva bisogno di voltarsi per sapere che i lupi gli erano alle calcagna.

Sentì il proprio manto trattenuto dai rami di un albero, o forse dalle zanne di una della belve. Per quanto la pesante corazza lo rallentasse, il terrore di essere sbranato gli stava mettendo le ali ai piedi. Ormai la voce di Curhan risuonava distante, dispersa chissà dove fra gli alberi.

Quando uno dei lupi gli azzannò il braccio, l'elfo lanciò un urlo disperato. Sentiva l'animale attaccato al braccio. Graffiava con gli artigli l'armatura e scuoteva freneticamente la testa, cercando di dilaniare la carne del guerriero. Sotto la ferrea morsa delle zanne, Cuor di Leone ebbe la sensazione che la ferita calda pulsasse, sanguinando copiosamente.

Dimenando a caso la lancia, Malhor ebbe la fortuna di colpire il volto del lupo. Con un guaito la bestia lasciò andare la presa, rotolando per il pendio scosceso lungo il quale l'elfo correva.

“Curhan, dove sei?” boccheggiò Cuor di Leone che non smetteva di scappare, per quanto avesse già il fiato corto.

Con un balzo uno degli animali gli passò velocemente accanto, chiudendogli la strada. Imprecando a denti stretti, il guerriero non fece in tempo a rallentare, né a cambiare direzione. Urtando il corpo del lupo Cuor di Leone si piegò in avanti, rovinando giù per la vallata.

Con la bocca impregnata di sangue e terriccio umido, cercò disperatamente di aggrapparsi a qualcosa. Le dita scivolano sulle radici e la presa venne meno. Continuò a rotolare per il terreno accidentato finché non ricadde pesantemente sul fondo della scarpata.

Sentendo la testa girare e ogni muscolo del corpo dolente, Malhor rimase immobile e inerte sul terreno, incapace perfino a rialzarsi. Nel vedere un'ombra passargli sopra, Cuor di Leone pensò che la sua ora fosse giunta. Con sua gran sorpresa non si trattava di un lupo, bensì di Curhan.

Sovrastando il compagno ferito, Il guerriero descrisse un ampio cerchio con la spada per tenere lontane le bestie. Piegando il ginocchio l'elfo abbassò lo scudo, lasciando che i denti di una delle bestie incontrassero il duro acciaio. Con un colpo d'elsa, Curhan allontanò un altro dei quei feroci animali che, digrignando le zanne ingiallite, ringhiava ad una spanna dal viso di Malhor. Di fronte a sé vide un lupo chinare le zampe anteriori pronto ad attaccare. Prima che potesse balzargli addosso affondò la spada nel collo della belva che rantolò cupamente, stramazzando al suolo.

“Dietro di te, Curhan!” lo avvisò il compagno, faticosamente rannicchiatosi fra le sue gambe.

Il guerriero si voltò velocemente, riparandosi con lo scudo. Per quanto la fiera premesse contro la propria protezione l'elfo non barcollò ma, serrando la mascella per lo sforzo, respinse indietro l'animale. La bestia si scrollò di dosso la polvere e caricò una seconda volta. L'attacco fu così veloce che Curhan fece in tempo solo a frapporre l'acciaio della lama fra le fauci dell'animale, pericolosamente vicino al suo collo. Malgrado Il filo tagliente dell'arma lo stava ferendo, il lupo tentava con insistenza di strappare l'arma dalle mani dell'elfo. Scorrendo scuro sul muso della belva, il sangue si mescolava alla bava che colava ai lati della bocca, impregnando l'ispido pelo nerastro.

“Sono in troppi”. Curhan iniziava ad ansimare per la fatica di tenere a bada tutti gli avversari. “Perché non ti rialzi e mi dai una mano?”.

“Neanche per sogno” ribatté seccamente Malhor. “Sei tu che aspiri a divenire un eroe, non io”.

Raggomitolandosi ancor di più, Cuor di Leone cercò di stare ben lontano dalla portata di quelle zanne fameliche.

“Eroe o meno, se non ti rialzi diverremo entrambi la loro cena”.

Ancora avvinghiato alle gambe di Curhan come una serpe, Malhor rimproverò il compagno.

“Se non sei in grado di avere la meglio contro dei lupi come pensi di vincere nemici ben più forti? Forse Edheldur ha sbagliato a mandare te”.

A quelle parole Curhan sentì la collera montare dentro di sé. Il sudore gli imperlava la fronte e scendeva lungo le ciocche cineree. Gli occhi stavano iniziando a bruciare. Si passò il dorso della mano velocemente sul volto e riprese a combattere contro i lupi. La rabbia rendeva i suoi colpi forti e violenti, ma al tempo stesso disordinati e imprecisi.

Avrebbe dimostrato a Malhor di essere un prode guerriero degno del proprio nome. Avrebbe ritrovato Uriel Arhathel, il principe di Nainiel. Avrebbe ricevuto mille onori dal comandante e forse persino il titolo di Campione degli Elfi del Crepuscolo. Quel titolo che ambiva da tanto tempo ormai e per cui lottava ogni giorno.

La mente e i pensieri di Curhan volarono alti verso nobili propositi, ma un improvviso dolore alla caviglia lo costrinse a scendere di nuovo sulla terra, Approfittando della distrazione del guerriero, un lupo era riuscito ad azzannargli la gamba. Guidato dall'istinto, l'elfo lasciò cadere la spada e portò la mano alla ferita.

“Siamo spacciati” decretò Malhor vedendo il compagno rovinargli addosso. “Moriremo tutti!”. Anche Curhan stava iniziando a pensare che forse non avrebbe più visto sorgere il sole. I lupi sciamavano loro intorno, impedendo al guerriero di recuperare la propria arma.

“Lasciateli stare”.

Una voce si levò più alta del roco ringhiare delle bestie. Una voce giovane, lievemente stridula ma già carica d'energia.

“Uriel?” ansimò Curhan riconoscendo in quelle parole il giovane principe elfico.

“Uriel!” gli fece eco incredulo Malhor.

Per quanto la vista stava iniziando ad offuscarsi, i due elfi riconobbero la piccola sagoma di un bambino scendere velocemente dal pendio con i piedi nudi sporchi di fango. La veste rossa, lacera in diversi punti, lasciava mostrava una pelle candida quanto la neve. I capelli bianchi erano pettinati in tante piccole trecce che ricadevano ai lati delle orecchie a punta.

“Cormamin lindua ele lle” salutò il principe nella maniera elfica. Facendosi spazio fra gli alberi, guardò i lupi con occhi di ghiaccio in cui la paura non aveva ancora affondato le sue malsane radici.

“Andate a cercare la vostra cena altrove. Non fate loro del male”.

Come se riuscissero a capire ciò che il piccolo elfo stava dicendo loro, i lupi iniziarono lentamente ad arretrare. Alcuni calarono le orecchie divenendo docili, altri indietreggiavano ringhiando ancora nella direzione dei due guerrieri elfici.

“Sta allontanando i lupi”. La voce di Malhor iniziò a riacquistare vitalità. “Siamo salvi!”.

“Come ci sei riuscito?” boccheggiò Curhan, strabuzzando gli occhi ancora esausto per la lunga lotta.

“Mentre girava per i boschi ho visto un lupo” spiegò Uriel. “Era ferito e l'ho seguito. L'ho curato, o almeno ci ho provato”.

Sul viso di Uriel si disegnò un furbo sorriso. Le bravate del principe di Nainiel finiva spesso con una corsa verso l'infermeria della città. Curhan non faticava ad immaginare che il piccolo avesse imparato qualche rudimento sulle medicazioni.

“Penso che abbiano capito le mie intenzioni” continuò il bambino, grattandosi distrattamente la testa. “Non mi hanno fatto alcun male e hanno cominciato ad ascoltarmi”.

“Avresti potuto morire, Uriel” lo rimproverò Malhor, guardandosi attorno con circospezione.

“Tuo madre è preoccupata” lo informò Curhan, rialzandosi faticosamente. “Dobbiamo tornare a casa”.

“Mamma pensa che io sia ancora un bambino, ma io so già badare a me stesso”. Ripulendosi la veste dal fango, Uriel prese per mano i due elfi. “Venite, vi condurrò sulla strada per Nainiel”.

Incitando Malhor e Curhan a camminare più velocemente, il principe fece un largo sorriso.

“Chissà che faccia farà papà quando saprò che sono stato io a salvarvi, tirandovi fuori dai guai”.

Nei suoi occhi brillò una scintilla di entusiasmo.

“È stato divertente, quando lo rifacciamo di nuovo?”.

Curhan e Malhor deglutirono, scambiandosi una silenziosa occhiata. Non avrebbero rimesso piede fuori dalla città, almeno per un po'.

“Che gli Dei possano fulminarmi! Uriel Arhathel, figlio di Edheldur questo non è un gioco!”.



Commenti

pubblicato il 26/08/2012 14.25.07
mariapace2010, ha scritto: ... interessante racconto... l'ho letto con piacere... ciao

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