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lavoro pubblicato domenica 19 agosto 2012
ultima lettura venerdì 10 maggio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SIGILLO del FARAONE - Capitolo XII

di mariapace2010. Letto 577 volte. Dallo scaffale Fantasia

... l'epilogo si avvicina... cosa succederà alle due ragazze separate da un distanza di spazio-tempo di quasi 3.500 anni?



Smith non aveva fatto molta strada. Lo videro da lontano mentre procedeva spedito
lungo uno di quei budelli che si aprivano alla periferia della città. Isabella
si appoggiò al braccio del prodigioso Protettore, come spesso faceva, e, come
spesso accadeva, si ritrovò dall'"altra parte", insieme al gruppo di amici in
fuga.



C'era il giovane Amenemhat alla guida del gruppo e con passo sicuro lo stava
conducendo verso una sala ipostila, a cielo aperto.



Il ragazzo avanzava spedito, ma ogni tanto si voltava, con sguardo di affettuosa
sollecitudine in direzione del suo maestro per assicurarsi che stesse al passo.
Il vecchio, però, procedeva veloce, rivelando insospettate doti di agilità
nonostante la voluminosa mole che si portava dietro.



Amenemhat aveva quattordici anni; non molto alto, ma agile e snello. Il portamento era
elegante: di nobile stirpe, si sarebbe detto, e il volto di una bellezza
insolita in terra d'Egitto: delicata e quasi femminea. La pelle era chiara, là
dove il sole non l'aveva scurita e gli occhi erano di un indefinibile verde. Le
orecchie a conchiglia, il mento arrotondato e il naso affilato, conferivano al
suo volto, nel loro insieme, una vaga somiglianza con i profili tracciati in
certe anfore di provenienza mitanne.



Ma nessuna di quelle caratteristiche lo rendeva diverso dagli altri ragazzi quanto
la sua capigliatura lunga, folta e di un biondo fiammeggiante.



Amenemhat era un trovatello, sicuramente straniero, abbandonato tra le colonne del tempio
del faraone Amenemhat III, in onore del quale gli era stato dato il nome che
portava: un nome reale per un ragazzo speciale.



Accadeva spesso che trovatelli rinvenuti nelle corti dei Templi vi fossero allevati come
servi o vi conseguissero i gradi inferiori di sacerdozio. Lo scriba reale
SetepenRa lo aveva trovato lui
personalmente, durante una cerimonia di commemorazione in onore del
celebre Faraone della XIII Dinastia e lo aveva portato con sé al tempio di
Thot, dove lo aveva affidato alle cure delle donne. Qui il bimbo era stato
allevato e qui stava conducendo con strabilianti profitti gli studi di scriba.
Il vecchio sacerdote si era sinceramente affezionato al ragazzo e pensava
seriamente di adottarlo come figlio e di farsi succedere nella professione.





Quella dello scriba era la professione più ambita dalla popolazione dell'Antico
Egitto. I compiti erano dei più svariati: verificare la posizione dei confini
dei campi dopo le inondazioni, annotare i risultati dei raccolti per calcolarne
le imposte, redigere atti giudiziari e notarili e occuparsi di tante altre cose
ancora.



Benché come altre professioni anche quella dello scriba venisse tramandata da padre in
figlio, chiunque, avendone le capacità necessarie, poteva diventare scriba.



Alla "Casa della Vita", le scuole dei templi di Thot, dove si conseguiva un ciclo di
studi di cinque o sei anni, erano in molti quelli che andavano a bussare, ma
soli in pochi riuscivano a farsi ammettere: la selezione e ferrea, ma meritoria
e il lavoro successivo, molto severo e, non raramente, accompagnato da
punizioni corporali.

Durante il periodo di studio gli allievi dovevano copiare e ricopiare frasi, sentenze e
calcoli. Utilizzavano frammenti di legno o di ceramica: gli ostraka,
come li ribattezzeranno più tardi i Greci. Il papiro, materiale fragile e
prezioso, ma anche assai costoso, che gli egizi chiamavano ouadj, ossia
vigore, veniva usato solo al termine dell'apprendistato.





Lasciata l'ultima saletta, il gruppo raggiunse il cuore del Santuario, la parte più
intima, dov'era custodita l'effigie del Dio,
luogo inviolabile e precluso ai più.



Appena, però, lo scriba reale ebbe aperto la porta di quella stanza recondita e sacra,
il giovane Ankheren frenò d'istinto la propria corsa, evitando di guardare
all'interno, il Tabernacolo, che custodiva l'effigie di Ammon.



Si intravedeva appena, nascosta in una fitta selva di veli e in una penombra
sapientemente rischiarata dal fuoco di un minuscolo tripode.



"Presto. - lo sollecitò lo scriba reale - Non indugiare, ragazzo."



"Ma... io non posso mettere piede in questo posto sacro... Mi pare già di sentire
Kebhesnuf affilare i suoi artigli di Sacro Sparviero e Anubi rizzare le sue
orecchie di Sciacallo Divino..."



"Anubi e Khebesnuf sono amici dei Giusti. - lo rassicurò lo scriba - Seguici senza
timori."



"Lo sapranno, Anubi e Khebesnuf - il figlio di Mursil l'Ittita non sembrava troppo
convinto - che noi non abbiamo intenzione di profanare questo luogo sacro? Lo
sapranno, eh?..."



"Abbi fede, ragazzo. - lo rincuorò SetepenRa - Gli Immortali conoscono bene il cuore
degli uomini. Non temere."



Vinte, non senza qualche riserva, le ultime reticenze, il ragazzo seguì gli altri e
varcò la soglia di quel posto proibito; passando accanto al tabernacolo, lo
scriba reale staccò dal Fuoco Sacro una fascina in fiamme e con quella fece
luce; la fiamma illuminò la parete in fondo al vestibolo, quasi interamente
occupata da una grande pittura muraria che mostrava il Faraone nell'atto di
offrire doni ad alcune Divinità, a cui si arrivava attraverso una infilata di
colonne di grande imponenza.



Amenemhat si fermò ai piedi della terza colonna dell'ultima fila: il "Papiro Vivente".



Quella colonna, mimetizzato da una delle decorazioni di cui il fusto era interamente
coperto, celava uno dei segreti del Tempio: un'apertura da cui partiva un
passaggio che si aprì non appena il vecchio scriba ebbe toccato una levetta.



(continua)



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