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lavoro pubblicato lunedì 13 agosto 2012
ultima lettura giovedì 11 luglio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Sweyn: l'inizio di una grande avventura (1)

di Logan. Letto 558 volte. Dallo scaffale Fantasia

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Era meglio darsi una mossa. Non era sicuro che quei signori lo stessero ancora seguendo. In ogni caso, come si dice, fidarsi è bene e non fidarsi è meglio. Per di più, c’era una domanda che lo perseguitava da quando era arrivato lì: chi erano quei “gentiluomini” ? Cosa aveva fatto di male o di sbagliato ? Evidentemente ancora non aveva delle risposte. L’unica cosa sensata da fare era continuare a correre, come stava facendo da ormai vari minuti. E poi, a proposito di minuti, che ora era ? Il professor Johnson controllò l’orologio da polso che portava sempre con se: era fermo. Ora ci mancava anche questa. Pure la batteria dell’orologio era andata a farsi benedire. Da fisico di successo a preda da braccare. Che bella evoluzione ! Il professore si fermò un attimo per riposare. Si appoggiò ad un albero spoglio. Nonostante fosse uno sportivo (amava proprio l’atletica), iniziava ad avere il fiatone e, soprattutto, cosa peggiore, avvertiva il famoso dolore alla milza. Il suo corpo quarantenne stava per cedere, meglio ragionare ancora sul da farsi. Johnson si guardò intorno: nessuno in vista, per fortuna. Anzi, qualcosa in vista c’era. Era una sorta di…taverna ? osteria ? Le tante luci accese si notavano a distanza e senza problemi. Il fisico cercò di riprendere le forze e di marciare verso quella che poteva essere la sua “salvezza”. Il terreno era reso pesante dai residui di una nevicata recente. Stranamente, però, non sentiva freddo nonostante fosse vestito in maniera leggera: camicia (oramai sudata) e jeans. Comunque, finalmente, passo dopo passo, era giunto alla porta della taverna. Lesse sul cartello che era affisso: “Izar”. Che nome strano per un locale del genere. Nel tirare la maniglia per entrare, un pensiero lo fece, nel vero senso della parola, rabbrividire. I luoghi che aveva incontrato, il bosco dal quale era fuggito, questa taverna, niente gli ricordava la sua città natale e nella quale viveva, cioè Edimburgo. Dove diamine era finito ? Uno spostamento d’aria alle sue spalle lo fece tornare alla realtà. Erano due uomini, molto alti, che dovevano entrare nella taverna; Johnson si spostò educatamente per farli passare.

- «Prego. Entrate pure.»

- «E levati dai piedi, brutto nanerottolo.»

Nanerottolo ? Ma come si permetteva quel maleducato ?

- «Scusi, ma un po’ di buone maniere non guastano…»

- «Le buone maniere te le do io…in testa ! Se solo provi di nuovo a…»

Lasciò la frase a metà. Il suo compagno di serata lo tirò verso di sé.

- «Non perdere tempo. Non lo hai sentito come parla ? E’ uno straniero.»

- «Hai ragione ! Non me ne ero accorto. Allora che vada al diavolo !»

Il fisico Peter Johnson non aprì bocca, restò muto, attonito. Era uno straniero ? Sicuramente quelli scherzavano. O erano già brilli. Non c’era altra spiegazione. Nel mentre, intanto, i due “giganti” avevano chiuso la porta alle loro spalle. Improvvisamente, il frastuono dell’interno del locale da intenso divenne completamente impercettibile. Il professore, come se non bastasse, era lacerato da un dubbio e non era più così tanto attratto da quella taverna. Modificando una delle frasi più famose scritte da Shakespeare (suo autore preferito): entrare o non entrare, questo era il problema.



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