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lavoro pubblicato domenica 22 luglio 2012
ultima lettura martedì 16 aprile 2019

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Il mimo

di DanieleCasolino. Letto 457 volte. Dallo scaffale Fantasia

Tirò indietro le braccia a scricchiolare una per una le proprie vertebre e allargandole a mo’ d’uccello guardò la luna e sorrise. Domani sarebbe stato plenilunio e avrebbe avuto la luce e la magia necessarie a quattro giorni di repliche....

Appena arrivato in paese e posteggiato il carro proprio dove la sua lunga esperienza vagabonda gli aveva insegnato avrebbe raccolto più pubblico, legate le asine al fontanile per il giusto ristoro, tirò indietro le braccia a scricchiolare una per una le proprie vertebre e allargandole a mo’ d’uccello guardò la luna e sorrise. Domani sarebbe stato plenilunio e avrebbe avuto la luce e la magia necessarie a quattro giorni di repliche. La stagione stava volgendo al termine ma l’autunno clemente non dava ancora traccia di sè.
Si guardò ancora un pò intorno soddisfatto nel riconoscere i primi sguardi curiosi affacciarsi timidi dagli usci e dalle finestre delle casette che lo circondavano. Aveva scelto bene, così a vista d’occhio poteva ben aspettarsi un pubblico di almeno quaranta o cinquanta bambini per il giorno dopo. Accese il fuoco e si addormentò serenamente.
Alla mattina si svegliò di buon’ora, sapeva che aveva poco tempo prima che i bimbi scendessero in strada e quella era l’ora perfetta per attirare la loro attenzione e assicurarsene la presenza alla sera. Con il gesto di un mago tirava via dal carro il telo bianco che lo rivestiva e lo stesso telo avrebbe vestito di bianco il terreno brullo, nella magia che rende ogni teatro un teatro. Le sue scenografie, le sue macchine di scena le sue tele, venivano con calma preparate, quasi a disvelare in un’improvvisa e concentrata primavera le corolle colorate di miarabolanti fiori. La prima parte del gioco era già fatta e prima del tramonto erano accorsi in centinaia dalle campagne vicine e in prima fila, con gli occhi sgranati e le orecchie aperte, i bambimi. Le orecchie si sarebbero riempite solo del suono della notte, perché la più forte magia di Arturo era la sua voce, l’assenza della sua voce. Eppure il suo corpo raccontava con una forza capace di catturare il più svogliato e indolente ubriacone dell’osteria e il suo silenzio sapeva zittire anche le sue molestie alcoliche. I racconti si seguivano uno ad uno senza soluzione di continuità. Sapeva che aveva pochi giorni, quindi Arturo concentrava tutta la sua opera a raccontare il più possibile, a far conoscere il più possibile le sue storie. Le storie di Everyone, la storia del mondo.
Il primo giorno era dedicato ai miti a dar forza al senso di magia e di destino che magistralmente lui rappresentava. Zeus crudele e volubile, Gea materna e gelosa, Venere ed Eros a raccontar dei mille intrecci di ogni letteratura possibile. Lui non raccontava delle divinità, lui diventava divinità esso stesso, Pan, cantore senza suono di ogni conoscenza del mondo. Tutti, come al solito erano conquistati, avevano sentito cose di cui non conoscevano neanche l’esistenza e nessuno quella notte, come ogni Prima di Arturo, riuscì a chiudere gli occhi invaso dai sogni che Arturo aveva disvelato. Il secondo giorno diventava terreno e cominciava a raccontar di storia, di re malvagi e tiranni, di eroi virtuosi, di paladini fuor di senno a conquistar giustizia, fino ai martiri di ogni ora. Giocoliere quasi crudele con l’incendio finale della seconda sera, a dar fuoco all’eroe, sconfitto e vincitore ad un tempo, vedeva negli occhi dei bambini nascere la fiammella per troppo tempo soffocata della giustiza. E il terzo giorno allora passava a innamorarli: era la volta della commedia, da quella degli amanti perduti, a quelli riuniti; in mille Romeo e Giuletta il suo corpo si trasformava, stravolto delle sue danze arcane che sapevano dire più forte di qualsia voce mai udita, mute.
L’amore si univa in quella notte al senso di giustizia della precedente e il fuoco giustiziere del giorno prima si trasformava, in quei visi astanti e incantati, nella fiamma della passione.
Arturo il più grande mimo del mondo era famoso per accender passioni e coscenze, e la sua leggenda correva molto più veloce delle sue asine. Quella notte tutti si fermarono accanto ad Arturo, in un baglior di lucciole e di silenzio; silenzio che sapeva.
Alla quarta sera Arturo fu quasi costretto dalla folla a cominciare prima, quel popolo di cui aveva acceso sogni, coscienza, senso di giustizia e passione lo reclamava indomito, agitato, quasi a essersi risvegliato da un lungo sonno. Raccontaci, raccontaci ancora, tutti gridavano e i bambini più forte degli altri: STO-RIE STO-RIE
Arturo aprì a ventaglio il tableau per le Rane di Aristofane, se avesse avuto voce avrebbe gridato “Siore e siori, siate pronti a ridere e indignarvi, stasera….LA SATTTIRRAAAAAA”. Si gira verso il pubblico e il suo sorriso più grande di ogni sorriso di clown si spegne improvviso. Quattro cavalieri svettavano alle spalle del pubblico che rimase ammutolito. Si sentiva solo lo sbuffare nervoso dei cavalli. Un quinto Cavaliere con un pennacchio altissimo ed in mano una paergamena, si fa avanti mentre le due coppie si spostano di lato come le calate di un sipario per l’entrata in scena. L’uomo guarda negli occhi con un sorriso agghiacciante il mimo immobile. “Arturo de Flamboise, marchese di Peigeon, principe scomunicato e figlio bastardo, non ti è bastato il taglio della lingua per farti imparare la lezione, eh?” Arturo era immobile, impassibile, nessuna rabbia nessuna violenza dal suo sguardo di risposta, solo una monumentale, eroica inamobilità. Il cavalliere ciuffato srotolò la pergamena. Si schiarì la voce e come istrione d’opera buffa cominciò a declamare con voce stridula “In nome dell’Eccellentissima Maestà, Re e Padrone di queste terre e queste genti, dignitario diretto per stirpe divina della Sapienza e della Coscienza, si condanna a morte per impiccaggione immediata il qui presente Arturo de Flamboise, marchese di Peigeon per violazione inammissibile alle leggi per la diffusione culturale alle genti”
Quella notte stessa il corpo di cinque cavalieri venne dilaniato dalla folla inferocita.


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