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lavoro pubblicato sabato 14 luglio 2012
ultima lettura lunedì 2 dicembre 2019

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UCCELLI DI RAPINA

di mariapace2010. Letto 632 volte. Dallo scaffale Storia

Come sempre, c'era grande animazione in giro a quell'ora del mattino. Marco Valerio, l'indomani, stava tornando a casa dal Campo Marzio, dopo una visita ai suoi uomini.Sciami di ragazzini si muovevano in gruppi di cinque o sei, come stormi di uccelli i...



Come sempre, c'era grande animazione in giro a quell'ora del mattino. Marco Valerio, l'indomani, stava tornando a casa dal Campo Marzio, dopo una visita ai suoi uomini.



Sciami di ragazzini si muovevano in gruppi di cinque o sei, come stormi di uccelli in migrazione, spostandosi qua e là per i vicoli.



Uno di loro lo fissò con insistenza e lo urtò all'altezza della spalla, proprio mentre smontava di
sella, davanti a casa. Si accorse subito che la phalera attaccata al petto sul lato sinistro della
lorica era sparita. Affidate le redini del cavallo a uno schiavo, si girò; il ladruncolo andava per la sua strada, ostentando tranquillità.



Marco lo raggiunse e l'afferrò per il cordino di pelle che gli assicurava al collo la bulla infantile e gli fece fare una piroetta.



"No! No! - disse in tono ironico - Non è la tattica giusta! Il tocco è leggero e veloce, sì... ma va perfezionato con un po' più di morbidezza. E sorridi. Un sorriso distoglie sempre
l'attenzione..."



L'altro ascoltava impassibile.



"Guarda in faccia la preda, ma non portare mai lo sguardo su ciò che vuoi portarle via...- riprese - Ed ora, tira fuori la mia phalera."



"Quale phalera?" fece il piccolo, per tutta risposta, abbozzando un'espressione smarrita e innocente.



"Quella che nascondi sotto gli stracci. Quella borchia mi è costata questa ferita. - il tribuno, che in altra circostanza lo avrebbe mandato a gambe levate, si limitò a mostrargli la vistosa cicatrice al braccio sinistro - Come ti chiami?" chiese.



"Mi chiamo Vinicio. - rispose quello con una scrollatina di spalle e due occhietti furbi sulla faccia sporca, accesi come faretti - Ma anche Valerio o Giulio... perciò, tribuno, chiamami come
ti pare."



Marco lo ascoltava esterrefatto e ammirato insieme: quella piccola canaglia non mostrava il minimo segno di rispetto o timore; il timbro della voce era sfacciato e lo sguardo
disincantato.



"... ma gli amici mi chiamano Aquilinus - lo sentì riprendere - e ti concedo di chiamarmi così! Tra uccelli di rapina ci si comprende."



"Ah.ah.ah... - Marco non riuscì proprio a trattenere una sonora risata - Non sono tuo amico e..."



"Vuoi consegnarmi alle guardie?" l'interruppe quello.



"E' quello che meriteresti, insieme ad una buona dose di frustate... ma oggi sono magnanimo e mi basta riavere la mia phalera... Uccelli di rapina... Che mi tocca sentire... - l'altro tese la borchia d'oro - Vai, ora. Corri... prima che ci ripensi... Uccelli di rapina!"



Aquilinus si dileguò immediatamente.



"Uccelli di rapina! - continuava a ripetere sottovoce il giovane -Ah.ah.ah... se è vero! Quella piccola canaglia ha proprio ragione! Quella volta tra i Rostri..."



Quanto tempo era passato? Quanti anni? Era ancora ragazzo e il tempo per lasciare la bulla infantile era ancora lontano. Si aggiravano, ricordò, tra le viuzze del mercato, lui e quella banda di oziosi e prepotenti, vestiti come servi, ghignando e sbeffeggiando.

Chi erano i compagni di quelle scorribande? Otone, Silio, Metello e... e Cesare, naturalmente. Sua madre, ricordò, gli aveva proibito quella licenziosa compagnia.

Si lasciò andare un sospiro, poi si girò verso lo schiavo atriense e chiese di Lucillla. Gli dissero che era andata al mercato, ma udì la voce della ragazza provenire da una delle entrate di servizio.



Si portò verso quella parte della casa e la trovò circondata da una turba di ragazzini, cinque, sei o sette anni, seminudi, malvestiti e scalzi. Stava distribuendo loro, aiutata dal piccolo
Lucio, i lauti avanzi del banchetto.



La piccola turbolenta masnada era divisa in due file in impaziente attesa. Gli uni in faccia agli altri. Alcuni inforcavano bastoni di legno o grossi rami ricurvi, a mò di cavalcatura, altri
avevano in mano palle di pezza, riempite con sabbia. All'infuori di un paio di
loro, che portavano al collo la bulla con gli amuleti, indossavano tutti lacere tuniche dai colori incerti e dalle taglie troppo grandi.



Erano i piccoli rifiuti della società: esposti dalle famiglie ed emarginati dalla società. C'era anche una bambina tra loro, vestita solamente di una specie di largo, informe camicione tenuto attorno all'esile vita da una corda sfilacciata.



Esporre un figlio era una pratica legale ed accettata. Rientrava nei poteri del pater familias
riconoscere e accettare un figlio oppure non riconoscerlo e abbandonarlo: accettarlo sollevandolo da terra, dove la levatrice lo deponeva al momento della nascita, o esporlo fuori della porta di casa, tra i rifiuti.

Il più delle volte, però, era abbandonato ai piedi della Colonna Lattaria e, per quanto strano potesse essere, erano proprio le famiglie patrizie a ricorrere più spesso a quel costume.



Lucilla li conosceva tutti e li chiamava tutti per nome. Scherzando, il vecchio Licinio diceva che quella era la sua "corte di clienti".


(continua)

brano tratto dal libro: LA DECIMA LEGIONE - Panem et Circenses



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