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lavoro pubblicato giovedì 12 luglio 2012
ultima lettura giovedì 23 maggio 2019

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Ucciso da un'idea fissa

di trap56. Letto 765 volte. Dallo scaffale Sogni

"E tu saresti pronto a morire per ciò in cui credi?".La frase si staccò dallo schermo come a volte certi pezzi di cornicione, e gli precipitò sulla testa. Risvegliandolo dal torpore in cui l'aveva sprofondato il film. Da ...


"E tu saresti pronto a morire per ciò in cui credi?".
La frase si staccò dallo schermo come a volte certi pezzi di cornicione, e gli precipitò sulla testa. Risvegliandolo dal torpore in cui l'aveva sprofondato il film. Da come si era messa la scena, doveva averne perso NEANCHE POCO. Egidio Pusterla maledisse la collega che l'aveva istigato, decantandogli quella pellicola come un capolavoro della cinematografia iraniana. ‘n par de balle, grugnì mentalmente, ripensando con fastidio agli anni eroici dei cineforum d'essai: la militanza gli aveva imposto di sorbirsi l'opera omnia in bianco e nero dei più cervellotici registi dell'Est europeo. Coi sottotitoli, perché farli doppiare costava troppo, anche se i dialoghi erano ridotti all'osso.
A tal proposito, quello sacro gli stava mandando messaggi lancinanti, per la posizione innaturale assunta durante il dormiveglia. Meglio uscire, imbecille che era a non averlo fatto prima.
Fu la cappa d'afa, che l'aveva convinto a fiondarsi nel cinema anche per tuffarsi dentro l'aria condizionata, e che intristiva e macerava i pensieri? O fu il potere subliminale dei persuasori occulti (vaghi ricordi sempre di quei tempi là)? Sta di fatto che la mala erba della riflessione gli infestò poco alla volta gli esausti neuroni e le sinapsi. Suo malgrado. Si reputava fortunato, alla sua età, di essersi sgravato del ciarpame che l'aveva zavorrato in quella che definiva la fase post-puberale. "Perché a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell'età", strimpellava Guccini. Bel furbacchione anche lui, va là. Morire per un ideale, un valore, una fede... come no? soprattutto quando i primi a non farlo erano quelli che ti ci spedivano, a morire.
Partivano da molto lontano, i suoi ricordi in materia: Luigi Gonzaga, quella faccia da santarellino col giglio in mano... Esempio da imitare per bambini delle elementari che niente sapevano della santità, ma nemmeno dei Gonzaga, delle famiglie nobili e delle porcherie che facevano. Ecc. ecc.. Solo la purezza contava, e per essa dovevano essere pronti a morire; come quell'altra, santa Maria Goretti, modello di virtù per le coetanee femminucce. La prurigine dei preti aveva tanto insistito sulla castità, che lui l'aveva scoperto solo molto tempo dopo che quel povero cristo era morto a ventitré anni facendo la crocerossina durante un'epidemia pestilenziale a Roma. Si era fatto gesuita, sputando in faccia alla ricchezza e al potere che lo attendevano come primogenito. Non contento, roso dal pallino del martirio, si era ammalato per curare gli appestati (il che non tutti i gesuiti facevano). L'avevano tolto dal fronte, ma lui, bello come son belli gli eroi, "... un giorno, scorto in strada un macilento appestato che invocava aiuto, con sforzo sovrumano se lo caricò in spalla, sprezzante del pericolo, e lo trasportò fino all'ospedale. Pochi giorni dopo morì." La cronaca, tanto per non fargli fare fino in fondo la figura del fesso, taceva che, con ogni probabilità, anche il suo assistito aveva fatto la stessa fine.
In quegli anni là storie così ti esaltavano, da far quasi rimpiangere che non ci fosse la peste per poter fare altrettanto. Sarà che i fumetti erano all'Indice, tranne il Vittorioso: con che eroi ti identificavi?
Con gli anni Egidio aveva preso coscienza della realtà, maturato un pensiero critico anche nei confronti dei vari santi Luigi, che vallo a sapere quale era stata la loro vera storia. A parte ciò, rifletteva sarcastico, quello aveva cileccato proprio sul piano della sua stessa ottica di servizio ai più deboli: era morto per cercare di salvarne uno solo (e nemmeno era certo), privando così tanti altri del suo possibile conforto. Pragmaticamente inetto, aveva però centrato l'obiettivo della sua canonizzazione. Quindi: un grande egoista, altro che martire per la causa dell'umanità!
Non soffriva di gotta, Egidio Pusterla, e nemmeno andava soggetto ad attacchi di bile. Ma quel giorno troppe cose gli si erano accavallate fra cervello ed epidermide. Tutte una più sgradevole dell'altra, da rendergli pestilenziale qualsiasi flusso di pensiero. Se adesso avesse incontrato per strada un appestato, col cavolo che se lo caricava in spalla per fare il martire (pronuncia odierna: coglione). Avrebbe telefonato al Padre di Radio Maria per chiedergli se aveva sottomano una qualche suorina smaniosa di canonizzazione.
Morire per delle idee... come no?! Gli anni di piombo, ma anche quelli delle droghe ‘liberatrici', ne avevano visti pochi di martiri mandati al macello dai soliti noti comodamente seduti dietro i vetri corazzati delle loro ideologie e delle loro vite di lusso. Sempre nelle retrovie, i generali, a sperimentare sulla pelle degli altri il sapore dell'eroismo. "Ma quando gli dissero di andare avanti, troppo lontano si spinse a cercare la verità". Lui no, lui per fortuna si era fermato quando ancora il cervello non era del tutto intossicato di metastasi idealistiche o ideologiche. La rivoluzione, quella sociale e quella psichedelica..., la lotta di classe..., gli operai..., il comunismo..., la fantasia al potere..., black and white togheter... Pensare che qualcuno, anzi, tanti, erano morti davvero convinti che i loro cadaveri avrebbero reso più fertile l'humus sociale, perché quelle idee potessero attecchire, svilupparsi, cambiare il mondo. Brividi lungo la schiena, mentre gli si parava davanti agli occhi la faccia un tempo paciosa e sorridente di Marco: ucciso a ventitré anni (come il Gonzaga, non ci aveva mai fatto caso) in uno scontro a fuoco con la Polizia. Comunismo o morte! gridavano nelle manifestazioni lui e i suoi compagni, lo sbandieravano sui muri con la vernice rossa. Il comunismo: un'idea; la morte: una realtà. L'amico era stato ucciso dalla realtà, non da un'idea. Il suo guru di allora da un po' di anni trinciava idee sul fronte dell'integralismo cattolico: lì i sanluigi pronti al martirio proliferavano tanto quanto i pescecani pronti a immolarli sull'altare dei loro loschi affari.
Lui, Egidio, pure in quegli anni là, non poteva negarlo, era stato un po' refrattario a lasciarsi permeare fino in fondo dai discorsi che si facevano. E quanti se ne facevano! Non l'avessero trascinato gli altri, la sua spinta ideale l'avrebbe spesso lasciato al palo. "Un'idea, un concetto, un'idea, finché resta un'idea è soltanto un'astrazione. Se potessi mangiare un'idea, avrei fatto la mia rivoluzione". Grande Gaber, lui sì che aveva capito tutto, non si faceva stravolgere dalle idee: le cavalcava, senza mai affezionarsi troppo allo stesso cavallo. Cantava la vita, lui, non le sue ombre, le sue proiezioni. E la vita è una puttana di classe, ti mena dove vuole lei. Tant'è che Gaber aveva sposato Orietta Berti.
Il lapsus lo fece sorridere: pistola alla tempia, lui gettava dalla torre l'Ombretta e non l'Orietta. Questa qui almeno era verace, non accampava teorie, ideologie o roba simile: cantava perché le piaceva e le piaceva rendere un po' più allegra la gente comune, distrarla per un attimo dalle miserie quotidiane. Ma non sarebbe certo morta per un simile credo.
Ormai più nessuno si faceva ammazzare per un ideale, una fede, un progetto: erano cadute le ideologie, travolte dal crollo del Muro. Tutti morti, non s'era salvato nessuno. E se sei già morto, non ti si può chiedere il bis.
Morte e sepolte anche le idee. Come faceva quella ballata di Benni...? Se l'era imparata a memoria, un tempo, tanto l'aveva colpito. Dunque...
"Ma tu ce l'hai un'idea?
un'idea, dai...
quelle che c'erano una volta...
Dai, se mi dai un'idea
poi diventi intellettuale".
E via su questo tono.
Tutta roba vecchia e riciclata, quella che girava; puzzo di muffa lontano un chilometro. E chi si ammazza per qualcosa che sa di stantio?
Ancora brividi per la schiena. Era diventato così sensibile che gli si accapponava la pelle al semplice sfiorarla con ragionamenti troppo profondi? D'istinto ruotò il polso sinistro, fino a inquadrare l'orologio: Cristo, quasi le due! Com'era possibile... ?
La memoria tornò di colpo: aveva scelto di andare all'ultima proiezione, tanto per svoltare la serata. Certo, era uscito un po' prima della fine, ma insomma non poteva mancare molto a mezzanotte. Si stupiva di quanto aveva camminato senza averne coscienza; ma soprattutto: dov'era finito? Il buio si mangiava le cose, restituendole a brandelli, appena evidenziati da una luna svogliata che emetteva fiochi bagliori dietro nubi bucherellate. Non si raccapezzava, per quanto dilatasse gli occhi e spremesse la memoria. Si era perso. Nel quartiere dove viveva da anni...? Cominciò ad almanaccare: facendo perno sul cinema Eden, tracciò un'approssimativa circonferenza con raggio di due ore di cammino. "Già, e chi mi garantisce che ho scarpinato sempre nella stessa direzione?". Si rispose che a quell'ora non era il caso di sottilizzare, se voleva sperare di chiudere la notte nel suo letto. Non è che avesse in testa la carta topografica dettagliata della città, però un'idea pensava proprio d'averla, almeno all'ingrosso. Questa presunzione lo convince ancor più della vacuità delle idee, della loro supponenza: si rese conto, non senza sconforto, che aveva dei buchi di conoscenza tremendi. Anzi: gli costava meno fatica enumerare le aree conosciute.
Forte dei trascorsi scoutistici, tentò di orientarsi con la luna, o meglio, con il suo fantasma. Di là! gridò mentalmente, e cominciò a seguire il dito che teneva proteso come fosse l'ago di una bussola. Camminò... la stanchezza ormai gli rendeva difficile la percezione del tempo e dello spazio. Cercò l'orologio al polso: non c'era più. Mi sarà caduto senza che me ne accorgessi, congetturò stancamente.
Ebbe la precisa sensazione di essere uscito da un tunnel: gli occhi erano più liberi di muoversi, vagavano senza muri di contenimento. Si trovava adesso in uno slargo, forse una piazzetta circondata da bassi edifici. La Luna cadeva sempre in frammenti caleidoscopici. Non erano però solo le scaglie lunari quelle che attiravano le sue pupille: c'era nell'aria come un brulichio di lucciole, piccoli esseri luminosi che ondeggiavano senza mai spiccare il volo. Vecchi cartoon disneyani tornarono a galla dalle profondità oceaniche della memoria. L'occhio, adeguandosi a quella oscurità tremolante, cominciò a cogliere presenze non riconducibili al mondo degli insetti. Finalmente le tessere del puzzle si ricomposero: Egidio era immerso in una piccola folla, in massima parte uomini che recavano sulla testa minuscole torce simili a quelle dei minatori. Di statura poco elevata, avevano facce di ogni colore e parlavano le lingue di Babele. Sottovoce, un mormorio teso a non svegliare i sogni dei dormienti. Quasi non si muovevano, ma le loro teste oscillavano come vezzeggiate da una gradevole brezza. Producendo l'effetto tremolio.
Una flashata lunare colpì l'uomo che gli stava accanto, anche lui senza lampada. Era... gli parve di riconoscere un antico compagno di scuola, uno dalla vita disordinata: prima prete, poi marito e padre di famiglia, poi fuggiasco e volontario in terra d'Africa. Non si sentivano da anni e anni, eppure Manuel, se pure era lui, parlò con molta naturalezza, senza preamboli:
- Sono figli delle tribolazioni del mondo e vendono idee. Le recuperano là dove noi le gettiamo, come scarti; le selezionano, le puliscono e le espongono qui. Solo nelle notti in cui noi perdiamo la speranza.
- E come lo sanno?
- Lo sanno. Non vuoi dare un'occhiata?
Egidio non oppose resistenza alla suggestione di quell'invito. E vide.
Gli uomini-lucciola avevano davanti a sé ognuno un tavolinetto: vi si leggeva, in tonalità proporzionate alla carica emotiva, il nome dell'idea che lì si pubblicizzava. Una sola per ogni espositore. Intorno al cartello con il vocabolo-simbolo, disposte in bell'ordine, piccole foto che ritraevano donne, uomini, giovani, anziani. D'ogni colore e razza.
- Sono i martiri morti per quell'idea - spiegò il forse-Manuel. - Valgono, le loro vite immolate, più di mille parole, di cento spot televisivi. Li riconosci?
Egidio, fosse lui o il suo fantasma, era poco incline a credere a quel che vedeva: guardava e leggeva con la diffidenza di chi si muove tra bancarelle di marchi contraffatti. Solidarietà... uguaglianza... comunismo..., socialismo..., fraternità..., cristianesimo..., religione..., povertà..., volontariato..., sacrificio..., libertà..., patria..., onore..., tradizione..., fascismo..., radici culturali... E tanti, tanti volti, alcuni noti, altri mai visti. Accomunati dall'identico destino: erano morti. In nome di quel sostantivo al quale facevano ala.
Gli uomini-lucciola sbirciavano il nuovo arrivato di sottecchi: non l'avevano mai visto e non aveva la faccia del cacciatore di idee. Anche lui gli dedicava sguardi diffidenti: si sentiva disorientato, in terra straniera e fra esaltati. Nemmeno fosse una messa in scena del teatro dell'assurdo.
Fu uno gnomo dall'accento filippino che lanciò la carica:
- Seniò, pichì non compri idea de solidariedad? Molti morti, guarda, ma poco costa: seconda mano, ripulita io, seniò!
- Libertà anche, non cara, non cara. Tu compra, io poco venduto...
- e fraternità...
- ... patria quasi gratis...
- onore, onore...
- ... uguaglianza, molto rara...
- ... identità, grande futuro...
Lo pressavano, l'avevano circondato, quasi gli toglievano il respiro. Come in pizzeria, quando lui voleva solo mangiare in santa pace e quei moscerini noiosi insistevano a volergli vendere le loro cazzate.
Diede una spinta, se li scrollò di dosso e prese a correre verso quella che gli pareva una strada. Aveva l'affanno (da quanto non correva più?), il cuore gli rimbombava nelle orecchie. Forse per questo non captò il lontano ululato della sirena. Ne aveva piene le scatole di quella notte sgangherata: prima il film, poi quei pensieri che l'avevano smarrito, e adesso ‘sta buffonata dei venditori di idee. Via da essi e da esse, che già ne avevano falciati anche troppi, magari inconsapevoli. Lui non l'avrebbero avuto.
Il cuore che martellava sui timpani; la rabbia che gli irrorava di sangue gli occhi; la stanchezza che gli ottundeva le funzioni cerebrali: Egidio era un sasso scagliato da un cieco, senza direzione né meta.
L'ululato e gli abbaglianti lo stordirono ancora prima dell'impatto senza frenata. Volò trenta metri più in là, forse già morto, a scrivere la parola fine sull'asfalto.
- Agente, le giuro che è uscito da là che correva come uno inseguito dalla morte, non ha nemmeno guardato dove andava! - ripeteva scuotendo la testa incredulo l'autista dell'autoambulanza. - Ho guardato se gli correva dietro qualcuno; dopo che ho visto che era morto sono andato là a vedere, ma la piazzetta era deserta.
- Quindi non ci sono testimoni?
- No, ma le giuro...
- Salvato', guarda qui! - chiamò l'altro agente di Polizia.
Egidio Pusterla, supino sul marciapiede, stringeva in mano una piccola foto sgualcita: lo studente che da solo affronta i carri armati sulla Tienanmen il 4 giugno 1989.
- Er giorno de oggi - bofonchiò l'agente Salvato'.
- E puro quello der compleanno suo - aggiunse l'altro in un bisbiglio.


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