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lavoro pubblicato giovedì 12 luglio 2012
ultima lettura mercoledì 23 ottobre 2019

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IL SIGILLO del FARAONE - Capitolo VII - Enen (prima parte)

di mariapace2010. Letto 804 volte. Dallo scaffale Fantasia

CAPITOLO VII - ENENPer raggiungere in Tempio di Ptha, nel cuore della Città dei Morti, i quattro ragazzi, lasciarono ilvillaggio si immisero ...



CAPITOLO VII
- ENEN





Per raggiungere in Tempio di Ptha, nel cuore della Città dei Morti, i quattro ragazzi, lasciarono il
villaggio si immisero su una strafa sterrata e frequentatissima, percorsa da una moltitudine di gente.



A piedi, alla guida di carri trainati da buoi, di asini someggiati fino all'inverosimile, quella folla era diretta o proveniente dalla "Sede della Bellezza" e dalla "Sede della Verità",
che i posteri chiameranno "Valle delle Regine" e "Valle dei Re".

Lavoravano alle tombe delle Regine e dei Re. Erano architetti, pittori, operai, scalpellini, vasai, orefici, scribi e altri ancora che, con la loro opera assicuravano Gloria ed Immortalità ai loro
Sovrani.



Terminata la strada maestra, il gruppo prese a percorrere un viottolo sabbioso e ciottoloso che fuggiva dietro una collina; il rovente respiro di Horo soffiava sopra le loro teste.



Alla Casa del Patrono delle Arti e dell'Architettura, arrivarono dopo un breve, ma assai disagiato percorso e si diressero subito verso il Laboratorio-Scuola del Santuario.



Era qui che i figli degli artisti e degli operai della Città dei Morti imparavano a leggere e scrivere.



Il Laboratorio del Tempio di Ptha godeva di un prestigio riconosciuto solo ai grandi complessi templari. Gli insegnanti erano qualificati e di vasta cultura: sacerdoti e scribi, tutti
prescelti e tutti capaci di leggere e scrivere; molti di loro erano anche capaci di disegnare e scolpire, come il giovane Mosè che, come tutti gli altri, aveva ereditato il mestiere dal padre.





I quattro amici lo trovarono nel suo laboratorio, nonostante fosse giorno di riposo, completamente assorbito dal proprio estro e dalla propria creatività. Con lui c'erano una mezza dozzina di artisti presi come lui da "sacro fuoco dell'arte". Ognuno di loro aveva un
compito ben preciso: misurare, disegnare, scolpire, rifinire, colorare.



Ovunque c'erano sparsi scalpelli di bronzo, mazzuoli di legno, accette e pialle e la maggior parte di quell'enorme stanzone era occupato da statue.



Completate, rifinite, da rifinire o solamente abbozzate, erano in gres, scisto, granito, alabastro oppure legno.
Grandi o piccole, singole o in gruppo, erano adagiate per terra, in piedi o appoggiate alle pareti.



Ankheren si fece avanti e si fermò alle spalle di un giovane alto e snello, nero di capelli, che con un grosso pennello di setole stava liberando dai residui di polvere una statua appena ultimata.



"Mosè, generoso amico e valente scultore. - salutò -La benevolenza di Ptha, Signore del Sacro Tornio, sia con te."



Il giovane si voltò, mostrando un volto amabile e uno sguardo un po' svagato: da sognatore.



"Vieni avanti, mio giovane amico! - rispose, accompagnando il saluto con uno smagliante sorriso poi, scorgendo la principessa Nefer e gli altri - Siano i benvenuti anche gli amici del mio
amico. - aggiunse facendo un compito inchino in direzione della ragazza, poi li invitò a seguirlo verso l'interno - Venite. Voglio mostrarvi la mia ultima opera."





Passarono nel retro, un ambiente più piccolo o, forse, sembrava tale perché completamente occupato da statue, colonne, porte, false porte e numerosi altri oggetti di squisita fattura.

Erano le statue, però, il vanto di quel Laboratorio: statue di Divinità e Faraoni, Dignitari e comuni mortali.
Erano tutte colte in atteggiamenti di serena quiete, di compostezza, di estrema solennità e con piacevole risultato artistico: Divinità dall'aspetto umano e Sovrani in atteggiamenti divini; principi e sacerdoti con vesti ri rappresentanza ed inegne di appartenenza.

Erano statue con funzioni ben precise: ricordare, celebrare, proteggere, celebrare, ascoltare, perché la statua non si limitava a "rappresentare" la persona: "era" la persona. Era una statua-persona che,con l'ausilio del rituale magico appropriato, doveva partecipare alla vita, in
qualunque posto venisse collocata: strada, città, tempio.

"Eccoci arrivati. - il giovane Mosé si fermò davanti ad una scultura di legno pregiato, alta quasi due metri - I miei amici possono vedere quello che esce dalle mani di Mosè, quando lavora
con la materia preziosa." disse, indicandola, con comprensibile orgoglio.

La principessa Nefer avanzò di qualche passo, si avvicinò e restò a guardare lo splendido simulacro. Quando, però, i suoi occhi si posarono su quelli della statua, di quarzo e
straordinariamente realistici, quasi vivi, la ragazza si sentì catturare ed attraversare da una sconvolgente emozione.

Era una statua di straordinaria bellezza e perfezione tecnica,impreziosita da intarsi di avori, pietre preziose e paste vitree.

Ritraeva un giovane dalle notevoli proporzioni fisiche e dai potenti muscoli ben distribuiti. Il perizoma che gli copriva i fianchi, e che un apprendista pittore aveva appena rifinito e
ravvivato con sapienti guizzi cromatici, richiamava il manto maculato di un ghepardo del deserto. Il braccio destro, teso in avanti verso una lancia, e quello sinistro, a pugno chiuso, esprimevano forza, ardimento e superiorità.

Quella statua "era", nell'atteggiamento e nella compostezza, un Protettore.

"Oh, sì! - proruppe la principessa - Tu sei un artista che conosce l'andare di una statua di uomo e il venire di una statua di donna... Tu conosci la posa del colpire un nemico e il bilanciare del braccio di chi punta la preda. Tu sai mostrare l'espressione di spavento di chi deve essere sacrificato o il guardarsi l'un l'altro negli occhi di chi ama... Questa statua è quanto di più mirabile i miei occhi abbiano veduto mai."

"E tu, bellissima fanciulla, sei quanto di più amabile abbiano veduto i miei." sorrise compiaciuto Mosè.

"Lei è la principessa Nefer di Tebe." interloquì una voce alle loro spalle; si voltarono tutti.

"Osor!"

(segue)



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