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lavoro pubblicato martedì 3 luglio 2012
ultima lettura martedì 10 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL SIGILLO del FARAONE - Capitolo VI - La Fuga

di mariapace2010. Letto 687 volte. Dallo scaffale Fantasia

Nefer e Thotmosis, i due figli minori del Faraone, aiutano nella fuga, Xanto, figlio di Priamo, re di Troia, che Menelao ha condotto prigioniero con sé fino a Tebe.



CAPITOLO VI - La fuga





Lasciata la locanda, i tre
ragazzi cercarono un mezzo di trasporto
per raggiungere l'altra riva.



Un gran numero di imbarcazioni
solcavano le acque del Nilo: a vele, a remi, in papiro o acacia, sicomoro o
cedro del Libano.



C'erano anche grosse chiatte
manovrate da dozzine di rematori e numerosi barconi per trasporti pesanti
blocchi di pietra, trainati da piccole barche; in piedi a prua, un uomo
misurava l profondità delle acque con lunghe pertiche



Non restava, ai tre, che
scegliere tra le tante barche quella che li avrebbe traghettati al di là del
fiume.



"Come facciamo a raggiungere
l'altra sponda? Non abbiamo di ché pagare." fece osservare la ragazza.



"Devi dirmi solo su quale barca
vuoi salire." rispose il fratello.



Le barche portavano nomi come: Toro
Selvaggio, Occhio di Horo, Adorazione di
Ammon e altro.



"Voglio salire sul Toro Selvaggio.
-disse Nefer - Però, sono curiosa di sapere come farai, senza farti
riconoscere."



I tre, infatti, per non farsi
riconoscere avevano indosso vesti da servi e Thotmosis vi aveva nascosto sotto,
il pettorale da Ufficiale delle Guardie Reali.



"So io come fare. - il ragazzo si
portò le mani attorno alla bocca a mò di conchiglia e gridò - Ehi... Voi del Toro
Selvaggio, accostate a riva e fateci salire a bordo."



"Perché dovremmo farlo?"
risposero dalla barca; Xanto assisteva in silenzio.



"A me pare che sulla vostra barca
ci sia posto anche per noi e le Scritture dei Saggi dicono: Accetta il
pedaggio di colui che è ricco e lascia passare chi è povero... Se non
farai questo, sarai punito perché le Scritture dicono anche: Colui che
compie il male, la riva lo respinge e l'acqua della piena lo trascina e che..."



Dalla barca, che stava già accostando, cercavano
inutilmente di prendere la parola.



"Quanto hai - continuava
imperterrito il ragazzo - è dono di Dio che dà e toglie quando vuole..."



"Perché mi auguri disgrazie? - riuscì finalmente ad
interromperlo il proprietario della barca, spaventato da eventuali disgrazie -
Ti ho, forse, negato il passaggio?"



Fu così che i tre riuscirono a
raggiungere la riva opposta, anche questa affollata di barche e barcaioli,
zattere e caricatori, soldati e operai.





Si aprì davanti a loro la Città
dei Morti, riarsa e gialla, su cui Horo picchiava implacabile già
a quell'ora del mattino.



Allontanandosi dal greto,
arruffato di radi cespugli di canne e qualche esile palma, i tre avanzarono
verso l'interno di un anfiteatro naturale, suggestivo, inquietante e arido.



Non era la prima volta che Nefer
metteva piede in quella terra arroventata, ma ogni volta l'inquietudine era la
stessa.



Non che avesse paura di morire,
considerando la morte un naturale "passaggio", necessario per lasciare la vita
"al di qua" e ritrovarla "al di là": era piuttosto il timore di non essere
adeguatamente preparata all'evento.



La sua nutrice le aveva spiegato
che "questa vita" altro non era che la concessione degli Dei fatta alla
creatura umana di permetterle di prepararsi a "l'altra vita" e procurarsi tutto
il necessario sul piano materiale e magico rituale.



Nefer, però, sapeva che molto
spesso le Hut-Ka, le "dimore
dello spirito defunto", passavano di mano in mano ed era necessario che
l'ultimop occupante disponesse di amuleti efficaci e formule magiche per poter
neutralizzare le maledizioni dei precedenti "sfrattati". Lei sapeva che coloro
i quali non possedevano una buona tomba, non avrebbero goduto,
nell'altra vita, di alcuna considerazione e che...



"Per la Barba
di Ammon!"



L'esclamazione di Thotmosis la
distrasse dalle sue riflessioni.



Nefer si guardò intorno e la
Valle del Silenzio le apparve tutt'altro che silenziosa: operai, mercanti e
soldati. Soprattutto soldati, armati e dall'aria minacciosa.



Il principe Xanto non poté non
farlo notare agli amici:



"Che cosa ci fanno assembrati
qui, tutti quei soldati?... E' tutto l'esercito del Faraone?"



"Per la Barba di Ammon! - ripeté
il principe di Tebe - Hai proprio ragione! Non ho mai visto tanto spiegamento
di soldati, quaggiù!"



"Saranno qui per me? - domandò in
tono apprensivo il fuggiasco - Mi cercano in ogni dove: la mia fuga è una sfida
per il Re di Sparta, che vuole esibirmi come trofeo di guerra, quando sarà
tornato nella sua terra... Così come suo fratello, il re Agamennone, ha fatto con mia sorella, la principessa
Cassandra ed Odisseo con la regina Ecuba." aggiunse in tono carico di doloroso
rancore.



"Non temere. - lo confortò Nefer
- Nessuno riuscirà a mettere in catene il principe Xanto."



"Sono sicuro che la ragione di
tanto spiegamento di forze abbia un altro motivo." disse Thotmosis.



"Il principe Thotmosis ha
ragione. - una voce alle spalle li costrinse tutti a voltarsi - Questi soldati
sono qui per una causa di giudizio."



"Ankheren!" esclamò il principe
Thutmosis riconoscendo nel ragazzo che gli stava di fronte l'amico di tante
sortite fatte in passato assieme alla sorella. (vedere libro: IL GUaRDIANO
DELLA SOGLIA)



"Sono proprio Ankheren, mio
signore." Fece l'altro, sprofondandosi in un inchino che gli portò la punta
delle dita a toccare quelle dei piedi.



"Ma che cosa ci fai qui, amico
mio?" Thotmosis lo invitò a rialzarsi.



"E' una domanda che dovrei fare
io a te, mio signore, se mi concedi la confidenza e..."



"Non ti ho concesso solo quella,
amico mio, ma anche di chiamarmi con il mio nome... se lo ricordi ancora,
ah.ah.ah..." rise il principe.





Ankheren, figlio del custode dei
tori del Tempio di Ptha, sollevò gli occhi quieti e da sognatore, colmi di
vivacità a brio, in faccia al suo principe.



Fronte ampia e ben modellata,
seminascosta da una folta frangia di uno scuro corvino, Ankheren era un ragazzo
sicuramente interessante. Alto, longilineo e le spalle atletiche. Portava, con
una certa signorile eleganza, il pettorale da allievo del Tempio del Dio dal Cranio
Rilucente e Calvo: Ptha, Protettore delle Arti e degli
Architetti.





Il ragazzo si girò verso la
principesa Nefer poi si passò sul perizoma che gli cingeva i fianchi la mano
sinistra armata del punteruolo, prima di portarsela alla fronte in segno di
saluto. Abbassò lo sguardo, poi:



"Gli Dei tutti, nelle loro dimore
di lapislazzulo, sono tristi e malinconici perché tu sei qui, Figlia degli Dei,
a rallegrare noi mortali." recitò l'impareggiabile allievo di Ptha.



Thotmosis scoppiò in una sonora
risata e disse:



"Non ci hai ancora detto che cosa
ci fai da queste parti... Sei lontano dal Tempio di Ptha."



"Le voci che arrivano dall'altra
sponda, - rispose il ragazzo indicando le cime dei Piloni di Tebe, sulla riva
opposta - qui, volano veloci sulle ali delle cicogne e parlano dell'arrivo del
principe Thotmosis e di un fuggiasco..."

Xanto non lo lasciò finire.



"Lo dicevo io! - esclamò - E' per
me che che si è mobilitato metà dell'esercito d'Egitto."



Ankheren spostò su di lui lo
sguardo e lo fissò con la stessa familiarità che gli concedeva il principe di
Tebe, poi disse:



"E così, sei tu quel fuggiasco!...
No! Quei soldati non sono qui per te..."



A questo punto fu Thotmosis che
non lasciò finire lui e disse:



"Il principe Xanto è sotto la mia
protezione ed io ti chiedo, amico mio, di trovargli un rifugio dove possa
nascondersi prima di riprendere il mare in sicurezza."



"Seguitemi. - disse pronto
l'allievo di Ptha -Conosco il posto adatto."





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