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lavoro pubblicato domenica 1 luglio 2012
ultima lettura giovedì 9 maggio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

di gartibani. Letto 610 volte. Dallo scaffale Fantasia

Lei gli si avvicina, la sua pelle ha un profumo particolare, di karkadè e bruciato, il profumo della pelle nera, inebriante e sconvolgent...

Lei gli si avvicina, la sua pelle ha un profumo particolare, di karkadè e bruciato, il profumo

della pelle nera, inebriante e sconvolgente.

E perfetta ! Alta, la gamba lunga, le forme dovute. Dentro un calore impenetrabile il suo

corpo da fiutare per morirci dentro.

- Hello.. -

I am Carima -Non importa, le sue labbra sono l'amore nella sua forma piena, ha il pube rasato, dal profumo di cotogna, il sedere tondo, denso, alto e prominente. I seni dai capezzoli coloro prugna, dritti e indecenti. Avrà si e no 20 anni. Lo spostamento di un fluido, che preme contro il petto e scende tra le sue gambe per succhiare il membro, nelle due metà convergenti del desiderio, fino a decomporsi in questa magia dell'aria.

E' dura, possente, sembra cadere e rialzarsi nel tracciato delle stelle quando gli sale sopra e come un fiore carnivoro lo divora, nell'iride inghirlandato che scaccia i fantasmi del passato, Il Capitano scatena la sua virilità e la inonda penetrando il suo profondo, nel grido soffocato di entrambi, mai vinti.

Vorrebbe dirle qualcosa prima di lasciarla andare, qualcosa che sia importante, che dimostri la sua gratitudine, per quel sapore gustoso che le ha lasciato nell'anima, oltre il frastuono del mondo.

Invece il suo respiro lento lo abbandona nella nebbia, nell'alba tiepida che giunge. Graffiato da quella sabbia desertica, dal vetro del suo amore.

Uno di questi giorni la farà a pezzetti, adesso invece dorme, nell'eco dei ritmi vissuti, fino a mezzogiorno.

A volte credo di essere diventato metallo o riposto nei sotterranei di qualche museo, o a

soffiare assorto le bolle di sapone nei parchi dell'est.

In quei momenti intensi e desolanti, tra la giacca ed il petto a fare da corazza s'insinuano i

lampi dei temporali estivi, sono quelle strade minute e tranquille, dove i negozi sembrano

d'altri tempi, dove la gente passeggia o cammina per andare al lavoro, quieta, parlando a

bassa voce e dove l'aroma del caffè si diffonde nel l'aria.

Allora si è felici. Felici di essere lì. Di assaporare quel raro momento, di attraversare il parco

in lungo ed in largo o fermarsi a prendere un aperitivo, accendere la pipa preparandola con

cura e guardarsi intorno, quasi a riscoprire l'umanità rinnovata.

La nave era giunta a Cartagena, l'attrazione principale per i viaggiatori era il forte, le cui

segrete sprofondavano sotto il livello del mare per decine di metri e dove la guida ti

conduceva in debito d'ossigeno, camminando in fila indiana, uno dietro l'altro.

La Nave era immobile nell'acqua melmosa del porto, immersa nei trapianti di cervello,

mentre intorno sguazzavano da tutti i lati, bambini di tutte le età, che chiedevano una

monetina.

Dietro gli oblò, tra i quartieri vuoti, ancora qualcuno dipendeva dal reddito familiare, gli

uffici, le industrie, i furgoni blindati.

Provavano a venderti di tutto, soprattutto pelli di serpenti e di caimani, molto apprezzati in

Europa dalle signore bene, e poi strumenti musicali, oggetti di falsa bigiotteria, frutta fresca (

banane, ananas e manghi e chirimoie) e accanto quelle sottospecie di pellicani galleggiavano

indifferenti. C'era una gran confusione, viti sulle canoe e fossili che ritroveremo per pranzo.

Indubbiamente, l'amico del Capitano sembrava un morto nell'interruzione della pagina.

Era arrivato con una vecchia Chevrolet decapitabile, gialla e bianca, nella leggera camicia di

nailon, veniva da un pranzo con amici e parenti. Si salutarono, pacche sulle spalle e frasi

confuse in spagnolo, ed il Capitano salì.


- entonces my Capitan, tanto tempo, come van las cosas ?

- todo bièn -

correva come un folle zigzagando tra quelle stradine piene di gente e merci, ai lati del porto,

verso l'interno. Il Capitano aveva poco tempo, giusto il tempo di fare il necessario per poi

tornare sulla nave che doveva ripartire.

La donna gomitolo e la magia di quei muri dimenticati, tutti colorati e pieni di scritte, dove il

Capitano ripercorreva la storia e la musica attualizzata, l'isola ignota e il grembiule bianco,

lontano da quel fiore decomposto della sua anima.

Arrestò la macchina davanti ad un piccolo locale, quasi irraggiungibile, le cui scale diritte non

si contavano più. Il Capitano salì in fretta. E si arrestò davanti al bancone, dove un

pappagallo lo aprostofò.

Buenos dìas senor, soy èl Capitan -

Buenos dìas , la estabamos esperando -

Gli fece strada verso una porta come quella dei saloon del far west, dove in fondo un uomo panciuto e tutto sudato,stazionava davanti ad un ventilatore impolverato ma funzionante. -Gabriel - fece il Capitano

- y My Capitan -
Aqui estamos ! -

Aveva conservato per parecchi anni un cofanetto di velluto per lui. Conteneva delle gemme.

Lo aprirono e richiusero soddisfatti, nel dialogo gestuale continuamente tacitato nelle risaie,

per paesi che sparano intorno, mentre si fugge dentro le piantagioni di tabacco e di coca

Gabriel era stato fedele, difronte a già provate meraviglie, si era assunto con onore quella

incombenza, per tante giornate dove il sole era diventato nero e galleggiante nello stagnante

crepuscolo.

Era proibito esportare le gemme, soprattutto di quel valore, ma il Capitano le aveva

acquistate anni addietro, da un mercante, invero le aveva vinte in una scommessa, da un

assestamento di energie tra un bicchiere e l'altro di rum, da un soldato in pensione della

guardia nacional.

Ma poi l'uomo si era pentito ed il giorno dopo avrebbe voluto recuperarle a tutti costi.

Ricorse ad un agguato, ci fu una lite furibonda, il Capitano riuscì a sfuggire e si rifugiò in quel

piccolo hotel di periferia, vicino al porto,gestito dal suo amico Gabriel.

Lasciando in un certo punto dimenticato del tagliente coltello il sangue del soldato.

Dovette nascondersi per più di una settimana e riuscì con molto difficoltà, sempre con l'aiuto

di Gabriel, ad imbarcarsi in un cargo diretto a Bombei. Promise che sarebbe tornato a

prendere le gemme, così come Gabriel promise di conservarle per lui.

Non c'era più tempo per altri convenevoli, i due uomini si congedarono, Gabriel ebbe del

denaro dal Capitano come ricompensa, che accettò, dopo un maldestro tentativo di opporsi.

La distanza diventava incolmabile, estraendo conchiglie dal vecchio armadietto, nello

scomparire delle foglie, tra le finestre accostate delle case davanti alle quali sfrecciava la

macchina verso il porto, come trucco ottico, nell'uccidere la viola sul cuore opaco, mentre il

Capitano alzava il viso felice. Tutto era andato come doveva essere.

La macchina Io riportò direttamente alla nave.

Quella sera, chiuso nella sua cabina, riaprì il cofanetto e si sorprese a guardare quelle gemme

luccicanti, perfettamente tagliate, che dovevano avere un grande valore.

Decise in cuor suo che avrebbe fatto fare un anello importante per sua moglie con una di esse

e che avrebbe tentato di vendere le altre due, magari ad Amsterdam.

Durante la settimana ripresero i festeggiamenti nella nave, il Capitano affittò un autobotte e

porto un quintale d'acqua. Metafora del mare che urlava ancora la sua innocenza.


Ripreso il viaggio, la nave rifletteva il sudore del voler affondare, profumo di miele nella

bocca possente della sala macchine, dove si respiravano avvenimenti più grandi e dove il

Capitano non era mai sceso.

Quel giorno decise di farlo. Il caldo era soffocante, il rumore assordante, l'aria intrisa del

sudore degli uomini, ma tutto era impeccabile e lustro, merito del Nostromo, che si occupava

sempre di seguire il Tenente di macchina e impartire gli ordini necessari.

Finì col leggere in cabina, la lettera di suo figlio Gianmarco:

" il tempo passa e te mi manchi sempre di più. Mi manca tanto quella persona che quando guardavo

i documentari di storia su History Channel, mi spiegava quello che succedeva. Mi manca quella

persona che mi coccolava nel lettone; mi manca tanto quella persona che quando ritornavo da

scuola mi faceva trovare già tutto il pranzo in tavola e mi dava la merenda. Mi manca quella

persona che a Natale mi scriveva la letterina di Natale e mi leggeva le favole e le poesie.

Mi manchi ogni singolo minuto.

TI voglio bene papà. Mi manchi da morire "

Il Capitano, si commoveva sempre, ogni volta, ancora ripetutamente, come se non fosse

qualcosa che conosceva e sapeva e non poteva evitare.

Poi fece una smorfia, racconti di nomi per inventare minuzie e compiere un salto nel tempo,

vento che gira radicali razzie di delfini, balene squartate e tarli.

In lungo ed in largo i grandi cambiamenti delle praterie.

Al bar si parlava di " spaccalunotti", strano individuo, un po' depresso, almeno a fingersi tale,

sempre ossessionato da quello che sarebbe successo dopo. Veniva chiamato così perché nei

momenti d'ira si divertiva a rompere i lunotti delle macchine, i vetri dei finestrini, a prenderle

a mazzate, per poi fuggire indisturbato.

Ormai tutti conoscevano il colpevole, in quel piccolo centro. Cosa doveva essere ' una forma

di protesta verso la società, verso i ricchi, contro le belle macchine ? Un dispetto, una bravata

cosa d'altro? Nemmeno lui sapeva dare una spiegazione. Poi diceva sempre -adesso smetto,

adesso cambio vita, vedrai, mi rimetto in sesto. -

Ma invece ci ricascava; piccoli incisi sui giornali, piccole condanne, ma comunque l'incubo

degli automobilisti.

Forse lo faceva per attirare l'attenzione.

Quando il Capitano lo conobbe, ebbe la sventura di dover ascoltarlo per ore. Non solo

raccontava delle sue imprese, ma spiegava come fare per uscirne, quello che sarebbe stato, le

difficoltà del momento, della sua vita e giorno dopo giorno si ripeteva. Sai quelle formule degli

scongiuri, quando sei davanti a qualcuno che sei convinto porti iella e senti di dover lasciare la

tua maschera a fare capriole per scansarlo e tenerlo alla larga.

Aveva da scontare otto mesi e sperava di non essere trasferito, di poter starsene in pace, per

recuperare, diceva lui.

Sembrò arrivato il giorno uno. Dove l'edicola non ha ginocchia e la ragazza non sa leggere.

Dove la moglie si spoglia e scopri che indossa dell'intimo molto sexy, dove sei e non sei,

nell'incrocio del tuo doppio.

Era il tempo per il quale ReverZo si era avvicinato a quell'accampamento di zingari,

sicuramente attirato dalle mandrie di cavalli, liberi di scorazzare sui prati e sulle dune

sabbiose della lunga spiaggia, nel mare di Varna.

Dicono che i zingari sono tutti ladri.

Certamente sono diversi, per abitudini e per cultura, sembrano non curanti del vivere e del

morire e con questa loro mania di essere dappertutto, ti sorprendono sempre.


Occupano lo spazio e lo riproducono, poi lo riempiono di cose, le più disparate; carcasse di

auto, carri, animali, vecchi frigoriferi, mobili senza età.

Sopratutto conoscono il destino e indovinano la sorte.

Le donne poi, sono di una rara bellezza, ti conquistano con lo sguardo, con le movenze delle

lunghe gonne sorprendenti, con i gesti delle mani e ti rapiscono la vita, bevendola d'un sorso.

La loro storia è di una assoluta semplicità. Sono nomadi, anche se negli ultimi tempi, si

spostano solo per trasferirsi da un paese all'altro in cerca di migliori condizioni.

Zoran era uno di loro, ammaliato dall'amore per i cavalli, ne viveva la simbiosi. Se qualcuno

le avesse chiesto cosa voleva fare da grande, avrebbe risposto; - il cavallo -

Come conviene dopo ogni disastro, Zoran era affranto dal dolore, gli assistenti sociali gli

avevano tolto la sua unica figlia, perché viveva nel degrado e non era in grado di mandarla a

scuola. Ma la bimba a scuola non ci voleva andare, voleva invece vivere insieme ai cavalli,

all'aria aperta, montandoli a pelo e curandoli.

Solo a vederli galoppare gli si illuminavano gli occhi. Ed era orgogliosa quanto suo padre di

quella mandria selvaggia.

A Varna, nella parte di spiaggia libera, lontano dal centro turistico, Zoran aveva montato una

tenda, una parvenza di tenda e aveva piazzato il suo carro e viveva incenerendo l'istante nei

fuochi accesi durante la notte. Aveva delimitato il terreno per i suoi cavalli segnandone i

confini con il gesso, ma senza steccati nei fili spinati e i cavalli lo ascoltavano; mai sarebbero

usciti da quei confini.

Zoran parlava ai cavalli, non solo li nutriva, li accarezzava e li curava, ma gli parlava.

Parlava ad ognuno, in tempi diversi, con differenti parole, ma finché non aveva parlato con

tutti loro non finiva la giornata.

Aveva scritto di sua moglie, che non avrebbe mai osato leccare tra le gambe, perché convinto

fosse un luogo sporco, sporco perché spazio del parto e del mestruo.

Aveva detto che soleva andare nei Monasteri, per farsi aiutare, con il cibo e con i vestiti ed in

cambio curava l'orto ai monaci, finché non si stancava e li abbandonava.

Aveva convinto i presenti, che era onesto, anche se qualche volta, gli piaceva rubare per sfizio

e poi andare a divertirsi per tutta la notte ubriacandosi fino a cadere sfinito, senza ricordare

più nulla.

Faceva magnifiche decorazioni su fogli di carta di ogni genere, con motivi floreali, con le

matite colorate, per poi regalarle agli amici perché essi potessero scrivere delle lettere

d'amore. Era molto apprezzato per questo.

Ma Zoran dopotutto,amava solo i cavalli, i cavalli erano la sua esistenza. Ogni goccia del suo

sangue era sangue di cavallo e quando una cavalla partoriva un puledro, Zoran diventava

impaziente e soffriva come se il padre fosse lui.

Si era riempito di libri sui cavalli e aveva persino imparato a leggere per saperne di più su di

loro. Voleva anche diventare veterinario per accudirli quando erano malati, senza dover

dipendere da nessuno.

Arrivò finalmente quel giorno, in cui Zoran avrebbe scritto la sua storia, indelebile nel tempo.

Aveva domato uno dei suoi cavalli, uno dal manto nero, anzi blu notte e quella mattina aveva

deciso di cavalcarlo e spaziare al galoppo nella spiaggia verso il mare, il più lontano possibile,

nel malleabile sapore del peccato, nella sua decontaminazione disinvolta.

In nessuna parte del mondo c'era più gloria e potere che su quel cavallo, teso al galoppo, con

le fauci ad arrostire nel vento ed il crine e la criniera ad esplodere contro la corona degli

alberi come un globo di fuoco.


Zoran si era appiattito su di lui, cingendolo al collo, come se la soavità del suono di un violino

in lontananza fosse la loro voce ,che non lo avrebbe lasciato più, desideroso di bere l'approdo

dei suoi sogni e delle sue speranze in quella corsa folle, come se strane forme avessero

riempito il cielo al crepuscolo e abbandonato le anime degli antenati a vagare nell'immensità

di quel luogo.

Era un atto impulsivo e tremendo nello stesso tempo. Lui ed il cavallo non avevano mai

smesso di correre per l'intero giorno ; e adesso che arrivava la notte la corsa era divenuta

inarrestabile.

Sapevano di dover correre fino alla fine, di correre fino a schiantare, oltre ogni limite umano.

Lentamente, come se la corsa si fosse attutita e ovattato il suono.

Il gesto elegante di entrambi, spezzati nell'aria umida della notte si prolungò all'infinito, si

dilatò a dismisura, quasi un atto lontano, riluttante a scomparire. Finché il cavallo si piegò in

avanti e con lui Zoran, senza un lamento ne sofferenza, come se stessero per volare invece che

precipitare contro la sabbia per cadere. Anche la sabbia sembrava voler fare spazio per

accogliere i loro corpi maestosi, avviluppati nel segno di quel destino cercato e finalmente

raggiunto, dove l'esistenza è un gesto dell'effimero e morire è risorgere altrove, come energia

pura fusa nell'universo immenso.

Strano a dirsi, ma se oggi passate in quel luogo, sul ciglio della strada, potete vedere una

piccola sagoma di legno, che raffigura un cavallo, sul quale c'è impresso il nome di Zoran.

Ogni tanto qualcuno, sconosciuto, depone dei fiori, che appassiscono nella calura estiva e

gelano l'inverno.



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